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aprile 10, 2017
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Perdere a Crotone, quando si fa sera

Ci eravamo illusi? Beh, ne avevamo ben donde: dopo Napoli e fino alla sbornia con l’Atalanta, se la tua squadra su 13 partite ne vince 11 illudersi è concesso, anzi, è quasi un dovere. Se in condizioni del genere non ci si illude come bambini dell’asilo, santiddio, allora che gioco è? Allenatore nuovo, spirito nuovo, aria nuova e quanto ce n’è (o quanto ce n’era): 11 vinte su 13 è una media che firmeresti fino alla notte dei tempi (e nelle prime 10 di queste 13 partite abbiamo subito solo 3 gol, la sintesi di una macchina quasi perfetta). Il problema è che, guardando il calendario a ritroso, alla serie vincente se n’è via via sovrapposta una molto più mediocre di cui abbiamo tardato ad accorgerci. Noi ancora facevamo i calcoli dal dopo Napoli-Inter in poi, e invece l’Inter aveva già imboccato una strada declinante. Da Juve-Inter (compresa) a oggi, abbiamo fatto 13 punti in 9 partite. E’ una media da dodicesimo posto, quella che avevamo con De Boer. E’ una media che abbiamo cominciato a tenere proprio all’apice del nostro campionato, quando eravamo arrivati al quarto posto a un tiro di schioppo dalla Champions.

La sera della 22ima giornata, la classifica era questa: Juve 54, Roma 47, Napoli 45, Inter 42, Lazio 40, Milan 40, Atalanta 39, Fiorentina 37.

Prendiamo la classifica della 31ma, facciamo due sottrazioni con la calcolatrice del telefonino e scopriamo che in queste ultime nove giornate la Roma ha fatto 24 punti, la Juve 23, il Napoli 22, la Lazio e l’Atalanta 20 (dunque, 5 squadre hanno tenuto una media superiore ai 2 punti a partita), il Milan 17, la Fiorentina 15. L’Inter 13. Nove giornate in cui la Champions si è allontanata anni luce e in cui, per restare a obiettivi meno lisergici, abbiamo perso 7 punti da Lazio e Atalanta e 4 dal Milan. Fino ad arrivare alla classifica piagnucolosa di stasera, che ci vede settimi, fuori da tutto.

Bei tempi, quando ci si illudeva. Alzi la mano chi non si era illuso almeno un pochino. Io mi inebriavo di illusioni, sognavo il terzo posto – come minimo – e Icardi, Gagliardini e Gabigol sul podio del Pallone d’Oro. In un angolo del cervelletto avevo confinato i due grandi dubbi che nutrivo e che confidavo timidamente solo agli amici più cari, col risultato di sentirmi dare del menarogna:

  1. oggettivamente, tra tante vittorie non si poteva non notare che con le squadre più forti le prendevamo regolarmente (con Pioli, perso con Napoli, Juve, Roma e nel dentro/fuori con la Lazio in Coppa, in casa) e incontestabilmente, magari facendo buone partite ma senza abbreviare le distanze.
  2. soggettivamente, temevo che prima o poi avremmo pagato il conto dei primi 4 folli mesi della stagione, con i quattro allenatori, i casi umani, le tragedie di Europa League, i casting eccetera eccetera, non fosse altro per la fatica di stare continuamente in bilico sullo strapiombo, che se vinci è ok e se non vinci è un disastro epocale, concetto che mi è apparso ben chiaro la sera del 2-2 col Toro.

Ora, su cosa sia successo in queste ultime tre partite potremmo discutere per ore. Dopo i quattro mesi in bilico, è bastato mettere il piede in fallo un paio di volte di fila per crollare miseramente. Male a Torino, ma almeno con la forza di rimetterla in piedi. Malissimo con la Samp, vittimi della nostra supponenza, una supponenza irritante se rapportata alle intime certezze (zero) e al raggiungimento degli obiettivi (meno di zero). Epocalmente disastrosi a Crotone, contro una squadra che tre settimane fa era retrocessa, presi a pallate senza colpo ferire, un primo tempo da vergognarsi per generazioni.

Un disastro che coinvolge tutti i giocatori e l’allenatore, che ha perso completamente il controllo della situazione e al quale va la nostra compassione (non è facile restare in balìa di una rosa con un tasso di personalità del limite della decenza) ma fino a un certo punto (perchè ormai anche per lui è arrivata la resa dei conti, e i conti ora sono in rosso). Le scelte delle ultime due partite inquadrano impietosamente Pioli, così come impietosamente hanno inquadrato l’Inter.

