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Dicembre 10, 2020
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Scusi, sa dov’è il percorso?

Da quando siamo tornati in Champions (tre stagioni, tre gironi eliminatori e puff!, a casa), abbiamo fatto 21 punti in 18 partite. Per fare un esempio molto pratico, l’anno scorso alla diciottesima giornata del campionato di serie A 21 punti ce li aveva l’Udinese ed era tredicesima in classifica su venti. E noi questi siamo: una squadra che ha potenzialità, che un po’ se la tira e poi a conti fatti è l’Udinese d’Europa, troppo lontana dai top team per sperare di vivere alla grande.

18 partite (sei griffate Spalletti e dodici Conte) con 5 vittorie, 6 pareggi e sette sconfitte. Siccome due vittorie sono arrivate nelle prime due partite della prima stagione, nelle successive sedici partite abbiamo fatto la miseria di 15 punti. Restando alla gestione Conte, in 12 partite 3 vittorie (solo una in casa), 4 pareggi e 5 sconfitte. 13 punti in 12 partite. L’anno scorso, in serie A, 13 punti in 12 partite li aveva fatti curiosamente fatti il disastroso Milan del giorne d’andata, quattordicesimo in classifica davanti al Bologna, quattro punti sopra la teorica quota retrocessione.

Con lo Shakhtar poteva andare in ben altro modo, la traversa sotto il primo blu vibra ancora adesso e il miracolo è stato a portata di mano un po’ di volte. Ma non è successo. Usciamo avendo perso due volte col Real e avendo fatto due 0-0 con lo Shakhtar, un bilancio da Udinese o Bologna d’Europa, quindi ineccepibile, ci piaccia o no. Usciamo avendo vinto una sola volta, avendo sbagliato mille gol, avendo mostrato diecimila sfumature di limiti di personalità (tipo controllare le partite e non vincerle manco per sbaglio).

L’Europa non è il nostro giardino, e del resto Conte non è certo uno specialista della Champions (eufemismo). Quindi, detto che il fallimento è diffuso su tutti i livelli dell’Inter Fc, chiediamoci pure senza autocensurarci se quello di Conte a questo punto non sia un esplicito e completo fallimento personale. Con la squadra certamente non perfetta ma sicuramente rinforzata, è 5 punti dietro il Milan in campionato e fuori dalla Champions con l’ultimo posto nel girone, quindi fuori dall’Europa. Dopo un paio di mesi a mostrare un sorrisino fuori luogo, è adesso tornato nella sua comfort zone delle interviste irritanti, fino allo show di quest’ultimo dopopartita che il Marchese del Grillo a confronto era mister “Resto umile” 2020.

Il percorso – la parola più amata dal nostro mister – zoppica parecchio: difficile autoconvincersi che la squadra “sta crescendo” quando non fai un gol in 180 minuti agli ucraino-carioca che quattro mesi prima avevi preso a pallate. La partita di Gladbach è stata una parentesi in una lunga teoria di partite decisive toppate e di scontri diretti sfumati nella delusione, senza mai dimostrarsi carne o pesce.

Curiosamente, nel momento della massima frustrazione, Conte adesso ha tra le mani una chance clamorosa: togliendosi il fardello dell’Europa, potrebbe concentrarsi su quella che è la sua vera specialità, vincere il campionato. E avrebbe quasi tutto per farcela: la sua competenza specifica, un discreto materiale umano (per l’Italia basta e avanza) e l’occasione di mandare affanculo tutti i suoi detrattori (ormai mi ci metto anch’io) che per un agonista ambizioso e rancoroso come lui può essere la chiave del tutto. Ma non saprei cosa aspettarmi davvero da una squadra a cui evidentemente manca qualcosa per elevarsi dalla mediocrità internazionale e da un allenatore che – a parte il piacere di controllare il saldo sul conto – vorrebbe tanto essere altrove.

In Europa siamo ancora una provinciale, purtroppo. In Italia possiamo dire la nostra, ma bisogna averne voglia. Mi piacerebbe dire che stanotte inizia la corsa al diciammovesimo scudetto, ma se mi facessero il siero della verità si capirebbe che sto esagerando di brutto.

