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aprile 10, 2017
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Perdere a Crotone, quando si fa sera

Ci eravamo illusi? Beh, ne avevamo ben donde: dopo Napoli e fino alla sbornia con l’Atalanta, se la tua squadra su 13 partite ne vince 11 illudersi è concesso, anzi, è quasi un dovere. Se in condizioni del genere non ci si illude come bambini dell’asilo, santiddio, allora che gioco è? Allenatore nuovo, spirito nuovo, aria nuova e quanto ce n’è (o quanto ce n’era): 11 vinte su 13 è una media che firmeresti fino alla notte dei tempi (e nelle prime 10 di queste 13 partite abbiamo subito solo 3 gol, la sintesi di una macchina quasi perfetta). Il problema è che, guardando il calendario a ritroso, alla serie vincente se n’è via via sovrapposta una molto più mediocre di cui abbiamo tardato ad accorgerci. Noi ancora facevamo i calcoli dal dopo Napoli-Inter in poi, e invece l’Inter aveva già imboccato una strada declinante. Da Juve-Inter (compresa) a oggi, abbiamo fatto 13 punti in 9 partite. E’ una media da dodicesimo posto, quella che avevamo con De Boer. E’ una media che abbiamo cominciato a tenere proprio all’apice del nostro campionato, quando eravamo arrivati al quarto posto a un tiro di schioppo dalla Champions.

La sera della 22ima giornata, la classifica era questa: Juve 54, Roma 47, Napoli 45, Inter 42, Lazio 40, Milan 40, Atalanta 39, Fiorentina 37.

Prendiamo la classifica della 31ma, facciamo due sottrazioni con la calcolatrice del telefonino e scopriamo che in queste ultime nove giornate la Roma ha fatto 24 punti, la Juve 23, il Napoli 22, la Lazio e l’Atalanta 20 (dunque, 5 squadre hanno tenuto una media superiore ai 2 punti a partita), il Milan 17, la Fiorentina 15. L’Inter 13. Nove giornate in cui la Champions si è allontanata anni luce e in cui, per restare a obiettivi meno lisergici, abbiamo perso 7 punti da Lazio e Atalanta e 4 dal Milan. Fino ad arrivare alla classifica piagnucolosa di stasera, che ci vede settimi, fuori da tutto.

Bei tempi, quando ci si illudeva. Alzi la mano chi non si era illuso almeno un pochino. Io mi inebriavo di illusioni, sognavo il terzo posto – come minimo – e Icardi, Gagliardini e Gabigol sul podio del Pallone d’Oro. In un angolo del cervelletto avevo confinato i due grandi dubbi che nutrivo e che confidavo timidamente solo agli amici più cari, col risultato di sentirmi dare del menarogna:

  1. oggettivamente, tra tante vittorie non si poteva non notare che con le squadre più forti le prendevamo regolarmente (con Pioli, perso con Napoli, Juve, Roma e nel dentro/fuori con la Lazio in Coppa, in casa) e incontestabilmente, magari facendo buone partite ma senza abbreviare le distanze.
  2. soggettivamente, temevo che prima o poi avremmo pagato il conto dei primi 4 folli mesi della stagione, con i quattro allenatori, i casi umani, le tragedie di Europa League, i casting eccetera eccetera, non fosse altro per la fatica di stare continuamente in bilico sullo strapiombo, che se vinci è ok e se non vinci è un disastro epocale, concetto che mi è apparso ben chiaro la sera del 2-2 col Toro.

Ora, su cosa sia successo in queste ultime tre partite potremmo discutere per ore. Dopo i quattro mesi in bilico, è bastato mettere il piede in fallo un paio di volte di fila per crollare miseramente. Male a Torino, ma almeno con la forza di rimetterla in piedi. Malissimo con la Samp, vittimi della nostra supponenza, una supponenza irritante se rapportata alle intime certezze (zero) e al raggiungimento degli obiettivi (meno di zero). Epocalmente disastrosi a Crotone, contro una squadra che tre settimane fa era retrocessa, presi a pallate senza colpo ferire, un primo tempo da vergognarsi per generazioni.

