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novembre 3, 2018
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Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

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settembre 4, 2018
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Il Fpf, l’auto di Dalbert e la griglia di Lautaro

Sei scandalizzato perchè Gagliardini non è in lista Champions? Niente, ti devi rassegnare: ancora per 17-18 anni saremo sottoposti ai vincoli del Fair Play Finanziario, il rigoroso progetto sadomaso introdotto dal comitato esecutivo Uefa nel settembre 2009 con l’obiettivo di fare estinguere i debiti contratti dalle società calcistiche (per adesso una sola: l’Inter) e a indurle nel lungo periodo a un auto-sostentamento finanziario.

Sono provvedimenti molto pesanti, che coinvolgono la società a 360 gradi. La cosa di Gagliardini può fare impressione, ma limitandosi alle ultime settimane sono innumerevoli gli episodi che hanno riguardato l’inter e i suoi tesserati. Eccone un breve sunto:

– la moglie di Ausilio si è vista contestare lo scontrino della spesa all’Esselunga di via Lorenteggio: “Lei ha comprato sei confezioni di Gocciole, ma in lista poteva metterne solo tre. L’Uefa è chiara in proposito”. Trovato l’accordo dopo mezz’ora di trattativa: fatico ok alle sei confezioni ma suddivise in 2 Gocciole, 2 Ringo al cioccolato e 2 Oro Saiwa basic.

– l’Uefa ha contestato la distribuzione delle auto ai giocatori: secondo un ricalcolo con i parametri FPF, ai singoli tesserati va assegnata l’auto in base al prezzo di acquisto, al prezzo di mercato attuale e all’eventuale plus/minusvalenza. Nel corso di una breve cerimonia sul retro del Centro Suning, Joao Mario ha restituito la sua Volvo XC90 e si è visto consegnare una Daewoo Matiz incidentata del 2004. Nuove auto anche per Gagliardini (una Seat Marbella di terza mano) e Dalbert (una Fiat Stilo appartenuta a un tassista di Milano, 470mila km seppur regolamente tagliandata). Brozovic, che ha visto una Corolla tre volumi del 2009 parcheggiata vicino alla porta carraia, non si è presentato alla verifica adducendo motivi familiari.

– problemi per i figli di Icardi/Wanda Nara iscritti alla gita a Garlaland del 22 settembre con l’oratorio della parrocchia di viale Caprilli (bus turistico, pranzo al sacco, biglietto compreso 45 euro a testa): “Cinque no, ne possono venire solo tre“. Il prete, con una mossa ecumenica apprezzata dalla famiglia, alla fine ha tagliato un figlio della colonia Maxi Lopez e una figlia di Icardi.

– altri problemi per Dalbert. Nella lista per l’assegnazione di un alloggio delle case popolari di Sesto San Giovanni (Zhang Jindong in persona gli ha tolto l’appartamento di Milano dopo la prestazione di Sassuolo nonostante l’intercessione di Spalletti), il francese è stato retrocesso di 250 posti. L’Aler ha fatto sapere di essersi dovuta piegare alle norme Uefa: “Non è tanto perchè è straniero e risiede qui da meno di cinque anni, il problema è che non è di formazione italiana”.

– all’assemblea del condominio “Bella San Siro”, bocciata la richiesta di installare in cortile un barbecue da 2 metri x 4 per l’asado da parte del neo inquilino Lautaro Martinez. Alla garbata protesta dell’argentino (“Figa, c’ho più millesimi io di tutti voi messi insieme”), l’amministratore ha opposto il regolamento Uefa: “Il problema è il raffronto con la lista 2016/17, il budget è aumentato, gli argentini sono diminuiti e comunque hai rotto il cazzo, non tolgo un posto auto per la tua carne di merda”.

– l’Inter club “Spadino Robbiati-Prima gli italiani” di Pontida ha depennato sei iscritti perchè non cresciuti nel vivaio: un kebabbaro turco di Palazzago, tre cinesi del ristorante “La Muraglia di Sotto” di Almenno San Salvatore e una coppia di badanti ucraine di Ponte San Pietro, tifose dell’Inter dai tempi della Dinamo Kiev 2010.

– lo spogliatoio rinuncerà a far data dall’1 ottobre 2018 al tradizionale e simpatico rito nonnista del compleanno: D’Ambrosio, a nome dei compagni, fa sapere che l’Uefa infatti non consente più l’acquisto di uova e farina in un’unica sessione di mercato. Pare che siano da controbilanciare gli sprechi della stagione 2015/16, quando Nemanja Vidic (per un problema legato alla scarsa padronanza dell’italiano) confuse i concetti di “confezioni” e “quintali” prima di ordinare uova e farina alla Lidl di Appiano Gentile per festeggiare il compleanno di Palacio.

