Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

maggio 13, 2017
di settore
894 commenti

Il marketing ai tempi del colera

abb

E’ più facile, secondo una consunta metafora, vendere un frigorifero agli esquimesi del Polo Nord, o un abbonamento alla nuova stagione dell’Inter a gente – cioè tutti noi – devastata dalle ultime sette orripilanti esibizioni, al culmine di una stagione che (fatto un meticoloso rapporto squadra/qualità/ambizioni/classifica reale) si è trasformata nel corso della primavera da “mezzo miracolo” a “peggior momento in assoluto dopo il Triplete?”

Il marketing ha le sue scadenze, indipendenti dagli sprofondi della squadra e dai suoi ammutinamenti morali, ma l’effetto di far partire la campagna abbonamenti subito dopo Genoa-Inter è stato decisamente comico. Schermata dopo schermata, un crescendo: “Rinnova e risparmia!” (sì, ma devo risparmiare proprio tanto tanto!), “I vantaggi di essere abbonato” (tipo: doverle vedere tutte?), “Abbonarsi è solo il calcio d’inizio” (magari…), “Acquista come vuoi, quando vuoi” (anche no?), fino al capolavoro d’umorismo dell’help desk: “Hai bisogno di aiuto? C’è una squadra qui per te”.

Dio mio, è terribile.

Battute a parte, il sincronismo non è stato dei migliori. E del resto è tutta una questione di tempi da rispettare. Che tu abbia battuto la Juve o perso con il Crotone, la campagna abbonamenti 2017/2018 deve pur partire. E così è stato. Con il freddo automatismo di un clic, con la noncuranza burocratica di una data fissata da chissà quanto, dopo un mese e mezzo di apocalisse l’Inter non si scusa ma rilancia: chiede ai suoi tifosi l’ennesima apertura di credito, l’ennesimo atto di sperticata fiducia.

Da un lato, verrebbe da pensare che dopo la fantastica serie Torino-Samp-Crotone-Milan-Fiorentina-Napoli-Genoa qualcuno l’abbonamento se lo sia masticato e ingoiato o l’abbia bruciato in un falò davanti a un gruppo di familiari e amici increduli. E verrebbe anche da pensare che forse, all’epoca, sarebbe stato più facile vendere vino dopo lo scandalo del metanolo, o carne dopo lo scoppio di Mucca pazza. Una sorta di marketing temerario, questa campagna abbonamenti.

Poi però succede qualcosa, e succede subito, nel giro di qualche ora. No, non prendiamo Messi. Ci limitiamo a esonerare l’allenatore – per il quinto cambio stagionale in panchina – e a ingaggiare un super ds di gruppo. E a diffondere, sollevando Pioli dall’incarico, un comunicato che termina così:

(…) La società inizierà fin da ora a lavorare in vista della prossima stagione sportiva.

Che è una frase potente, quasi rivoluzionaria, il vero claim della campagna abbonamenti. “Io mi sto preparando, è questa la novità”, cantava Dalla. Oh, anche l’Inter. Che – un’enorme novità – ci certifica che ben prima della metà di maggio sta lavorando per il futuro ormai alle porte. Al pensiero di cosa è successo lo scorso anno tra maggio e novembre, la sola prospettiva di partire con un’idea – una qualunque, purchè con contorni definiti – ci fa mettere in coda per il rinnovo, pensando che con la Samp vabbe’ può capitare, a Crotone è stato un approccio sbagliato, che la Fiorentina non è poi così male, che il Genoa era più motivato, che con il Napoli due ritocchi e siamo lì.

Perchè, anche se a volte è dura ammetterlo, lei ci fa girar come fossimo bambole. E noi sempre lì, come un mantra, a dire che l’amiamo. E ci abboniamo, cascasse il mondo o le perdessimo tutte (sì, tipo adesso).

share on facebook share on twitter

agosto 30, 2016
di settore
463 commenti

Il Supermario bianco

santon

(l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Di quelle due magiche annate in cui Mourinho appoggiò il culo sulla nostra panca rendendo tutti noi uomini più felici, oltre ai trofei e agli orgasmi multipli restano storie che oggi – a sei, sette anni di distanza – possono apparire solo verosimili, se non addirittura leggendarie. In una parola: incredibili. Tipo che insieme agli uomini adulti e famelici che ci portarono in vetta al mondo c’erano due bambini cui lo Special One affidò spesso speranze, velleità e intere zone del campo, se non addirittura le chiavi della squadra, e quei bambini rispondevano presente e noi ci riempivamo di orgoglio.