Un disastro che coinvolge tutti i giocatori e l’allenatore, che ha perso completamente il controllo della situazione e al quale va la nostra compassione (non è facile restare in balìa di una rosa con un tasso di personalità del limite della decenza) ma fino a un certo punto (perchè ormai anche per lui è arrivata la resa dei conti, e i conti ora sono in rosso). Le scelte delle ultime due partite inquadrano impietosamente Pioli, così come impietosamente hanno inquadrato l’Inter.

Giocatori spremuti (Candreva), altri lontani dalla forma (Icardi, Perisic), altri in via di perdizione (Brozovic) o ormai persi almeno per questa stagione (Joao Mario) o per sempre (Gabigol), reparti planati dalla massima efficenza allo sbando (la difesa), fondamentali che in Lega Pro forse curano meglio (il cross)… Pioli e l’Inter si sono coalizzati per dare il peggio dopo aver vissuto, e averci fatto vivere, un inverno a tratti magico. Da qui in poi sono tutte finali per il quinto posto, con tutta la tristezza che questa frase porta con sè. Del resto le ultime due partite hanno detto tutto: questa Inter giustifica l’uso dell’atomica e Suning forse sta già muovendo la sua portaerei verso le acque di Appiano Gentile e corso Vittorio Emanuele.

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febbraio 14, 2017
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Il campionato avulso

In questo spezzatino da calcio moderno, càpita che si debba aspettare il lunedì sera per tracciare il bilancio di una giornata di campionato. Non per altro, ma non era una giornata qualunque e quindi l’attesa era giustificata: 1) conclusi tutti i recuperi, si tornava finalmente alla pari; 2) era la giornata-ponte dei due terzi di campionato; 3) per l’Inter, il risultato di Lazio-Milan non era per niente indifferente.

E infatti il pareggio è stata la ciliegina di una giornata che rischiava di essere neutra: avevano vinto tutte, ma proprio tutte, e per la parte sinistra della classifica si rischiava di fare un copincolla. E invece no: torniamo quarti e questa cosa fa bene al cuore e alla mente. Ci aspettano altre 14 giornate così, a cercare di vincere e poi a sbirciare sugli altri campi. Qual è la novità? Beh, quest’anno è un po’ diverso dal solito.

Questa è stata la giornata-prototipo di quello che temo sarà il campionato da qui alla fine. Se la lotta per non retrocedere resterà virtuale (con tre squadre inferiori, isolate, lontane e piuttosto depresse), già oggi – a metà febbraio, con 14 giornate ancora da giocare – ci sono 12 squadre su 20 a non avere obiettivi. Restano quelle in corsa per scudetto e/o coppe. Juve, Roma, Napoli, Inter, Atalanta e Fiorentina hanno vinto partite con poca storia, contro squadre che non sono andate molto al di là dell’ordinaria amministrazione. A muovere la classifica – per sottrazione, come meglio non ci si poteva augurare – è stato non a caso l’unico scontro diretto.

Sarà un campionato così, con gli scontri diretti che invece di valere doppio varranno il triplo e con le partite con “le altre” che saranno una specie di trappolone random: per la maggioranza morbide o comunque poco complicate finchè non ti arriva  l’imprevisto come è successo alla Roma,  che ti becca la Samp in giornata da fenomeni e ci lasci il culo e metà delle speranze scudetto.

Nel prossimo mese, prima della pausa per la Nazionale, ci aspetta un mini-ciclo di 5 partite piuttosto particolare: tre trasferte contro squadre senza obiettivi (Bologna, Cagliari e Torino, che oggi è a 10 punti dall’Europa League) e due scontri diretti in casa, Roma e Atalanta. Sono 5 partite in cui ci giocheremo moltissimo, perchè contro “le altre” non bisognerà perdere punti (ma sono pur sempre trasferte), e contro le dirette concorrenti ci presentiamo con il curriculum immacolato delle 8 vittorie consecutive a San Siro.  Arrivare quanto più vicini al bottino pieno ci porterebbe in zona Champions. Perdere punti (in generale, e con la Roma in particolare) sarebbe una discreta mazzata (eufemismo). Sabato 18 marzo, dopo Torino-Inter, la nostra classifica avrà una fisionomia ben definita. Speriamo anche che sia bella.

