Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

febbraio 1, 2017
di settore
154 commenti

Avere la testa a domenica: anatomia di una cazzata

Lucas-Biglia-681x400.jpg

Cioè: era meglio vincere con la Lazio e arrivare a Juve-Inter con 10 vittorie consecutive a spaventare l’avversario di default, o è meglio aver perso con la Lazio per non pensare di essere invincibili, per non dare tutto per scontato, per fare – tenetevi forte – quel salutare bagno di umiltà che eccetera eccetera?

Era meglio vincere con la Lazio perchè vincere porta altre vittorie e perchè vincere dà sicurezza, o è meglio aver perso perchè andare a giocare a Torino con troppa sicumera poteva essere un suicidio in partenza?

Era meglio vincere con la Lazio perchè la Coppa Italia poteva essere un buon obiettivo stagionale, o è meglio aver perso perchè il nostro solo obiettivo deve essere la Champions e aggiungere due partite con la Roma bla bla bla?

Esperienza del tutto personale, ma a giudicare dai pareri raccolti qua e là sembrerebbe che non fosse tanto l’Inter ad avere avuto la testa a domenica prossima, ma gli interisti. Nessuno che – al netto dei virtuosismi arbitrali – abbia ripensato seriamente e con un pochino di apprensione al peggio di Inter-Lazio, ma tutti a dire che “vabbe’, pazienza” e che “domenica, ragazzi, domenica…”.

Quindi non è successo niente, o quasi. Diciamo che quest’anno le coppe sono il nostro buco nero tecnico e concettuale. E diciamo, comunque, che vincerne nove e perderne una sarebbe un ritmo per il quale chiunque firmerebbe fino al 2025 minimo. Non è stata nemmeno stata una di quelle partite da cui esci a pezzi: le statistiche dicono che abbiamo tirato 19 volte (solo 3 nello specchio, vabbe’), non proprio un atteggiamento passivo, anzi. Epperò resti un po’ lì con il broncio proprio nel momento in cui il broncio sarebbe stato meglio non averlo, parlando puramente di mood. “Avevano già la testa a domenica”, già, classica formuletta diagnostica se cinque giorni dopo hai la Juve.

Può essere vero, per carità, e può eserlo per tutti. Anche per Pioli, che fa un turnover minimo ma perfettamente centrato, tecnicamente chirurgico (ne tengo fuori pochi, però i più forti). Forse sarebbe stato meglio il contrario: provo a sistemare le cose con i più forti e poi magari gli risparmio mezz’ora, ma sono quelle cosucce del senno di poi. Dopodichè mi sfugge da sempre il nesso tra la partita che stai giocando – specie se è importante, un dentro-fuori che si per sè è una motivazione seria, almeno in teoria – e quella di cinque giorni dopo in un’altra competizione, in un altro stadio e con un altro grado di strizzamento di palle. Tipo: Miranda pensava intensamente a Higuain mentre faceva quel paio di immani cazzate insolite per uno come lui? Ansaldi era sempre in ritardo di quei 5-10 metri sui contropiedi della Lazio perchè ripassava mentalmente i tagli e le sovrapposizioni da non sbagliare con la Juve e quindi si estraniava dall’azione?

Mah. Domenica servirà qualcos’altro, ma su questo converrà anche – chessò – Banega. Domenica è il big match e se ci abbiamo pensato con troppo anticipo non dobbiamo smettere più: se ci concentriamo molto, tipo tra le 20,45 e le 22,30 circa, faremo solo il nostro dovere. Domenica è la partita dell’anno e mica solo per noi. Fermare la Juve, o almeno provarci seriamente: è un Paese che ce lo chiede, facciamolo.

share on facebook share on twitter

dicembre 21, 2016
di settore
190 commenti

Pagelle che a leggerle si diventa ciechi

pagelle

Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così l’abbiamo solo noi.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

share on facebook share on twitter

dicembre 3, 2016
di settore
221 commenti

Znedek Pioli

hamsik

8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

nappi

(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

share on facebook share on twitter

ottobre 5, 2016
di settore
557 commenti

Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

share on facebook share on twitter

ottobre 3, 2016
di settore
194 commenti

Il dietro e il davanti

romainter

Tu, tifosotto, non ti puoi incazzare se nella partita che perdi a Roma con la Roma (dove non vinci in campionato da 8 anni e dove l’ultima vittoria fu sei anni e mezzo fa, in Coppa Italia, il primo pezzo del Triplete) hai creato 7-8 palle gol vere, nitide, qualcuna gigantesca: le partite per cui vai a dormire incazzato sono altre, non questa. L’aggettivo giusto sulla strada verso la branda  è “preoccupato”, o forse “perplesso”, perchè in questa partita che a tratti sembrava una scazzottata di “Altimenti ci arrabbiamo” – occasioni di qua e di là a ripetizione – le chance concesse alla Roma sono almeno una decina, qualcuna clamorosa. Una partita che poteva finire in tanti mondi, una specie di 1X2 lungo novanta minuti, con una palla impazzita che pareva quella della roulette. Una partita che, secondo la statistica e il buon senso del padre di famiglia, è difficile da vincere se tu ti dai un gran daffare ma spalanchi la tua porta agli avversari per una decina di volte. O hai molto culo, o non la vinci.