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Dicembre 2, 2020
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I fiori di Gladbach

Alla partita stagionale n. 14, l’Inter ha finalmente fatto cose non banali. Una su tutte: in un contesto importante, sfavorevole e delicato, non ha sbagliato partita e ha centrato l’unico risultato possibile. Che l’abbia fatto prendendo i soliti due gol (otto volte su 14 partite) (e una volta tre) diventa un particolare irrilevante visto che ne abbiamo segnati tre, che potevano essere tranquillamente sei o sette. I soliti sei o sette, verrebbe da dire, per questa squadra che quando gira non fa fatica a creare un’enormità di occasioni. Atteggiamento sempre propositivo, solite amnesie dietro ma tant’è: non possiamo che migliorare.

Adesso è tutto appeso a non so bene cosa, in un girone folle per le sue dinamiche, dove il Real fa sei punti con l’Inter, lo Shakhtar fa sei punti col Real, l’Inter vince a Moenchengladbach ma fa il suo ingresso da ultima nel tritacarne della sesta giornata, dovendosi giocare tutto in casa all’ultima partita, in un sinistro ricorso con le ultime due edizioni in cui l’abbiamo preso il quel posto nella stessa circostanza, anche se in condizioni un po’ diverse.

Conte ha switchato la sua personale e malmostosa stagione verso una modalità semplificata. Siccome è un talebano del 3-5-2, ha preso questa decisione: basta con la creatività, fa il 3-5-2, punto. Si è liberato dell’incubo Eriksen ed è tornato nella sua comfort zone. Si è anche un po’ liberato dal Covid, ha recuperato i suoi fidati, ha più opzioni, gestisce meglio le sue scelte, non lavora più di fantasia – quella fantasia malata e un po’ provocatoria, del tipo “io sono io”.

Nel giro di due partite – due trasferte, perchè fuori andiamo meglio che in casa, sempre che “fuori” e “casa” abbiano un senso in questo periodo – le cose si sono un po’ sistemate rispetto al fosco panorama di una settimana fa: in campionato qualche risultato concomitante ci ha spinto al secondo posto in una sola mossa, in Champions dovevamo vincere e abbiamo vinto, e adesso bisogna vincerne un’altra e stare a guardare, in un’aria prenatalizia che potrebbe profumare di biscotto oppure no. Avessimo fatto 3-3 adesso saremmo qui a tormentarci le carni: chissà se – già eliminati – avremmo avuto la forza e la lucidità di fare comunque i complimenti alla squadra per una partita coraggiosa, costantemente all’attacco, in cui solo una colossale sfiga – unita a una difesa non più impermeabile – ci aveva dato una mazzata mortale e immeritata. Vabbe’, meglio così: il nostro sogno europeo dura ancora una settimana e dai, su, proviamo a godercelo.

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Novembre 26, 2020
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Triste, solitario (non final)

Nel giorno in cui muore Maradona, cioè il calcio, era dura immaginarsi qualcosa che potesse competere in tristezza, ma noi ci siamo impegnati e ce l’abbiamo fatta. Non c’è paragone tra i due lutti, per carità, ma forse (perché non c’è nulla di meno definitivo del calcio giocato e da giocare) stasera è morta anche l’Inter di Conte, quella che doveva essere la non-pazza Inter (perchè volerci snaturare fino a quel punto?) e oggi, per rimanere alle patologie mentali, è una depressa Inter, prigioniera degli schemi e delle paturnie del suo allenatore, soprattutto della sua tristezza attuale, una palese infelicità, in questo legame senza senso tra datore di lavoro e strapagato dipendente che si regge solo sui soldi, una questione di vil denaro e di pelosa convenienza contabile di cui a noi non frega un cazzo – tranne il fatto di esserci dentro fino al collo.

Non c’entra la gobbitudine (qui scrive uno zuzzurellone che sin dall’inizio ha dichiarato che non sarebbe stata un problema, di fronte a un bene e a una missione superiore), c’entra che ormai è tutto piuttosto e drammaticamente chiaro: siamo nel gorgo di un allenatore che non prende più decisioni giuste manco per sbaglio e di una squadra che moralmente ha smesso di seguirlo.

Una squadra che si mette a giocare se va sotto di due gol o se rimane in dieci, perchè prima, secondo i piani prestabiliti, nessuno ha più voglia di metterci testa, gambe e palle di default. E un allenatore che ha smesso di stare antipatico, ha smesso di rompere i coglioni, ha smesso di trasfigurarsi, ha smesso di spremere rape. Un allenatore ha cercato di farsi esonerare due volte, non riuscendoci. E che ha cercato di transare, non riuscendoci. E’ ormai da qualche mese l’allenatore reluctant della non-pazza Inter. E’ un disastro, amici miei.

