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luglio 16, 2018
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Cristiano Ronaldo alla Juve: istruzioni per l’uso

Personalmente, ho eletto Cristiano Ronaldo mio giocatore preferito (interisti a parte, eh?) nel novembre 2013. Era già Cristiano Ronaldo da un pezzo, certo, aveva già vinto un Pallone d’Oro, ma non è che mi titillasse il velopendulo più di tanto. Dopo 4 Palloni d’Oro consecutivi (quelli figli del regolamento ultraridicolo introdotto nel 2010 e superato nel 2016), Messi sta per vincere il quinto in automatico tra gli sbadigli generali. Sembra tutto già deciso. Il 15 e il 19 novembre 2013, a un mese dalla tradizionale proclamazione prenatalizia, si giocano però gli spareggi europei per le qualificazioni ai Mondiali 2014.

Uno degli spareggi è Portogallo contro Svezia, CR7 contro Ibra, in palio un posto a Rio. Andata a Lisbona, gol di Cristiano Ronaldo, finisce 1-0 per il Portogallo. Ritorno a Solna quattro giorni dopo. Primo tempo, ancora gol di Ronaldo: 1-0. Secondo tempo, Ibra ne mette due in 4 minuti e ribalta il risultato: 2-1 per la Svezia. Al 74′ la Svezia è ancora in vantaggio e sogna l’impresa, ma Cristiano Ronaldo pareggia con un gol della madonna, e al 78′ parte in contropiede e segna un altro gol della madonna. 3-2 per il Portogallo, che si guadagna il Brasile. Il mondo del calcio improvvisamente si interroga: no, scusate, ma come si fa a non dare il Pallone d’Oro a uno così? E infatti glielo danno, in extremis, un Pallone d’Oro bellissimo, frutto di una specie di sollevazione popolare sommersa ma impetuosa.

Da allora ne vincerà altri tre (uno, in mezzo, di nuovo a Messi, vabbe’) per un totale di cinque. Ma il Pallone d’Oro, nella sostanza, conta quel che conta. Cristiano Ronaldo mi aveva semmai conquistato caricandosi una squadretta sulle spalle e portandola di peso al Mondiale. Ed è rimasto da allora nel mio Olimpo personale, solissimo, aggiornando via via le sue statistiche madridiste, 450 gol in 438 partite con il Real, cazzo, 450 gol in 438 partite. 450 gol, santiddio, di cui 311 in 292 partite di campionato e 105 (105!) in 101 partite di Champions. No, dico: a questo Messi gli può solo spicciare casa.

E’ un tale campione, CR7, che certe sue vicende personali – mi riferisco alla disinvolta modalità con cui ha fatto 4 figli tra madri ignote e/o surrogate (tranne l’ultimo), una robaccia alla Michael Jackson – sono trattate con una diffusa e formidabile indulgenza. Who cares? Ingravidi chiunque e come cazzo gli pare: è un cannoniere eccezionale, un atleta strepitoso, un professionista spaventoso. E adesso che viene in Italia bisognerebbe segnarsi la data sul calendario, perchè – ci piaccia o no – è un evento immane che si issa al livello che pareva irraggiungibile degli arrivi di Maradona o Ronaldo ( il nostro) e che riposiziona verso l’alto il calcio italiano nel piano cartesiano dello sport mondiale.

Il problema – porca puttana – è che lo ha preso la Juve.

Procedendo secondo la logique deductive di Clouseau, debbo ora decidere come metabolizzare il fatto che il mio calciatore preferito da oggi veste la maglia della mia squadra spreferita, la peggiore di tutte, quella che nella mia testolina di tifosotto ha la peggior reputazione di ogni tempo, la peggiore delle avversarie, il peggior posto dove poter andare, il peggio del peggio del peggio. E’ come se, dopo averla corteggiata per anni e averne parlato al bar con chiunque nel miglior modo possibile e averle scritto centinaia di lettere d’amore e aver tappezzato delle sue foto la mia cameretta, Jennifer Lawrence venisse a Pavia e si mettesse con un mio vicino di casa mafioso, drogato, truffatore, corruttore e negazionista. E juventino.