La storia parallela dei due bambini ha preso una brutta piega, essa pure parallela.

Sul bambino numero 1, Pallone d’Oro in pectore per un tot di anni e ora ridotto all’accattonaggio, più che un libro si potrebbe scrivere una saga tipo Stieg Larsson, cinquemila pagine di romanzo di formazione e patologia criminale. Sul bambino numero 2, ieri, ammetto di avere fantasticato sette-otto minuti. Non durante la partita (non c’era più un cazzo su cui fantasticare), ma prima, durante il riscaldamento.

Qualcosa prendeva forma tra le mie sinapsi ormai lasse come certi legamenti. Trattavasi di una vicenda vagamente alla Schwazer, se la vicenda Schwazer benininteso si fosse chiusa con il medesimo ai nastri di partenza della gara olimpica. Una storia di redenzione e di resurrezione, la storia dell’ex bambino che nessuno vuole perchè non passa più le visite mediche e che invece torna miracolosamente abile per la squadra che lo voleva sbolognare a chiunque, e sgroppa, e difende, e si smarca, e si spreme, e spazza, chiude, crossa e bòn.

Purtroppo non è andata così.

Ora, c’è modo e modo di giocare male una partita. Contro il Palermo lo hanno fatto parecchi giocatori dell’Inter, nelle più varie modalità e sfumature. Puoi giocare male perchè non ne hai, non capisci, sei fuori forma, fuori ruolo, fuori (punto), hai problemi, sei demotivato, sei un corpo estraneo, un oggetto misterioso, un ragazzo troppo buono. La brutta giornata capita a chiunque e l’importante è affrontarla con onestà intellettuale: ragazzi, giuro, ci sto provando, ve lo assicuro, anche se magari non sembra, e oggi butta così, mi spiace per me, per voi e per questa gloriosa maglia a strisce, e spero tanto che la prossima volta vada meglio.

E tu, tifosotto, cosa fai, lo prendi a calci in culo? No: ti alteri un pochino, poi rifletti, capisci, perdoni. Magari segni tutto, ma perdoni.

E quindi in una domenica pomeriggio di agosto, con una temperatura assurda, nel presumibile sconcerto tecnico e umano di essere stato tirato in ballo quasi all’improvviso per l’infortunio di un compagno, nel baillamme di una squadra in totale cambiamento e nel microcosmo di uno stadio che romperebbe i coglioni anche a Pelè, ecco, voglio dire, ci sta che un Davide Santon giochi male.

E infatti il punto non è questo. Il punto è che, per tre secondi, per tre interminabili secondi, Santon si è trasformato nell’altro bambino, quello grande grosso e irritante, e questo ci è costato due punti netti e con essi quella iniezione di serenità che ti avrebbe dato vincere con il Palermo, invece che pareggiare e star qui a macerarti le carni.

Il gol assegnato a Rispoli in realtà è tutto di Santon, e trattandosi di un gol decisivo questo è già di per sè preoccupante e grave. E’ di Santon il rinvio molle da centro area che finisce tra i piedi di Rispoli, è di Santon la deviazione che spiazza Handanovic e dà l’1-0 al Palermo.

C’è anche modo e modo di deviare. Se Roberto Carlos ti mira gli zebedei o se Zaytsev ti schiaccia sul naso da un metro, ecco, nessuno verrà lì a farti delle questioni sulla deviazione, e al limite ti chiederanno se sei ancora vivo e virile. Santon no, l’ha deviata col tacco mettendosi in quella posizione snob (movimento a girarsi di schiena, culo in fuori, tacco proteso) che una volta faceva figo al campetto finchè qualcuno deve essersi incazzato sul serio e indotto tutti i campettisti dell’emisfero boreale a evitare quella pantomima. Nel caso specifico, se fai una mezza cazzata (rinvio da femminuccia) e poi tenti di ripararla (andando a opporsi al tiro dell’attaccante), devi buttarti a corpo morto, non imitare Petrolini mentre fa Gastone, santa madonna.

