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Gennaio 18, 2021
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Hello gobbi

Poteva andare meglio solo se li avessimo sepolti di gol, come avremmo meritato noi e avrebbero meritato loro. A parte questo dettaglio per una volta secondario, difficile immaginarsi una serata migliore di così, una serata trascorsa a fare la Juve a brandelli come non accadeva da troppo tempo. E che l’ultima Inter a battere la Juve fosse stata quella di De Boer quattro anni e mezzo fa (tre giorni dopo essere stati battuti dal Beer Sheva in coppa), dunque in un contesto – diciamo così – piuttosto occasionale, ci lascia godere il momento ancora più intensamente, perchè stavolta non c’è stato nulla di casuale. E quindi delle due l’una: o l’Inter si sta strutturando per un livello superiore, o la Juve si sta destrutturando per quello inferiore. O magari tutte e due, che sarebbe ancora più bello.

Per evitare di passare la notte a guardare il soffitto con un sorriso ebete stampato in viso, consiglio di ripensare a domenica scorsa e alla partita buttata nel cesso con la Roma. Pensate a cosa sarebbero stati due scontri diretti vinti uno dopo l’altro, contro le due nostre peggiori avversarie degli ultimi quindici anni. Ci dobbiamo accontentare di questo partitone con la Juve, tzé, e cercare di piantare un paletto, ma che dico un paletto, un traliccio che segni il punto della svolta.

Mancano venti partite alla fine del campionato, nessun verdetto definitivo su questa o quella squadra è stato ancora emesso. A parte sul Milan, certo, che per freschezza, sfrontatezza e culo finora ha sovrastato tutti. Dietro c’è un gruppone di squadre che possono dire di avere ancora speranze. Noi siamo un po’ più avanti delle altre. Se ci serviva la partita che ci dicesse che nulla ci è precluso, l’abbiamo giocata la sera giusta contro gli avversari giusti. La certezza di un mercato che non ci sarà, l’incertezza sul futuro del club che cerca soci (o compratori), quell’atmosfera da eterna incompiuta. In altri tempi, di fronte a tanto caos, avremmo mentalmente steso un tappeto rosso alla Juve. Chissà che non sia un segno, un segno preciso.

P.S.: Barella, che cazzo di giocatore.

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Dicembre 21, 2020
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Brutti ma buoni

I biscotti hanno normalmente nomi che poeticamente raccontano la loro forma, o che dialetticamente raccontano la loro storia. A parte i brutti ma buoni, che hanno il nome più sincero di tutti. Che ne so, potevano chiamarli robertini, o tortini, o zanzarini, o nutriini. E invece è stata fatta questa scelta brutale. I brutti ma buoni sono, in effetti, brutti ma buoni. E adesso non potresti chiamarli più in un altro modo.

Questo sofisticato ragionamento – che Iginio Massari me spiccia casa – mi è venuto oggi guardando l’Inter (o meglio, nei circa 60 minuti in cui sono rimasto sveglio e vigile, perchè negli altri 30 ho dormito come non mi capitava dal Gp di Ungheria del 2014). Alla nona delle dieci partite da giocare in un mese (da Inter-Torino del 22/11 a Verona-Inter del 23/12, cioè mercoledì) abbiamo messo insieme la sesta vittoria consecutiva in campionato in un sostanziale saliscendi di prestazioni mediamente bruttine, con alcuni momenti di bruttezza tipo oggi (almeno così mi raccontano, nel primo tempo dormivo come un bambino) o tipo i venti minuti finali col Napoli o come il primo tempo col Toro o come (segue elenco). Inframmezzate alle partite di serie A in questo mesetto ne abbiamo giocate anche tre in Champions, con il deprimente bilancio che conosciamo bene. Brutti col Real, buoni a Borussia, brutti con lo Shakhtar. Quindi siamo brutti, altroché, lo siamo stati in Champions, brutti e cattivi, e siamo però anche buoni, se è vero che siamo secondi in campionato e che in questo mese abbiamo recuperato 4 punti alla prima.

