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Novembre 22, 2020
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Barba non facit allenatorem

Conte non si è nemmeno fatto la barba. E mica solo lui. Tutta l’Inter per un’ora è sembrata un Conte con la barba di due giorni, reduce da un paio di notti agitate, o semplicemente preda di quello spleen mattutino da giornata uggiosa, quando fai fatica ad alzarti, fai fatica a farti la doccia e, soprattutto, fai fatica a farti la barba. Ti guardi allo specchio, scruti le tue occhiaie, guardi la tua barba di due giorni e dici:

“Fanculo”

e dopo vaghi pensieri di morte cerchi di convincerti che con la barba di due giorni non sei poi così male, in fondo va un po’ di moda, non casca il mondo se non te la fai, ti dà quell’aria un po’ vissuta, un po’ stropicciata, un po’ Conte con la barba, simbolo del suo tormento, un milione al mese per cercare di vincere uno scudetto e una Champions League prendendo due gol a partita e vivere infelice, con la barba lunga e la faccia di chi non si sarebbe alzato per vedersi Inter-Torino nemmeno gratis da bordo campo per poi ricordarsi che l’allenatore è lui, e al limite per guadagnare dieci minuti di serenità prima di uscire non si fa la barba.

La prima ora di Inter-Torino è stata molto brutta. Contro una delle più assurde squadre del campionato, priva oltretutto del suo uomo migliore, ci siamo fatti allegramente prendere a pallate. Reduci da una vittoria in otto partite, più fuori che dentro in Champions, più brutti che belli in campionato, ci ripresentiamo impresentabili dopo la sosta per le nazionali come se sostanzialmente non ci interessasse nulla: il Torino, il campionato, l’amor proprio, la barba. Per svegliarci dobbiamo andare sotto 0-2 con mezz’ora da giocare, e lì – considerando che giochiamo contro quasi nessuno – ne mettiamo quattro e via, tutto è bene quel che finisce bene.

C’è una chiave molto banale e sicuramente verosimile per decrittare questa partita: con nove partite da giocare nei 30 giorni che verranno, e soprattutto a tre giorni dalla partita con il Real che al 90 per cento deciderà il nostro destino in Europa, bisogna che ci abituiamo al turn over e agli sbalzi di rendimento. Certo, sapere che un ciclo spaventoso di 10 partite in 33 giorni inizia con 62 minuti allucinanti con il Torino, beh, qualche dubbio sul nostro futuro lo legittima. E nessuno di questi dubbi è inedito (eufemismo). I giocatori si rendono conto della situazione? E l’allenatore è del tutto dentro il progetto – il suo, il nostro – o lascia parlare la sua faccia di oggi, con la barba di uno che non voglia di farsi la barba (figurarsi sbattersi per una causa che non lo prende più di tanto)?

Ormai giubilato Eriksen senza praticamenter averci mai creduto – comunque sia, uno spreco senza precedenti -, restiamo un cantiere aperto quando pensavamo tutti che la conferma di un top-allenatore inviso a mazza tifoseria fosse di per sè la base sicura per un fulgido avvenire. Domani mattina va a finire che la barba non me la farò nemmeno io. E avanti di questo passo avremo tutti delle facce orribili, tipo quegli allenatori che prendono due gol fissi a partita e per vincere devono farne sempre tre o quattro, una vitaccia di merda che non faremmo manco per un milione al mese.

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Novembre 8, 2020
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Una su otto

Delle ultime otto partite (5 in campionato e 3 in Champions), giocate in 35 giorni, l’Inter ne ha vinta una (2-0 fuori casa con il Genoa), pareggiate cinque e perse due. In estrema sintesi: non meritavamo di perdere le due che abbiamo perso, ci è andato stretto il pari nelle cinque che abbiamo pareggiato (in alcuni casi, meritavamo proprio di vincere), se non per rarissimi spezzoni di partita ci siamo trovati sotto nel gioco, e però è andata così. Rispetto alle nostre ultime medie abbiamo preso un sacco di gol e quasi tutti su azione, e ne abbiamo segnato una miseria rispetto al cumulo delle occasioni create. Che si tratti di segnare il gol sicurezza o di non prendere il gol inculata, abbiamo perso totalmente la confidenza con il concetto di “chiudere la partita”.