Giocatori spremuti (Candreva), altri lontani dalla forma (Icardi, Perisic), altri in via di perdizione (Brozovic) o ormai persi almeno per questa stagione (Joao Mario) o per sempre (Gabigol), reparti planati dalla massima efficenza allo sbando (la difesa), fondamentali che in Lega Pro forse curano meglio (il cross)… Pioli e l’Inter si sono coalizzati per dare il peggio dopo aver vissuto, e averci fatto vivere, un inverno a tratti magico. Da qui in poi sono tutte finali per il quinto posto, con tutta la tristezza che questa frase porta con sè. Del resto le ultime due partite hanno detto tutto: questa Inter giustifica l’uso dell’atomica e Suning forse sta già muovendo la sua portaerei verso le acque di Appiano Gentile e corso Vittorio Emanuele.

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febbraio 1, 2017
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Avere la testa a domenica: anatomia di una cazzata

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Cioè: era meglio vincere con la Lazio e arrivare a Juve-Inter con 10 vittorie consecutive a spaventare l’avversario di default, o è meglio aver perso con la Lazio per non pensare di essere invincibili, per non dare tutto per scontato, per fare – tenetevi forte – quel salutare bagno di umiltà che eccetera eccetera?

Era meglio vincere con la Lazio perchè vincere porta altre vittorie e perchè vincere dà sicurezza, o è meglio aver perso perchè andare a giocare a Torino con troppa sicumera poteva essere un suicidio in partenza?

Era meglio vincere con la Lazio perchè la Coppa Italia poteva essere un buon obiettivo stagionale, o è meglio aver perso perchè il nostro solo obiettivo deve essere la Champions e aggiungere due partite con la Roma bla bla bla?

Esperienza del tutto personale, ma a giudicare dai pareri raccolti qua e là sembrerebbe che non fosse tanto l’Inter ad avere avuto la testa a domenica prossima, ma gli interisti. Nessuno che – al netto dei virtuosismi arbitrali – abbia ripensato seriamente e con un pochino di apprensione al peggio di Inter-Lazio, ma tutti a dire che “vabbe’, pazienza” e che “domenica, ragazzi, domenica…”.

Quindi non è successo niente, o quasi. Diciamo che quest’anno le coppe sono il nostro buco nero tecnico e concettuale. E diciamo, comunque, che vincerne nove e perderne una sarebbe un ritmo per il quale chiunque firmerebbe fino al 2025 minimo. Non è stata nemmeno stata una di quelle partite da cui esci a pezzi: le statistiche dicono che abbiamo tirato 19 volte (solo 3 nello specchio, vabbe’), non proprio un atteggiamento passivo, anzi. Epperò resti un po’ lì con il broncio proprio nel momento in cui il broncio sarebbe stato meglio non averlo, parlando puramente di mood. “Avevano già la testa a domenica”, già, classica formuletta diagnostica se cinque giorni dopo hai la Juve.

Può essere vero, per carità, e può eserlo per tutti. Anche per Pioli, che fa un turnover minimo ma perfettamente centrato, tecnicamente chirurgico (ne tengo fuori pochi, però i più forti). Forse sarebbe stato meglio il contrario: provo a sistemare le cose con i più forti e poi magari gli risparmio mezz’ora, ma sono quelle cosucce del senno di poi. Dopodichè mi sfugge da sempre il nesso tra la partita che stai giocando – specie se è importante, un dentro-fuori che si per sè è una motivazione seria, almeno in teoria – e quella di cinque giorni dopo in un’altra competizione, in un altro stadio e con un altro grado di strizzamento di palle. Tipo: Miranda pensava intensamente a Higuain mentre faceva quel paio di immani cazzate insolite per uno come lui? Ansaldi era sempre in ritardo di quei 5-10 metri sui contropiedi della Lazio perchè ripassava mentalmente i tagli e le sovrapposizioni da non sbagliare con la Juve e quindi si estraniava dall’azione?

Mah. Domenica servirà qualcos’altro, ma su questo converrà anche – chessò – Banega. Domenica è il big match e se ci abbiamo pensato con troppo anticipo non dobbiamo smettere più: se ci concentriamo molto, tipo tra le 20,45 e le 22,30 circa, faremo solo il nostro dovere. Domenica è la partita dell’anno e mica solo per noi. Fermare la Juve, o almeno provarci seriamente: è un Paese che ce lo chiede, facciamolo.