Nel campionato avulso delle prime otto, da qui al 19 marzo si giocheranno anche Milan-Fiorentina, Napoli-Atalanta, Atalanta-Fiorentina, Roma-Napoli, Juventus-Milan. Più i nostri due, fanno 7 scontri diretti in cinque giornate. La Juve ne ha solo uno, e in casa. L’Atalanta tre. Le altre due.

Forza Inter, qui si fa l’Italia o si è avulsi.

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dicembre 18, 2016
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Breve storia triste: Gabigol (fine)

Se digitate Gabigol su Google, come proposta di ricerca appariranno nell’ordine “Gabigol”, “Gabigol Fifa 17”, “Gabigol fantacalcio” e “Gabigol perché non gioca”, e la combinazione di queste tre frasi costituisce la cosa più calzante che mi sia capitata di leggere su Gabigol negli ultimi  cinque mesi, da quando cioè è entrato in orbita Inter.

Gabigol, secondo quanto in effetti ci suggerisce Google al solo digitare il nome nell’apposita barra, oggi in effetti è un non-giocatore, che ha una sua dimensione su Fifa 17 (dove gioca per una scelta tecnica individuale esercitata in un mondo parallelo), una sul Fantacalcio (dove costa un cazzo, puzza di affarissimo ma è inservibile) e una nel nostro immaginario collettivo (“Perchè non gioca? Ha ciulato una cinese, un’indonesiana o un’olandese che non doveva?”). Poi appare “Gabigol Wikipedia” dove invece, cliccando sulla url della sua pagina, sfoci in un reale che sembra romanzato eppure dev’essere vero: leggi numeri che testimoniano che in effetti nella sua pur breve vita  ha giocato e segnato, ha vestito 4 volte la maglia della nazionale brasiliana maggiore, ha vinto con quella della Olimpica l’oro a Rio, era un giovanissimo idolo del Santos, detiene il record del rapporto età/clausola rescissoria (l’unica cosa che conta nel calcio moderno), e ti accorgi en passant che è del 1996 e dunque ha soli venti fottutissimi anni.

Oggi, nei 4 minuti in cui lui è stato in campo e io addentavo Orociok sperando che i suddetti minuti scorressero in fretta, mi ha suscitato una forte compassione. Sì, come altri duecento blogghe ero pronto a pubblicare un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca”, ma dopo quei 4 minuti ho rinunciato alla sola idea di premere “invia”. Costretto ad aspettare due mesi e mezzo per calcare il campo in una partita ufficiale dopo un comico esordio a furor di popolo in Inter-Bologna, dopo essersi nel frattempo scaldato a bordo campo in una decina di occasioni e dopo aver letto ogni volta il lunedì “perchè Gabigol non gioca?” e dopo aver sentito 70 volte l’allenatore di turno dire in tv che “non è pronto”, il povero Gabriel ha provato in 4 minuti a lasciare una traccia di sè, come quel bambino dei Pulcini che non gioca mai e quando gioca entra in campo incredulo, esattamente come quelli che lo stanno guardando, gli increduli genitori degli altri bambini che si chiedono chi sia, da dove arrivi, chi lo abbia mai messo in squadra e perchè.

Gabigol, idolo del Santos, campione olimpico, 4 presenze e 2 gol nella squadra dove oggi gioca Neymar e dove un tempo giocavano Pelè e Zico, dopo 4 mesi di Inter è un personaggio patetico che entra a 4 minuti dalla fine, alla prima azione intralcia i compagni, alla seconda azione va in fuorigioco di 20 metri, poi calcia il pallone a gioco fermo e lo ammoniscono, poi niente, doccia.

Tutto questo non è colpa di Gabigol.

Allo stato attuale, solo Wikipedia (che è già qualcosa, si badi bene) ci dice che Gabigol è un giocatore di grandi prospettive. Noi possiamo augurarci che lo diventi indossando la nostra maglia, ma non abbiamo nessun elemento per poterlo dire o anche solo pronosticare tipo sproloquio al bar. E’ l’Inter, invece, che ha iniziato col piede sbagliato il suo rapporto con Gabigol e ce lo ha dato in pasto già ammantato di negativo, perchè per dimostrare di valere quanto è costato dovrebbe fare un gol a partita e non inseguire vanamente  un pallone come al campetto, tipo oggi, a Reggio Emilia, che sembrava un bambino che sentiva il profumo dell’erba dopo un mese a letto con la varicella.