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maggio 21, 2018
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Il rinnovo di Eder e il mistero di Owen Wilson

Eri al cinema a vedere Dogman? Eri alla comunione di tuo nipote? Eri al matrimonio di tuo cugino? Eri al ristorante a festeggiare il tuo anniversario? Eri al motel con l’amante?  Non temere: questo è un blog di servizio e come tale ti aiuterà a rivivere minuto per minuto l’avvincente partita dell’Olimpico tra Lazio e Inter.

Primo tempo.

1′. Perisic crossa per Icardi che cerca il gol del secolo. Mentre arriva il pallone si gira verso Ausilio per concodare un ritocco e l’azione sfuma.

4′. Candreva tira da 25 metri, Strakosha aspetta il pallone già coricato.

6′. La Lazio aggredisce, Luis Miguel sbaglia un gol fatto.

10′. Cross da sinistra, Milinkovic Savic vola di testa, miracolo in tuffo di Handanovic, l’azione prosegue, palla a Marusic che tira in faccia a Perisic, mandibola piena, autogol. Handanovic non si tuffa: “Mi ero già tuffato prima”.

15′. Vecino tira alla Candreva, Strakosha fa 30 secondi di plank e para.

20′. La Lazio domina, contropiede dell’Inter, Cancelo lancia Icardi che tira zappando la terra, palla fuori e niente ritocco.

24′. Punizione dal limite, Diego Armando Milinkovic Savic Mazzanti Viendalmare colpisce il palo. Handanovic immobile: “No, io Handanovic. Immobile è quel tizio biondo con la faccia da terrone”.

29′. La Lazio, durante un calcio d’angolo, si riunisce in area a parlare del premio Champions. Brozovic furbescamente calcia prima della fine della trattativa, palla a D’Ambrosio, naso, tibia, nuca, orecchio, gol. La Lazio protesta: “Ha segnato senza aspettare che il portiere si rialzasse come vorrebbe il fair play”. L’arbitro del Var, Angelo Roncalli, dice a Rocchi che il gol è valido.

41′. Felipe Anderson recupera palla al limite della sua area e corre fino al limite della nostra. Nel frattempo aveva dato palla a Lulic che gliel’aveva restituita mentre D’Ambrosio e Miranda guardavano ammirati la linearità del contropiede. Tiro, gol. Handanovic non esce nè si tuffa: “Cioè, pretendete troppo”.

44′. Milinkovic Savic tira, Handanovic respinge di pugno: “E allora? Gne gne gne”.

Fine primo tempo. Pagelle Inter: Handanovic 5.5; Cancelo 5.5, Skriniar 6, Miranda 5.5, D’Ambrosio 6; Vecino 4, Brozovic 6.5; Candreva 4, Rafinha 5, Perisic 6; Icardi 4. All. Spalletti 5

Secondo tempo

4′. Cross di Tiberio Murgia, Handanovic si tuffa e la tocca, Miranda stupefatto la mette in angolo.

10′. Cross di Brozovic, Perisic di testa impegna Strakosha che para stoppando di petto e facendo juggling.

15′. Cambio nell’Inter: esce Candreva, dentro Eder. Ausilio chiama l’Uefa per chiedere notizie sulle qualificate di Estonia, Lettonia, Lituania, Moldova e Lapponia.

16′. Cross di Brozovic per Eder che di testa manda di poco alto. Strakosha aveva chiesto il medical timeout ed era in bagno.

18′. Felipe Anderson tira sull’esterno della rete, Handanovic si inginocchia: “Beh, ci stava”.

20′. Cambio nell’Inter: esce Rafinha, dentro Karamoh. Il Barcellona chiama Ausilio: “Tenetelo, non c’è problema”.

25′. Radu cade in area, la sfiora con la mano e Icardi, che era lì vicino, capisce di essere finalmente inquadrato dopo 65′ di assenza e protesta con veemenza per rispettare il bonus contrattuale: “Protestare con veemenza almeno una volta a partita”.

26′. Corner, cross, Milinkovic Savic la prende con non si sa cosa, Rocchi dà il rigore, non può essere vero. Infatti l’arbitro del Var, Piero Pacciani, dice che non lo è. Milinkovic Savic cerca di calmare gli animi: “Non l’ho presa col braccio, è che ho la clavicola lunga”.

30′. I primi tifosi interisti abbandonano l’Olimpico in lacrime, alcune migliaia in piena depressione lasciano pub e case di amici, altre migliaia davanti alla tv girano su Fazio o Un giorno in pretura: “Ma dove cazzo andiamo, dai, ma quale cazzo di Champions, è già tanto se ci siamo salvati… Squadra di merda, portiere inguardabile, Icardi e Vecino fanno cagare e quel deficente abbronzato mi mette dentro Eder… il Real mette Asencio e noi mettiamo Eder… Minchia, ha fatto il partitone pure De Vrij… e naturalmente te lo mettono sempre nel culo, un rigore non te lo danno manco morti…”.