A questo punto potremmo fare un fioretto: ci impegniamo a seguire e a tifare con tutte le nostre forze la nostra squadra pur così brutta ma così buona, se la bruttezza giustifica i mezzi per arrivare a vincere le partite – se non tutte, il maggior numero possibile – e magari un qualcosa che possa rinfoltire la nostra bacheca dopo ormai quasi dieci anni di digiuno totale? Ci concentriamo sulla pratica e lasciamo perdere l’estetica?

Beh, si può fare, sarebbe un sacrificio molto relativo di fronte alla prospettiva di un qualcosa. Però l’Inter, senza farne una questione di mera estetica, dovrebbe tendere un po’ di più alla bellezza. Se si è belli, la fatica pesa meno. Se si è belli, l’aria intorno si alleggerisce. Se si è belli, è più facile arrivare al risultato. Non tipo oggi, quando schieriamo con lo Spezia la formazione-tipo che schiereremmo col Bayern o col Liverpool (che di per sè ti dice che c’è qualcosa di sbagliato già in premessa) e ci appiattiamo a giocare una non-partita nell’attesa che accada qualcosa. Può andare bene con lo Spezia, con le altre non so. Le partite tristi ti imbruttiscono, e noi abbiamo bisogno di leggerezza.

L’Inter, per essere più bella, intanto ha bisogno un ritocchino (vabbe’ dai, lo fanno in tante). Mercoledì ho visto in sequenza Juve-Atalanta e Inter-Napoli e ho avuto l’impressione che la squadra meno attrezzata fosse la nostra. Atalanta e Napoli avevano sei attaccanti tra campo e panca, l’Inter due. Lukaku e Lautaro, oltre al logoro Sanchez e al (boh) Pinamonti, hanno bisogno di qualcuno che li faccia rifiatare, o che consenta di rimescolare le carte o rinfrescare le forze. A gennaio il primo obiettivo deve essere quello. E poi la liberazione (anche dolorosa, anche assurda) dagli equivoci, perchè sono cose che pesano, gli equivoci, e non non abbiamo bisogno di pesi.

L’Inter brutta, a tratti oscena di questo mese, è anche molto buona, perchè il bilancio delle nove partite è 7-1-1 e vaffanculo, firmerei per la stessa cosa nelle prossime nove. Però serve cambiare faccia, serve tirare il fiato, serve darsi una rinfrescata. Serve accettare il fatto che in campo, al di là degli schemi e dei numeri, quando in campo ci vanno i buoni (e non i brutti) le cose vanno meglio. Tipo oggi, che metti Sensi e basta qualche tocco meno ammorbato della media per vincere la partita. Se non è Eriksen – dio santo, ormai l’abbiamo capito – l’uomo che ci può dare altra bellezza, beh, prendiamone un altro. Però la bellezza passa dai buoni, non dai brutti: stiamo parlando di calcio, non di biscotti.

Se una squadra che si è concessa ultimamente tanta bruttezza ne ha vinte sei su sei, vuol dire che questo campionato è molto più a portata di mano di quanto non vogliamo ammettere. Farselo sfuggire sarebbe da criminali. Bisogna pensare un po’ più positivo, da Zhang fino a Conte: scrollarsi di dosso questo nebbione concettuale e correre un po’ più liberi. E belli.

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Dicembre 10, 2020
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Scusi, sa dov’è il percorso?

Da quando siamo tornati in Champions (tre stagioni, tre gironi eliminatori e puff!, a casa), abbiamo fatto 21 punti in 18 partite. Per fare un esempio molto pratico, l’anno scorso alla diciottesima giornata del campionato di serie A 21 punti ce li aveva l’Udinese ed era tredicesima in classifica su venti. E noi questi siamo: una squadra che ha potenzialità, che un po’ se la tira e poi a conti fatti è l’Udinese d’Europa, troppo lontana dai top team per sperare di vivere alla grande.

18 partite (sei griffate Spalletti e dodici Conte) con 5 vittorie, 6 pareggi e sette sconfitte. Siccome due vittorie sono arrivate nelle prime due partite della prima stagione, nelle successive sedici partite abbiamo fatto la miseria di 15 punti. Restando alla gestione Conte, in 12 partite 3 vittorie (solo una in casa), 4 pareggi e 5 sconfitte. 13 punti in 12 partite. L’anno scorso, in serie A, 13 punti in 12 partite li aveva fatti curiosamente fatti il disastroso Milan del giorne d’andata, quattordicesimo in classifica davanti al Bologna, quattro punti sopra la teorica quota retrocessione.

