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dicembre 30, 2016
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Tifare Porto sin da quando si era gufi

Una buona programmazione è il segreto di ogni impresa che si rispetti. E’ con questo spirito che il Clan dell’Asado 2.0 – una specie di Gruppo Bilderberg dell’interismo, nonchè holding di riferimento dei Gufi, di cui il Clan riunisce i soci fondatori – si è ritrovato nei giorni scorsi a Pavia, capitale della nutria e della zanzara, per l’assemblea annuale. Presenti tutti e quattro i componenti, i Beatles del tifo nerazzurro: Er Monnezza, Er Pagnolada, Er Pomata ed Er Blogghe, in ordine di età dal più giovane al più anziano.

E’ stato quindi Er Blogghe, tintinnando su un bicchiere di cristallo, a prendere la parola e leggere la breve relazione sull’atttività dell’anno, che si è risolta con una sola gufata immediatamente a segno, un 100% di efficacia che ha inorgoglito il Clan:

“La notte di Bayern-Juve dello scorso 16 marzo, pur tormentata in maniera indicibile, passa di diritto tra i nostri migliori ricordi”.

(applausi)

“Avevamo bisogno di una serata così, immediatamente risolutiva, dopo la stagione delle gufate 2015 che tanto ci aveva segnato negli spiriti e nei corpi”.

(brusio)

“Come non ricordare la gufata di Dortmund, così carica di speranze e con la Juve che nel ritorno vince 3-0 in trasferta alla faccia nostra”.

(leggero brusio)

“Come non ricordare la gufata di Monaco, un drammatico 0-0 preceduto da un rito propiziatorio fatto a Cremona, durante l’assemblea di fondazione di questo clan”.

(brusio)

“E come non ricordare la doppia gufata di Juve-Real, andata e ritorno, inculati doppiamente. Noi gufi, intendo”

(forte brusio, singulti)

“Quattro gufate a vuoto, la sinistra sensazione di avere già smarrito il nostro fluido, la Juventus che va in finale… Ricordate, amici, quei terribili momenti?”

(silenzio. Er Pomata si asciuga una lacrima, confortato da Er Pagnolada. Er Monnezza si tocca i coglioni)

“Poi, però, dopo tanto soffrire, il 6 giugno 2015, una notte indimenticabile…”

(forte brusio)

“…la gufata collettiva nel nostro luogo di elezione, la casa del Barone, e il trionfo della nostra giusta causa…”.

(applausi, ululati)

“… e a Monaco di Baviera la conferma che tanto cercavamo!”

(applausi, tutti in piedi)

“Posso portare il vino?”, dice il cameriere mentre osserva quattro uomini adulti abbracciarsi senza alcun motivo plausibile.

“Dichiaro chiusa l’assemblea annuale. Porti pure il vino, buon uomo”.

“Chi assaggia?”

“Lui”, diciamo in tre indicando Er Pomata.

Inizia quindi un estenuante rito. Er Pomata assaggia e respinge diciassette vini diversi, adducendo i motivi più disparati, del tipo “non avverto quella sapidità leggera e piacevole dovuta alla presenza di sali minerali che normalmente percepisco nelle zone laterali anteriori della lingua”. Al che Er Monnezza ordina due brik di Tavernello.

“Er Pomata, cazzo, non possiamo perdere altro tempo. A parte che ho una fame fottuta, ma dobbiamo anche rinnovare il rito preventivo della gufata spirituale”.

Er Pomata estrae quindi il gagliardetto del Porto e lo sistema al centro del tavolo. Er Pagnolada, con aria solenne,  impone le mani. Poi tutti imponiamo le mani sulle mani già imposte della nostra guida spirituale. Che ci impone amorevolmente un fioretto che, ovviamente, abbiamo rispettato nel frattempo.

“Ok, quel che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Potete portare le portate, e mi scuso per il giuoco di parole”.