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dicembre 21, 2016
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Pagelle che a leggerle si diventa ciechi

pagelle

Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così l’abbiamo solo noi.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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dicembre 12, 2016
di settore
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Doppio Brozo Star

Il primo sussulto statistico della stagione (sei vittorie di fila in casa: Southampton, Torino, Crotone, Fiorentina, Sparta, Genoa) ti costringe a guardare la classifica e a chiederti come mai una squadra che ne vince sei di fila in casa abbia una classifca che fa tanto cagare. Semplice: nelle ultime otto trasferte (Sparta Praga, Roma, Atalanta, Sampdoria, Southampton, Milan, Hapoel, Napoli) l’Inter  ha fatto un (1) punto, e siccome quel punto è arrivato nel derby, dunque in suolo amico, si può dire che non facciamo punti lontano da San Siro dal 21 settembre, Empoli-Inter 0-2, che son tre mesi e sembrano 33.

E’ un ruolino di marcia che fa molto provinciale, te lo aspetti – chessò – dal Cagliari, e invece la squadretta che fa punti in casa e fuori si scioglie siamo proprio noi. Dal 21 settembre a oggi, insomma, otto trasferte e un punto, 8 gol fatti (uno a partita, appena sufficiente) e 18 subiti (più di due a partita, disastro assoluto). Otto trasferte e due buone partite (Roma e Milan, totale un punto) più sei demmerda proprio. Otto trasferte affrontate con tre allenatori diversi (4 De Boer, 1 Vecchi, 3 Pioli) ma spesso con lo stesso atteggiamento, quello di una squadra senza palle e con molto timor panico.

Praticamente sono due mesi e mezzo che andiamo avanti così, vincendo in casa e perdendo fuori, che vuol dire veleggiare a metà classifica in campionato – a meno 8 dalla Champions e meno 7 dall’Europa League nello stretto giro di 16 partite – e uscire ingloriosissimamente in coppa, in un girone normale e in cui è bastato scoprire che una squadra israeliana sapeva mettere insieme tre passaggi consecutivi per andare completamente nel pallone.

Viene quasi da dare ragione alla curva, non tanto nei modi e nei tempi della contestazione, quanto nell’uso della parola culo*. L’Inter è una squadra che sembra prenderti per il * e andrebbe effettivamente presa a calci nel *. Anche Pioli non ha saputo ancora cosa fare con questo mal di trasferta, e anzi ha firmato due delle peggiori partite dell’anno (Bersabea e Napoli, tre pere/partita). E’ una squadra che dovrebbe farsi il * e invece spesso dà la sensazione opposta.

Ci sono ancora due partite prima della sosta, due buone occasioni per spezzare le serie negative (a Sassuolo, alle 12.30, quanti ricordi) e continuare quello positive (Lazio prenatalizia, un anno fa fu l’apocalisse). Nel frattempo, nel sempre spossante tentativo di capirci un cazzo di qualcosa in questo campionato sincopato, segniamo nella casella “dati di fatto” che l’epurato da De Boer è diventato l’eletto di Pioli. Col Genoa un pochino di culo, rimanendo ampiamente in credito. Gabigol sta conquistando la fiducia di tutti ed è ormai pronto al ri-debutto: se a Sassuolo dovessimo come tradizione vincere 7-0, potrebbe entrare già dopo il quinto gol.

brozovic

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dicembre 3, 2016
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Znedek Pioli

hamsik

8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

nappi

(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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ottobre 5, 2016
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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aprile 23, 2016
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Con quelle facce da stranieri

Per alcuni minuti ho pensato che annullassero la partita.  Cioè, ‘sta cosa che non c’erano italiani in campo la stavano mettendo giù dura da dio. Che poi, porca puttana, era solo colpa nostra? Cioè, l’Udinese non poteva mettere dentro un italiano e sanare ‘sto guazzabuglio? Tocca per forza a noi? Non ci può essere un po’ di fair play, santa polenta? Cioè, ci si telefona prima, “senti, non hai un qualche scarto di italiano da mettere, così non ci cagano il cazzo?”, “mah, adesso vedo… Tu non puoi mettere Eder, per dire?”, “ma vale Eder?” “figa se vale, giuoca in nazionale!”, “la nostra?”, “giuro!”, “vvabbe’, verifico, ma tu non puoi mettere tipo Di Natale?” “Di Natale chi?”.