Tutto, in questa strana Inter di questo periodo di merda, è leggibile in vari modi. Una vittoria nelle ultime otto partite è un bilancio in rossissimo, ma nelle otto partite in questione hai giocato con Lazio (fuori), Milan, Atalanta (fuori) e tre volte in Champions (due fuori) (sempre se ha senso con gli stadi vuoti parlare di casa e fuori): insomma, non proprio un ciclo tranquillo. Che la partita la faccia quasi costantemente tu, è certamente un bene. Che non la chiudi mai, ma proprio mai, è invece una cosa che ormai sfiora l’inconcepibile. Quando Conte dice che “finchè si gioca in questa maniera” non c’è da preoccuparsi, a 31 giornate dalla fine del campionato può anche avere ragione. Però, a giocare in questa maniera (quale, poi? dominare e non vincere mai?), ci siamo probabilmente fottuti la Champions, ancora recuperabile ma senza possibilità di altri passi falsi. E noi, nelle ultime otto partite, di passi falsi ne abbiamo fatti sette.

Certo, la sfortuna, certo, gli arbitri… E poi gli stadi vuoti, il Covid, le convocazioni nelle nazionali… le altre grandi hanno gli stessi problemi (magari non gli arbitri e la sfortuna, gli altri sì), i tamponi non li fanno solo a noi. E noi “grandi” non lo siamo per niente, perchè le sei partite importanti di questo ciclo di otto non le abbiamo vinte, nemmeno una, producendo sempre tanto e raccogliendo sempre poco, o zero. Non si capisce bene quale pressione stia patendo la squadra: voglio dire, dalla tribuna rossa o arancione non brontola nessuno. Ma dopo le (brevissime) vacanze siamo un disastro: dal computo delle partite ne mancano solo due, le prime due, entrambe vinte, miracolosamente quella con la Fiorentina, ordinariamente quella col Benevento (cinque gol subiti in tutto, tutti su azione). E non è un volere ma non potere, è il contrario: noi possiamo tanto, forse tutto, ma non vogliamo.

Il nostro simpatico Conte ha appena dato dell’ubriaco a chi lo critica e lo vede moscio. E vabbe’, la grinta gli viene fuori a spot, non incide ma fa il permaloso (sospiro). Poi ha detto una cosa interessante: io le partite le preparo, poi però non vado in campo e le situazioni le devono risolvere i giocatori. Beh, non ci deve più essere tutto quel feeling con lo spogliatoio. Eriksen non lo ha fatto nemmeno scaldare. E noi qui, a non capire se questa squadra può vincere tutto o se è già iniziata la dismissione. Sogniamo lo scudetto e, guardando il calendario, ci accorgiamo che è novembre e, come tante volte in tempi recenti, quando è tornata l’ora solare e l’autunno volge verso l’inverno ci trema già la sedia sotto il culo.

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Agosto 22, 2020
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Ricominciamo (‘nata vota)

Non era un sogno irraggiungibile. Era un obiettivo raggiungibile, da giocarsi ad armi pari con un avversario tosto. Considerazione che paro paro valeva anche per il Siviglia. E infatti alla fine ha deciso un piede mosso d’istinto, epilogo randomico di una partita spigolosa e non necessariamente bella come lo sono molte finali. Se Lukaku avesse messo il 3-2 in contropiede avremmo urlato a sfinimento e saremmo qui a fare festa senza pensare troppo all’estetica, anzi, forse saremmo ancora sul balcone con le birre e i tricche tracche. Invece Romelu – nella serata in cui eguaglia Ronaldo e allunga il suo record di gol in Europa League – fa il re Mida al contrario e decide (per il Siviglia) l’ultima partita stagionale, quella che ci avrebbe consentito di spolverare la bacheca dopo nove stagioni. Niente, ci sarà qualcosa di simbolico anche in questo: l’Uomo dell’anno diventa per un quarto d’ora un disastro ambulante. Ma ti possiamo solo dire grazie, Romelu, nient’altro.

Il Siviglia vince la sua sesta coppa in sei finali nell’arco di 14 anni, specialista Uefa/Europa League per eccellenza, e forse anche questo ha contato. Non si sono mai persi (noi sì), hanno gestito l’ansia e il nervosismo (noi meno): anche senza strafare potevamo vincere 5-4, abbiamo perso 3-2. E’ il calcio, la palla è rotonda, a volte una rovesciata alla cazzo ti finisce su un piede e vaffanculo.