Con lo Shakhtar poteva andare in ben altro modo, la traversa sotto il primo blu vibra ancora adesso e il miracolo è stato a portata di mano un po’ di volte. Ma non è successo. Usciamo avendo perso due volte col Real e avendo fatto due 0-0 con lo Shakhtar, un bilancio da Udinese o Bologna d’Europa, quindi ineccepibile, ci piaccia o no. Usciamo avendo vinto una sola volta, avendo sbagliato mille gol, avendo mostrato diecimila sfumature di limiti di personalità (tipo controllare le partite e non vincerle manco per sbaglio).

L’Europa non è il nostro giardino, e del resto Conte non è certo uno specialista della Champions (eufemismo). Quindi, detto che il fallimento è diffuso su tutti i livelli dell’Inter Fc, chiediamoci pure senza autocensurarci se quello di Conte a questo punto non sia un esplicito e completo fallimento personale. Con la squadra certamente non perfetta ma sicuramente rinforzata, è 5 punti dietro il Milan in campionato e fuori dalla Champions con l’ultimo posto nel girone, quindi fuori dall’Europa. Dopo un paio di mesi a mostrare un sorrisino fuori luogo, è adesso tornato nella sua comfort zone delle interviste irritanti, fino allo show di quest’ultimo dopopartita che il Marchese del Grillo a confronto era mister “Resto umile” 2020.

Il percorso – la parola più amata dal nostro mister – zoppica parecchio: difficile autoconvincersi che la squadra “sta crescendo” quando non fai un gol in 180 minuti agli ucraino-carioca che quattro mesi prima avevi preso a pallate. La partita di Gladbach è stata una parentesi in una lunga teoria di partite decisive toppate e di scontri diretti sfumati nella delusione, senza mai dimostrarsi carne o pesce.

Curiosamente, nel momento della massima frustrazione, Conte adesso ha tra le mani una chance clamorosa: togliendosi il fardello dell’Europa, potrebbe concentrarsi su quella che è la sua vera specialità, vincere il campionato. E avrebbe quasi tutto per farcela: la sua competenza specifica, un discreto materiale umano (per l’Italia basta e avanza) e l’occasione di mandare affanculo tutti i suoi detrattori (ormai mi ci metto anch’io) che per un agonista ambizioso e rancoroso come lui può essere la chiave del tutto. Ma non saprei cosa aspettarmi davvero da una squadra a cui evidentemente manca qualcosa per elevarsi dalla mediocrità internazionale e da un allenatore che – a parte il piacere di controllare il saldo sul conto – vorrebbe tanto essere altrove.

In Europa siamo ancora una provinciale, purtroppo. In Italia possiamo dire la nostra, ma bisogna averne voglia. Mi piacerebbe dire che stanotte inizia la corsa al diciammovesimo scudetto, ma se mi facessero il siero della verità si capirebbe che sto esagerando di brutto.

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Dicembre 2, 2020
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I fiori di Gladbach

Alla partita stagionale n. 14, l’Inter ha finalmente fatto cose non banali. Una su tutte: in un contesto importante, sfavorevole e delicato, non ha sbagliato partita e ha centrato l’unico risultato possibile. Che l’abbia fatto prendendo i soliti due gol (otto volte su 14 partite) (e una volta tre) diventa un particolare irrilevante visto che ne abbiamo segnati tre, che potevano essere tranquillamente sei o sette. I soliti sei o sette, verrebbe da dire, per questa squadra che quando gira non fa fatica a creare un’enormità di occasioni. Atteggiamento sempre propositivo, solite amnesie dietro ma tant’è: non possiamo che migliorare.