Non è colpa di Gabigol se l’Inter, dopo averlo comprato, lo ha pomposamente presentato come se avesse preso Cristiano Ronaldo, in una cerimonia talmente eccessiva da sembrare l’imitazione di un qualcosa di migliore, una rappresentazione in diretta web del “vorrei ma non posso”, del tipo “ho strapagato un ragazzo che non ho mai visto giocare ma adesso faccio una presentazione che gli altri si cagano adosso”. Se davvero dovessimo prendere Ronaldo, cara Suning & Co., come lo presentiamo? Affittiamo piazza Duomo e buttiamo giù il Duomo per allargare il palco?

Tutto questo, non è colpa di Gabigol.

Ora, a metà dicembre siamo tutti convinti di aver preso una sòla colossale, sensazione confermata dai vari allenatori che ci hanno detto che a Gabigol serve tempo. Figa, ma quanto tempo ci mette a prepararsi? Neanche Kim Kardashian ci impiegherebbe tanto. E prepararsi a cosa, poi? Non giocava a calcio anche in Brasile? Una volta non erano i brasiliani a insegnarci a toccare il pallone? Che problema può mai avere (a parte il freddo e la nebbia) un brasiliano di 20 anni con una bella pagina di Wikipedia non a insegnare fisica quantistica alla Normale, ma a giocare a pallone in una squadra di serie A?

Tutto questo, anche tutto questo, non è colpa di Gabigol.

A) Se Gabigol è buono, ci deve essere un problema e noi non sappiamo qual è. B) Se Gabigol è scarso, non dovevano prenderlo e pagarlo in quel modo e illuderci come delle sciampiste di esserci sistemati per i prossimi dieci ani. Gli sguardi imbarazzati di chiunque alla domanda “Perchè Gabigol non gioca?” lasciano sinistramente intuire che la risposta sia più la B che la A, per quanto incredibile possa sembrare. In ogni caso, questo Gabigol (l’extraterrestre che ogni tanto entra in campo e sembra non abbia mai giocato con i compagni pur essendo a Milano da quattro mesi) non serve a nessuno, nè all’Inter nè a Gabigol stesso. O lo si fa giocare qua, ogni tanto, non 4 minuti ogni tre mesi, oppure lo si fa giocare altrove. Anche per rispetto a me, per dire, che avevo pronto un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca” e l’ho buttato via perchè faceva molto meno ridere dell’originale, la scena dell’ammonizione a Reggio Emilia, la supercazzola del terzo millenio.

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novembre 21, 2016
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E’ da questi particolari

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Stavamo per perdere un derby in maniera crudele, avendo prodotto di più di chi lo stava vincendo – a tratti molto di più – e pagando troppo care le nostre solite sciocchezze, come se a noi non fosse più concesso non dico avere culo, ma almeno ogni tanto godersi il lusso di fare una cagata e sfangarla, così, con leggerezza, e in piena coerenza con uno sport che si gioca con un accessorio sferico. Mi spiaceva perchè non era giusto, oggettivamente. E mi spiaceva soprattutto per Pioli, che i suoi tentativi di organizzare la squadra in un certo modo e, di slancio, di vincere la partita li aveva fatti. Che pessimo inizio sarebbe stato perdere immeritatamente un derby.

E quindi, mentre il tempo passava e addirittura scadeva, già ripensavo alla monetina gettata in aria da Cut the Wind prima del via e rimasta in bilico tra due fili d’erba, quelle cose che capitano una volta ogni diecimila lanci di monetina e che ti lasciano pensare che sì, è chiaro, è un segno, ti hanno fatto la fattura e sono cazzi. Pioli mette Medel centrale difensivo (l’uovo di Colombo) e Medel si infortuna. Entra er Pomata, fa un’immane cagata a centrocampo e i cacciaviti segnano il possibile gol partita. Mentre da noi le occasioni capitano quasi tutte sulla testa di Perisic (che in croato significa “testa a pera”) e così la tua mezz’ora iniziale, in cui manco gliel’hai fatta vedere, passa velocemente in cavalleria. Alla seconda occasione seria il Milan la mette. Li raggiungerai, ti puniranno subito dopo. Sembra già scritto.