Si potrebbe rimuginare per ore sulla partita, non fosse che Conte davanti ai microfoni si è lasciato andare alla seconda sparata contro la società nel giro di 20 giorni, stavolta andando anche oltre nei toni drammatici e nei temi. Ha parlato al passato, ha ringraziato, ha detto cose inequivocabili. Ha buttato lì tre o quattro questioni misteriose, qualche frase enigmatica ma inquietante (la famiglia, la famiglia!), e poi tanti saluti. La finale persa con il Siviglia è passata in archivio nel giro di un’ora. Potevamo fare ragionamenti sul giudizio definitivo da dare alla stagione, potevamo organizzarci mentalmente a ripartire da lì, da una finale persa ma pur sempre finale, aria che non respiravamo da un tot. E invece bòn, forse siamo già senza allenatore.

Conte ha aspettato di finire il campionato per fare la prima sparata, e poi di finire la coppa per fare la seconda, probabilmente anche se l’avessimo vinta. Saranno contenti gli anti-contiani e quelli che consideravano una sfregio avere assunto un ex gobbo. A me, in questo momento, deprime un po’ l’idea di dover ricominciare un’altra volta daccapo, o quasi. Al netto di questioni filosofico-sportive generali che rispetto ma non del tutto condivido, e al netto di un suo talebanismo professionale a volte dannoso, a Conte riconosco il merito di averci riportato a un livello decoroso: secondi in campionato e finalisti di Europa League, due cose che non lasceranno traccia negli albi d’oro ma che ci hanno riportato a calcisticamente a galla dopo anni di sprofondo. Adesso, dunque, si ricomincia? A che prezzo? E con chi?

Indietro non si torna, mi veniva da dire fino a un’ora fa. Secondi in campionato, finalisti in Europa League, semifinalisti in Coppa Italia: in mano non ci resta niente ma è una base importante. Adesso torna tutto in discussione. Tra pochi giorni si ricomincia, non c’è la solita estate di mezzo per rimettere insieme i cocci. Vado a dormire amareggiato per la coppa e preoccupato per il futuro. Ci credevo, sentivo che ci avremmo provato seriamente, la sentivo già mia. Sognavo Messi che comprava casa anche a Pavia, così, per starsene un po’ fuori dai coglioni. Neanche una nutria ai piedi del letto mi distrarrà dal fissare il soffitto nella penombra alla ricerca di un’illuminazione e di un perchè. Forza Inter (sospiro).

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Agosto 18, 2020
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Fino alla finale

In due mesi un concentrato di emozioni – le più diverse – che si solito sono contenute in una stagione intera. Il calcio del dopo lockdown è stato questo: irreale e poi quasi normale, avendo fatto il callo all’assenza di pubblico. Incredibile – nel senso di non credibile – e poi incredibile, in quel senso lì. Un tutto, persino troppo, dopo il vuoto assoluto. Due mesi che sembrano due anni, ma sono inconfutabilmente due mesi, 60 giorni, una manciata di settimane.

Due mesi e quattro giorni fa giocavamo un’altra semifinale, quasi impossibile, e mi ricordo – visto che poi l’impresa si era rivelata assolutamente possibile – l’incazzatura per avere rinunciato così a una finale di Coppa Italia contro la Juve, visto che di finali non ne giocavamo da 9 anni. Un mese e mezzo fa ero in Toscana sul cocuzzolo di un colle e mi sputtanavo metà dei giga mensili per vedere Inter-Bologna sul telefonino, in un climax al contrario che mi ha portato ad un passo dal lanciare il Samsung in un altoforno e dal disdire Dazn e lo stesso contratto telefonico fino alla settima generazione, per poi sparire e cibarmi di bacche. Meno di un mese fa giocavamo con la Fiorentina la partita della resa definitiva in campionato, uno 0-0 che – non accadde, ma solo per un eccesso di relax – consegnava lo scudo alla Juve con quattro giornate di anticipo, con la lista degli sprechi che ci faceva roteare gli zebedei a mille.

Proprio con la Fiorentina – alzi la mano chi ci avrebbe giocato 5 euro alla Snai – finiva un’Inter e ne iniziava un’altra. Era il 22 luglio. Del 2020, sì. Non sembra passato un pezzo? Vabbe’, quella sera di 27 giorni fa abbiamo spento la tv e ci siamo coricati guardando il soffitto e pensando che, per il terzo campionato di fila, saremmo probabilmente arrivati quarti. E invece tre vittorie di fila in campionato, secondo posto, miglior risultato dal 2011. E poi tre vittorie di fila in Europa League, finalissima. Non è meraviglioso?