Culo e tacco in fuori, come fosse scontato che per un Luciano Rispoli al tiro bastasse mettersi in mezzo così, alla cazzo di cane. Invece il tiro – un normalissimo, elementare tiro da fuori – prende proprio il tuo tacco da gagà da balera e puff!, la partita è buttata nel cesso.

Anche quando giochi male, Daviduccio nostro, devi tenere la schiena dritta e il cervello acceso. La gente magari ti insulterà lo stesso, ma almeno sarai in pace con la coscienza. E adesso non ti puoi lamentare, caro il mio Supermario bianco, se il video del gol tuo e di Rispoli lo proietteranno nelle scuole calcio per far vedere all over the world come non ci si oppone a un tiro.

share on facebook share on twitter

agosto 19, 2016
di settore
83 commenti

Viva viva la Serie A

la_prima_giornata

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

share on facebook share on twitter

agosto 14, 2016
di settore
63 commenti

Gabigol e quelli come lui

gabigol

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Chissà se prenderemo Gabigol: questo è scritto non so dove ed è comunque troppo difficile per le mie meningi fare considerazioni appropriate o addirittura esprimere previsioni attendibili. So invece perchè stiamo cercando di prenderlo: perchè è un attaccante, perchè è giovane, perchè è brasiliano e perchè nomen omen, ovvero speriamo tutti che in quel nome – anzi, soprannome – ci sia un presagio. Gabriel Barbosa Almeida, meglio noto come Gabriel, ancor più noto come Gabigol, ovvero Gabriel che fa gol. E insomma, qui si gronda di positività e noi tifosi siamo qui per questo, per grondare.

Quello che invece non tutti sanno è che l’Inter, sulla scia di questo ottimismo crescente e delle suggestioni dei soprannomi, sta seguendo altri giovani giocatori brasiliani. Siamo in grado di anticiparveli in esclusiva. Eccoli.

Paulo Compassiao Lumen Artiolo detto Sguish. Atletico portiere delle giovanili del Botafogo, Sguish è considerato uno dei più interessanti prospetti a livello mondiale nel suo ruolo. Alto 2 metri e 10 a soli 16 anni, è imbattibile sulle palle alte ma, a dire il vero, assai acerbo nella gestione di quelle basse, impiegando ancora alcuni interminabili secondi ad allungarsi correttamente in tuffo. Le squadre avversarie si sono ormai attrezzate e tirano solo rasoterra: Sguish (da qui il suo simpatico soprannome) deve ancora migliorare il suo rendimento e ridurre il numero dei gol presi tra le gambe o sotto la pancia, ancora troppo elevato per consentirne l’approdo allo smaliziato calcio europeo. In occasione delle punizioni dal limite, unico portiere al mondo, chiede ai compagni in barriera di coricarsi. L’anno scorso, nella finale ai rigori della Coppao do Brasil Tim, ha subito quattro gol con il cucchiaio: aspettava infatti i rigori già sdraiato.

Arthur Dezzema Coimbra Fappani detto Tibiaeperao. Arcigno difensore delle giovanili della Fluminense, è noto per la ruvidezza dei suoi interventi e per le sue scivolate chirurgiche e impetuose: arriva sempre sul pallone, anche quando l’avversario imprudentemente prova ad anticiparlo. Del resto, lui non si è mai formalizzato sin dalla prima infanzia per la presenza di gambe altrui nella traiettoria ideale e teorica verso la palla, attirando così le attenzioni di osservatori e traumatologi da tutto il Brasile. Talento da sgrezzare (salta una partita su tre per squalifica, a fine stagione una su due), potrebbe rivelarsi un’arma tattica interessante: per esempio, può essere utile nei primi cinque minuti delle partite con la Juve, sempre che De Boer si attrezzi tatticamente ad affrontare 85 minuti in inferiorità numerica.