La seconda che hai detto.

La partita di Roma, in questo tormentato inizio di stagione, segna per l’Inter un momento topico: una netta, importante differenza di rendimento tra i reparti. Finora avevamo fatto partite buone, discrete, modeste o disastrose a tutto tondo. Giusto qualche sfumatura, ma non così significativa. A Roma no, non può essere fatta la stessa pagella alla difesa, al centrocampo o all’attacco. O ancora meglio, all’Inter davanti e all’Inter dietro.

L’Inter davanti funziona. E dove ancora non funziona, o magari fa momentaneamente  cilecca, sai che il meglio della tua squadra è lì, e te lo dicono i fatti, te lo dicono i numeri, te lo dicono le facce. L’Inter, l’Inter davanti, a Roma poteva vincere. Certo, metterne una su 7-8 è una media terribilmente bassa. Ma il gioco c’è, produce, crea, mette in condizione di.

L’Inter  dietro non funziona. Roma-Inter poteva finire 7-4, 5-5, 6,7, 8-2. In ognuno dei risultati ipotetici, pensare che la nostra difesa potesse in qualche modo sfangarla sarebbe quantomeno disonesto. A Roma partita allucinante di Murillo, sulle fasce le solite incertezze, Handanovic ha fatto tre miracoli e tre miracoli sono tanti, sono tre quasi gol. In questo confronto tra due squadroni molto fuzzy,  il ventre molle era il nostro.

Quindi, andiamo a dormire inquieti, ecco, inquieti. Un punto nelle ultime tre partite, tra campionato e coppa, ci riportano per terra dopo le tre vittorie consecutive in campionato. Roma ci ha detto delle cose, De Boer ne faccia tesoro. E anche Ausilio o chi per lui: per dirla alla Bersani, bisogna riempire i buchi del groviera.

share on facebook share on twitter

settembre 23, 2016
di settore
103 commenti

L’uomo giusto

joao-mario-inter

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al minuto 17 di Empoli-Inter si è acceso un riflettore immaginario, puntava in mezzo al campo e inquadrava Joao Mario. Non è il primo calciatore della storia ad aver rubato palla e servito un assist, per carità. Però:

  1. lo ha fatto bene. Pulito, preciso, elegante. Guardatevi il filmato. Entra in anticipo, prima ancora di terminare il movimento difensivo ha già la testa alta e guarda verso la porta altrui. E’ avanti sui tempi, sta facendo la seconda metà del lavoro prima ancora di averne completato la prima metà. Quando riprende la posizione eretta – che sembra quasi uno che passa di lì per caso, mica uno che ha appena conquistato un pallone a metà canpo – ha già visto dove mettere il pallone. Lo fa. Icardi ha davanti solo il portiere. 2-0.
  2. lo ha fatto con la maglia dell’Inter. Ora, prendendoci i rischi del caso (cioè quello di essere smentiti a stretto giro), sembrerebbe che abbiamo preso l’uomo che ci mancava, quindi l’uomo giusto. L’uomo che a centrocampo non avevamo, la qualità che cercavamo. Tutto questo in un ragazzo di 23 anni, quindi a lunga scadenza.

Potrebbe girarci la testa, ma siamo solo alla quinta giornata e tutto è terribilmente prematuro. Certo che vincere una partita in sette minuti con

a) centravanti giovane che segna un casino

b) centrocampista giovane duttile e forte

c) esterno stagionato ma bravo a fare i cross

provoca un senso di vertigine in una tifoseria che aveva mediamente dei serie dubbi sul punto a) e non aveva in mano un emerito cazzo ai punti b) e c) fino a qualche settimana fa. Direi che è umano. E umano lo è anche Joao Mario, qui non si vuol santificare nessuno. E’ che, dopo anni di carestia, nella zona mediana ti mettono in squadra Banega e Joao Mario contemporaneamente: e tu che fai, non fantastichi nemmeno un pochino?

share on facebook share on twitter

settembre 18, 2016
di settore
137 commenti

Vi prego, restate così

interjuve2

Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

share on facebook share on twitter

agosto 19, 2016
di settore
83 commenti

Viva viva la Serie A

la_prima_giornata

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

share on facebook share on twitter

agosto 17, 2016
di settore
55 commenti

Prima esegesi del deboerismo

deboer

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In piene Olimpiadi, la Gazzetta dello Sport dedica oggi all’Inter le prime cinque pagine e c’è quasi da stropicciarsi gli occhi. Il paginone dell’intervista a De Boer è pieno di cose interessanti e anche di cose che volevamo sentirci dire. Frank l’oggetto misterioso, almeno nei propositi, dimostra idee chiare. E con eleganza va dritto al punto senza mandarle a dire.