Adesso è tutto appeso a non so bene cosa, in un girone folle per le sue dinamiche, dove il Real fa sei punti con l’Inter, lo Shakhtar fa sei punti col Real, l’Inter vince a Moenchengladbach ma fa il suo ingresso da ultima nel tritacarne della sesta giornata, dovendosi giocare tutto in casa all’ultima partita, in un sinistro ricorso con le ultime due edizioni in cui l’abbiamo preso il quel posto nella stessa circostanza, anche se in condizioni un po’ diverse.

Conte ha switchato la sua personale e malmostosa stagione verso una modalità semplificata. Siccome è un talebano del 3-5-2, ha preso questa decisione: basta con la creatività, fa il 3-5-2, punto. Si è liberato dell’incubo Eriksen ed è tornato nella sua comfort zone. Si è anche un po’ liberato dal Covid, ha recuperato i suoi fidati, ha più opzioni, gestisce meglio le sue scelte, non lavora più di fantasia – quella fantasia malata e un po’ provocatoria, del tipo “io sono io”.

Nel giro di due partite – due trasferte, perchè fuori andiamo meglio che in casa, sempre che “fuori” e “casa” abbiano un senso in questo periodo – le cose si sono un po’ sistemate rispetto al fosco panorama di una settimana fa: in campionato qualche risultato concomitante ci ha spinto al secondo posto in una sola mossa, in Champions dovevamo vincere e abbiamo vinto, e adesso bisogna vincerne un’altra e stare a guardare, in un’aria prenatalizia che potrebbe profumare di biscotto oppure no. Avessimo fatto 3-3 adesso saremmo qui a tormentarci le carni: chissà se – già eliminati – avremmo avuto la forza e la lucidità di fare comunque i complimenti alla squadra per una partita coraggiosa, costantemente all’attacco, in cui solo una colossale sfiga – unita a una difesa non più impermeabile – ci aveva dato una mazzata mortale e immeritata. Vabbe’, meglio così: il nostro sogno europeo dura ancora una settimana e dai, su, proviamo a godercelo.

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Novembre 26, 2020
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Triste, solitario (non final)

Nel giorno in cui muore Maradona, cioè il calcio, era dura immaginarsi qualcosa che potesse competere in tristezza, ma noi ci siamo impegnati e ce l’abbiamo fatta. Non c’è paragone tra i due lutti, per carità, ma forse (perché non c’è nulla di meno definitivo del calcio giocato e da giocare) stasera è morta anche l’Inter di Conte, quella che doveva essere la non-pazza Inter (perchè volerci snaturare fino a quel punto?) e oggi, per rimanere alle patologie mentali, è una depressa Inter, prigioniera degli schemi e delle paturnie del suo allenatore, soprattutto della sua tristezza attuale, una palese infelicità, in questo legame senza senso tra datore di lavoro e strapagato dipendente che si regge solo sui soldi, una questione di vil denaro e di pelosa convenienza contabile di cui a noi non frega un cazzo – tranne il fatto di esserci dentro fino al collo.

Non c’entra la gobbitudine (qui scrive uno zuzzurellone che sin dall’inizio ha dichiarato che non sarebbe stata un problema, di fronte a un bene e a una missione superiore), c’entra che ormai è tutto piuttosto e drammaticamente chiaro: siamo nel gorgo di un allenatore che non prende più decisioni giuste manco per sbaglio e di una squadra che moralmente ha smesso di seguirlo.

Una squadra che si mette a giocare se va sotto di due gol o se rimane in dieci, perchè prima, secondo i piani prestabiliti, nessuno ha più voglia di metterci testa, gambe e palle di default. E un allenatore che ha smesso di stare antipatico, ha smesso di rompere i coglioni, ha smesso di trasfigurarsi, ha smesso di spremere rape. Un allenatore ha cercato di farsi esonerare due volte, non riuscendoci. E che ha cercato di transare, non riuscendoci. E’ ormai da qualche mese l’allenatore reluctant della non-pazza Inter. E’ un disastro, amici miei.

