Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

aprile 24, 2017
di settore
445 commenti

Calci in culo. In alternativa: tabella scudetto

No eh?, astenersi decoubertiniani e suffragette e pacifisti. Fa bene la societá a prendere provvedimenti contro la squadra e a sputtanarla con un comunicato scritto in collaborazione con Kim Jong-un. A parte che, santa madonna, questi imbecilli bisognerebbe prenderli tutti a calci in culo da Appiano Gentile a Nanchino. Ma la questione è un’altra e molto più terra a terra. Mancano ben cinque partite alla fine del campionato e la tensione nella squadra va tenuta alta perchè gli obiettivi sono ancora tutti possibili. Vediamo come.

Qualificazione Europa League.

L’Inter, pur facendo profondamente ca-ca-re da un mese e rotti, è ancora in grado di acciuffare la qualificazione alla competizione che abbiamo profondamente onorato nella prima parte di questa stagione. Possiamo arrivare quinti se

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

e addirittura arrivare quarti se la Lazio non fa più di 6 punti.

Cioè, è praticamente fatta. Ma non finisce qui, uomini di poca fede.

Qualificazione preliminari Champion League

Non ingannino i 19 punti di distacco dalla Roma e i 15 dal Napoli. L’Inter può qualificarsi per i preliminari di Champions League se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto.

Ma attenzione.

Qualificazione diretta Champions League

L’Inter può ancora arrivare seconda se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto

– la Roma si ritira dal campionato oppure le perde tutte e viene penalizzata con effetto immediato di 2 punti per una qualsiasi cazzata che al momento, per scaramanzia, non precisiamo ma che sicuramente la Roma è in grado di fare.

Ma attenzione.

Scudetto

Non ingannino i 27 punti di distacco dalla Juve. La vittoria in campionato è ancora possibile se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto, e comunque per sicurezza viene penalizzato di un punto per dichiarazioni di De Laurentiis lesive dell’onorabilità di qualcuno  o per la mancanza di acqua calda nello spogliatoio degli arbitri al San Paolo (promemoria per Zanetti: contattare un idraulico compiacente in zona Napoli)

– la Roma si ritira dal campionato in solidarietá con Totti che si ritira, e viene penalizzata di 2 punti per essersi ritirata dal campionato per futili motivi, presenta ricorso ma lo ritira

– la Juventus per prepararsi al meglio per la Champions non si presenta alle ultime 5 partite e viene penalizzata ogni volta di 3 punti

– Vettel vince, o arriva secondo ed Hamilton arriva terzo, o arriva terzo ed Hamilton arriva quarto, o arriva quarto ed Hamilton arriva quinto

– che al mercato mio padre comprò.

Quindi, ragazzi, adesso andatevene in ritiro alla Cayenna e poi sguainate i coglioni. Tutto è ancora possibile, nonostante voi. Forza Inter, viva Suning, ok alle pene corporali, abbasso tutte le altre a parte la Juve (nel senso che per questo caso particolare il blando “abbasso” va rimpiazzato dal suffisso “merda”).

share on facebook share on twitter

ottobre 23, 2016
di settore
116 commenti

Girarsi e non trovare nessuno

deb23-1024x615

A un certo punto – guardavo Mediaset Premium, dopopartita – quando De Boer durante l’intervista si è girato verso la sua sinistra per farsi suggerire la parola che non gli veniva in italiano, e a sinistra non c’era nessuno, e la parola gliel’ha suggerita il conduttore dallo studio, ho avuto la palpabile impressione che il destino del nostro caro – e assai confuso – Frank sia già segnato, già deciso, questione solo di dettagli, di tempi tecnici, di npassagi burocratici. Il segnale, l’ultimo, che tutto il bel castello che ci eravano trovati di fronte dopo Inter-Juve sia lì lì per crollare. O che forse è già crollato: resta un cartonato davanti, dietro è tutto una maceria.

Inter-Juve (18 settembre 2016) sembrava essere lo spartiacque della stagione: sciambola, già superata la crisi da cambio di allenatore e via, con un’autostrada davanti. De Boer era arrivato da poco più di un mese, e poco più di un mese (35 giorni) è trascorso nel frattempo da Inter-Juve. In questo lasso di tempo abbiamo giocato 7 partite, vincendone 2 (di cui una, col Southampton, con un tiro in porta), pareggiandone una e perdendone quattro, 8 gol fatti e 10 subiti. Passando quattro volte in svantaggio per primi, prendendo quattro volte gol negli ultimi 5 minuti, tenendo una media gol ridicola per una squadra che vorrebbe essere catalogata come offensiva.

Un punto nelle ultime quattro partite in campionato.