31′. Eder di prima lancia Icardi in area, De Vrij interviene tipo Chuck Norris. Rigore, confermato dall’arbitro del Var Florence Nightingale. Batte Icardi, gol. 2-2.

31′ 30″. Migliaia di interisti tornano frettolosamente all’Olimpico, al pub, a casa degli amici, in posizione eretta sul divano e su Premium o Sky.

33′. Lulic entra in scivolata su Brozovic e lo stende. Al confronto del fallo di Pjanic sembra una seduta di petting avanzato, ma Rocchi che fino a quel momento ha fischiato anche le scoregge non può esimersi dall’estrarre il secondo giallo. Lazio in 10.

33’05”. Il popolo interista ribolle come ai vecchi tempi: l’espulsione di Lulic ricompatta le fila, adrenalina alle stelle, urla, strepiti, cori, blandi abusi sessuali, piccoli vandalismi casalinghi, introduzione della flat tax, richieste di rinnovo di contratto per Eder.

35′. Assalto. Karamoh cerca di uccidere Perisic e sfiora il gol. Alla carica! Juve merda!

36′. Fuori D’Ambrosio, dentro Ranocchia.

36’10”. Ranocchia entra come un ossesso alla Materazzi e va direttamente nell’area della Lazio, schierata in attesa del corner. Panico. Musica di Ennio Morricone. Brividi alti così.

36’20”. Corner. Pum! Palla sul primo palo, Ranocchia si libra in volo alla Baryshnikov e confonde le idee alla già confusa Lazio, Vecino la prende in piena fronte e la mette sull’altro palo.

36’21”. GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA. 2-3.

39′. Inzaghi si gioca la carta Nani, esce De Vrij che in lacrime si siede direttamente nella panchina dell’Inter e gioca a Fifa 2018 con Pinamonti.

40′. Conclusione di controbalzo dal limite di Milinkovic-Savic, palla che esce di un soffio. Handanovic si tuffa per sporcarsi un po’ anche la coscia destra.

45′. Eder svaria alla Garrincha e la mette in area per Icardi che inciampa come un bambino dell’asilo e fallisce il 4-2: “Non è giusto infierire sugli avversari, e poi non avevo fissato l’extra bonus per i 30 gol”.

47′. Rocchi espelle Owen Wilson, non si sa a quale titolo seduto nella panchina della Lazio.

49′. Rocchi fischia la fine, l’Inter è in Champions League, la Lazio in Estonia Moldova Prussia Bielorussia.

Pagelle finali Inter: Handanovic 8; Cancelo 7.5, Skriniar 8 (31′ st De Vrij 9), Miranda 8, D’Ambrosio 8 (36′ st Ranocchia 8,5), Vecino 9, Brozovic 9; Candreva 6 (16′ st Eder 8.5), Rafinha 6 (23′ st Karamoh 8), Perisic 8.5; Icardi 9. All. Spalletti 9

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aprile 29, 2018
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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gennaio 28, 2018
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Spal Ferrara-Gioaimari Milano 1-1

Handao Mario: 5. A parte un’uscita a vuoto tipo labirintite fulminante, vigila bene la porta per quasi novanta minuti fino all’azione del pareggio: sta per offrire il suo corpo alla scienza, poi pensa a chi glielo fa fare e si limita a sperare che Paloschi la tocchi male. Ottimista.

Dambrao Mario: 5. Al rientro cerca di tenere il campo con sicurezza e di non stressare il ginocchio. Gli riesce bene soprattutto la seconda cosa. Dalla sua parte Betty Kurtic fa un po’ troppo volume per poterlo assolvere.

Joao Marianda: 5. E’ tra i migliori, o i meno peggiori (la Crusca chiuda un occhio), ma è coinvolto nel disastro finale come un correntista di Banca Etruria: non ha colpe ma lo prende in quel posto.

Milao Skririo: 5. Lo Skriniar di due mesi fa nell’azione del pareggio sarebbe uscito da solo dall’area a testa bassa svellendo 15 spallini e involandosi in contropiede triangolando con se stesso e segnando il 2-0. Ma due mesi fa erano due mesi fa.

Joao Marielo Cancelao: 5. Vedi alla voce Miranda, oggi il 5 è il voto migliore che si può dare anche a chi si è guadagnato onestamente la pagnotta. E’ un mistero vivente: schierato a sinistra, gioca per 55 minuti col solo piede destro. Al primo cross di sinistro è gol. Questo incasinerà ulteriormente Spalletti, quindi 5.