Conte non è più sopportabile così. E’ uno che si è ridotto a fare entrare Eriksen all’88esimo, come fosse un Pinamonti o un Esposito, perchè gli sta sul cazzo dal primo giorno che gli hanno detto che sarebbe arrivato, tanto da non essersi mai preoccupato di utilizzarlo al meglio. E’ stata una cosa da sfigato, queste ripicchette tra milionari fanno stracagare, queste umiliazioni in Eurovisione non sono accettabili. Certamente è arrivato all’88esimo con le palle girate, Conte, nella serata del tradimento definitivo di Vidal, l’uomo che ha inseguito per due mercati e guarda te cosa gli (ci) combina. Ma tra uomini di sport bisogna essere più seri nei momenti difficili. Hai il quinto cambio, all’88esimo di una partita irrimediabile? Piuttosto metti Padelli al posto di Lukaku, non Eriksen. Ma perché, cosa ti ha fatto?

E per quanto andremo avanti? Suning ha le sue ragioni, i soldi per l’esonero più oneroso della storia non ce li mettiamo noi ma loro. Ma io a uno così – così com’è oggi, che manco si fa più la barba – gli minerei l’autostima, cacciandolo e richiamando Spalletti, già a libro paga, una roba un po’ alla Preziosi, un po’ da squadretta pericolante, ma che liberazione sarebbe per tutti (anche per lui, così attaccato all’orgoglio e alla buonuscita). Invece siamo qui, nè carne nè pesce, in bilico tra duemila dubbi in una stagione in cui sarebbe bastato essere l’Inter dell’anno scorso. Siamo qui a sperare in un miracolo in Champions, se vinciamo le prossime due. Solo che purtroppo in Champions abbiamo perso 7 delle ultime 14 partite, un’altra statistica che ci inchioda e che ci dice che no, non siamo propriamente una grande squadra.

Ci vorrebbe un’altra situazione, un’altra motivazione, un’altra immagine di questa Inter. Ci vorrebbero occhi di tigre invece di questi sguardi smarriti. Era meglio pazzi che impanicati. Invece eccoci qui, ognuno ad aspettare che si muova qualcosa. Ma se Conte non lascia libera la sua sedia è probabile che non accada niente che (sospiro) ci cambi davvero la vita.

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Novembre 22, 2020
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Barba non facit allenatorem

Conte non si è nemmeno fatto la barba. E mica solo lui. Tutta l’Inter per un’ora è sembrata un Conte con la barba di due giorni, reduce da un paio di notti agitate, o semplicemente preda di quello spleen mattutino da giornata uggiosa, quando fai fatica ad alzarti, fai fatica a farti la doccia e, soprattutto, fai fatica a farti la barba. Ti guardi allo specchio, scruti le tue occhiaie, guardi la tua barba di due giorni e dici:

“Fanculo”

e dopo vaghi pensieri di morte cerchi di convincerti che con la barba di due giorni non sei poi così male, in fondo va un po’ di moda, non casca il mondo se non te la fai, ti dà quell’aria un po’ vissuta, un po’ stropicciata, un po’ Conte con la barba, simbolo del suo tormento, un milione al mese per cercare di vincere uno scudetto e una Champions League prendendo due gol a partita e vivere infelice, con la barba lunga e la faccia di chi non si sarebbe alzato per vedersi Inter-Torino nemmeno gratis da bordo campo per poi ricordarsi che l’allenatore è lui, e al limite per guadagnare dieci minuti di serenità prima di uscire non si fa la barba.

La prima ora di Inter-Torino è stata molto brutta. Contro una delle più assurde squadre del campionato, priva oltretutto del suo uomo migliore, ci siamo fatti allegramente prendere a pallate. Reduci da una vittoria in otto partite, più fuori che dentro in Champions, più brutti che belli in campionato, ci ripresentiamo impresentabili dopo la sosta per le nazionali come se sostanzialmente non ci interessasse nulla: il Torino, il campionato, l’amor proprio, la barba. Per svegliarci dobbiamo andare sotto 0-2 con mezz’ora da giocare, e lì – considerando che giochiamo contro quasi nessuno – ne mettiamo quattro e via, tutto è bene quel che finisce bene.