Nelle 10 partite post Bologna (8 vinte e due pareggiate) mettici in mezzo la qualunque – partite ottime, partite discrete e partite demmerda -, compreso un clamoroso sfogo di Antonio Conte le cui conseguenze non sono ancora del tutto definite. Sta di fatto che, tirando le somme, la nostra stagione si protrarrà fino al 21 agosto (quasi un anno da quando era iniziata, Inter-Lecce 4-0, 26 agosto 2019) per giocarci una finale (non capitava da nove anni) europea (non capitava dal 2010, dal Triplete).

Ogni altra considerazione, prospettiva, previsione ecc. ecc. sarebbe in questo momento del tutto fuori luogo. E dire quanto siamo stati bravi buoni e belli contro il Botafogo Donetz potrebbe essere un onanismo a perdere. Fermiamoci qua e ricarichiamo per l’ultima volta le pile. A definire la stagione dell’Inter manca ancora una partita, e i bilanci si tireranno solo venerdì notte. Resta solo da fare una cosa: ringraziare i ragazzi per avere protratto le nostre emozioni fino al penultimo giorno disponibile e avvertire Christopher Nolan che questo tempo denso e compresso della stagione Covid meriterebbe una sceneggiatura delle sue.

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Giugno 29, 2020
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Parmageddon (anzi no)

Buonasera. Per chi non avesse seguito la partita, un breve riussunto emozionale (servizio offerto in esclusiva da Settoreinter.it).

Minuto 1-14: ma dai, cazzo, solito inizio un po’ così, ma che formazione è?, che flemma, no dai, non si può. Argh! Ecco, ha visto che gol che ha sbagliato Gervinho? Sveglia!

Minuto 15: gol di Gervinho. Argh! Ma li hai visti? Estate di merda. Non potevano assegnare il titolo con l’algoritmo del cazzo?

Minuto 16-68: no, non possiamo farcela. Davanti non la mettiamo, dietro facciamo schifo. Ma non avevamo la difesa più forte dell’universo? Adesso sembrano quei vecchietti che cerca “Chi l’ha visto?”, sai, quelli che non hanno la contezza di sè, come dice la Sciarelli. Ecco, merda!, era rigore ma l’alluce di Godin era in fuorigioco. L’alluce! Argh! Cornelius, hai visto cos’ha sbagliato? Dai, basta, datevi una mossa, non vi si può guardare.

Minuto 69: espulsione di Berni. No, ma fammi capire: due espulsioni in stagione? Senza giocare? Ma quanto prende Berni all’anno? Se rinasco, voglio essere Berni.

Minuto 70-80. Massì, Sanchez facciamo entrare al novantesimo, dai. Conte, basta, torna quello pre-Covid. Fai qualcosa, incàzzati, fai atti di luddismo in tribuna, dai un fottuto segnale a questi rubastipendi. Fai qualcosa. Cosa avete fatto durante il lockdown, tornei di burraco? Voglio morire ora, qui, sul divano, davanti alla tv. Così daranno la colpa a voi, sant’iddio, e ve la sarete meritata. Fate ca-ca-re. Arriveremo quinti, forse sesti. Guardiamoci alle spalle: meno male che abbiamo vinto lo scontro diretto con la Samp.

Minuto 81. Gol di De Vrij. Gaaaaaaaaa! Roba da matti.

Minuto 82-86. Cambi, proteste, espulsioni a sorpresa, bevute di acqua. Arbitro, recuperare!

Minuto 87. Gol di Bastoni. Gaaaaaaaaa! Banzai! Forza ragazzi! Arbitro, tempo!

Minuto 88-96. Arbitro tempo! Arbitro tempo! Arbitro tempo! Arbitro tempo! Arbitro tempo!

Minuto 97. Fine partita

Dopopartita. Stellini: “Abbiamo meritato”.

(fine)

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Giugno 15, 2020
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Quelli che il Co-lcio (de insopportabilitate sprecorum)

Oggi, che è lunedì, si capisce già meglio la differenza. Cioè, se sabato sera avessimo passato il turno (un’impresa che, abbiamo visto, si poteva fare con una gamba sola), oggi staremmo aspettando una finale con la Juve. Lo spreco, col passare delle ore, sta diventando una roba insopportabile. Una finale con la Juve, buttata nel cesso un po’ così, un po’ credendoci e un po’ no, un po’ provandoci e ogni tanto distraendosi. Oggi, dopo una domenica di dolce riposo, saremmo all’antivigilia di una finale di Coppa Italia con la Juve, staremmo aspettando partita con la Juve con una coppa in palio, una roba fighissima dopo tre mesi di merda a non-pensare al calcio e a dimenticarsi come avevamo fatto a sprofondare così in classifica dopo aver rispirato aria purissima.