Niente, poi si fa la distinta e bòn, ventidue stranieri e via. Non era mai capitato nella storia. La mia prima reazione è:

“Minchia!”

La seconda è:

“E allora?”

La terza è:

“Ma santiddio, fate sei ora di coda al padiglione del Giappone e adesso venite a rompere le palle a noi?”

Ma lo scandalo è ormai esploso. I commentatori a quel punto sbroccano e io che sono sensibile vado in confusione: adesso l’arbitro cosa fa, rinvia la partita? La dá persa a tutte e due?  Chiama l’esercito e fa rastrellare il campo?

No. Si gioca. Sub judice, forse, ma si gioca.

Ogni tre minuti inquadrano Thohir, indonesiano. Al suo fianco c’è Zanetti, argentino. Sotto c’è Bolingbroke, inglese, insieme a un sacco di cinesi. Io, tutto sudato, mi alzo in piedi sul divano e urlo:

“Cazzo, ma c’è un italiano? Uno?”

In quel momento segna Thereau, francese. In dialetto pavese Thereau significa “individuo tipicamente meridionale”. Forse è italiano, mi dico. Comunque poi pareggia Jovetic, montenegrino, e siccome nessuno sospende la partita comincio a pensare che sia tutto regolare in culo agli autarchici del mio membro virile.

Regolare, si gioca. Quindi, bisogna vincerla. Poi al limite Mediaset Premium fará ricorso, ma intanto portiamola a casa. Quando l’Udinese mette dentro Pasquale, è ormai chiaro che la partita ha tutti i crismi di regolarità. Jovetic segna di tetta, Kondo sembra risorto, Brozo spunta dappertutto, poi entrano D’Ambrosio ed Eder è ormai è festival italiano, pizza e mandolino, mafia, moda, spaghetti, uè uè uè, che bello il calcio italiano, che bella l’Italia, eccetera.

Le inquadrature in tribuna, non-luogo multietnico, diventano più fitte. Ogni minuto inquadrano Thohir e i cinesi. Alla fine son tutti lá che brindano, cin cin, cui en lai, cin cin, mentre io sono steso sul pavimento stravolto dal mancato pareggio dell’Udinese.

“Ha segnato Eder!”

“Ma quando? Ma chi? L’italiano? Il nostro?”

Figa, non si può vivere così. Adesso aspettiamo l’omologa del risultato. Non ho altro da dire se non Juve merda, così, per partito preso. Viva il calcio italiano.

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aprile 17, 2016
di settore
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Jonas, il Gufo e l’Infiltrato

Mentre mi reco allo stadio Meazza per assistere a Inter-Napoli, faccio un pronostico basandomi su fattori puramente esoterici: “Essendoci Thohir allo stadio, dovremmo perdere. Ma siccome vincendo regaleremmo lo scudetto alla Juve, vinceremo fisso”. E’ quindi così, con animo leggero, che mi appropinquo alla cancellata, dove a domanda di uno steward gentile ma muscolare estraggo l’abbonamento che mi hanno gentilmente prestato, intestato a Nick Jonas, quello dei Jonas Brother ormai avviato a una brillante carriera da solista.

“Lei è Nick Jonas?”

“No, guardi, ho stampato l’apposito modulo di cambio usufruttore”.

“Sì, ma in che rapporti è con Nick Jonas?”

“Scusi, ma a lei che cazzo gliene frega?”

“E’ per una mia forma di piccata puntigliosità professionale”.

“Sono il padre. Roberto Jonas, Bob per gli amici”.

“Prego, passi pure”.

Mi dirigo verso il posto assegnato. Per la legge del marketing macroeconomico della minchia fritta, un posto che quindici anni  fa era blu e costava diecimila lire e via, oggi è rosso e costa alcuni bigliettoni della nuova divisa. Tra vent’anni il primo anello sarà tutto rosso come la barriera corallina e ci vorrà il mutuo.

Ma a me, Bob Jonas senior, chemmefrega? Mentre sono ancora lì avvinto dallo spettacolo dello stadio parecchio pieno, mi accorgo che Medel sciabatta una palla verso Maurito che ci si avventa e la insacca.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

E lì mi accorgo dello strano figuro che ho davanti. Un tizio che su WhatsApp continua a mandare la foto di lui medesimo insieme a Thohir (Thohir!), ma che in realtà

tifa Napoli.