C’è una chiave molto banale e sicuramente verosimile per decrittare questa partita: con nove partite da giocare nei 30 giorni che verranno, e soprattutto a tre giorni dalla partita con il Real che al 90 per cento deciderà il nostro destino in Europa, bisogna che ci abituiamo al turn over e agli sbalzi di rendimento. Certo, sapere che un ciclo spaventoso di 10 partite in 33 giorni inizia con 62 minuti allucinanti con il Torino, beh, qualche dubbio sul nostro futuro lo legittima. E nessuno di questi dubbi è inedito (eufemismo). I giocatori si rendono conto della situazione? E l’allenatore è del tutto dentro il progetto – il suo, il nostro – o lascia parlare la sua faccia di oggi, con la barba di uno che non voglia di farsi la barba (figurarsi sbattersi per una causa che non lo prende più di tanto)?

Ormai giubilato Eriksen senza praticamenter averci mai creduto – comunque sia, uno spreco senza precedenti -, restiamo un cantiere aperto quando pensavamo tutti che la conferma di un top-allenatore inviso a mazza tifoseria fosse di per sè la base sicura per un fulgido avvenire. Domani mattina va a finire che la barba non me la farò nemmeno io. E avanti di questo passo avremo tutti delle facce orribili, tipo quegli allenatori che prendono due gol fissi a partita e per vincere devono farne sempre tre o quattro, una vitaccia di merda che non faremmo manco per un milione al mese.

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Novembre 8, 2020
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Una su otto

Delle ultime otto partite (5 in campionato e 3 in Champions), giocate in 35 giorni, l’Inter ne ha vinta una (2-0 fuori casa con il Genoa), pareggiate cinque e perse due. In estrema sintesi: non meritavamo di perdere le due che abbiamo perso, ci è andato stretto il pari nelle cinque che abbiamo pareggiato (in alcuni casi, meritavamo proprio di vincere), se non per rarissimi spezzoni di partita ci siamo trovati sotto nel gioco, e però è andata così. Rispetto alle nostre ultime medie abbiamo preso un sacco di gol e quasi tutti su azione, e ne abbiamo segnato una miseria rispetto al cumulo delle occasioni create. Che si tratti di segnare il gol sicurezza o di non prendere il gol inculata, abbiamo perso totalmente la confidenza con il concetto di “chiudere la partita”.

Tutto, in questa strana Inter di questo periodo di merda, è leggibile in vari modi. Una vittoria nelle ultime otto partite è un bilancio in rossissimo, ma nelle otto partite in questione hai giocato con Lazio (fuori), Milan, Atalanta (fuori) e tre volte in Champions (due fuori) (sempre se ha senso con gli stadi vuoti parlare di casa e fuori): insomma, non proprio un ciclo tranquillo. Che la partita la faccia quasi costantemente tu, è certamente un bene. Che non la chiudi mai, ma proprio mai, è invece una cosa che ormai sfiora l’inconcepibile. Quando Conte dice che “finchè si gioca in questa maniera” non c’è da preoccuparsi, a 31 giornate dalla fine del campionato può anche avere ragione. Però, a giocare in questa maniera (quale, poi? dominare e non vincere mai?), ci siamo probabilmente fottuti la Champions, ancora recuperabile ma senza possibilità di altri passi falsi. E noi, nelle ultime otto partite, di passi falsi ne abbiamo fatti sette.

Certo, la sfortuna, certo, gli arbitri… E poi gli stadi vuoti, il Covid, le convocazioni nelle nazionali… le altre grandi hanno gli stessi problemi (magari non gli arbitri e la sfortuna, gli altri sì), i tamponi non li fanno solo a noi. E noi “grandi” non lo siamo per niente, perchè le sei partite importanti di questo ciclo di otto non le abbiamo vinte, nemmeno una, producendo sempre tanto e raccogliendo sempre poco, o zero. Non si capisce bene quale pressione stia patendo la squadra: voglio dire, dalla tribuna rossa o arancione non brontola nessuno. Ma dopo le (brevissime) vacanze siamo un disastro: dal computo delle partite ne mancano solo due, le prime due, entrambe vinte, miracolosamente quella con la Fiorentina, ordinariamente quella col Benevento (cinque gol subiti in tutto, tutti su azione). E non è un volere ma non potere, è il contrario: noi possiamo tanto, forse tutto, ma non vogliamo.