Joao Borjao Valerio: 4. Facciamo volentieri alcune eccezioni al 5. Borja non può giocare male, non ce lo possiamo permettere. Infatti il nostro centrocampo sembrava la spiaggia di Dunkirk prima che arrivassero le barche civili e Tom Hardy.

Vecinao Mario: 5. Serenamente: lo stiamo rovinando. Lui non è Iniesta, ok, e quelli intorno a lui fanno ca-ca-re, roba che alla prossima partita gli viene l’attacco di panico mentre esce dal tunnel con il bambino per mano. E fa giocare il bambino.

Marceo Brozorio: 5. L’Inter ha fatto talmente schifo che lui sembrava interessato alle sorti della partita, quasi sbattersi. Ha scosso la testa il 24,2% in meno rispetto alla media delle partite precedenti.

Candrevao Mario: 4. E’ l’Hamsik dell’Inter, nel senso che ormai lo sostituiscono sempre per fare spazio a chiunque. La differenza è che nei 60-70 minuti in cui gioca Hamsik incide, segna, controlla, domina, penetra, difende (seguono altri 17 versi di intonazione positiva).

Ivanao Perio: 4. Ne azzeccasse una, santa madonna. Amnesty International ha chiesto alla Croazia se per caso sia stato maltrattato.

Maurao Icardario: 4. Il Capitano vive in un mondo tutto suo: cioè, gioca come se Candreva e Perisic fossero in gran forma, aspettando palle che non arriveranno mai. Non arrivano, si intristisce, triplice fischio, pullman, casa, Instagram, dormire.

Ederao Citadins Martirio: 5. Perfetta media tra la buona volontà (6), la simpatia (6), l’educazione (6), i risultati (4) e il profilo tecnico (3). Al campetto quelli come lui facevano furore. Ok, Ferrara è un campetto, ma non in quel senso.

Robertao Gaglialdirio: 4. E’ arrivato da un anno, da nove mesi tentiamo di recuperarlo da un leggero infortunio e da uno spaesamento senza confini. Uomo decisivo, per la Spal.

Rafinhao Rafinhario: s.v. Ha tre giorni per tornare al Barcellona, una clausola tipo Amazon che potrebbe risparmiargli un pessimo semestre.

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dicembre 24, 2017
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Vi ricordavate che dovevamo morire?

Cioè, guarda la sfiga: non ti vanno a togliere la pausa natalizia proprio nell’unico anno in cui ne avresti avuto bisogno come la crema di mascarpone sul panettone? Naturalmente, fino alla scorsa stagione abbiamo detto il peggio possibile delle lunghe vacanze natalizie del nostro calcio. Vinci prima di Natale? Ecco, adesso ‘sta cazzo di pausa ci toglie il ritmo. Perdi prima di Natale? Ecco, invece di rimediare velocemente alla sconfitta se ne vanno tutti alle Maldive e buonanotte al secchio. Fai cagare e perdi i pezzi prima di Natale (è la storia di queste ore)? Ecco, nel periodo in cui fino a un anno fa avremmo quantomeno potuto ricaricare le pile, ti aspettano nel giro di dieci giorni Milan, Lazio e Fiorentina. Ovvero: derby dentro-fuori di Coppa Italia con i cugini che stanno molto peggio di te e, arrivati al fondo del barile, non possono che fare meglio (anche se è difficile immaginare come); match-spareggio per il quarto posto nel tuo momento peggiore con avversari non impeccabili ma certamente più sereni davanti alla prospettiva di un insperato sorpasso; prima di ritorno su campo tradizionalmente ostico e avaro. Poi, dopo una pausa per non ho capito bene cosa, ci sarà la Roma.

No, prima che mi dimentichi: Buon Natale a tutti.

Dicevamo: ognuno di noi aveva ben presente che prima o poi si doveva morire, un po’ perché ce lo auguravano tutti (vabbe’, ci sta) e un po’ perchè ce le ricordavamo spesso anche tra di noi, come i frati trappisti, incontrandoci agli angoli dei chiostri ogni volta che la serie positiva si allungava di uno. Diciamo che, se quattro indizi fanno una prova (Juve, Pordenone, Udinese, Sassuolo: quattro partite, un gol), il momento magico è ampiamente finito e, senza isterismi (in fondo siamo ancora terzi), bisogna provare a riordinare le idee e fare un po’ di training autogeno, oltre che rimettere in piedi la baracca (leggasi: quei quattro o cinque che improvvisamente si sono afflosciati su se stessi) senza per forza attenderci un altro momento magico, ma un concreto cammino verso il nostro unico obiettivo.