No, guarda, quasi non ci credo. Ce la potevamo fare e non ce l’abbiamo fatta. Sabato sera, a partita finita, ero normalmente deluso: “E vabbe’, niente, amen”. Oggi mi girano i coglioni. Domani sembreranno pale di ventilatore, mercoledì decollerò in verticale come un elicottero mentre scenderà in campo il Napoli al posto nostro. Che ce la saremmo potuti vedere con la Juve, e invece no, niente.

Per il resto, il ritorno al calcio è fotografato bene da audience mostruose e partite poco mostruose. Ne avevamo voglia, noi. Ma loro ne hanno voglia? Sono pronti? Delle prime due, più delle prodezze (Ospina, purtroppo, e poco altro) mi ricordo le cagate: CR7 che sbaglia un rigore (non ho letto speciali sulla Gazza sui rigori non entrati per un pelo), Bruce Rebic Lee che tenta invano un omicidio, Sven Goran Eriksen che segna direttamente da calcio d’angolo (bravo Ospina), noi che prendiamo un gol da rinvio del portiere (sempre Ospina) (Pallone d’Oro a Ospina?) con NESSUNO al posto giusto.

Per me, questo resta un altro calcio. O una versione diversa di un certo sport, tipo i Gran premi quando piove, le tappe del Giro quando nevica, le partite di tennis quando tira vento, gli arbitraggi quando c’è la Juve. Chiamarlo Co-lcio (Calcio Covid) è offensivo, ma il concetto è quello. Senza pubblico, senza pathos, senza orari, è un’altra cosa. In fondo, non mi dispiace. Da tifosotto fesso e appassionato cercherò di non perdermi nulla. Ma quando mi perderò qualcosa tirerò un sospiro e mi dirò: e vabbe’, chi se ne frega.

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Febbraio 17, 2020
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Male, non malissimo

All’Olimpico si affrontavano due squadre che non perdevano in campionato da 18 e da 16 partite, è stata un gran bella partita ed è finita in maniera un po’ random, cioè dove la pallina della roulette si è fermata dopo essere rotolata un po’ di qua e un po’ di là. Non c’è nulla di cui disperarsi. Il triello Juve-Lazio-Inter non finisce qui, però questa serata si presta a un bel po’ di interpretazioni e considerazioni, non tutte rassicuranti.

Ciclo di ferro. Il ciclo di ferro dell’Inter – 9 partite in 29 giorni – comincia con una vittoria e due sconfitte consecutive. Maluccio, cioè. Di queste tre partite ci restano due tempi scintillanti (il secondo con il Milan, il primo con la Lazio) e quattro più o meno mosci. Rispetto a soli otto giorni fa abbiamo perso due posizioni in campionato e siamo con un piede fuori dalla Coppa Italia. Non benissimo. Per carità, restano 14 partite di campionato e la Lazio – se esiste una legge di compensazione fisica, o il karma – prima o poi pagherà pegno. Ma intanto noi adesso inseguiamo, ne abbiamo due davanti e tra due settimane si va a Torino.

Black out. Conte si è incazzato per quei passaggi a vuoto che ci sono costati la partita, per i due gol regalati, per l’incapacità di gestire un prezioso vantaggio (già amaramente vista, rimanendo a partite-chiave, a Barcellona e Dortmund, oltre che nel meno prestigioso ma comunque doloroso ciclo dei pareggini). Tutto vero. Però qualche scelta diversa non la si potrebbe fare? Io voglio bene a Skriniar come fosse mio cugino, ma sta giocando una stagione disastrosa rispetto agli standard cui ci aveva abituato: deve giocare sempre? Ed Eriksen, invece, continuiamo a giocarcelo nell’ultimo quarto d’ora, al netto dei suoi presunti problemi di inserimento (o la sua presenza implica un cambiamento troppo invasivo per il talebano Conte)? Ce lo giochiamo negli ultimi 15 minuti anche dopo aver tirato nello specchio due volte nei precedenti 75?

