Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

Giugno 25, 2020
di settore
52 commenti

Due partite, un giramento di palle

Ieri sera, in suggestiva successione, ho assistito sul mio apparecchio televisivo agli incontri di giuoco calcio Inter-Sassuolo e Liverpool-Crystal Palace. Ok, chiaro, le due partite non erano esattamente sovrapponibili nè nelle motivazioni (per noi, restare aggrappati a una labile speranza di rientrare in corsa; per i Reds, vincere uno scudetto dopo 30 anni) nè, purtroppo, nell’impietoso raffronto tra le squadre in sè. Avendo visto le due partite da cima a fondo, tranne che per quel quarto d’ora in cui si sono sovrapposte, ecco, si è abbastanza sovrapposto il giramento di coglioni.

Parto dalla fine, cioè dalla partita di Anfield. Premier League, 31esima giornata. Il Liverpool ieri sera aveva 20 punti di vantaggio: doveva vincere per mettersi tranquillo stasera davanti alla tv, Chelsea-City, col City costretto a vincere sennò a Liverpool saranno fiumi di birra attesi per tre decenni. Tre giorni fa, la prima partita dei Reds dopo il lockdown era stato il derby con l’Everton, 0-0, con il City che rimonta due punti. Klopp fa un modestissimo turnover (in pratica toglie le tre riserve che aveva schierato: due che si sono infortunati, più Minamino) e mette in campo con il Crystal Palace del nostro caro Hodgson (nono in classifica, qualche assenza, poche ambizioni) praticamente la formazione tipo. Ricapitolando: 20 punti di vantaggio (insomma, se non lo vince stasera lo vincerà la prossima volta, o la prossima ancora, who cares?), stadio vuoto, voglia di un titolo atteso 30 anni, ok, ma tutt’altro che in pericolo. Beh, non so se l’avete vista anche voi: il Liverpool ha attaccato dal primo minuto all’ultimo, anche quando era in vantaggio 4-0. 74% possesso palla. 21 tiri in porta contro 3 (manco me li ricordo, Alisson giocava a Ruzzle col telefonino per ingannare il tempo). 6 corner a 0. A un certo punto Klopp a destra a posto di Alexander Arnold fa entrare un ragazzo di 19 anni, all’esordio in Premier, e poi uno di 17 a sinistra al posto di Manè. Niente, uguale: il Liverpool ha aggredito abbestia fino al 93′, l’arbitro fischia, tutti a casa belli sorridenti.

Mi è venuto da piangere.

Io avevo appena visto un’altra partita. Quella di una squadra, la mia, che ha subito tre gol ridicoli (e almeno un altro paio li poteva prendere con una difesa svagata e lenta come l’ho vista raramente) epperò poteva vincere senza problemi, avendo avuto due occasioni gigantesche (per quella di Gagliardini, in verità, non esiste un aggettivo adatto) per chiuderla sul 3-1 e sul 4-2 e avendole buttate miseramente nel cesso. Il ragazzo all’esordio in Premier, dopo un inizio timido, ha cominciato a sgroppare e a inserirsi che era una bellezza, tirando in porta tipo tre volte in venti minuti (uno dei tiri respinto con un miracolo). È lì che mi è apparso Gagliardini. “Eh dai, càpita”, potrebbe dirmi qualcuno. Una roba così io l’ho vista raramente, però può darsi che sia capitata, certo. Ma ho rivisto in questa azione surreale (così come nel successivo scavetto in contropiede di Candreva, invece di sfondare la rete come Gigi Riva) la stessa mollezza mentale e spirituale di Joao Mario che ha la palla per risolvere un derby a tre metri dalla porta e non ci si butta a corpo morto. Non so dove pensiamo di andare senza buttarci a corpo morto su qualche pallone, sull’avversario (in senso figurato), sulle partite, sugli obiettivi, su tutto.

Qui non si parla solo di uomini (servirebbe un tomo a parte). Certo, restando al Liverpool: lasciando stare le superstar, ci “basterebbero” Alexander Arnold, Robertson ed Henderson al posto di Candreva, Biraghi e Gagliardini non solo per battere 9-3 il Sassuolo, ma per essere in testa al campionato e vincere l’Europa League. Ma parlare a cazzo di uomini non è granchè produttivo. Parliamo, almeno, di testa. Dopo il lockdown ho visto l’Inter non-vincere a Napoli una partita che valeva la finale di Coppa con la Juve. Poi ho visto l’Inter fare venti minuti di futbol bailado con la Samp e cagarsi in mano per tutto il secondo tempo. Poi ho visto l’Inter risparmiare il Sassuolo e poi stendergli tappeti rossi manco fossero d’accordo. No, chiedo per un amico: così dove vogliamo andare?