Infatti al gol di Maurito resta lì tipo statua di sale. Poi si rianima quando il Napoli attacca, comincia a tifare, si lascia andare:

“Iamme!”

Ma perchè ha la foto con Thohir? Come avrà fatto? Da quel momento lo battezzo:

l’Infiltrato.

Se la prende con Icardi (“P’tte ci vuole Maccc-si Lopez!”), se la prende con la curva (“Che ignoranza! Fanno uhuhuhu e c’hanno la squadra piena di negri!”), se la prende con quasi tutti i suoi (“Marò che partita e’mmerda”), poi se lo prende in culo quando Brozo la mette e la partita puff!, finisce lì.

“Ahhhhmmerdmaròahhhiammsfaccimm”

L’Infiltrato riceve un messaggio.:

“Icardi era in fuorigioco di tre metri! Tremmetri! Ahhhhmmerdmaròahhhiammsfaccimm”.

Poverino. Io, rilassatissimo, ormai faccio pablic relescion. Incontro nell’ordine Robbie The Monz, un uomo sociale; Antò, il Gufo titolare; Nick Jonas, che viene a riprendersi l’abbonamento e mi racconta del suo disgustoso bacio con Miley Cyrus:

“Cioè?”

“La prima persona che ho baciato è stata Miley Cyrus, fuori dal California Pizza Kitchen ad Hollywood. E’ stato romantico ma io avevo appena mangiato una pizza con le cipolle. Credo che il mio alito fosse terribile”.

Vabbe’, gli ho detto, guarda l’Infiltrato e consòlati, lui sì che soffre.

Il secondo tempo va giù veloce come un Gatorade dopo una mezza maratona. Faccio conversazione rilassata con il Gufo, che poi mi invita a bordocampo:

“Vieni, fratello: scendi meco a respirare il profumo dell’erba”.

Passo davanti all’Infiltrato, prostrato come Bertolaso davanti ai sondaggi di Roma. Respiro l’erba, saluto Ale lo scudiero della Balaustra che scende dalla scala tipo Wanda Osiris e poi niente, prendo e torno al parcheggio. Mi passano davanti i punti gettati nel cesso, ma la serata è tiepida, l’umore è alto e mi prendo una Heineken prima che, anche solo per ipotesi, mi potessero un po’ girare i coglioni. Amala, forza Inter, abbasso l’Infiltrato, Juve merda approfittatrice almeno ringrazia fanculo ciao.

icardinapoli

 

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marzo 3, 2016
di settore
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Revenants

Dopo il primo rigore, e ancora più dopo il secondo, era chiaro che Carrizo non ne avrebbe mai parato uno. Quindi l’unico modo di vincere era andare ad oltranza, ed esauriti i giocatori avrebbe cominciato a tirare chiunque – Gabriel Garko, Don Livio  Falzaga, Mal dei Primitives, Uto Ughi, Pat Rafter,  Raffaele Sollecito, Gennaro Capuozzo, Bob Sinclair, Gianni Ciardo, Alessandro Cecchi Paone, Jimmy il Fenomeno, Nathan Falco Briatore, Benito Urgu, Francesco Ingravallo, Bugs Bunny, Michele Pecora, Psy, Ciccio Formaggio, Gaetano Quagliariello, Lou Castel, Tito Stagno, Engelbert Humperdinck – e Carrizo non avrebbe parato uguale, ma qualcuno poteva tirare fuori, ecco.

Che poi, ovvio, mica è colpa di Carrizo (il colpo di genio sarebbe stato mettere dentro Handa come terzo cambio, ma stavamo perdendo i pezzi), che tra l’altro aveva evitato un finale grottesco – la squadra che si distrae collettivamente al 121′ e la Juve che segna, santa madonna -. No, era solo per sottolineare uno dei tanti simbolismi di questa partita in cui hai fatto trenta ma non trentuno, che è un po’ il nostro marchio di fabbrica attuale. E la sera che ne fai tre alla Juve, la strapazzi come raramente è accaduto nella storia e provochi  milioni di riempimenti di Linidor all’unisono, ecco, niente, poi tutto sfuma così, con dei rigori tirati a porta vuota e tu che prendi la traversa non abbastanza di sguincio.