Seguono cena, momenti conviviali, convenevoli, ricordi, selfies, attenta disamina sulla situazione dell’Fc Inter Milano. Poi il brindisi finale, in portoghese stretto. La vita del gufo non è affatto facile, ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare. Juve merda, un buon 2017 a tutti tranne che a loro, forza Inter, viva la libertà di espressione, vive la difference.

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dicembre 18, 2014
di settore
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Il sorriso di Franco

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Avevo conosciuto Franco in un’altra vita – la sua, intendo – quando faceva ancora il giornalista a tempo pieno. Era una riunione di capiservizio di non mi ricordo bene cosa a Roma, in via Po, alla nostra casa madre. Fatti due conti, io avrò avuto trent’anni e lui quindi aveva da poco passato i quaranta. Un flash di vita come un altro. Ma ovviamente lui e la sua sedia a rotelle, di tutto quel bla bla e di quella veloce trasferta romana, erano la sola cosa che mi erano rimaste impresse, così, di default, perchè stavo dando un volto a nomi e voci che già più o meno conoscevo, e nel suo caso c’era anche da dare una dimensione, inaspettata, che colpiva. Franco poi non l’ho più rivisto per quindici anni, finchè per ragioni di blog e di social network me lo sono ritrovato sulla strada da interista, pregio che mai mi sarei aspettato da uno che nel mio cervello era catalogato come giornalista padovano e bòn.

Ci scriviamo qualche volta. Un giorno vedo il suo nome stampato sul mio giornale, in una breve di cronaca, annunciato ospite di una iniziativa sulla diversità e sulla disabilità a Pavia. E allora vado in piazza della Vittoria e gli faccio la sorpresa: “Ciao Franco, sono Roberto, cioè, Settore, sì insomma, hai capito”. E’ domenica, un pomeriggio di sole, e lui ha scelto un angolo ombreggiato. Sullo sfondo le pellicce di Annabella. Di fianco c’è la sua compagna.  Gli  racconto di quella cosa di Roma e naturalmente non si ricorda un cazzo. But who cares? Stiamo già parlando di Inter e meno male che a un certo punto lo cercano perchè tocca a lui, da lì a poco, sennò avremmo fatto notte.

Franco era una bella persona, e taglierei corto così, con una formula banale ma terribilmente vera nel suo caso. Era un uomo impegnato, intelligente, coraggioso (molto), che è costantemente andato oltre gli ostacoli che la vita gli ha riservato. Quello che lo rendeva speciale era il suo sorriso, perchè ci vogliono due palle così per avere un sorriso così. Di fronte a una persona con le sue difficoltà, avresti dovuto essere tu ad avere il sorriso rassicurante. E invece ce lo aveva lui. Lui rassicurava te. Anche in questi giorni, in ospedale, era lui – scrivendo su Facebook, sui suoi blog, rilasciando a Telethon un’intervista che adesso è impossibile guardare senza commozione – che veniva a trovare noi, e non il contrario come doveva essere, e come mi spiace non aver fatto per scambiare ancora una volta, l’ultima, qualche battuta. Ringrazio Roberto Monzani per essere passato a trovarlo e avergli trasmesso, credo, l’affetto di noi tutti. Ecco, anche l’affetto. Doveva toccare a te essere affettuoso, premuroso. Macchè, lui lo era di più. Mi piaceva piacergli. Me lo scriveva, me lo diceva. Ci facevamo spesso i complimenti, ma non per convenzione. Lui era uno sincero, aperto. Franco, no? Non si è mai nascosto, anzi, stava in prima fila. Arrivava  dappertutto, anche in cima a quella micidiale scaletta di Inter Channel, dove gli piaceva un mondo andare a parlare di Inter con il suo amicone.

L’Inter. Con tutti i suoi guai, con tutti i suoi impegni, nel mezzo di tutte le sue battaglie, aveva sempre un posto per l’Inter. Ecco, se penso al suo sorriso e al suo essere interista, così interista, mi sale una gran malinconia e una gran tenerezza insieme. Sarebbe una bella cosa se domenica sera l’Inter si ricordasse di lui. Ciao Franco, e lassù insegna (no no no, ti vedo mentre mi mandi affanculo, vecio).

R.

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