Poi tutto si ricompone a tempo scaduto. E con il gol del pareggio, dopo avere scartabellato i tuoi peggiori pensieri, più che perplimerti per le due volte in cui sei andato in svantaggio, festeggi una storica doppia rimonta; più che maledirli per i gol sbagliati e gli inutili cross morbidi, celebri la doppietta dei tuoi esterni extralusso; più che rimuginare sulle quindici cose che ancora non vanno, ti concentri su quelle quattro o cinque che hanno (ri)cominciato ad andare.

E quindi ti puoi incazzare per le mollezze di Ansaldi e Miranda sui gol, per le solite murillate, per un centrocampo inedito che va un po’ a sbalzi, per un Icardi che la vede poco e male. Ma poi stappi lo champagne per una squadra che ha cambiato passo, ha ritrovato il gusto di metterci cuore e palle oltre il minimo sindacale, ha pagato care le poche amnesie ma non si è mai depressa fino a rimediare con un piede già sotto la doccia, che vuol dire averci creduto.

Medel in difesa, il posto è quello. Kondogbia sbaglierà anche tanto, ma ha toccato più palloni che il tutto il 2016 (e nell’ultimo quarto d’ora più palloni lui da solo che gli altri 21 in campo). Abbiamo ripreso a correre, in senso fisico. Si è rivisto lo stesso spirito di Inter-Juve, e ora ci smentiscano sul sospetto che ci si concentri solo per le grandi occasioni. Pioli è partito col piede giusto: sarebbe stato più difficile dirlo se avessimo perso il derby invece di riacciuffarlo al 93′, e tra tante sfighe almeno godiamoci questo piccolo e tardivo segnale positivo. Avanti così, senza perdere altro tempo.

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settembre 25, 2016
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Ho visto Ranocchia (The return of Little Frog)

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Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

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settembre 23, 2016
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L’uomo giusto

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al minuto 17 di Empoli-Inter si è acceso un riflettore immaginario, puntava in mezzo al campo e inquadrava Joao Mario. Non è il primo calciatore della storia ad aver rubato palla e servito un assist, per carità. Però:

  1. lo ha fatto bene. Pulito, preciso, elegante. Guardatevi il filmato. Entra in anticipo, prima ancora di terminare il movimento difensivo ha già la testa alta e guarda verso la porta altrui. E’ avanti sui tempi, sta facendo la seconda metà del lavoro prima ancora di averne completato la prima metà. Quando riprende la posizione eretta – che sembra quasi uno che passa di lì per caso, mica uno che ha appena conquistato un pallone a metà canpo – ha già visto dove mettere il pallone. Lo fa. Icardi ha davanti solo il portiere. 2-0.
  2. lo ha fatto con la maglia dell’Inter. Ora, prendendoci i rischi del caso (cioè quello di essere smentiti a stretto giro), sembrerebbe che abbiamo preso l’uomo che ci mancava, quindi l’uomo giusto. L’uomo che a centrocampo non avevamo, la qualità che cercavamo. Tutto questo in un ragazzo di 23 anni, quindi a lunga scadenza.

Potrebbe girarci la testa, ma siamo solo alla quinta giornata e tutto è terribilmente prematuro. Certo che vincere una partita in sette minuti con

a) centravanti giovane che segna un casino

b) centrocampista giovane duttile e forte

c) esterno stagionato ma bravo a fare i cross

provoca un senso di vertigine in una tifoseria che aveva mediamente dei serie dubbi sul punto a) e non aveva in mano un emerito cazzo ai punti b) e c) fino a qualche settimana fa. Direi che è umano. E umano lo è anche Joao Mario, qui non si vuol santificare nessuno. E’ che, dopo anni di carestia, nella zona mediana ti mettono in squadra Banega e Joao Mario contemporaneamente: e tu che fai, non fantastichi nemmeno un pochino?

