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maggio 14, 2018
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Interista erotico stomp

E’ stato intorno alle ore 17 di domenica 13 maggio 2018 che, solo in casa, nell’atto di passeggiare nervosamente davanti al televisore e, a un certo punto, di urlare

“Arbitro, tempo!”

ecco, è stato in quel momento che mi si è palesata con precisione la drammaticità della nostra condizione di interisti. Davo segni di impazienza – “Arbitro, tempo!” – e di squilibrio, ma non stava giocando l’Inter. Che, com’è noto, aveva giocato la sera prima. E non era stata una bella serata. Per dire, io mi ero pure impegnato in un percorso di de-imbarbarimento,  arrivando a barattarla elegantemente con l’attesa proiezione di Loro 2.

“Amore, decidi tu – avevo detto sabato pomeriggio simulando il più completo disinteresse per la partita, che a Servillo servirebbero 15 giorni di metodo Stanislavskij per arrivare a un simile livello di dissimulazione – per me è uguale, Inter o cinema, non c’è problema, decidi tu, è uguale, figurati, iniziano alla stessa ora, tranquilla, il Sassuolo, no dico, il Sassuolo, tzè”.

Attesa.

“No dai, vabbe’, c’è l’Inter…”

“Ti giuro, sono sereno, decidi tu”, ribadivo mentre la fronte mi si imperlava di sudore.

“No dai, vabbe’, c’è l’Inter…”.

“Grazie”, replicavo baciandole i piedi, “grazie grazie grazie”. Mi sentivo in quel momento come un eletto, un prescelto, un miracolato, uno dei settantamila fortunati ammessi alla Scala del calcio per Inter-Sassuolo, il match del secolo per la conquista peraltro non matematica del quarto posto. Il fatto che poi sia finita a schifìo, nonostante tutto, non mi ha tolto il sonno.

Perchè? Perchè noi interisti siamo diversi. Tipo che prima di Udinese-Inter eravamo preoccupati all’inverosimile. Non negatelo. “No, scusa, ma sono in serie negativa da settecento partite”. “Eh, appunto: è la legge dei grandi numeri”. “Ah, vero”. E così la notte prima non ho dormito.

Aspetta, però, facciamo ordine. Torniamo a Inter- Sassuolo. Non so voi, ma io a un certo punto mi sono accorto che su Rai1 c’era l’Eurovision Song Contest. Cioè, per me è un appuntamento centrale della stagione televisiva. Delle canzoni non mi interessa un emerito cazzo, ma mi piacciono le votazioni. Le adoro.

“Ci colleghiamo con l’Estonia! Ciao Estonia”

“Ciao Lisbona! Quanto amo il Portogallo! Il baccalau! Allora, i nostri 12 punti vanno a…”

Suspence.

“A Cipro!”

“Uaaaauuuu! Grazie Estonia!”

Cioè, secondo me dovrebbero farlo una volta al mese, non una volta l’anno. Tipo che elimini la parte delle canzoni e fai solo le votazioni. Poi adesso che hanno introdotto il televoto c’è possibilità per tutti fino all’ultimo. Per dire: Ermal Meta e Fabrizio Moro erano in zona retrocessione dopo il voto delle giurie dei Paesi, ma poi hanno preso una carrettata di punti col televoto e sono arrivati quinti.

Tipo l’Inter.

Sì, ma non è sul concetto di quinto posto che dobbiamo soffermarci. E’ sul concetto di televoto. Che alla fine ribalta tutto. Che non puoi spegnere la tv finchè non hanno dato l’ultima cifra. Che devi aspettare la sigla finale. L’ultimo minuto disponibile.

Tipo l’Inter.

Cioè, praticamente alle ore 17 di domenica 13 maggio 2018 ero lì che urlavo “Tempo, arbitro!” guardando Crotone-Lazio, e questo dice molto, se non tutto. Noi interisti siamo oltre, siamo oltre i nostri stessi beniamini. Noi sì che non molliamo mai, noi sì che ci crediamo fino all’ultimo. Anche a costo di guardare Crotone-Lazio come fosse Argentina-Brasile, e di urlare

“Arbitro, tempo!”

come se da quella partita dipendessero chissà quasi destini. Tipo i nostri, per dire. Crotone-Lazio. Arbitro, tempo! La nostra dolce tortura durerà un’altra settimana ancora, sognando un quarto posto e la vendetta del 5 maggio e il ritorno tra gli eletti e un’estate a leggere la Gazza per sapere chi prende l’Inter. Una settimana ancora di calcoli astrusi, polemiche insensate, formazioni creative, liste di proscrizione. Una settimana ad amarla e odiarla e amarla, come sempre.

Che poi la cosa che mi ha turbato di più, sabato sera, non è stato Berardi e neanche Icardi. E’ stato che all’Eurovision Song Contest gareggiava l’Australia. Cioè, che cazzo c’entra l’Australia?

“E Israele, allora? Cosa c’entra Israele?”

“No, quello è diverso, amore. Praticamente, la cicciona che ha vinto è come il Beer Sheva”.

“Scusa?”

“Gioca in Europa anche se è di Israele”.

Lei non capiva bene, ho cercato di spiegarglielo. Mentre spiegavo, ho realizzato che non trovare più il Beer Sheva tra i coglioni sarebbe un buon motivo per andare in Champions League. Uno tra i tanti buoni motivi. Forza Inter, abbasso Lazio, Juve merda.