Conte non è più sopportabile così. E’ uno che si è ridotto a fare entrare Eriksen all’88esimo, come fosse un Pinamonti o un Esposito, perchè gli sta sul cazzo dal primo giorno che gli hanno detto che sarebbe arrivato, tanto da non essersi mai preoccupato di utilizzarlo al meglio. E’ stata una cosa da sfigato, queste ripicchette tra milionari fanno stracagare, queste umiliazioni in Eurovisione non sono accettabili. Certamente è arrivato all’88esimo con le palle girate, Conte, nella serata del tradimento definitivo di Vidal, l’uomo che ha inseguito per due mercati e guarda te cosa gli (ci) combina. Ma tra uomini di sport bisogna essere più seri nei momenti difficili. Hai il quinto cambio, all’88esimo di una partita irrimediabile? Piuttosto metti Padelli al posto di Lukaku, non Eriksen. Ma perché, cosa ti ha fatto?

E per quanto andremo avanti? Suning ha le sue ragioni, i soldi per l’esonero più oneroso della storia non ce li mettiamo noi ma loro. Ma io a uno così – così com’è oggi, che manco si fa più la barba – gli minerei l’autostima, cacciandolo e richiamando Spalletti, già a libro paga, una roba un po’ alla Preziosi, un po’ da squadretta pericolante, ma che liberazione sarebbe per tutti (anche per lui, così attaccato all’orgoglio e alla buonuscita). Invece siamo qui, nè carne nè pesce, in bilico tra duemila dubbi in una stagione in cui sarebbe bastato essere l’Inter dell’anno scorso. Siamo qui a sperare in un miracolo in Champions, se vinciamo le prossime due. Solo che purtroppo in Champions abbiamo perso 7 delle ultime 14 partite, un’altra statistica che ci inchioda e che ci dice che no, non siamo propriamente una grande squadra.

Ci vorrebbe un’altra situazione, un’altra motivazione, un’altra immagine di questa Inter. Ci vorrebbero occhi di tigre invece di questi sguardi smarriti. Era meglio pazzi che impanicati. Invece eccoci qui, ognuno ad aspettare che si muova qualcosa. Ma se Conte non lascia libera la sua sedia è probabile che non accada niente che (sospiro) ci cambi davvero la vita.

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Agosto 11, 2020
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‘o Gufo e ‘o Lione

Nella settima stagione di onorata attività, ai Gufi è toccata un’esperienza nuova: la gufata d’agosto. Aduso a esperienze invernali, primaverili e tardo primaverili, con qualche raro e stravolgente sconfinamento a giugno, il manipolo di coraggiosi antijuventini si è così dato appuntamento nella prestigiosa location baronale con un dress code del tutto inedito: viveri, bermuda e ascella pezzata. Del resto l’impresa che aspettava gli intrepidi controtifatori era tra le più ardue: sopportare una temperatura di 92 gradi Fahrenheit e sostenere appassionatamente il Lione (settimo nel campionato francese, cioè una chiavica) contro la Ronalda, squadra in maglia bianconera composta da un allenatore a caso e dieci giocatori a caso, più Lui, l’Uomo che salta più in alto di Fosbury.

Le premesse non erano delle migliori. Del gruppo di soci fondatori, reduce dalla stepitosa serata del 2019 con l’Ajax, bruciava la prima storica rinuncia di Er Monezza, in vacanza nei mari del Sud. Così come il nostro cappellano, er Pagnolada, ci mandava una cartolina da una località lontana confidando nella nostra comprensione e assicurando la sua intercessione con l’Altissimo.

Rispondevano invece alla chiama del ct Er Pomata gli altri componenti del Bilderberg della gufata: Er Condominio, Er Quadricipite e il qui presente Er Blogghe. All’appuntamento si aggiungevano via via alcune vecchie conoscenze: i fratelli M., i Dalton dell’interismo, giunti dal Piacentino, e lo Scudiero der Condominio, giunto dal Comasco dopo lungo e periglioso viaggio.

Come i re Magi, ognuno porta un dono ar Pomata: io una torta, Er Condominio e lo Scudiero un paio di meloni, Er Quadricipite un vino trasportato in una curiosa borsa termica che lo fa assomigliare a Jesus Quintana del Grande Lebowski, e i Dalton quattro pizze che mettono sul tavolo e, intortando gli altri ospiti con aneddoti e valutazioni immobiliari, si mangiano praticamente da soli lodando il pizzaiolo, dicendo Juve merda e liberando un sonoro rutto finale in Dolby stereo.