Roberto Angelino Ferreira Lazzaroni detto Possessinho. Solido centrocampista delle giovanili del Coritiba, è dotato di ottime doti di palleggio e grande visione di gioco. Pregi che però non annullano, secondo gli addetti ai lavori sudamericani, i suoi non secondari difetti: una certa lentezza nel movimento e un’innata tendenza a non passare mai la palla. Può essere il regista che manca all’Inter? Possessinho garantisce un controllo pressochè completo della zona mediana, ma il suo ultimo assist – raccontano i cronisti sportivi brasiliani – risale al 2014, quando allontanò il pallone con un gesto di stizza pensando che il gioco fosse fermo, servendo invece l’incredulo centravanti smarcato. Perfetto per gli 0-0, non molto portato quando c’è da finalizzare.

Oscar Paulo Ansano de Palma detto Zizzanha. Caratteriale centrocampista delle giovanili del Flamengo, è apprezzato per le sue doti di lotta e di governo, ma non per il suo mediamente pessimo rapporto con lo spogliatoio. Specializzato nel dividere i compagni in clan, riesce a litigare contemporaneamente con brasiliani del nord, brasiliani del centro, brasiliani del sud, brasiliani benestanti, brasiliani delle favelas e brasiliani del ceto medio. Ha invece un buon rapporto con gli argentini e con i pregiudicati per reati contro la persona e/o il patrimonio. A un giornalista che gli chiedeva se si sentisse l’erede di Felipe Melo, ha risposto: “Non seguo il calcio femminile”. Il padre, per mettere alla prova la sua indole dominante, lo porta spesso con sé a un rito tribale tipico del Brasile, le cosiddette “asembleas do condominho”.

Gabriel Usmanovich Araujo Moretti detto Gabifail. Talentuoso attaccante delle giovanili dei Corinthians, sin dai primi anni di attività è cresciuto in contrapposizione con il coetaneo Gabigol, nel cui confronto patisce in termini di cattiveria e determinazione. Fisicato, fantasioso e tatticamente diligente, difetta ancora un po’ nell’efficacia in zona gol. Celeberrima una sua strepitosa azione in un match contro il Flamengo: servito all’altezza del disco del rigore, con una finta di corpo ha fatto sedere sette avversari compreso il portiere, salvo poi fermarsi per guardare sul tabellone il minuto dell’azione consentendo ai difensori di rinviare: “Volevo essere preciso su Facebook”. In un’altra occasione, mentre stava per ribadire in rete una respinta corta del portiere, si è accorto che uno spettatore stava facendosi un selfie spalle al campo e si è messo in posa. Smussate queste asperità psicologiche e umane, per Gabifail potrebbero aprirsi interessanti prospettive di carriera.

share on facebook share on twitter

agosto 8, 2016
di settore
92 commenti

De minestrarum riscaldamentibus

comunicato

Questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro

Otto minuti dopo la pubblicazione del comunicato ufficiale della società (ore 11.29), il palinsesto odierno di Inter Channel (ore 11.37) già copriva sul sito la notizia della risoluzione consensuale del contratto con Roberto Mancini, che poco più tardi (ore 12.01) con l’ufficializzazione dei gironi della Primavera diventava la terza notizia della mattinata. And so on, stasera ne avrà davanti venti e domani sarà già passato remoto. Le cose sul web corrono fin troppo veloci, lo sappiamo bene, ma questa mezzoretta di news dà involontariamente l’idea del passo burocratico – più ancora che freddo, come sono sempre questi addii – appena compiuto dall’Inter nel bel mezzo dell’estate e a tredici giorni dall’inizio del campionato. Un passo dovuto – un passo normale -, la messa per iscritto di un evento ormai scontato e indifferibile.