E’ terribile.

Ora, con estrema sincerità, devo dire che – a bocce ancora ferme – il sentimento che più mi frulla in corpo è la curiosità. La curiosità di vedere Cristiano Ronaldo nel campionato italiano, 38 partite da Milano a Frosinone, da Torino a Udine, e vedere se segnerà anche qui un gol a partita per i suoi quattro anni di contratto. La curiosità, anche, di valutare la gestione di un affare così spaventoso, inammortizzabile, una scommessa su un giocatore di 33 anni che ne compirà 34 già nelle prime giornate del girone di ritorno: uno splendido 34enne, per carità, il più splendido che c’è, ma pur sempre 34enne.

Cristiano Ronaldo non mi costringerà al bipolarismo: ammirerò con fredda oggettività i suoi gol e le sue giocate, ma avrà un’orribile maglia addosso e perciò non sprecherò altre emozioni per lui. Non gli auguro infortuni, ci mancherebbe altro: al limite, di inserirsi male in una squadra di gente antipatica e invidiosa, o di condizionare all’estremo le scelte tecniche dell’allenatore o di sconvolgere gli equilibri messi in discussione per fargli posto. Nel calcio non c’è nulla di automatico e, per quanto da uomini di mondo sappiamo come possono andare le cose, la palla continuerà a essere rotonda e capricciosa anche per gente stratosferica come Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Quando fisso il soffitto e cerco di farmi una ragione di questa merda di circostanza, mi sorprendo a vedere sempre una luce in fondo al tunnel: saranno cazzi, certo, ma quanto sarà bello vederli perdere.

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luglio 14, 2014
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Messi fa schifo, evviva Messi

When I was young, ho partecipato all’organizzazione di un torneo giovanile di calcio che ha avuto tre o quattro anni di discreto splendore. Otto squadre, due gironi, passano le prime due, semifinali incrociate, poi – di domenica – finale terzo e quarto posto e a seguire quella per il primo e secondo posto. C’erano, anche lì, i premi al miglior giocatore e al miglior portiere del torneo, un classicone del red carpet finale. Scegliere il portiere era piuttosto facile, e se per caso non ne emergeva davvero uno era una buona occasione per una innocente cencellata, cioè per dare un premio a una squadra che non ne avrebbe avuti altri. Sul giocatore la faccenda era un po’ più complessa. Si mescolavano valutazioni dirette – appunto: chi ha giocato meglio? chi ha impressionato di più? – ad altre indirette, del tipo “questo però ha già esordito/è stato in panca in A, si vede che è buono” a “quell’altro però l’ha preso/lo sta trattando la squadra X, si vede che ha i mezzi”. In sintesi: o c’era qualcuno per cui bastava la valutazione diretta, oppure c’era qualcuno che – “se lo diamo a lui non sbagliamo” – brillava nella valutazione indiretta. Alla fine si arrivava a un nome, la sera prima della finale, dopo un paio di birrette. Col tacito accordo che, se in finale qualcuno avesse fatto il fenomeno – chessò, una tripletta, un gol dopo averne dribblati cinque o un partitone illuminante – avremmo corretto il tiro al volo. “Tanto mica c’è scritto il nome, no?”. Ma non mi ricordo che sia mai successo.

Curioso che a distanza di una venticinquina d’anni e su scala immensamente diversa – il nostro torneo faceva mille spettatori, il Mondiale ne fa un miliardo (per non parlare ovviamente del vile denaro) – assisto alla premiazione di Rio e mi accorgo che i criteri sono gli stessi del nostro modesto torneino. Neuer è il miglior portiere, punto. Messi è il miglior giocatore. Sorry?

Pensandoci e ripensandoci, sono arrivato a una banale conclusione – lo hanno deciso prima, forse molto prima – e poi a un bivio: 1) o hanno preso per il culo lui, 2) o hanno preso per il culo noi.