Gennaio. “Vedremo la mia Inter dopo 4 mesi, questa è la normalità. A gennaio sapremo veramente chi siamo”. Del resto, cosa chiedere a uno che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio del campionato? Piuttosto, un auto-appello a noi tifosi: se in questi quattro mesi le cose non andassero proprio benissimo, evitiamo ingenerosi confronti col il pari periodo 2015 del Mancio 2 (i quattro mesi migliori del suo mandato). Esigenti e pazienti, finchè si può.

Undici. “Si gioca in undici, anzi con tutta la rosa. Bisogna seguire una direzione, seguirla e coinvolgere l’intero gruppo”. Messaggio preciso, non solo a uso interno ma anche per il mondo Inter. De Boer riparte subito dal più evidente fallimento di Mancini, quello di aver perso feeling (anche) con la squadra.

Il 4-3-3. “E’ vero, preferisco il 4-3-3, ma possiamo fare pure altro, come il 4-2-3-1. Non c’è nulla di male a cambiare. Voglio che la mia squadra sappia cambiare due-tre sistemi anche nella stessa gara, ma occorre una crescita generale dei ragazzi: ogni cosa passa dalla disponibilità e dalla qualità dei giocatori”. Certo che non c’è nulla di male a cambiare. E’ un verbo che ci spaventa un po’ dopo gli eccessi di fantasia del Mancio, ma con De Boer confidiamo in un’evoluzione. Se il transito è dal sistema random a quello organizzato, siamo tutti con lui.

Il contropiede. (domanda riferita al marchio di fabbrica di Herrera e Mourinho) “Non voglio cambiare la storia dell’Inter, ma dobbiamo attaccare e difendere insieme. Se ci sono momenti in cui si è stanchi, si può anche giocare a tratti in contropiede. Ma mai tutti dietro e due là davanti a risolvere le cose…”. Difficile attendersi una risposta diversa da un olandese che ha giocato anche 150 partite nel Barcellona. Un tempo l’avremmo chiamato calcio totale, adesso non so. Di sicuro, alla sua squadra chiederà di fare gioco, sempre. Spalanca una porta aperta.

Attaccanti. “I miei attaccanti segnano molto, ma devono garantire il giusto apporto anche in fase difensiva. Ronando al Psv fece 30 gol ma non vinse nulla”. Problemi di orecchie che fischiano per Maurito (nell’intervista questo è solo il primo messaggio rivolto a lui). Il centravanti ideale di De Boer è la sintesi tra l’Icardi delle ultime due stagioni e il Pellè di Italia-Spagna. E Maurito ha tanti pregi ma gladiatore ancora non è, proprio no.

Icardi. “Ha solo 23 anni e ha segnato tantissimo. Sa che non è solo merito suo, ma di tutta l’Inter. Ogni giorno deve arrivare ad Appiano per diventare un giocatore migliore, in campo e fuori, curando pure il cibo e ogni altra cosa che possa alzare l’asticella. Il giorno in cui pensi di aver raggiunto il top allora sei finito”. Amen.

Icardi 2. “I suoi movimenti sono già fantastici, magari a volte deve capire che è meglio proteggere la palla e giocare semplice per l’interesse della squadra”. C’era bisogno di uno che gli facesse un po’ il culo, diciamolo.

Quelli bravi. “Banega è un giocatore fantastico, può fare tutto: giocare a ridosso di Icardi, ancor meglio qualche passo indietro, bravo pure da regista. Ha qualità, è ciò che ci serve. Uomini come lui, Candreva e Perisic sono fondamentali, perchè io amo la gente che sa giocare la palla a prescindere”. No, perchè uno dà per scontato che l’allenatore faccia giocare quelli buoni a prescindere, ma non è sempre così… Arriviamo da 20 mesi in cui lo è stato a brevi tratti, e per il resto 1-2-3 casino.

Obiettivi. “Entrare in Champions, non ci sono storie. Il resto dobbiamo vederlo, ci proveremo”. Molto bene. E speriamo che Frank non sia uno che deprime le ambizioni, fossero anche eccessive. “Ci proveremo” ci piace.

La Juve. “Non è così sicuro che sia più forte dell’anno scorso. Non sappiamo se i grandi nomi sapranno anche essere squadra”. Con l’ottimismo e la positività siamo già avanti. Adesso gol, gioco e zebedeos. Cioè, viene il difficile. Tocca a te, Frank.

share on facebook share on twitter