Il nostro simpatico Conte ha appena dato dell’ubriaco a chi lo critica e lo vede moscio. E vabbe’, la grinta gli viene fuori a spot, non incide ma fa il permaloso (sospiro). Poi ha detto una cosa interessante: io le partite le preparo, poi però non vado in campo e le situazioni le devono risolvere i giocatori. Beh, non ci deve più essere tutto quel feeling con lo spogliatoio. Eriksen non lo ha fatto nemmeno scaldare. E noi qui, a non capire se questa squadra può vincere tutto o se è già iniziata la dismissione. Sogniamo lo scudetto e, guardando il calendario, ci accorgiamo che è novembre e, come tante volte in tempi recenti, quando è tornata l’ora solare e l’autunno volge verso l’inverno ci trema già la sedia sotto il culo.

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Agosto 22, 2020
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Ricominciamo (‘nata vota)

Non era un sogno irraggiungibile. Era un obiettivo raggiungibile, da giocarsi ad armi pari con un avversario tosto. Considerazione che paro paro valeva anche per il Siviglia. E infatti alla fine ha deciso un piede mosso d’istinto, epilogo randomico di una partita spigolosa e non necessariamente bella come lo sono molte finali. Se Lukaku avesse messo il 3-2 in contropiede avremmo urlato a sfinimento e saremmo qui a fare festa senza pensare troppo all’estetica, anzi, forse saremmo ancora sul balcone con le birre e i tricche tracche. Invece Romelu – nella serata in cui eguaglia Ronaldo e allunga il suo record di gol in Europa League – fa il re Mida al contrario e decide (per il Siviglia) l’ultima partita stagionale, quella che ci avrebbe consentito di spolverare la bacheca dopo nove stagioni. Niente, ci sarà qualcosa di simbolico anche in questo: l’Uomo dell’anno diventa per un quarto d’ora un disastro ambulante. Ma ti possiamo solo dire grazie, Romelu, nient’altro.

Il Siviglia vince la sua sesta coppa in sei finali nell’arco di 14 anni, specialista Uefa/Europa League per eccellenza, e forse anche questo ha contato. Non si sono mai persi (noi sì), hanno gestito l’ansia e il nervosismo (noi meno): anche senza strafare potevamo vincere 5-4, abbiamo perso 3-2. E’ il calcio, la palla è rotonda, a volte una rovesciata alla cazzo ti finisce su un piede e vaffanculo.

Si potrebbe rimuginare per ore sulla partita, non fosse che Conte davanti ai microfoni si è lasciato andare alla seconda sparata contro la società nel giro di 20 giorni, stavolta andando anche oltre nei toni drammatici e nei temi. Ha parlato al passato, ha ringraziato, ha detto cose inequivocabili. Ha buttato lì tre o quattro questioni misteriose, qualche frase enigmatica ma inquietante (la famiglia, la famiglia!), e poi tanti saluti. La finale persa con il Siviglia è passata in archivio nel giro di un’ora. Potevamo fare ragionamenti sul giudizio definitivo da dare alla stagione, potevamo organizzarci mentalmente a ripartire da lì, da una finale persa ma pur sempre finale, aria che non respiravamo da un tot. E invece bòn, forse siamo già senza allenatore.

Conte ha aspettato di finire il campionato per fare la prima sparata, e poi di finire la coppa per fare la seconda, probabilmente anche se l’avessimo vinta. Saranno contenti gli anti-contiani e quelli che consideravano una sfregio avere assunto un ex gobbo. A me, in questo momento, deprime un po’ l’idea di dover ricominciare un’altra volta daccapo, o quasi. Al netto di questioni filosofico-sportive generali che rispetto ma non del tutto condivido, e al netto di un suo talebanismo professionale a volte dannoso, a Conte riconosco il merito di averci riportato a un livello decoroso: secondi in campionato e finalisti di Europa League, due cose che non lasceranno traccia negli albi d’oro ma che ci hanno riportato a calcisticamente a galla dopo anni di sprofondo. Adesso, dunque, si ricomincia? A che prezzo? E con chi?