Vabbe’, lasciamo da parte la grottesca serata col Pordenone, ma nelle tre partite prenatalize di campionato abbiamo fatto un punto, tra l’altro in quella più difficile, in cui probabilmente abbiamo speso le ultime riserve di quella energia mentale che ci aveva trascinato fin lassù. Tre partite, un punto, un gol: Juve e Napoli ne hanno fatti sette, Roma e Lazio quattro. Ergo, in tre partite abbiamo perso sei punti da Juve e Napoli, tre da Roma e Lazio.

E sono proprio i tre punti persi da Roma e Lazio che fanno tremendamente girare i coglioni, oltre che preoccupare per il futuro. Persi con Udinese e Sassuolo. Persi alla vigilia degli scontri diretti, che sono quelli veri, quelli decisivi (perchè Napoli e Juve possiamo già darli per persi, e il campionato ce lo giochiamo sicuramente con le romane).

Serviva una pausa e non ci sarà. Siamo soli con noi stessi. Del tipo: con Miranda e D’Ambrosio che staranno fuori un mese, con Perisic in crollo fisico verticale, con Candreva che mira direttamente alla sagoma, con Icardi che in tre partite avrà visto quattro palloni, con il centrocampo non brillantissimo (per dire). Quello zuzzurellone di Brozo ci suggerisce l’immagine più nitida: come lui, noi che rincorriamo l’avversario senza morderlo, ci fermiamo per lasciarlo ripartire,  scuotiamo la testa, non lo prendiamo più.

Doveva capitare, prima o poi, sennò non si perdeva mai, sennò era scudetto, e onestamente non siamo attrezzati. Ora però bisogna metterci una pezza: in questo campionato a cinque, tutto possiamo fare tranne arrivare quinti. Ricordati che puoi arrivare quinto, fratello: lo dicevano anche i frati trappisti prima del torneo conventuale di scala 40.

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dicembre 20, 2017
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Christmas Party, la classe non è acqua

Mentre altre squadre di Milano annullavano la festa di Natale optando per un più sobrio ritiro punitivo alla Cayenna, l’Inter festeggiava il ritorno fra gli umani (cioè la fine dell’imbattibilità) con il tradizionale Christmas Party, ormai un appuntamento classico dell’inverno milanese in cui i più genuini valori dello sport si fondono con la raffinitezza delle scelte tipicamente fashion. Ecco, in alcune immagini scattate alla festa nerazzurra, allietata dalle note di Max Pezzali, come l’interismo si dimostra vieppiù una tendenza, una moda, un gusto innato (cose che peraltro sapevamo).

ch1

Davide Santon (voto: 7,5) si presenta alla festa in un elegante total black con papillon, mentre la moglie Chloe (voto: 5), che non è italiana, cade in uno spiacevole equivoco – aveva capito “Carnevale” – e si presenta in costume da Batgirl sexy, provando a sdrammatizzare con un largo sorriso davanti ai fotografi sbalorditi in attesa che la tata arrivasse con un vestito vero.

ch9

Antonio Candreva (voto: 5,5) opta per un serioso doppiopetto nero da manager delle pompe funebri, suscitando l’ilarità di Andrea Ranocchia (voto: 6,5) che va sul sicuro con un abito della festa da bravo ragazzo, simbolo della ritrovata serenità.

ch3

L’eleganza e la semplicità premiano sempre e Steven Zhang (voto: 8) si dimostra ancora una volta a suo agio nei panni dell’occidentale alto di gamma. Non male anche Luciano Spalletti (voto: 6) che sceglie un elegante e paraculo cromatismo nero e azzurro, inspiegabilmente prostrato da una cravatta stile sacco nero condominiale.

ch2

Danilo D’Ambrosio (voto: 6) sceglie una soluzione classica e di sportiva eleganza, che peralto – data la sua rudezza da terzino – lo fa confondere in più occasione con i camerieri del catering. Bene ma non benissimo la moglie Enza (voto: 5), vestita da cosplayer di Pretty Woman.

ch7

Inqualificabile abito da pomeriggio ad Ascot per Francesco Toldo (voto: 5), mentre Luis Suarez (voto: 5,5) sceglie bene il vestito, ma poi non trova la cravatta e prende a caso da un cassetto quella sociale di 18 anni fa in versione tarocca, comprata a 10mila lire in un chioschetto nel parcheggio esterno di Appiano Gentile.

ch6

Joao Mario (voto: 8) impeccabile nell’abito, nella sciarpetta, nel portamento, nel sopracciglio e nello sguardo malandrino a metà tra Rodolfo Valentino, Lewis Hamiltom e Lawrence d’Arabia. Eleganza e sintomatico mistero, metrosexualismo a livello Beckham. Se questa foto diventa un minimo virale, si candida a icona gay del 2018.