Al fischio di inizio ci scheriamo intorno alla tv cercando le migliori posizioni scaramantiche. Er Pomata posiziona gufi in ogni angolo della sala e, custodito in un prezioso scrigno, porta a Er Quadricipite lo stuzzicadenti che aveva in bocca nel 2014, quando tutto iniziò (qui la storia completa delle gufate). Breve cerimonia di consegna. Si può iniziare.

Nell’aria c’è quella puerile serenità delle occasioni migliori: nessuno crede all’impresa del Lione, ma ci spera da morire. E così, quando un imprevisto allineamento di pianeti vede la Juve subire un rigore e il rigorista metterlo con un cucchiaio, nel salone delle festa scoppia, appunto, la festa.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”

fanno i bimbi in coro, mentre Er Pomata comincia a urlare frasi sconnesse. Anzi, una frase sconnessa: “Er Cucchiaio, ahahahah, er Cucchiaio, ahahahah”, ripetuto in loop per una dozzina di minuti. Finchè, a metà del primo tempo, un primo piano del regista toglie l’uso della parola a Er Pomata.

Maxence Caqueret. Una strana creatura a metà tra Rodolfo Valentino e Attilio Fontana. Da tempo non si vedeva un uomo così pettinato in campo. Una cofana perfetta, chili di gel sparsi con sapienza. Er Pomata sprofonda in una crisi tipo invidia del pene. Continua ad alzarsi e ad andare in bagno a specchiarsi. “Non è possibile”, mormora accarezzandosi la chioma ed eseguendo alcuni ritocchi con un puntatore laser.

Quando torna al suo posto, in un atmosfera di lassismo generale, cede al nervosismo e perde il controllo: “Metti via quel cazzo di telefonino, tu al cesso ci vai quando te lo dico io, concentratevi!”. Quando il Divino sigla il pareggio trasformando il più orribilmente fantasioso dei rigori, sul salone cala una cappa di sana realismo. Ma la Juve, insomma, ne deve per sempre fare ancora due.

I 15 minuti di intervallo servono ai Dalton per affettare i due meloni, facendone sparire alcune fette. Ma nessuno mangia, il nervosismo monta e quando CR7 la mette dal limite lo spettro della remuntada inizia a incombere sulla variopinta compagnia. Però è la Juve che ci toglie dall’imbarazzo: con 30 minuti ancora a disposizione per fare qualsiasi cosa, ecco, non fa più un cazzo. Non c’è nemmeno gusto a gufare così. Ma alla fine, come rituale vuole, è festa, nonostante una Juve che non aveva bisogno di gufate. Non ci tradisce mai, ormai le siamo quasi affezionati.

(rumore di tuoni)

“Niente ragazzi, scusate, un pensiero così. Leviamo i calici, Juve merda!”, dico mentre riprendono le libagiorni. La gufata in epoca Covid ha così termine in un clima da festa delle medie. La nostra settima stagione finisce così, in gloria, come le precedenti sei. Albo d’oro: 2014 Benfica (Europa league), 2015 Barcellona, 2016 Bayern, 2017 Real, 2018 Real, 2019 Ajax, 2020 Lione. Un pugno di uomini, una grande missione.

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Dicembre 11, 2019
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Vorrei ma potevo

Più che un “vorrei ma non posso”, è stato un “avrei voluto e avrei potuto”. Se reggesse la consecutio, un “vorrei ma potevo”. E in questo senso fa un po’ male. Usciamo dalla Champions avendo sprecato nell’arco di sei partite il triplo o il quadruplo di quanto non abbiamo sprecato in quindici partite di campionato. I due sanguinosissimi punti persi con lo Slavia in casa e le sconfitte a Barcellona e Dortmund dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo (e a Dortmund sarebbe bastato pareggiare) ci hanno portati a un’ultima partita da dentro-fuori che – tra gol sbagliati, circostanze varie e assenze pesanti – ci ha detto malissimo. La palla non sempre gira come vuoi tu.

E’ finita male, come un anno fa. Nel 2018 siamo riusciti a buttarla via col match point in casa contro una squadra già eliminata e quarta, quest’anno – sbagliando dieci gol – contro una top già qualificata e scesa in campo con una specie di squadra B.