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maggio 1, 2016
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Che Dominika bestiale

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L’Inter ha avuto un buon impatto con la partita: un uomo anziano, dopo sette minuti, scherza la difesa con un triangolo scolastico, balla il geghegè davanti ad Handa che fa il limbo e si corica, fa un cucchiaio che sembra un mestolone da marmitta militare e bòn, è finita.

Cioè, al settimo minuto (e qualche secondo) di solito le partite iniziano, ma la nostra è finita. Di solito le partite si rimediano, ma la nostra è irrimediabile e i nostri sono irrimediabilmente decisi a non rimediarla. Il primo tempo è una roba oscena tipo City-Real al quadrato, quelle partite nelle quali ti chiedi come mai hai eletto il calcio a tuo sport preferito e non, chessò, la lotta greco-romana. L’Inter è molle come un Certosino. Mi prende un abbiocco clamoroso che di solito domino, ma che stavolta assecondo.

“Oh – penso nel dormiveglia diagonale sul divano – magari mi addomento, poi mi sveglio e stiamo 1-1 e sono contento e bòn”.

Non accade.

Nel secondo tempo, dove mettiamo insieme alcune occasioni davvero eccitanti, che al confronto Don Matteo 10 è Breaking Bad, a un certo punto prendo una decisione: giro sul 64.

“Vaffanculo. 64”, dico brandendo il telecomando come una banderilla.

Il 64 è il mio canale jolly. L’Inter fa cagare? Non c’è un cazzo in tv? Ho 10 minuti di relax? Fa troppo caldo/troppo freddo per uscire? H0 5 minuti liberi? Non ho voglia di andare a fare la spesa? Vado a correre, anzi no, vado tra un quarto d’ora? Il tg non è ancora iniziato? Lazio-Inter è la prima causa di impotenza nell’uomo?

Giro sul 64.

Fanculo Inter, giro sul 64. 64 forever, diobono. E mi trovo nel bel mezzo di Cibulkova-Radwanska. Cioè, l’ambientazione è una roba alla Stephen King, quelle cose che guardi e riguardi e non ci capisci un cazzo. E’ domenica, quindi è la finale? No, è il primo turno di Madrid. Primo turno? Roba da matti. Fa un freddo becco, le due sono belle bardate. La telecamera allarga: in uno stadio da 10mila spettatori ce ne saranno sì e no 2-300. No dico, Cibulkova-Radwanska. Mica Torti-amico di Torti. Incredibile.

‘Spetta che giro. Sempre 1-0 per la Lazio.

Vai sul 64 santa madonna. La Cibulkova sta 6-4 5-3, poi va in pappa come spesso le accade, la Cibulkova ha le paturnie e la Radwanska vince il secondo al tie break. Questa sì che è una partita eccitante, mica quella fetecchia di Lazio-Inter.

L’Inter (sospiro).

Preso dal rimorso, giro su Lazio-Inter. Noto un frenetico forcing da parte dei miei beniamini, una roba che farebbe addormentare un bambino con le coliche. Poi vedo un esagitato, pettinato come Rodolfo Valentino, che cerca di spezzare i legamenti a uno della Lazio nel bel mezzo dell’area. Matthew McConaughey, fin lì molto sbilanciato verso di noi – quando le partite non contano più un cazzo, allora si sbilanciano -, non può esimersi dal fischiare il rigore, espellere Rodolfo Valentino e chiederne l’estradizione in Colombia con rogatoria internazionale e firma in questura.

Tira Candreva, gol, spogliarello, merda, 2-0.

A quel punto mi metto nella posizione del loto sul divano, mi concentro e mi dico:

“Non incazzarti, guarda cosa fa la Cibulkova”.

La Cibulkova, che è l’Antonella Clerici slovacca – cioè, un tipino slanciato -, fa il contrario dell’Inter: messa sotto, ha un sussulto e la mette in culo alla testa di serie numero 2. 6-3 al terzo e via, a casa, torna in Polonia. Certo che la Cibulkova è sfigata: fa questo po-pò di partita e non la vede nessuno, nè a Madrid nè sul 64, perchè erano tutti a guardare il concerto del Primo maggio o Lazio-Inter.