ch8

Ciccio Colonnese (voto: 5,5) osa troppo con un look a metà tra Amedeo Minghi e David Copperfield, mentre Salvatore Fresi (voto: 5) al contrario punta eccessivamente sul minimal con un abito Facis comprato al Carrefour e uno smartphone al posto del fazzoletto.

ch10

La coppia più ammirata della festa: Mauro Icardi (voto: 7) sfoggia un elegante abito modello Don Diego de la Vega con cravatta smilza alla Lionel Messi, mentre per Wanda Nara (voto: senza voto) non c’è voto, non c’è parola, non c’è aggettivo, non c’è reggipetto.

ch11

Javier Zanetti (voto: 7) punta al blu con sicurezza e con maglioncino in stile Marco Branca, Piero Ausilio (voto: 6) si accorge di non brillare per originalità e come al solito fissa un punto indefinito quando gli scattano una foto, mentre Billy Bob Thornton (voto: 6) si affida a una soluzione senza acuti per temperare il suo naturale look maledetto.

ch5

Tra le vecchie glorie, Beppe Baresi (voto: 7) è quello vestito con la soluzione più semplice e al tempo stesso più elegante. Non sfigura nemmeno Spillo Altobelli (voto: 6) colto però nel momento imbarazzante in cui cerca di vendere a un prezzo di favore il suo cellulare al vecchio compagno di tante battaglie.

ch14

Gioco, partita e incontro: i coniugi Nagatomo (voto: 9) vincono alla stragrande. Ormai Yuto è un punto di riferimento totale: miglior voce, miglior look, miglior prolungamento del contratto. No, facciamoci delle domande.

ch12

E veniamo al caso della serata. Mentre, a destra, Joao Miranda (voto: 6,5) sorride intabarrato nel suo smoking modello Notte degli Oscar, che lo fa sinistramente assomigliare a Sammy Davis jr, a sinistra Milan Skriniar (senza voto) si mostra fiero della sua scelta stilistica: giacca dello smoking di due taglie più piccola, camicino bianco comprato all’Auchan di Cesano Boscone, jeans, sneakers e niente calze.

ch16

Skriniar, a suo completo agio tra gli elegantoni della festa, posa con Andrea Pinamonti e Zinho Vanheusden cui, con un atto di nonnismo, ha fatto togliere la cravatta. Il significato del suo sguardo al fotografo non lascia spazio ad altre interpretazioni: “Scatta alla svelta che li devo portare a troie”.

ch13

Come Nagatomo, anche Skriniar è ormai un punto di riferimento irrinunciabile per lo spogliatoio: qui trascina Marcelo Brozovic (voto: 6), pettinato alla cazzo ma vestito in maniera stranamente normale, in una irresistibile gag che strappa un’altra risata a Ranocchia, un uomo ormai visibilmente rinato.

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settembre 25, 2017
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Vedi l’Inter e dici boh

La cosa fantastica – e al tempo stesso spaventosa, a pensarci bene – di questo inizio di campionato dell’Inter è che nessuno, dico nessuno, da Zhang fino all’ultimo relitto da bar sport (e passando da figure-chiave tipo Spalletti e me, voi, noi tutti) sembra averci minimamente capito qualcosa. O meglio, sembra poter essere in grado di mettere in seria relazione la realtà (terzi in classifica quasi a punteggio pieno, miglior difesa del campionato) con il percepito (una squadraccia che mediamente gioca di merda e che salva il culo in qualche modo prima che l’arbitro fischi tre volte).

Se una cosa possiamo spremere dalle fredde cifre e da quello che si è visto finora è che l’Inter sta viaggiando pericolosamente in bilico tra gli altari e la polvere. E pericolosamente in bilico anche tra gli umori della tifoseria, ormai già borderline dopo appena sei giornate, tra la stupefatta esaltazione da zone alte della classifica e le indicibili perplessità su due terzi della rosa e, in generale, sul futuro del nostro campionato. Dopo tre partite in casa sono già partite le sentenze dei fischiatori, che rischiano di assottigliare ancora di più la rosa, quantomeno la sua sanità mentale. Ok la pazza Inter, ma qui siamo già al mezzo delirio collettivo.

E in effetti c’è da diventarci pazzi. Prendi i gol. Partiamo da quelli fatti: 12, media perfetta di 2 a partita, e fin qui tutto ok. Nove (9), cioè i tre quarti, sono stati segnati negli ultimi 20 minuti. Bene o male? Bene: la squadra ci crede fino alla fine, riesce a risolvere le partite nel finale? O male: non riusciamo mai a sbloccare, siamo lenti e inconcludenti fino a quando abbiamo l’acqua alla gola? Boh.