Ecco, il punto è (anche) questo. Con un po’ più di cattiveria sotto porta stasera avremmo festeggiato, pur con sei assenze e mezza per infortunio. Avremmo festeggiato con la nostra rosa imperfetta, con i nostri lungodegenti sul divano, con la nostra squadretta da “gradino sotto” eppure sempre e comunque pericolosa, propositiva, produttiva. Il Barcellona, che tante opportunità ci ha concesso, alla lunga ci ha invece dimostrato cosa ancora ci manca per sederci al tavolo delle grandi: avere una squadra B come la sua, con cui concedersi un turn over estremo e andare a vincere a Milano così, in souplesse, con i gol di una riserva e di un ragazzo del 2002.

Peccato, al netto di ciò che ci manca resta la sensazione di un grande spreco, di un obiettivo che ci sfugge pur essendo sempre stato a portata di mano. E anche di un po’ di sfortuna, perchè paghiamo carissimi i 20 minuti più sconcertanti della stagione, quelli di Dortmund, 20 fottuti minuti che ci escludono da un palcoscenico importante e, comunque, da un sogno. Se ci sono Lipsia, Valencia, Lione e un altro paio di scarse che la sfangheranno domani, potevamo tranquillamente starci anche noi.

Resta, di questa Champions, la clamorosa esplosione di Lautaro. Cinque partite da top player in tutto e per tutto, quest’ultima straripante e piena di delizie tecniche e fisiche. Non è poco. Vabbe’, l’Inter comunque non muore qui, restano un sacco di cose da fare. Rimettiamo insieme la truppa e andiamo. Forza Inter.

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Novembre 28, 2019
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I nuovi mostri

Avevamo un grande attaccante, di cui eravamo prigionieri (perchè per sei stagioni abbiamo avuto un unico schema: diamogli la palla, magari qualcosa succede). Adesso abbiamo due grandi attaccanti, che ci hanno liberati. Due attaccanti che giocano insieme (insieme!), dall’inizio (dall’inizio!), dialogano, si cercano, lavorano e si sbattono per sè ma anche per l’altro, segnano, si abbracciano, si prendono per mano. Ci prendono per mano.

Al 27 di novembre hanno segnato 11 gol a testa (Lukaku 10 in campionato e 1 in Champions, Lautaro 6 in campionato e 5 – 5! – in Champions), siamo secondi in campionato con 11 vittorie su 13 e ancora in corsa in Champions (nonostante il girone tostissimo, lo sciagurato pareggio in casa con lo Slavia e le due super-trasferte perse dopo essere stati in vantaggio) e tra i noi vaga ancora qualche vedova di Icardi e qualche incontentabile (eufemismo) che pensa che Lukaku sia scarso.

Faccio volentieri il mio coming out: due mesi e mezzo fa (era la metà di settembre) ho trascorso un’intera partita – penso fosse quella con l’Udinese – a insultare Lautaro. Ma come fai – mi chiedevo – a essere così clamorosamente forte nei movimenti e a non vedere mai quella cazzo di porta? Che attaccante sei? Perchè non la metti mai? Qualche giorno prima – e la cosa mi aveva fatto incazzare ancora di più – aveva segnato una tripletta in Nazionale contro il Messico. E probabilmente era stata quella – io, stolto, ancora non potevo averlo capito – la chiave di volta della sua stagione, un’iniezione di estrema consapevolezza. Da lì in poi Lautaro – che è 4 anni e mezzo più giovane di Icardi – ha fatto cose straordinarie, a mazzi.

Per Lukaku ho messo in dubbio amicizie di lunga data. “E’ scarso, fa schifo, è una sòla”. Per me è sempre stato un top player a prescindere, solo per il fatto di vedergli addosso quella maglia numero 9 che non sopportavo più di vedere associata al mio ex-attaccante preferito dell’universo, uno che a un certo punto si è messo a marcar visita come un congedante a militare e a scattare foto soft porno con la moglie mentre gli altri dovevano inseguire obiettivi minimi. Diamo tempo a Lukaku, ho sempre detto. Con quel fisico lì deve essere al 100 per cento e per mesi non lo è stato, anche per spirito di sacrificio. Quello che fa in una partita – spiegavo di fronte a sguardi attoniti – è tantissimo, solo che voi (silenzio, poi brusìo) non capite un cazzo. Posso immaginare che quella meraviglia fisica e tecnica vista a Praga sì, fosse il Lukaku al 100 per cento, però se qualcuno mi certifica che è tipo al 90, allora vado alla Snai e faccio puntate da qui al 2025 su ogni possibile competizione, anche al trofeo Birra Moretti del 2023, per dire.