E mi spiace dirlo, ma Conte oggi sta fallendo esattamente nel campo dove nei primi tre-quattro mesi di stagione era stato il fattore decisivo. Qui non contano gli stadi vuoti o la triste stranezza di questo calcio Covid, non contano il caldo e le zanzare (le condizioni sono uguali per tutti). Qui conta che la stagione è ricominciata e noi con la testa non ci siamo. Ieri l’Atalanta ha recuperato due gol alla Lazio e ha vinto 3-2. Noi con il Sassuolo abbiamo fatto una figura patetica ed è ora – lo dico a Conte – di tornare al vecchio e sempre valido metodo dei calci in culo. Altrimenti, con un po’ di impegno, proviamo ad arrivare quinti: entreremmo nella storia, dalla porta del retro.

share on facebook share on twitter

Dicembre 8, 2019
di settore
70 commenti

De fischiatoris coglionitate

Non vinciamo più nulla dal 29 maggio 2011, finale di Coppa Italia, stadio Olimpico di Roma, Inter-Palermo 3-1, doppietta di Eto’o più Milito nei minuti di recupero (Eto’o più Milito. Debbo trattenere le lacrime). Da quel sollevamento di coppetta, la nostra settima coppetta, sono passati a oggi 3.113 giorni trascorsi annoiandoci poco (due cambi di proprietà, per dire), tifando molto (ci mancherebbe altro) e soffrendo moltissimo, in un avvicendarsi di trentasette allenatori e duecentoquaranta giocatori non sempre adatti all’Inter, nonchè ai nostri palati fini.

Arrivavamo da Eto’o e Milito (e Zanetti, e Cambiasso, e Sneijder, e Maicon, e Julio Cesar, eccetera, eccetera, eccetera) e ci siamo trovati via via con Zarate, Forlan, Palombo, Schelotto, Alvaro Pereira, Rocchi, Belfodil, Botta – ho una foto con Botta, e voi no -, Osvaldo, M’Vila, Taider, Montoya, Gabigol (presentato in mondovisione streaming manco fosse la reincarnazione di Pelè), Dalbert eccetera eccetera eccetera, non vincendo più nulla, patendo le pene dell’inferno, salendo sulle montagne russe di fugaci esaltazioni e lunghe depressioni, fallendo qualificazioni anche alle coppe più farlocche, vincendo random belle partite e a stretto giro perdendone di orripilanti, sposando le tesi dei vari mister per poi abiurarle il mese dopo (o macerarci nei dubbi, nelle ipotesi migliori), convivendo con le regole del fair play finanziario che ci sembrava applicato in modo così fiscale e frustrante a una sola squadra al mondo, la nostra. Eccetera, eccetera, eccetera.

L’8 dicembre 2019 – cioè oggi – siamo in testa in campionato al rirmo del nostro record assoluto di punti e con due di vantaggio sulla Juve (sì, quella squadraccia infame che ne ha vinti otto di fila e che fino a ieri sera era l’unica imbattuta nei maggiori campionati d’Europa) e siamo all’antivigilia di una partita dentro-fuori di Champions con il Barcellona (non con il Beer Sheva). Abbiamo mezza squadra fuori, un reparto falcidiato, una rosa complessivamente stanca dopo tre mesi e mezzo a duecento all’ora. Un allenatore e una società che ci stanno issando a forza a livelli mai raggiunti nel corso degli ultimi fottuti 3.113 giorni.

E noi fischiamo i nostri giocatori per un passaggio sbagliato?

Intendiamoci, sulla faccenda dei fischi si rischia di fare della gran retorica. Nessuno, nessuno può scagliare la prima pietra in quanto senza peccato. Le nostre carriere di tifosi interisti sono costellate di fischi, insulti, madonne tirate all’indirizzo di chiunque e da dovunque – stadio, divano, bar, ufficio, macchina, letto, cesso, spiaggia, dovunque abbiamo avuto in sorte di guardare/ascoltare/intuire una partita dell’Inter. E’ normale. Ripenso ancora con orrore a quella volta che io – io, santiddio, un tifosotto zuzzurellone se ce n’è uno – ho fatto partire un urlo localizzato – sapete, quelle piccole rivolte che coinvolgono un piccolo spicchio di stadio perchè solo lì si coglie un qualcosa – ai danni di Recoba.