Il Mancini Due è durato venti mesi e – era ormai chiaro – non poteva durare un giorno di più. Venti mesi di un nastro che riavvolgeremmo tutti volentieri, Mancio compreso, perchè a parte l’irreale autunno scorso (quello della capolista che vinceva sempre 1-0 giocando di merda e quindi evviva!), non è che ci si sia divertiti molto. E al netto delle rivoluzioni societarie e delle scorie mazzarriane, il Mancini Due è stato quel che è stato. Soprattutto (e purtroppo) la prova che forse sarebbe meglio non tornare mai dove si è già lavorato, tenendo a bada le pulsioni del cuore e dell’Iban. E che riscaldare le minestre, a livello culinario e non, a volte riesce e a volte no (quasi mai): o sei consapevole del riscaldamento della minestra oppure ciao, se pensavi a Cracco.

mancini

Arrivato in corsa due campionati fa, si è ritrovato con il peso delle aspettative di un nuovo presidente e di qualche milione di tifosi. Non è andata benissimo, con il gran casino di un mercato di gennaio che non ha risolto nulla. Poi la seconda stagione, intera, programmata dall’inizio alla fine, con desiderata accolte e altre no, perchè siamo pur sempre una società che vorrebbe molto ma non può (ancora) tutto, e questo prescindeva dal Mancio e dal progetto che aveva in testa. Qualche mese sopra le righe, un paio da sprofondo totale, qualche scommessa vinta e qualcuna rimandata, un bilancio finale che parla di un quarto posto (buono? boh, deludente, essendo stati in testa a metà dicembre con 4 punti di vantaggio), di un ritorno in Europa e di una solida base da cui ripartire.

“Solida base da cui ripartire”, ehm, l’ho messo io. La “solida base” di questo luglio/agosto è sì una rosa collaudata e potenziata (Banega e Candreva), ci mancherebbe, ma anche un capitano che se ne vuole andare un giorno sì e l’altro pure e un allenatore che, palesemente, non ha più voglia, non ci crede più, dice che guarda i porno in tv e che quella che ha perso 6-1 in amichevole è la miglior Inter vista finora. Che poi, ecco, è questo che possiamo contestare ferocemente al Mancio: di avere allungato un’agonia. Perchè potremmo presto renderci conto di aver perso un mese di tempo. Sempre che la prossima soluzione, quella annunciata, non sia di per se stessa una soluzione-ponte: chi avrebbe voglia di un’altra stagione così, a volere e non potere, a far finta di essere lì, ad arrendersi alla prima avversità, ad aspettare il prossimo messia?

share on facebook share on twitter

maggio 6, 2015
di settore
123 commenti

Tripla mierda

Se ha vinto la prima Champions nel 1985 passeggiando sopra 39 cadaveri e se ha vinto la seconda Champions nel 1996 grazie al culo epocale (Nantes in semifinale e Ajax in finale) e alla chimica per endovena, la  terza Champions della Juve passerà alla storia per la buona sorte (tabellone da operetta fino alla semifinale) e per il cinismo: è bastato finora giocare bene 2 partite su 11, al Bernabeu la sfangheranno e in finale sarà sufficiente un rimpallo, un’autorete, ‘na passeggiata de salute. Faranno il triplete per secondi, perchè saliranno sulla vetta d’Europa e troveranno la nostra bandiera ancora lì, piantata nel 2010. E ci pisceranno sopra, perchè – a parte il culo e il cinismo (che comunque è una dote da grande squadra) -, il marchio di fabbrica di questa squadra e di questa società è il fair play.

juve4

Ecco, nel fare i complimenti agli juventini onesti per il triplete, volevo in questa occasione scusarmi con Ambrosini, perchè il suo “Lo scudetto mettilo nel culo” al confronto di questo tweet è come una palla di profiteroles al confronto di uno stronzo di san bernardo. “Lo scudetto mettilo nel culo” era lo striscione di un tifoso scompostamente felice per avere vinto la Champions e festoso nel prendere per il culo i cuginastri. Certo, esposto sul pullman scoperto da un giocatore della prima squadra assumeva tutt’un altro tono – diciamo così, con un eufemismo, di pessimo gusto -, ma oggi a distanza di 8 anni lo rivaluto se penso che una società di calcio, nota per la sua squisita way of life e per un’arroganza fastiodiosa da generazioni, dal suo profilo Twitter ufficiale festeggia così la vittoria in casa con il Real. Non godendosela tout-court, ma lanciando un pensiero – sempre e comunque – alla loro peggiore ossessione. Cioè noi.