La novità tecnica, tattica e concettuale di avere due attaccanti così forti a guidarci verso obiettivi ancora ignoti (che poi magari si riveleranno fuffa, ma questo è lo sport) è così stravolgente che chi se ne frega, vada come vada, ma il divertimento di questi primi mesi dell’era Conte non ha prezzo. Un divertimento vero, una palpitazione gioiosa. Un altro anno a vedere mediamente 2.000 passaggi laterali, 50 cross e 3 tiri in porta a partita mi avrebbe probabilmente ucciso. Adesso ciò che abbiamo davanti è una squadra che ci prova sempre, che non molla mai la presa, che ha già gettato il cuore oltre l’ostacolo un tot di volte (vogliamo parlare della reazione compatta e corale della squadra agli infortuni? vogliamo parlare del centrocampo old fashion messo in campo a Praga?)

Handanovic ha evitato la beffa delle beffe, dopo un gol annullato andando indietro col Var fino a immagini in bianco e nero in cui si vedeva che sì, magari il metro è un po’ severo, ma Giubertoni un mezzo fallo lo ha fatto. Gli altri ci hanno messo tutti del loro. E poi il resto, tutto il resto, ha la firma dei due mostri là davanti, madonna santa, uno spettacolo che non si vedeva da anni. Sono talmente euforico che non mi viene neanche da dire Juve merda. Ma che si fotta la Juve, guarda.

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Novembre 6, 2019
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Se questo è Antonio

Due mesi e mezzo di stagione, 9 vittorie su 11 in campionato (e secondo posto un punto dietro la Juve), più fuori che dentro in un girone di ferro in Champions dove hai giocato due primi tempi meravigliosi in due stadi da paura – roba che non vedevi da anni e anni – epperò metti insieme 4 punti in quattro partite, classifica magari immeritata ma impietosamente realistica sul tuo profilo attuale di squadra – bella, a volte bellissima, ma per più di un motivo non ancora a livello delle migliori d’Europa. Perchè dopo i primi tempi meravigliosi hai dovuto giocare anche i secondi tempi, e a volte – per colpe tue o anche solo per la piega degli eventi – la realtà si è fatta più dura, 45 minuti dopo.

Detto questo, cosa vuole Conte? Cosa sa lui che non sappiamo? A quale livello vuole alzare la tensione? Quali conti ha da regolare, pur pagato profumatissimamente? Con chi ce l’ha? O vuole solo – più di ogni altra cosa, lui così vincente, lui così legato agli sfracelli che ha sempre fatto nelle sue prime stagioni ovunque sia stato – pararsi il culo?

A Dortmund, sotto il Muro giallo, l’Inter ha prima segnato due gol (il secondo straordinario) e poi si è dissolta per un misto di stanchezza, distrazione, appagamento, basso profilo, eccesso di sicurezza (prendere gol da una propria rimessa laterale è roba da campetto, non da Champions). Siamo stati, rispetto a Barcellona, anche meglio nel primo tempo, e molto peggio nel secondo (là, almeno, gli avversari si erano dovuti sbattere parecchio per segnare, qui i primi due glieli abbiamo regalati). Meritavamo il pari, entrambe le volte, e abbiamo perso, entrambe le volte. E’ il gap che scontiamo, e forze sconteremo ancora per un po’.

Ma a Conte conviene spiattellare in diretta tv che il re è nudo, piuttosto che provare a farsi semplicemente una ragione di quello che è successo? Conviene fare il culo ai dirigenti che non gli hanno dato quello che (a bocce ferme) era stato pattuito, quando mancano ancora due lunghi mesi al mercato di gennaio (e quasi tre al suo epilogo)? Dopo che Marotta qualche giorno fa ha detto che lo scudetto non è un obiettivo per quest’anno, serviva che Conte dicesse a tutti che ‘sta cosa in fondo è vera ma non certo per colpa sua, ma dei dirigenti inadempienti e dei troppi giocatori scarsi che gli hanno lasciato tra i coglioni?

Conte, l’unico vero top player fatto e finito dell’Inter, ti mette di fronte al bivio: dopo questa sparata ad alzo zero, lo segui al traino della sua sterminata (e si spera benefica) ambizione o per prenderlo a calci in culo? E’ un bel problema.

