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maggio 21, 2014
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De senectute

imageFatta eccezione per Mariga, formalmente (credo) ancora a libro paga ancorchè scomparso dalla circolazione, con il malinconico addio di Zanetti, Cambiasso, Milito e Samuel, cui va aggiunto quello del lungodegente Chivu di qualche settimana fa, nell’Inter non c’è più traccia dei 18 giocatori che andarono a referto nella notte di Madrid. Si chiude un capitolo storico e glorioso, che ha le facce, le cosce, i piedi e i cuori proprio di quei quattro argentini lì, che hanno onorato la nostra maglia non solo baciandola in favore di telecamera, ma portandola in cima al mondo a forza di gol e di sudore, di passione e di professionalitá, di talento e di intelligenza. Quattro campioni che, sotto questo punto di vista (ma ce ne sono altri che possano interessare un interista?) ci mancheranno in maniera lacerante.

Ma la demadridizzazione dell’Inter credo vada interpretata anche attraverso una chiave meno sentimentale. A me, non lo nascondo, considerando la faccenda nel suo complesso è scappato l’avverbio “finalmente”. Un finalmente non certo riferito all’immenso capitale umano  e sportivo che perdiamo. Ma riferito, questo sì, alla compimento della demadridizzazione, un processo così lento e faticoso, quasi estenuante, tanto necessario quanto tardivo da far scappare un “finalmente” anche a me, che a Madrid ci sono andato e, in fondo, non sono mai tornato. Da che pulpito, no? Parlo di demadridizzazione e mi confesso tuttora ampiamente madridizzato, con ancora addosso quel carico di magia,  sparso qua e lá qualche brandello di stato di grazia vissuto sui gradoni del Bernabeu. Ma io sono un tifosotto romantico. Per l’Inter è diverso.

A Madrid, il 22 maggio 2010, quattro anni fa giusti giusti, Zanetti stava per compiere 37 anni, Samuel ne aveva giá 32, Stankovic li avrebbe compiuti a fine estate, Milito ne avrebbe compiuti 31 venti giorni dopo, Cambiasso e Chivu erano nell’anno dei trenta. Li abbiamo salutati quattro anni dopo. Loro, le loro giunture stanche, i loro contratti mostruosi. Ne è valsa la pena?

Forse no. Non parlo di loro, che se avessimo potuto clonarli, santo cielo, se solo avessimo potuto… Parlo dell’Inter, parlo delle quattro stagioni seguite alla sbornia del Triplete, un clamoroso hangover di coppe, gol e birre medie. Ripropongo la domanda: ne è valsa la pena?

Lasciamo stare la stagione 2010/11, con tanti impegni da onorare e la legittima tentazione di vincere ancora il più possibile con quello squadrone, non fosse altro che per inerzia. Dopo, purtroppo, è stato un disastro. E la madridizzazione ha fatto i suoi danni. Zanetti si è ritagliato la sua nicchia da highlander, Cambiasso si è rivelato irrinunciabile lá in mezzo. Ma intorno sono rimaste le icone, in un fragore di legamenti e bicipiti femorali, infortuni e lunghi recuperi, sprazzi dei tempi andati e inevitabili ricadute. L’Inter non ha avuto il coraggio di demadridizzarsi nè la forza (i soldi, la sapienza, la lungimiranza) di rinnovarsi. È rimasta in una terra mediana, in un limbo, nè carne nè pesce. Quattro anni fa scrivevamo la storia, oggi festeggiamo il quinto posto matematico con una giornata di anticipo. (sospiro)

I nostri argentini hanno dato tutto quello che avevano fino alla fine, onore e gloria a questi campioni. Non avere costruito un’alternativa al loro invecchiamento, non avere creato un ricambio credibile a giocatori di un tale livello (lo ribadisco: livello tecnico, umano, professionale), è invece una colpa che sconteremo ancora per chissá quanto. Quanto alla malinconia di certi addii, con giocatori immensi diventati l’ombra di se stessi, è questione di scelte: meglio vederli andar via sulle loro gambe o trattenerli fino alla soglia del deambulatore? Scelte, sia chiaro, in cui raramente potrai dire di averci azzeccato, o di non averci sofferto.

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