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aprile 10, 2017
di settore
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Perdere a Crotone, quando si fa sera

Ci eravamo illusi? Beh, ne avevamo ben donde: dopo Napoli e fino alla sbornia con l’Atalanta, se la tua squadra su 13 partite ne vince 11 illudersi è concesso, anzi, è quasi un dovere. Se in condizioni del genere non ci si illude come bambini dell’asilo, santiddio, allora che gioco è? Allenatore nuovo, spirito nuovo, aria nuova e quanto ce n’è (o quanto ce n’era): 11 vinte su 13 è una media che firmeresti fino alla notte dei tempi (e nelle prime 10 di queste 13 partite abbiamo subito solo 3 gol, la sintesi di una macchina quasi perfetta). Il problema è che, guardando il calendario a ritroso, alla serie vincente se n’è via via sovrapposta una molto più mediocre di cui abbiamo tardato ad accorgerci. Noi ancora facevamo i calcoli dal dopo Napoli-Inter in poi, e invece l’Inter aveva già imboccato una strada declinante. Da Juve-Inter (compresa) a oggi, abbiamo fatto 13 punti in 9 partite. E’ una media da dodicesimo posto, quella che avevamo con De Boer. E’ una media che abbiamo cominciato a tenere proprio all’apice del nostro campionato, quando eravamo arrivati al quarto posto a un tiro di schioppo dalla Champions.

La sera della 22ima giornata, la classifica era questa: Juve 54, Roma 47, Napoli 45, Inter 42, Lazio 40, Milan 40, Atalanta 39, Fiorentina 37.

Prendiamo la classifica della 31ma, facciamo due sottrazioni con la calcolatrice del telefonino e scopriamo che in queste ultime nove giornate la Roma ha fatto 24 punti, la Juve 23, il Napoli 22, la Lazio e l’Atalanta 20 (dunque, 5 squadre hanno tenuto una media superiore ai 2 punti a partita), il Milan 17, la Fiorentina 15. L’Inter 13. Nove giornate in cui la Champions si è allontanata anni luce e in cui, per restare a obiettivi meno lisergici, abbiamo perso 7 punti da Lazio e Atalanta e 4 dal Milan. Fino ad arrivare alla classifica piagnucolosa di stasera, che ci vede settimi, fuori da tutto.

Bei tempi, quando ci si illudeva. Alzi la mano chi non si era illuso almeno un pochino. Io mi inebriavo di illusioni, sognavo il terzo posto – come minimo – e Icardi, Gagliardini e Gabigol sul podio del Pallone d’Oro. In un angolo del cervelletto avevo confinato i due grandi dubbi che nutrivo e che confidavo timidamente solo agli amici più cari, col risultato di sentirmi dare del menarogna:

  1. oggettivamente, tra tante vittorie non si poteva non notare che con le squadre più forti le prendevamo regolarmente (con Pioli, perso con Napoli, Juve, Roma e nel dentro/fuori con la Lazio in Coppa, in casa) e incontestabilmente, magari facendo buone partite ma senza abbreviare le distanze.
  2. soggettivamente, temevo che prima o poi avremmo pagato il conto dei primi 4 folli mesi della stagione, con i quattro allenatori, i casi umani, le tragedie di Europa League, i casting eccetera eccetera, non fosse altro per la fatica di stare continuamente in bilico sullo strapiombo, che se vinci è ok e se non vinci è un disastro epocale, concetto che mi è apparso ben chiaro la sera del 2-2 col Toro.

Ora, su cosa sia successo in queste ultime tre partite potremmo discutere per ore. Dopo i quattro mesi in bilico, è bastato mettere il piede in fallo un paio di volte di fila per crollare miseramente. Male a Torino, ma almeno con la forza di rimetterla in piedi. Malissimo con la Samp, vittimi della nostra supponenza, una supponenza irritante se rapportata alle intime certezze (zero) e al raggiungimento degli obiettivi (meno di zero). Epocalmente disastrosi a Crotone, contro una squadra che tre settimane fa era retrocessa, presi a pallate senza colpo ferire, un primo tempo da vergognarsi per generazioni.

Un disastro che coinvolge tutti i giocatori e l’allenatore, che ha perso completamente il controllo della situazione e al quale va la nostra compassione (non è facile restare in balìa di una rosa con un tasso di personalità del limite della decenza) ma fino a un certo punto (perchè ormai anche per lui è arrivata la resa dei conti, e i conti ora sono in rosso). Le scelte delle ultime due partite inquadrano impietosamente Pioli, così come impietosamente hanno inquadrato l’Inter.

Giocatori spremuti (Candreva), altri lontani dalla forma (Icardi, Perisic), altri in via di perdizione (Brozovic) o ormai persi almeno per questa stagione (Joao Mario) o per sempre (Gabigol), reparti planati dalla massima efficenza allo sbando (la difesa), fondamentali che in Lega Pro forse curano meglio (il cross)… Pioli e l’Inter si sono coalizzati per dare il peggio dopo aver vissuto, e averci fatto vivere, un inverno a tratti magico. Da qui in poi sono tutte finali per il quinto posto, con tutta la tristezza che questa frase porta con sè. Del resto le ultime due partite hanno detto tutto: questa Inter giustifica l’uso dell’atomica e Suning forse sta già muovendo la sua portaerei verso le acque di Appiano Gentile e corso Vittorio Emanuele.

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