Che poi questo, diciamolo, è in sè una cosa bella. Manco la vittoria in semifinale di Champions si godono, ahahahah. La cosa del 5 maggio ce l’avevano già pronta da giorni, sicuro. E appena la partita è finita in ghiacciaia, è partito il tweet, uh!, invece di ammazzarci di birre prendiamo per il culo l’Inter. Dai, se ci pensiamo è bello. Questi a Berlino durante il giro di campo faranno i tweet sull’Inter. Sì, è bellissimo.

juve2

Così come è bello che Tuttosport, non pago di assecondare il delirio juventino sul numero degli scudetti, adesso non solo li aggiunge alla Juve ma – correttamente, se ci pensiamo bene, relativamente alla loro malattia mentale – ne toglie uno all’Inter, stabilendo così una coerenza numerica in una dimensione tutta loro (credo che abbiano visto Interstellar, che poi è un titolo che inizia con Inter, e questo li ha fatti uscire di cotenna).

juve5

Che poi, sempre a livello di patologia e di responsabilità individuale, uno si può coltivare la aiuole che vuole, e disporre le violette come gli pare. Per dire, se io davanti a casa avessi un prato così, io scriverei I N T E R, oppure disegnerei un grande cazzo per quando passano quelli di Street View, chè magari divento una star mondiale e mi citano in tutte le fotogallery. A loro piace il numero 33. E va bene, scrivete il numero che vi pare.

E’ idealmente attorno a quel prato, piuttosto, che continua ad esserci un problema. E’ la libertà della Juve di contare gli scudetti (e di fare comunicati, di scrivere tweet) che irrita, non il fatto in sè che è folklore o malattia. Se io in un articolo scrivessi che i presidenti della Repubblica italiana sono dieci perchè non riconosco Gronchi e Saragat,  il mio direttore mi prenderebbe per i coglioni e sentirei nel contempo arrivare il 118 (se non altro per lo choc testicolare, ma forse anche per il Tso). Loro no, niente, scrivono su prati, stadi, hashstg, carta intestata, comunicati ecc. ecc. e nessuno dice niente, niente, mai niente.

Il revisionismo – o il dimentichismo, che non è meno grave visto che parliamo di ricordi freschissimi – contagia tutti. Prendete questa simpatica schermata del Televideo Rai

juve3

dove nel giro di qualche semplice riga si rievoca il Grande Torino di quasi 70 anni fa come ultimo precedente di quattro scudetti consecutivi, quando c’è una squadra/ossessione che ne ha vinti cinque il decennio scorso (l’ultimo 5 anni fa).

juve1

E che dire di questo magico titolo di Repubblica, dell’anno scorso, 2014, alla vigilia della semifinale di Europa League, in cui si magnifica il miglior risultato di una squadra italiana in Europa in sei anni? (ahahahahah, santa madonna, ci sarebbe da ammazzarsi dalle risate se tutto ciò non fosse triste).

E così, tra l’indicibile arroganza della Juve e il paraculismo che c’è attorno, il calcio italiano migliora il suo coefficiente Uefa ma si conferma per quello che è, un baraccone pieno di fenomeni, bravi in ginnastica, pessimi in matematica e ridicoli in storia. Quelli che lasci al rinfresco dopo gli esami e li ritrovi qualche annetto dopo in cronaca nera, e dici “oh, ve l’avevo detto”. Ecco, qui invece non dice un cazzo nessuno.

share on facebook share on twitter

giugno 7, 2014
di settore
77 commenti

La zona umida

Mondiali 2014. allenamento della Nazionale ItalianaA Mangaratiba il tasso di umidità è più alto di qualsiasi altro punto della lunga fettuccia di terra che scende giù a sud da Rio: oggi pomeriggio, per il primo allenamento, superava ampiamente il 50 per cento, con temperatura di 27 gradi. (ANSA)

Minchia, poveracci. 27 gradi e umidità ampiamente sopra il 50 per cento. Argh! Che angoscia. I nostri eroi costretti ad allenarsi in condizioni impossibili. Sto per sentirmi male, mi manca il respiro pensando – chessò – a Candreva che boccheggia mentre fa hop hop a bordocampo. Mestiere di merda, il calciatore. Poi mi cade l’occhio sulla centralina meteo di Pavia, ora di pranzo.