In tutto questo, siamo al 23 ottobre. Ad agosto, dopo Chievo-Inter, e anche dopo Inter-Palermo, ammantati di un lodevole deboerismo tutti noi – tifosi e tifosotti – ci auto-predicavamo pazienza e buon senso. Non giudichiamo, non rompiamo i coglioni fino a ottobre, macchè, fino a novembre, serve tempo, diamo tempo. Peccato che poi sia arrivata la sbornia di Inter-Juve, la partita che non ci aspettavamo, il segno che tutto si stava componendo con grande anticipo e che l’era Suning iniziava come meglio non ci si poteva augurare.

(sospiro)

35 giorni dopo, una cosa è purtroppo chiara: in uno score stagionale che dice 4 vinte, 2 pareggiate e 6 perse su 12 partite, la vittoria con la Juve è stata più che mai un’eccezione e la regola si è rivelata purtroppo un’altra. Che poi sarebbe la regola che avevamo messo in conto: quella di una stagione che poteva iniziare in un certo modo – con tante possibili difficoltà, quelle che sappiamo a memoria – e per la quale ci eravamo diligentemente messi nell’ordine di idee di aspettare, pazientare, prendere il tempo che ci voleva.

Oh, qui non si tratta di saltare o scendere da carri, nè di rimangiarsi cose dette o pensate. Perchè tutte le migliori intenzioni sbandano quando accadono cose che escono dai binari di tutta la nostra bella, nobile e teorica costruzione.

Tipo, il primo tempo di Atalanta-Inter.

Che oggettivamente non è accettabile. Nè da noi poveri utenti finali, nè dalla società, nè da De Boer, nè dai giocatori, nè dal dio del calcio. Così come le partite di Coppa – anche quella vinta – e altre esibizioni che ti fanno vacillare pesantemente. Stavamo per bollare frettolosamente De Boer come il nuovo Zeman, ma per essere offensiva – o addiritura troppo offensiva – una squadra dovrebbe tirare in porta un tot. Essere zemaniano e non tirare in porta è un po’ come dichiararsi un play boy e non uscire la sera.

Quindi, chi siamo?

Mah, non è ben chiaro. E finchè ce l’abbiamo poco chiaro noi, bòn, chi se ne frega? Non siamo tutti allenatori dell’Inter nel profondo delle nostre povere sinapsi, pur sapendo di non contare un’emerita cippa nell’immane disegno del destino nerazzurro? Il problema è che non ce l’hanno chiaro tutti quelli che compaiono nella distinta. Anche De Boer, sempre più in balia di se stesso e degli eventi (non si spiegherebbero certe scelte di formazione e certi cambi).

Se il problema fosse “solo” De Boer e se tutto intorno ci si muovesse nella stessa direzione, potrebbe essere solo questione di tempo, di fortuna, di sincronia. Ma intorno, a corto e lungo raggio, c’è confusione. C’è la solita maledetta aria da ammutinamento o da scoglionamento. C’è il primo tempo di Atalanta-Inter (un obbrobrio) a dirti che c’è qualcosa di pesante che non va.

Già. De Boer si gira e non c’è nessuno.

share on facebook share on twitter

gennaio 16, 2016
di settore
156 commenti

Handa e Benji

cigarini

Abbagliato, come sulla via di Damasco, dal sole che mi batteva contro direttamente dalle onde di uno streaming spagnolo, assistevo – virtualmente sdraiato dietro la nostra porta -all’episodio in cui Sigariiinnniiiii (pronuncia streaming di Cigarini) e Handa, in volo tipo Holly e Benji, si giocavano la partita in un duello manga, avventandosi su un pallone vagante nella nostra area, troppo vicino alla nostra porta, entrambi sforbiciando e tendendo il gambone di ritorno verso la sfera di cuoio (li fanno ancora di cuoio? Nescio).

Ora, bisogna onestamente riconoscere che un fulbar del genere, in una posizione del genere, arpionato in una mezza rovesciata del genere, di solito finisce dentro. Di solito vedi la rete che si gonfia, e anche parecchio, per via della forza del pallone, pum!. No dai, diciamolo. Quindi mi viene da commentare la partita così, un po’ alla Suma e un po’ alla Azimov, un po’ alla King e un po’ alla Paolo Brosio, come una non-sconfitta, o come una sconfitta che vale un punto, o come una para-partita, o come una specie di partita Medjugorje, dove sia pur scetticamente cogli qualcosa di vagamente soprannaturale, del tipo che poi non dici “cazzo abbiamo pareggiato porca merda” ma dici “abbiamo pareggiato, no ma va bene, Bergamo è un campo difficile, non è a Bergamo che devi (aggiungi un verbo), viva l’amore”, cose così.