1) Messi, voglio dire, si intende di calcio. Quindi sa benissimo di non essere stato il miglior giocatore dei mondiali. Ha fatto un buon girone eliminatorio, ha segnato uno dei tre gol più belli di tutta la competizione, e fin qui ok. Ma vogliamo metterci qui ad elencare i dieci, venti (o fate voi la cifra) giocatori che hanno giocato meglio di lui tra giugno e luglio? E vogliamo elencare quei dieci-quindici che hanno giocato meglio di lui – letteralmente scomparso nella seconda metà di partita – nella finale di ieri sera? Persino quel G-man con i calzoni corti di Boateng, per dire, ha giocato enormemente meglio di Messi. E allora che succede? Gli dai il premio, una piccola gogna finale in mondovisione, “Il migliore” che ha fatto cagare, ha perso la finale e – forse – un’occasione che non gli ricapiterà. “Il migliore”, buahahahaha. Uno spettacolino che sarà piaciuto ai brasiliani. E anche agli anti-Messi, un movimento silenzioso cresciuto a forza di premi inutili e immotivati.

2) Di sicuro la Fifa ha fatto come noi 25 anni fa: “Se lo diamo a lui non sbagliamo”. Intendiamoci: Messi è Messi, 425 presenze del Barcellona e 354 reti, 93 presenze e 42 reti in nazionale, una quantità di coppe e coppette, insomma un mostro. Però ci siamo rotti i coglioni. Solo una sollevazione popolare pro Cristiano Ronaldo (altro mostro, ma l’anno scorso molto molto molto più mostruoso di Messi) ha impedito che a dicembre il piccolo Leo prendesse l’ennesimo Pallone d’Oro, premio-barzelletta se ce n’è uno.

Da quando il regolamento è cambiato – 2010 – sul podio del Pallone d’Oro sono sempre andati gli stessi giocatori: Messi, Ronaldo, Iniesta e Xavi, più una volta Ribery. “Se lo diamo a loro non sbagliamo”. Messi ne ha vinti 4 di fila, di cui 3 con il nuovo regolamento e la nuova giuria, che vota sulla base di uno statuto che ha un unico punto: “Dicci il nome di tre giocatori famosi che giocano bene a pallone e non rompere il cazzo con ulteriori valutazioni chè abbiamo poco tempo. Nell’ultima riga metti l’Iban”. Nel 2010 questo geniale regolamento ha prodotto il più perverso e clamoroso dei risultati: con la Spagna campione del mondo e con l’Inter campione d’Europa e triplettata, Messi – che in quella stagione non vinse niente di serio e che uscì dai mondiali ai quarti sepolto di reti dalla Germania e senza segnare un gol in 5 partite – vinse il Pallone d’Oro. Oggi è Messi che vomita, ma io ho vomitato allora.

E’ chiaro che da allora vale tutto e il premio è diventato una pantomima. Cazzi della Fifa, faccia il suo bel galà con i calciatori in smoking e bòn, chi vuole se lo vede e chi non vuole si guarda un film. Messi è sicuramente uno dei migliori giocatori dell’ultimo decennio, i numeri e i trofei parlano per lui. Ma non c’è bisogno di premiarlo sempre solo per questo, perchè è forte e spesso (non sempre, e ultimamente quasi mai ) il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore della stagione si dà, appunto, al miglior giocatore della stagione, non a un giocatore che secondo me è il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore del mondiale, per carità, conta una cippa. Ma è una questione di principio, e per niente secondaria. Se il governo del calcio non riesce a esprimere un giudizio serio nel’arco di un mese di partite viste e straviste in tutto il mondo, allora facciamoci delle domande. Vogliono il chip nel pallone e la moviola in campo, poi non sanno nemmeno decidere chi è il miglior giocatore nell’arco di sette partite: andate a fare in culo, va’.

premiazione

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