Così, sdraiato per terra davanti al televisore, dopo la più bella e tesa e sudata e passionale partita degli ultimi cinque anni e mezzo, più che altro mi sono incazzato. Perchè, rimanendo ai soli ultimi due mesi, se avessimo giocato ogni partita con la metà della voglia e del furore di questa sera chissà dove saremmo. E invece abbiamo visto cose che noi interisti umanisti ci gira il cazzo.

Perchè, amici, perchè? Bisognava giocare il ritorno di una partita partendo da tre gol sotto per tirar fuori – finalmente – i coglioni? Bisognava farsi scherzare da Juve (due volte) e Milan per trovare le motivazioni per ripartire? Bisognava far due punti in tre partite con Sassuolo, Carpi e Verona per arrivare una sera piovosa a pensare che sì, perchè non provare a inculare i gobbi?

Nel giro di tre giorni abbiamo dato il peggio e il meglio contro gli stessi avversari. Incredibile come l’Inter che quasi comicamente, domenica sera, gestiva lo svantaggio a Torino, il mercoledì abbia giocato una partita all’arrembaggio per 120 minuti. Come se la stessa compagnia di attori avesse girato “Alex l’ariete” la domenica e “Revenant” il mercoledì.

Ecco, sì: redivivi. Adesso rimanete così – vivi – per i prossimi due mesi e mezzo. Avete un po’ di nostre incazzature da purgare e un terzo posto  che, giocando così, non è impossibile. Basta volerlo davvero, tipo Inter-Juve addì 2 marzo 2016 in Milano.

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febbraio 15, 2016
di settore
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Quando il gioco si fa molle

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Ho vissuto un’esperienza strana e struggente, più che altro sbalorditiva. Stavo seguendo la partita attraverso uno streaming in ritardo di un minuto e 40 secondi sul reale svolgimento della partita. Siamo ormai al novantesimo. Mi scappa l’occhio sulla app dei risultati in tempo reale proprio nel momento in cui il punteggio viene aggiornato, 2-1. E io sono lì con il mio streaming bello nitido con commento in inglese, la palla è nella metacampo della Viola, e non me ne faccio una ragione. Sul mio monitor stiamo ancora 1-1 e a me il risultato va bene così, ok, meglio un pari di niente, così ragionavo tra me e me prima che l’app mi anticipasse l’apocalisse.

Magari si sono sbagliati, dico.

E quasi me ne convinco. La Fiorentina attacca, sì, ma non è mica un arrembaggio. È un’azione normale, a velocitá normale, a testosterone normale.

Dai, si sono sbagliati.

Bernardeschi entra in area in surplace, tira dove è normale che tiri, parata un po’ così, naso, nuca, gomito, orecchio, ginocchio, gol.

Gol.

No, non ci posso credere. Non può essere andata così davvero. Forse è un’interferenza, una discrasia spazio-temporale, un filmato di repertorio, una pantomima, una fiction tipo Don Matteo 235, un’illusione, uno scherzo a parte, un non so cosa.

L’app non corregge, lo streaming prosegue in maniera coerente. Era tutto vero.

E niente, mi sono incazzato molto più che per la ridicola e insopportabile espulsione di Telles, molto di più. Ancora una partita fottuta a tempo scaduto, ancora una mollezza totale nel momento in cui il gioco si fa duro. È peggio di Mazzoleni, molto peggio.

Nove punti in nove partite, cinque gol di testa presi nelle ultime quattro, quarta partita persa o pareggiata al novantesimo negli ultimi due mesi, un altro scontro diretto a cazzo – e questo vale doppio o forse triplo, con la Fiorentina (sei punti a zero) che allontana la zona Champions, con il Milan (il Milan!) che ormai ci soffia sul coppino, con la dura realtá che ci avverte che non siamo più terzi e nemmeno quarti.

Non so più cosa dire. Vincevamo 1-0 a Firenze e a fine primo tempo ero al settimo cielo. Poi l’umore è virato su “teniamo l’1-0, il nostro format, perchè il 2-0 non lo faremo mai”. Poi su “vabbe’, portiamo a casa il culo è un punto, va bene così”. Poi niente, ho perso le parole. Abbiamo quattro partite davanti, la Juve fuori, vabbe’,  e tre in casa facili, da nove punti. Ma a chi la faccio leggere la mia tabella? Ormai noi tifosotti e l’Inter siamo come il mio streaming di stasera: sincronizzati alla cazzo di cane. Stesso livello di sintonia che vedo tra il Mancio e la squadra, e mi viene un magone clamoroso.

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