Ma io no, cara Dominika dal lombo ubertoso e dal culo basso. No, voglio dire, se per caso lasci il tuo fidanzato-hipster-allenatore, potresti fare un pensierino su di me, il tuo fan della pianura padana, l’unico uomo che pur di non guardare l’Inter farse schifo (molto molto schifo) ha guardato te nella tundra spagnola fare a fettine quella spocchiosetta di Agnieszka o come cazzo si scrive.

Juve merda l’avevo già detto? No? Vabbe’, allora Juve merda.

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dicembre 21, 2015
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Renderli Allegri

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Se l’avversario dopo cinque minuti batte un angolo rasoterra verso un noto tiratore e tu hai nove giocatori in area di cui nessuno muove il culo verso il suddetto tiratore, hai giá ampiamente dimostrato a quale livello (low) sia la tua concentrazione. Peccato, perchè ti viene subito da pensare alle epic-feste infrasettimanali e alle foto in posa epic-brozo e, dunque, pensi male. Che poi magari, appunto, non c’entra un cazzo, ma tu hai giá pensato male – qui mal y pense – e ti senti svergognato – honny soit – anche se hai ragione.

Le serate cosí, al netto dei cenoni prematuri, prima o poi arrivano. Arrivano nel momento in cui le cose ti vanno bene oltre ogni aspettativa e tu sei troppo yeah. Arrivano nel momento in cui il tuo allenatore, all’ennesima pensata da fenomeno, dopo tanti successi resta vittima della sua stessa fervida immaginazione (per dire: a che pro risparmiare prima della pausa natalizia i tuoi uomini più in forma?). È la terza volta che prendi un gol all’inizio e poi non lo recuperi più. Tre sconfitte con un avvio simile e con dinamiche diverse. E se dopo la Fiorentina eri sbalordito e dopo il Napoli eri addirittura esaltato, dopo la Lazio sei solo un po’ arrabbiato e molto deluso.

Tutto questo nonostante la classifica dica che sei ancora in testa, lo sarai a Natale e lo sarai a Capodanno, e avrai l’occasione di esserlo anche alla Befana se sarai meno cazzone di cosí. Una circostanza che, al di lá di ogni possibile incazzatura e disillusione, ti deve oggettivamente far dire “hai proprio ragione, amico” a chi ti dice “ma tu avresti mai immaginato di essere in testa da solo a Natale?”. Vero, non lo avrei mai immaginato due, tre, quattro mesi fa. E provando a dimenticare Candreva e Melo provo a godermi la sensazione.

Che resta bellissima.

E quindi, visto che due rospi li avrei da sputare, lo faccio.

  1. Non voglio più sentire dal Mancio, com’è accaduto in settimana, che “ci sono quattro squadre superiori all’Inter: Juve, Napoli, Roma e Fiorentina”. Non mi interessa se questo sia vero o no, non me ne frega una beatissima cippa. Può darsi sia cosí. Solo, non lo voglio sentir dire dal mio allenatore alla vigilia di una partita. Perchè poi quei decerebrati dei calciatori somatizzano, e se perdono dicono occhei, ci sta, ci sono quattro squadre superiori a noi, quindi se arriviamo nei primi cinque va sempre bene. Io voglio sentir dire dal Mancio che vogliamo vincere lo scudetto, punto. Lo voglio sentir dire perchè sia un impegno, un obiettivo. Poi arriva pure quinto, no problem. Ma oggi, a 21 giornate dalla fine, in testa ci siamo noi. E, per favore, comportiamoci, pensiamo, viviamo da capolista.
  2. Il danno immane di stasera è che hai fatto recuperare tre punti in un colpo solo a tutte e quattro le squadre che ci sarebbero superiori. Soprattutto ai gobbacci. Io, bauscione impenitente e zuzzurellone, scrissi su Facebook il pomeriggio di Juve-Frosinone (riferendomi a una dichiarazione di qualche giorno prima): “Allegri ha detto che vuole recuperare lo svantaggio entro Natale, ma non ha specificato di quale anno”. Ecco qua, l’anno era il 2015. E insomma, nel breve volgere di una domenica sera, abbiamo resuscitato più morti viventi noi, che George A. Romero in venti film. Adesso li hai tutti attaccati ai coglioni, e la capolistitudine diventa un po’ più stressante.

Comunque Buon Natale, forza Inter e Juve merda.

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