Sono andato sul sito a controllare. La rosa della prima squadra è di 24 giocatori. Togli i tre portieri e due bambini (Esposito no, lui è compreso nel calcolo), restano 19 giocatori di movimento che non sarebbero nemmeno pochi. Togline due che non hanno mai visto il campo, togli anche Ranocchia che lo ha visto pochissimo, ne restano 16. A quel punto, gli infortuni hanno rovinato un equilibrio un po’ precario. Perchè dai 16, seguendo il ragionamento presunto di Conte, dovresti poi scremare gli scarsi, è qui – ma entriamo nella soggettività – i calcoli potrebbero farsi inquietanti.

Dell’Inter dei primi due mesi e mezzo ci sono dati certi. Due acquisti super a rinforzare il centrocampo – Barella e Sensi -, una coppia d’attacco di grandissima prospettiva, una difesa extra lusso, una batteria di laterali complessivamente mediocre (e non è un dato da poco per un 3-5-2), una panchina corta. Per il campionato tutto questo basta e avanza – chissà, un paio di ritocchi e potremmo essere davvero da scudetto -, per l’Europa no, essendoci capitata la sfiga di un girone molto duro.

Conte ha ragione, nella sostanza dei fatti. E’ nella forma che sbaglia. Lui che pretende che la squadra vada sempre a duemila, deve essere il primo a motivarla a tremila. Dal suo discorso di Dortmund non vorrei che passassero i messaggi peggiori. Tipo: che i giocatori più spremuti sono incolpevoli (e quindi legittimati a sentirsi stanchi), che i giocatori che fa giocare un po’ di sì e un po’ no sono dei ripieghi e non gli risolvono granchè (e quindi legittimati a sentirsi poco motivati), che gli altri sono fuori dal progetto a meno di concomitanze epocali (e quindi legittimati a controllare l’accredito dello stipendio mensile e bòn).

Il Conte motivatore estremo non è questo. Questo è un Conte che lancia un messaggio forte e chiaro: più di così non ce la faccio, nemmeno io che sono il miglior allenatore della galassia, e più di così i giocatori non ce la fanno, perchè ne faccio giocare 13-14 e nemmeno mi piacciono tutti. Un messaggio che non serve all’Inter, non serve gli interisti. A noi serve vedere la squadra continuare a giocare come in questi due mesi e mezzo, una squadra cresciuta a immagine e somiglianza di Conte, quello vero, quello che pensa a vincere e a dimostrare di essere il migliore di tutti. Il Conte post-Dortmund è un uomo ambizioso e pericolosamente scoglionato (“Mi tocca dire sempre le stesse cose, venisse a parlare qualche dirigente”: santa madonna, ma che dichiarazione è?). Siccome di Inter pericolosamente scoglionate nelle nove stagioni post-triplete ne abbiamo viste a iosa, ecco, non ricominciamo proprio ora che le cose vanno (quasi) a meraviglia.

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Ottobre 3, 2019
di settore
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Il Barça ha vinto, viva l’Inter

Non è stata la partita perfetta, sennò l’avremmo vinta 3-0. Ma è stata una partita importante, importantissima: nettamente la migliore Inter dal Triplete a oggi – almeno per i primi 57 minuti, e per qualche altro frammento di partita da lì alla fine – a livello di personalità, gioco e attributi. Dopo Mourinho, l’Inter non è mai stata così bella e, soprattutto, così squadra.

Detto questo, ha ragione Conte. Fermiamoci qui, perchè non c’è nulla da festeggiare. Dopo due partite di Champions (una pessima, una a tratti meravigliosa) abbiamo un punto e, di fatto, un piede, un piede e mezzo fuori dalla competizione. Non c’è nulla da festeggiare perchè non si festeggia una sconfitta, bisogna tornare incazzati perchè domenica c’è la Juve e quella fantastica oretta di calcio che non assaporavamo da un pezzo ce la dobbiamo dimenticare. O meglio, ce la dobbiamo ricordare per fissare la nuova altezza della nostra asticella. E poi, nella sua declinazione più onanistica, ce la dobbiamo dimenticare.

Ha ragione Conte anche sull’arbitro. Ci ha trattato come una squadretta che è andata a rompere i coglioni al Barça al Camp Nou. La colpa è anche un po’ nostra, di quelle sette stagioni senza Champions e dei relativi anni di vuoto, di assenza dal calcio che conta. Che questa partita, insomma, certifichi il nostro ritorno. Anche se, purtroppo, non ci premia per nulla e ci mette di fronte a una tabella al limite dell’impossibile: al netto di qualche possibile incrocio favorevole di risultato, dovremo come minimo vincere a Praga e fare 4 punti con il Borussia Dortmund. E poi, appunto, sperare.