Indietro non si torna, mi veniva da dire fino a un’ora fa. Secondi in campionato, finalisti in Europa League, semifinalisti in Coppa Italia: in mano non ci resta niente ma è una base importante. Adesso torna tutto in discussione. Tra pochi giorni si ricomincia, non c’è la solita estate di mezzo per rimettere insieme i cocci. Vado a dormire amareggiato per la coppa e preoccupato per il futuro. Ci credevo, sentivo che ci avremmo provato seriamente, la sentivo già mia. Sognavo Messi che comprava casa anche a Pavia, così, per starsene un po’ fuori dai coglioni. Neanche una nutria ai piedi del letto mi distrarrà dal fissare il soffitto nella penombra alla ricerca di un’illuminazione e di un perchè. Forza Inter (sospiro).

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Agosto 18, 2020
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Fino alla finale

In due mesi un concentrato di emozioni – le più diverse – che si solito sono contenute in una stagione intera. Il calcio del dopo lockdown è stato questo: irreale e poi quasi normale, avendo fatto il callo all’assenza di pubblico. Incredibile – nel senso di non credibile – e poi incredibile, in quel senso lì. Un tutto, persino troppo, dopo il vuoto assoluto. Due mesi che sembrano due anni, ma sono inconfutabilmente due mesi, 60 giorni, una manciata di settimane.

Due mesi e quattro giorni fa giocavamo un’altra semifinale, quasi impossibile, e mi ricordo – visto che poi l’impresa si era rivelata assolutamente possibile – l’incazzatura per avere rinunciato così a una finale di Coppa Italia contro la Juve, visto che di finali non ne giocavamo da 9 anni. Un mese e mezzo fa ero in Toscana sul cocuzzolo di un colle e mi sputtanavo metà dei giga mensili per vedere Inter-Bologna sul telefonino, in un climax al contrario che mi ha portato ad un passo dal lanciare il Samsung in un altoforno e dal disdire Dazn e lo stesso contratto telefonico fino alla settima generazione, per poi sparire e cibarmi di bacche. Meno di un mese fa giocavamo con la Fiorentina la partita della resa definitiva in campionato, uno 0-0 che – non accadde, ma solo per un eccesso di relax – consegnava lo scudo alla Juve con quattro giornate di anticipo, con la lista degli sprechi che ci faceva roteare gli zebedei a mille.

Proprio con la Fiorentina – alzi la mano chi ci avrebbe giocato 5 euro alla Snai – finiva un’Inter e ne iniziava un’altra. Era il 22 luglio. Del 2020, sì. Non sembra passato un pezzo? Vabbe’, quella sera di 27 giorni fa abbiamo spento la tv e ci siamo coricati guardando il soffitto e pensando che, per il terzo campionato di fila, saremmo probabilmente arrivati quarti. E invece tre vittorie di fila in campionato, secondo posto, miglior risultato dal 2011. E poi tre vittorie di fila in Europa League, finalissima. Non è meraviglioso?

Nelle 10 partite post Bologna (8 vinte e due pareggiate) mettici in mezzo la qualunque – partite ottime, partite discrete e partite demmerda -, compreso un clamoroso sfogo di Antonio Conte le cui conseguenze non sono ancora del tutto definite. Sta di fatto che, tirando le somme, la nostra stagione si protrarrà fino al 21 agosto (quasi un anno da quando era iniziata, Inter-Lecce 4-0, 26 agosto 2019) per giocarci una finale (non capitava da nove anni) europea (non capitava dal 2010, dal Triplete).

Ogni altra considerazione, prospettiva, previsione ecc. ecc. sarebbe in questo momento del tutto fuori luogo. E dire quanto siamo stati bravi buoni e belli contro il Botafogo Donetz potrebbe essere un onanismo a perdere. Fermiamoci qua e ricarichiamo per l’ultima volta le pile. A definire la stagione dell’Inter manca ancora una partita, e i bilanci si tireranno solo venerdì notte. Resta solo da fare una cosa: ringraziare i ragazzi per avere protratto le nostre emozioni fino al penultimo giorno disponibile e avvertire Christopher Nolan che questo tempo denso e compresso della stagione Covid meriterebbe una sceneggiatura delle sue.

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