Il futuro. Seconda sconfitta in campionato, a metà febbraio (due sconfitte in quasi sei mesi, astenersi disfattisti). Abbiamo perso con le due squadre che ci precedono, una circostanza coerente con i valori del campionato e al contempo un po’ inquietante (saremo mica più deboli?). La corsa scudetto non deve finire qua. Abbiamo davanti un’ottima Lazio che sta procedendo a un ritmo infernale e un po’ oltre le speranze e le possibilità: se continua così, chapeau; più realisticamente, è lecito pensare che prima o poi il meccanismo – anche del culo – si inceppi (a loro favore gioca il fatto di non avere più impegni di coppa). E abbiamo davanti la Juve, una squadra tanto forte quanto spesso inguardabile, alle prese con problemi di spogliatoio non del tutto consueti da quelle parti. I gobbi restano favoriti, ma se fossi nella Lazio e nell’Inter non lascerei nulla d’intentato: le crepe ci sono, bisogna essere pronti ad approfittarne.

E noi? E noi adesso dobbiamo cambiare passo. Il ciclo di ferro è iniziato con tre punti in tre partite, una media salvezza. E invece dobbiamo vincere lo scudetto. In una sera resa amara dalla sconfitta io non ho perso un briciolo di speranza. C’è tempo per recuperare punti, forze, convinzione, cazzimma. Certo, non dobbiamo più sbagliare, ma l’Inter del primo tempo con la Lazio non deve temere niente e nessuno. Quella del secondo tempo invece è da prendere a calci in culo, ma a quello spero ci pensi il mister: 11 milioni non glieli danno mica per altro.

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Febbraio 10, 2020
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The great return of Pazza Inter

Nell’ultimo (quasi) decennio, quando ci era capitata una serata così? Riassumendo: derby in casa da vincere, sapendo che la Juve ha perso e che la Lazio ha vinto (nel senso che se vinci sei primo, se non vinci sei terzo); primo tempo di merda in balìa del Milan, di un tuo ex attaccante ormai quasi quarantenne eppure dominante e di un tuo ex allenatore dei tempi medio-bui; secondo tempo a coglioni sguainati per metterne tre, che potevano essere sei, rischiare il 3-3 e poi fare 4-2 con l’Uomo del destino, in un impazzimento generale.

La risposta è: mai. In tutto questi tempo ci siamo concessi qualche emozione, certo, ma sempre di seconda categoria, per non dire terza. Del tipo che in un certo senso siamo costretti a ricordarci come “epiche” partite con la Lazio e con l’Empoli, in cui all’ultimo secondo di campionato agguanti un quarto posto e con esso la Champions. Diciamo che possiamo segnare un discreto upgrade di status e di ambizioni nella sera in cui ribalti un derby che in anni recenti avresti perso 4-0, ritrovi squadra e gasamento dopo un periodo un po’ così e riagguanti un posto in classifica rimontando 4 punti alla Juve in tre settimane. Per molto meno c’è gente che è diventata cieca.

Non mi aspettavo tanto quando dieci giorni fa scrivevo del periodo che ci attendeva dal 9 febbraio all’8 marzo (nove partite in 29 giorni). Pensavo a Inter-Milan semplicemente come alla suggestiva prima partita di un mini-ciclo pazzesco in cui, così, senza tanti giri di parole, ci giochiamo la stagione. E invece il derby è stato – anche – il match della svolta, dopo un gennaio parecchio critico e in attesa di affrontare, step by step, una serie di partite parecchio decisive, alcune cruciali.

Conte voleva eliminare il concetto di pazza Inter, ma l’emozione più bella e violenta di questa già straordinaria stagione ci viene proprio nella serata più patologica, in cui passi dalla depressione del primo tempo al carosello del secondo, con un processo di trasformazione degno solo di alcune menti genialmente malate. La pazzia a fin di bene non può non restare il nostro marchio di fabbrica se i risultati sono questi.

Lukaku che issa la nostra bandiera è lo spot del nuovo decennio. La punizione di Eriksen è il trailer del nostro futuro. Avanti così, ora basta con le mezze parole, le frasette soffocate e le mani sui coglioni: l’Inter ha la sua forma, i nostri obiettivi hanno un nome.

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Gennaio 31, 2020
di settore
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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio
a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque
domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi.
Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio
(fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria
(casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli
(ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il
primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e –
in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con
gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato
Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di
stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in
campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da
iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la
2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per
club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo
della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in
corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la
Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è
successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della
borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un
top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci
mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade –
si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono
aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro
giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle
un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più
uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta
qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un
entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e
patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio
– dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni
tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona
parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la
panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da
Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai
visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè
uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo
trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui –
finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a
Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un
allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella
considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma
anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle
quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da
tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto,
mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte.
Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più
pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di
essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci
di non romperle i coglioni.

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