Ero al primo arancio, un settore che a volte ci vorrebbe il napalm – lo dico affettuosamente, eh? L’Inter attacca dalla mia sinistra verso destra. Toldo con la mani passa la palla a Recoba sull’out sinistro, vicino alla panchina avversaria, Recoba è distratto, a momenti perde il pallone, brusìo, ma comunque non lo perde, non succede niente, la palla torna a Toldo che stavolta la rimette in gioco verso qualcun altro e l’azione riprende. Recoba però torna indietro e dice qualcosa a Toldo, con mimica incazzosa. Al che io (diciamo che, al netto delle sue enormi doti tecniche e del gol del 3-2 con la Samp, ho sempre fodamentalmente ritenuto il Chino un simpatico rubastipendi), istintivamente, e in netto contrasto con la mia indole gandhiana, mi sono alzato e ho urlato “ma pensa a giocare, coglione!”, trascinando con me trecento-quattrocento primoarancisti che hanno urlato le peggio cose per 4-5 secondi. E io ho trascorso il resto della partita pensando che la Digos avrebbe visionato il filmato e cercato l’autore dell’urlo localizzato e mi sarei preso tipo un 15 anni di Daspo e pensavo “come lo dico alle mie figlie, che le potrò riportare allo stadio tipo nel 2022?”).

Vabbe’, detto questo: ma come cazzo è che fischiamo questa Inter? Come cazzo ci permettiamo di farlo? Come?

Ho fischiato Inter insopportabili – giocatori insopportabili, allenatori insopportabili – in situazioni insopportabili, chessò, al nono posto in classifica, sotto di quattro gol con l’Atalanta, incapaci di fare un passaggio in verticale, o un tiro in porta. Ho fischiato, quello sì, Inter indolenti, Inter in sciopero bianco, Inter incapaci di sollevarsi – e di sollevarci – dalla mediocrità. Ho espresso il mio dissenso come non può non capitare anche al più interista degli interisti se seduto in mezzo ad altri migliaia di persone che con il loro umore ti trascinerebbero anche nel più atroce gorgo di autolesionismo.

Ma fischiare questa Inter, oggi, in queste condizioni, in questo momento storico no, non esiste. Non esiste proprio.

Sì, lo so, primoarancisti, primorossisti (e via salendo), lo so che tra voi c’è gente molto più brava a fare i cross e le diagonali di Lazaro e Biraghi, ma purtroppo l’Inter non ha ingaggiato voi, ahimè, e ci dobbiamo tenere loro. Voi, che poggiate il culo sugli scomodi e cari seggiolini posti lungo le fasce laterali, voi che a forza di mugugni e insulti avete rovinato le carriere di decine e decine di modesti esterni destri e sinistri che magari avrebbero potuto diventare bravi in altre condizioni ma che sono rimasti modesti, cercate di frenare i vostri istinti. Vorreste Alexander-Arnold e Marcelo? Fate una colletta e statevene buoni.

A Candreva, sopravvissuto a tre stagioni di primo arancio e protagonista indiscusso nella quarta stagione all’Inter, andrebbe assegnato il Nobel per la Pace. E’ un reduce, in tutto e per tutto. C’è gente che ha appeso le scarpe al chiodo per molto meno. Tra i fischiatori di Candreva, ovviamente, c’ero anch’io. Come dominare i propri istinti al quarantesimo cross consecutivo troppo alto/troppo basso/troppo lungo/troppo corto? Ho tirato giù tutti i santi del calendario gregoriano, ma dal divano. Allo stadio non fischio mai, non prima del ventiseiesimo errore, almeno. Allo stadio tifo Inter, senza condizioni. Ho tifato Schelotto come tifavo Maicon, ho tifato Rocchi come tifavo Boninsegna (beh, oddio, qui forse ho esagerato). Al clamoroso gol sbagliato da Lukaku in Inter-Verona mi sono accartocciato su me stesso – mentre attorno a me ne dicevano di ogni, roba da chiudere il secondo rosso per un paio d’anni – e non ho detto nulla. Nulla. Ho i testimoni. E so di avere avuto ragione io, e ora me ne bullo come un alunno di seconda media all’intervallo.

Martedì ci giochiamo il futuro e una paccata di milioni in una partita in casa con il Barcellona (non il Beer Sheva). Sapete, quella squadra che ha Messi, Suarez, quegli scarsoni lì. Ecco: provate a fischiare. Provate a pensare anche solo lontanamente di fischiare. Se, onestamente, avete in animo di andare allo stadio e fischiare, e però capite che al vostro problema ci può essere una soluzione – cioè stare a casa -, andate su Facebook, mi contattate in privato e concordiamo la cessione del biglietto. Vado io al posto vostro, senza offesa. Forza Inter. Amiamola. E fischiamola quando lo merita: ma al primo posto in campionato, e alla vigilia di Inter-Barcellona, fischiarla è proprio da gran coglioni. Grandissimi, incommensurabili coglioni.

share on facebook share on twitter