temper

Osteria, mi dico. Anche a  Paviangaritiba si sta veramente di merda, ma questo io lo sostengo da anni. Certo, questa città – la mia – butta nel cesso occasioni su occasioni. Invece di stare qui passivi ad aspettare l’Expo o l’ondata delle zanzare, santamadonna, non si poteva invitare qui la Nazionale una settimana? Invece di costringere la Federazione a installare una sauna a Coverciano, non si poteva mettere giù due porte all’area Vul e organizzare il ritiro premondiale? Se Pavia avesse lu mere sarebbe una piccola Maceiò, ma quando a temperature e tassi di umidità non abbiamo niente da invidiare all’inverno tropicale brasiliano. Altro che ritiro nel resort a bordo Amazzonia. Bastava a bordo Ticino.

Certo, pensate ai poveri azzurri. Partono dall’Italia in questi giorni di estate anticipata, cambiano emisfero e trovano 27 gradi e 50 per cento di umidità.

Ma è pazzesco.

Di solito ci si lamenta per gli sbalzi di temperatura. Stavolta ci si lamenta per il non-sbalzo di temperatura. Parti che è quasi estate e fa caldo, arrivi che è quasi inverno e fa caldo uguale. In effetti è assai bizzarro. Bisognerebbe organizzare i Mondiali in zone miti e temperate, le altre zone si fottano. Sì, certo, il Brasile bla bla bla. Ma questa storia dell’umidità? L’umidità rende nervosi. Ti si appiccicano i vestiti, in macchina ti metti la cintura e quando esci hai una riga trasversale di bagnato sulla camicia, se bevi sudi, se non bevi muori, se bevi il giusto non risolvi un cazzo.

Sono solidale con gli azzurri. Troppo umido.

Dice: ma il caldo c’è per tutti, l’umidità c’è per tutti. Per la Svizzera, il Ghana, la Russia, l’Andorra, la Germania. Vero, ma per noi è diverso. Noi siamo più delicati e anche un pelo più ansiosi. E’ colpa dei media. Appena fa un po’ più caldo del normale, a ogni telegiornale parte il servizio sul tema “Occhio che morirete tutti di caldo fatevene una ragione e comunque prendete queste due precauzioni che abbiamo copincollato così magari sopravvivete e arrivate all’inverno quando faremo il servizio che morirete tutti di freddo ma adesso non precorriamo i tempi procediamo con un flagello per volta”. A noi ci spaventano così, dando nomi impressionanti alle ondate e di caldo e confezionando servizi dei tg secondo i quali

“Se ci sono 47 gradi e c’è afa, bisogna evitare di fare sport alle due del pomeriggio in luoghi non ombreggiati e con il bar chiuso per turno”.

Che in effetti è un consiglio da buon padre di famiglia. Per cui azzurri, armatevi di pazienza, accendete le pale sopra il letto, rilassatevi e fate come vi dico:

1) bere molto, anche se non avete sete, e mangiare molta frutta, anche se vi fa cagare.

2) evitate cibi pesanti, fritti, intingoli, grigliate, stufato d’asino, brasato con polenta e churrasco a pranzo (se si gioca nel pomeriggio)

3) nel pomeriggio (se non si gioca) andare in un centro commerciale con aria condizionata.

4) non indossare trend leggings alla caffeina (questa l’ho letta sul sito di Panorama, quindi deve essere vero)

5) preferite indumenti di cotone e bianchi a indumenti sintetici e colorati.

Dice: ma noi abbiamo la maglia azzurra sintetica, come facciamo a giocare con una maglia bianca di cotone? A questa domanda, pur pertinente, c’è un solo tipo di risposta: ma che cazzo, ve l’ho detto io di andare ai Mondiali?

share on facebook share on twitter

maggio 12, 2014
di settore
4 commenti

La notte dei gufi

Fu così che la sera del Primo maggio 2014 mi recai in una ridente località dell’Oltrepo pavese sospinto da una buona causa: assistere a un’intera partita della Juventus con il solo scopo di gufare senza ritegno alcuno. Percorro pregno di speranza il breve tragitto, parcheggio e trovo ad attendermi davanti a un barbecue Lorenzo, Antonio, Marco e Davide, tre interisti e un milanista uniti da un solo afflato:

“La Juve ci sta sul cazzo”.