Quelli subiti, due (Dzeko e Verdi), dicono che siamo la miglior difesa del campionato. Ed è un dato strabiliante se pensiamo che solo su due uomini (Handanovic e l’incredibile Skriniar) oggi mettono tutti d’accordo, mentre sul resto – a cominciare da un Miranda non brillantissimo – si naviga a vista. Mentre preghiamo in tutte le lingue che la coppia centrale goda di infinita salute, abbiamo iniziato un’altra stagione con l’eterno problema degli esterni, con D’Ambrosio che diventa uomo irrinunciabile, con Nagatomo che (rumore di tuoni in sottofondo) dobbiamo ringraziare di esistere (no, sennò chi giocava in un paio di partite?). I nuovi sono eterei: Cancelo subito lungodegente, Dalbert ancora in pieno cantiere fisico e mentale (sarà veloce di gamba, ma a prendere una decisione ci mette mezz’ora). E quindi: boh.

A centrocampo siamo in un discreto marasma. Non ce n’è uno che potresti salvare al 100 per 100, non uno. Borja Valero non arriva in fondo alle partite (e anche sul durante avremmo da ridire), Vecino alterna buoni lampi a lunghe mediocrità, Gagliardini (che si era perso) deve tornare “quel” Gagliardini, così come Brozo deve tornare il Brozo che un tot di volte tutti giuriamo di aver visto, senza incaponirsi nei suoi scioperi bianchi o nei suoi ingobbimenti  a vuoto. Joao Mario è un mistero, perchè nel breve lasso di sei partite lo abbiamo visto entrare e cambiare tutto, ma anche un paio di volte giocare per gli altri. Eppure, è il centrocampo dei terzi in classifica. Boh.

In attacco i punti fissi sono Perisic e Icardi (che nelle ultime due partite avrà toccato tre palloni, di cui uno in difesa che sembrava Sergio Ramos. Avere Icardi e non mettergli un pallone decente, boh). Candreva – entrato come Brozo nel girone dei fischiati, da cui storicamente non è facile uscire – è sprofondato nel loop dei cross inutili e forse bisognerebbe toglierlo da lì. Sta uscendo come un gigante Eder, no dico, Eder!, l’emblema del “non è da Inter” ma che almeno ci mette una garra che tre quarti dei compagni si sognano. Poi succede che entra un ragazzo mai sentito nominare prima che lo comprassimo e San Siro prova palpiti di eccitazione. Beh, è il minimo data la situazione. Due gol a partita, l’attacco dei terzi in classifica ti perlime da morire. Boh.

E poi c’è il mister, anche lui in bilico come la squadra e tutti noi. In bilico tra le cifre che gli danno ragione e i fatti che lo mettono di fronte a un lavoro ancora lungo. In bilico tra le nozze e i fichi secchi, laddove un allenatore può limitarsi a fare il suo oppure a diventare valore aggiunto. Spalletti è geniale a non farsi capire dal mondo ma a farsi capire dalla squadra (almeno a non rinunciare mai a farlo). Il suo “smettila di scuotere la testa” detto a Brozo dalla panchina è la miglior indicazione tecnico-umana uscita dalla nostra panchina da mesi, forse anni. Facciamo come lui: crediamoci.

L’Inter di oggi è un deja-vu recentissimo: due anni fa l’inguardabile Inter manciniana arrivò fino a Natale da capolista (anche con 4 punti di vantaggio) e rischiò di girare da campione d’inverno prima di vedersi ridimensionare le sue forse eccessive ambizioni. E anche questa Inter deve decidere di che morte morire, nel senso che dietro due squadre probabilmente inarrivabili si gioca un sottocampionato che si può vincere, se l’ingranaggio si mette a funzionare davvero. Oggi siam qui a chiederci quanto pesa il culo sui nostri 16 punti, ma intanto li abbiamo messi in saccoccia. Il campionato vero sono le dieci partite contro le uniche cinque avversarie vere, e per ora siamo a punteggio pieno. Adesso andiamo a mietere il grano a Benevento: a metà ottobre, dopo la pausa, nel giro di dieci giorni il trittico Milan-Napoli-Samp dirà chi siamo davvero.

 

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aprile 10, 2017
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Perdere a Crotone, quando si fa sera

Ci eravamo illusi? Beh, ne avevamo ben donde: dopo Napoli e fino alla sbornia con l’Atalanta, se la tua squadra su 13 partite ne vince 11 illudersi è concesso, anzi, è quasi un dovere. Se in condizioni del genere non ci si illude come bambini dell’asilo, santiddio, allora che gioco è? Allenatore nuovo, spirito nuovo, aria nuova e quanto ce n’è (o quanto ce n’era): 11 vinte su 13 è una media che firmeresti fino alla notte dei tempi (e nelle prime 10 di queste 13 partite abbiamo subito solo 3 gol, la sintesi di una macchina quasi perfetta). Il problema è che, guardando il calendario a ritroso, alla serie vincente se n’è via via sovrapposta una molto più mediocre di cui abbiamo tardato ad accorgerci. Noi ancora facevamo i calcoli dal dopo Napoli-Inter in poi, e invece l’Inter aveva già imboccato una strada declinante. Da Juve-Inter (compresa) a oggi, abbiamo fatto 13 punti in 9 partite. E’ una media da dodicesimo posto, quella che avevamo con De Boer. E’ una media che abbiamo cominciato a tenere proprio all’apice del nostro campionato, quando eravamo arrivati al quarto posto a un tiro di schioppo dalla Champions.