Non si festeggia la prima sconfitta stagionale, non esistono belle sconfitte, è frustrante dire “abbiamo perso ma ecc. ecc”. Teniamoci stretta la sensazione di essere finalmente ritornati a un livello che ci siamo sognati tutte le notti dopo la stagione 2011, l’ultima con un po’ di polpa. Avanti così. Abbiamo fatto paura – di brutto – al Barça, possiamo fare paura a tutti. Abbiamo perso la partita, cerchiamo di fare in modo che accada il meno possibile. Che domenica non si giochi una partita qualunque ma “la” partita, ecco, io la vedo come una grande e spaventosa opportunità. Forza Inter, la strada maestra è tracciata.

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Settembre 18, 2019
di settore
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Burro e Slavia

“Ma che culo ci avete…” No, aspetta, correggo. “Ma che culo ci hanno fatto??” Il messaggio lo invio al mio amico Luca, quello di Praga, che in realtà è casualmente a San Siro a 50 metri da me. Una domanda che gli faccio in qualità di persona informata dei fatti. Luca non solo vive a Praga ed è interista e calciofilo totale, ma con i suoi soci di “Turisti per Praga”, tutti interisti, ha fatto più volte l’abbonamento allo Slavia. Perchè non allo Sparta?, gli avevo chiesto quando ci eravamo conosciuti a Praga. “Perchè lo Sparta è la Juve della Repubblica Ceca, e quindi non ce la possiamo fare”. Ok, torniamo alla domanda di oggi: ma che culo ci hanno fatto?? Risposta di Luca: “Assurdo, mai visto lo Slavia giocare così”.

Ecco, se c’è una scusante per il disastroso debutto dell’Inter in Champions è proprio questa: lo Slavia ha fatto un partitone clamoroso. Detto questo, la stessa considerazione si presta a interpretazioni del tutto negative: se l’Inter ha preso sottogamba la presunta squadra materasso, ha sbagliato di brutto; se l’Inter non è stata in grado di adeguarsi al “livello Champions” – nel caso dello Slavia, una squadra tecnicamente inferiore che si è spesa in un pressing a tratti mostruoso e non ce l’ha fatta vedere per interminabili minuti – possiamo iniziare a preoccuparci; e infine, se questo è stato l’approccio al tanto sbandierato ciclo di ferro delle 7 partite in 23 giorni (Inter-Slavia, a bocce ferme, sembrava la più scontata), beh, prepariamoci alle notti insonni che tanto ci sono care.

La pagella l’ha fatta Conte (“tutti sotto la sufficienza”) ed è ingenerosa quanto basta. Peccato essersi inculati due dei punti che pensavamo di avere già in saccoccia in Champions, ma le quasi-sconfitte salutari è meglio che arrivino presto, quando, appunto, hanno il tempo di rivelarsi salutari. In mondo non è fatto di Lecce, Cagliari e Udinese, ma anche di squadre che ti immagini ciofeche e invece non lo sono. E a squagliarti come burro in padella sei tu, non loro.

Mentre sciamo verso il pullman dell’Inter club Voghera, vengo approcciato da uno che mi dice “Ma tu… ma tu sei Settore!” come se avesse visto Margot Robbie in bikini vendere i cornetti Algida al secondo rosso. Si qualifica: è un mio conterraneo ma vive in Brasile da 14 anni “e ti leggo sempre da là! Settore mio! Non ci posso credere!”. Ma non scrivo più un cazzo, obietto. “Ti leggo anche se non scrivi un cazzo”. Al che mi fermo e gli impongo le mani: “Ego te absolvo, e absolvo anche te, simpatico scudiero”, dico rivolto al suo amico che mi fa: “Grazie di esistere”. Passa uno che evidentemente capta la straordinarietà dell’evento e, nel dubbio, scatta una foto. Lo immagino ora nel buio della sua cameretta chiedersi: “Ma chi cazzo sarà stato?”. Saluto con calore virile la coppia italo-brasiliana e mi dirigo verso il bus. Gli interisti sono migliori. Magari non dello Slavia Praga, ma è stato l’inciampo di una serata un po’ così.

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