Lorenzo è pettinato come Zanetti e vestito come Eusebio: capisco che la faccenda è maledettamente seria. Antonio chiede di velocizzare con le vivande perchè poi gli si chiude lo stomaco. Non ci credo. Ma quando vedo che tre tranci di tonno (da dividere per 5, cosa che prima di sistemarli sulla griglia aveva tenuto impegnati tutti in calcoli matematici fino a cinque decimali) vengono avanzati, capisco che la faccenda non solo è maledettamente seria, ma sta inducendo l’allegra compagnia a somatizzare da bestia.

Alle nove meno dieci sprepariamo la tavola facendo una  catena tipo boy scout dalla veranda al lavello e ci portiamo al piano superiore, dove Lorenzo ha agghindato il televisore con 1) piccolo gufo snodabile e 2) piccolo gagliardetto del Benfica. Ci sistemiamo e iniziamo a gufare. Ma esprimendoci solo a gesti e ululati. Vigendo la più assoluta scaramanzia, praticamente non possiamo dire un cazzo: nè fare pronostici, esprimere desideri, palesare speranze, inoltrarci in considerazioni tecniche e tattiche del resto inutili, perchè l’obiettivo è uno solo e comunque non si può dire.

Dopo mezz’ora il risultato è ancora sullo 0-0 e tutto ciò è positivo. Essendo tutto ciò positivo, viene proibito a chiunque di muoversi dalla posizione tenuta fino a quel momento. Quindi, da destra verso sinistra: 1) Davide ha un braccio anchilosato; 2) Antonio ha una spilla a forma di forbice piantata nel costato; 2) Marco ha una stuzzicadenti in mano e avverte un formicolio avvolgergli il copro partendo da pollice e indice della mano destra; 4) Lorenzo mantiene la pettinatura intatta; 5) Io ho un principio di piaghe da decubito.

Davide prova a rimpere gli indugi:

“Scusa Lorenzo, dov’è il bagno? Dovrei mingere”

“Non ti muovere da lì e non rompere i coglioni, nell’intervallo cerco una padella”

Trascorso l’intervallo, il nervosismo inizia a montare pesantemente. Il Benfica sbaglia un gol con tale Rodrigo, giocatore di cui fino a un’ora prima ignoravo l’esistenza in vita, e Antonio si tuffa in avanti tipo quei tizi che si buttano nel Tevere a Capodanno urlando noooooooooooooo. Dopo 17 replay Antonio è ancora steso a pelle di leone e mormora:

“Scusa Lorenzo, nella foga del momentocredo di essermi fratturato entrambe le rotule. Se per favore chiami il 118 mi faccio dare una controllata agli arti inferiori”

“Non ti muovere da lì e non rompere i coglioni, al primo spot pubblicitario cerco una stampella”

Al Benfica cominciano a espellere giocatori e la preoccupazione aumenta, ma si respira l’aria leggera di quelle situazioni epiche che poi vanno a finire bene, però naturalmente non ce lo possiamo dire e teniamo questa sensazione per noi, ognuno nel suo intimo, tra arti anchilosati, culi piagati e stuzzicadenti sull’orlo dell’autocombusione.

Alla fischio finale ci abbracciamo e rotoliamo nella stanza, infrangendo alcune preziose suppellettili tra cui un vaso Ming, una tela del seicento lombardo e un bicchiere da champagne della serie Pinzolo. Tra canti, risa, urla, insulti, rutti e docce di spumante mi accorgo che Lorenzo non ha un capello fuori posto. Nella confusione cerco di prendere un frammento di Dna di quella calotta cranica, utilizzando lo stuzzicadenti perso da Marco, ma inizia la serie dei selfie portoghesi e non posso farmi fotografare mentre prendo il campione organico. Sarà per la prossima volta.

Immagine

 

share on facebook share on twitter