La sera della 22ima giornata, la classifica era questa: Juve 54, Roma 47, Napoli 45, Inter 42, Lazio 40, Milan 40, Atalanta 39, Fiorentina 37.

Prendiamo la classifica della 31ma, facciamo due sottrazioni con la calcolatrice del telefonino e scopriamo che in queste ultime nove giornate la Roma ha fatto 24 punti, la Juve 23, il Napoli 22, la Lazio e l’Atalanta 20 (dunque, 5 squadre hanno tenuto una media superiore ai 2 punti a partita), il Milan 17, la Fiorentina 15. L’Inter 13. Nove giornate in cui la Champions si è allontanata anni luce e in cui, per restare a obiettivi meno lisergici, abbiamo perso 7 punti da Lazio e Atalanta e 4 dal Milan. Fino ad arrivare alla classifica piagnucolosa di stasera, che ci vede settimi, fuori da tutto.

Bei tempi, quando ci si illudeva. Alzi la mano chi non si era illuso almeno un pochino. Io mi inebriavo di illusioni, sognavo il terzo posto – come minimo – e Icardi, Gagliardini e Gabigol sul podio del Pallone d’Oro. In un angolo del cervelletto avevo confinato i due grandi dubbi che nutrivo e che confidavo timidamente solo agli amici più cari, col risultato di sentirmi dare del menarogna:

  1. oggettivamente, tra tante vittorie non si poteva non notare che con le squadre più forti le prendevamo regolarmente (con Pioli, perso con Napoli, Juve, Roma e nel dentro/fuori con la Lazio in Coppa, in casa) e incontestabilmente, magari facendo buone partite ma senza abbreviare le distanze.
  2. soggettivamente, temevo che prima o poi avremmo pagato il conto dei primi 4 folli mesi della stagione, con i quattro allenatori, i casi umani, le tragedie di Europa League, i casting eccetera eccetera, non fosse altro per la fatica di stare continuamente in bilico sullo strapiombo, che se vinci è ok e se non vinci è un disastro epocale, concetto che mi è apparso ben chiaro la sera del 2-2 col Toro.

Ora, su cosa sia successo in queste ultime tre partite potremmo discutere per ore. Dopo i quattro mesi in bilico, è bastato mettere il piede in fallo un paio di volte di fila per crollare miseramente. Male a Torino, ma almeno con la forza di rimetterla in piedi. Malissimo con la Samp, vittimi della nostra supponenza, una supponenza irritante se rapportata alle intime certezze (zero) e al raggiungimento degli obiettivi (meno di zero). Epocalmente disastrosi a Crotone, contro una squadra che tre settimane fa era retrocessa, presi a pallate senza colpo ferire, un primo tempo da vergognarsi per generazioni.

Un disastro che coinvolge tutti i giocatori e l’allenatore, che ha perso completamente il controllo della situazione e al quale va la nostra compassione (non è facile restare in balìa di una rosa con un tasso di personalità del limite della decenza) ma fino a un certo punto (perchè ormai anche per lui è arrivata la resa dei conti, e i conti ora sono in rosso). Le scelte delle ultime due partite inquadrano impietosamente Pioli, così come impietosamente hanno inquadrato l’Inter.

Giocatori spremuti (Candreva), altri lontani dalla forma (Icardi, Perisic), altri in via di perdizione (Brozovic) o ormai persi almeno per questa stagione (Joao Mario) o per sempre (Gabigol), reparti planati dalla massima efficenza allo sbando (la difesa), fondamentali che in Lega Pro forse curano meglio (il cross)… Pioli e l’Inter si sono coalizzati per dare il peggio dopo aver vissuto, e averci fatto vivere, un inverno a tratti magico. Da qui in poi sono tutte finali per il quinto posto, con tutta la tristezza che questa frase porta con sè. Del resto le ultime due partite hanno detto tutto: questa Inter giustifica l’uso dell’atomica e Suning forse sta già muovendo la sua portaerei verso le acque di Appiano Gentile e corso Vittorio Emanuele.

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dicembre 21, 2016
di settore
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Pagelle che a leggerle si diventa ciechi

pagelle

Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così l’abbiamo solo noi.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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