Cioè, ci è andata bene. E quindi, nel contempo, a una più complessiva analisi della situescion, va male male.

Quattro punti nelle ultime quattro partite, con tre gol segnati, non è esattamente un cammino-scudetto, e rischia di diventare anche problematico in proiezione Champions, il nostro vero obiettivo (non so se avete notato che Inter-Lazio in poi tutti si correggono, “il nostro obiettivo a dire il vero è la Champions”, quelle frasi al ribasso che mi fanno girare il cazzo, con licenza parlando).

E quindi diciamo – se proprio bisogna star lì a non fare i disfattisti, “che se ci avessero detto di firmare (segue resto della frase) – sì, diciamo che non va bene.

Ora, l’unico settore del campo in cui l’Inter attualmente va alla grande è la porta. La nostra. E questo in sè è indice di qualche problema. La difesa è meno gladiatoria di un mese fa (ne prendiamo pochi, per carità, ma sempre più di quelli che mettiamo) e Murillo va resettato come un pc che ogni tanto si pianta. Il centrocampo è in crisi d’identità (che è un po’ la sua condizione naturale, ma a volte questa cosuccia pesa), l’attacco è in crisi, punto, perchè segniamo poco, pochissimo o nulla. Oggi ha segnato uno dell’Atalanta, e meno male. Domenica scorsa di 20 tiri non ne entra uno. Serve un ritiro a Lourdes o una bella sistemata generale, a partire dai singoli cervelli.

Poi c’è il Mancio. Tipo che, tra le altre cose,  io – a gennaio – non avrei fatto giocare uno che – per il diciassettesimo anno consecutivo – stai cercando di vendere entro la fine di gennaio – stiamo parlando del gennaio medesimo, questo -. Oh, magari poi sono particolari (è noto che non capisco). Per fortuna alla fine ha fatto il culo alla squadra, cioè, giusto per marcare i limiti del territorio (va bene pareggiare, ok, ma rischiare di perdere no, ma fare abbastanza cagare no) (ecco).

E comunque non abbiamo perso, quindi bòn, cerchiamo di sollevarci in fretta da questa mediocritas pre e post natalizia. Se Cigarini non ha segnato, forse è stato un segno. In hoc signo svìges*.

(voce del verbo svegliarsi)

handa

(nella foto: cagarsi addosso da un’altra angolazione)

share on facebook share on twitter

agosto 24, 2015
di settore
270 commenti

La domenica perfetta

“Papi, ma ti risulta che il Milan ha preso Balotelli?”

Ero spiaggiato sul divano intorno alle tre del pomeriggio, ignaro dei fatti del mondo esterno; il telefonino non sapevo dove fosse, l’iPad lo vedevo in lontananza, e ho fatto un gesto quasi demodè: ho acceso il Televideo. Il Televideo. Tipo quando dici: ah, è ancora vivo? Ecco, non mi ricordavo che esistesse, il Televideo. Con un riflesso pavloviano chiamo la pagina 201 e in effetti c’è la cosa di Balotelli.

Ecco, io ero giá contento così. Balotelli che torna al Milan. Bingooooo.

Poi, verso le otto di sera, realizzo che i maggiordomi dell’Udinese si sono sbagliati a segnare un gol al Made of Latta Stadium e non sono riusciti a farsene segnare nemmeno uno nonostante una naturale tensione.

Ed ero già contento così, elevato al quadrato. Una domenica giá di un certo livello.

Ma doveva ancora giuocare l’Inter. Particolare non da poco. Reduce da un trionfale precampionato. Ma che io ho saltato a piè pari, quindi per me quasi vergine. Dopo la Juve inculata in casa alla prima di campionato e dopo il Milan che tratta il ritorno di Balotelli, ecco, io non osavo chiedere troppo.

E infatti il primo tempo se ne scorre via liscio, cioè bruttino, con Icardi schierato acciaccato che esce dopo un quarto d’ora e un pensiero che avanza – 15 minuti di campionato e giá una cazzata, bella Mancio – e un tiki taka che serve solo ad aumentare la cifra del possesso palla, la mia passione, il possesso palla delle mie palle fruste.

Keep calm.

Il secondo tempo mi acchiappa. La Juve ha perso (muahahahahahahah), il Milan perde, il Napoli perde, e noi non vinciamo contro l’Atalanta in undici, poi nemmeno con l’Atalanta in dieci, e a me sale l’ansia, ma tu guarda che cazzo di occasione, a sole trentasette giornate dalla fine, ma tu guarda, tira!, lancia!, passa!, guarda!, merda!

Cioè: mi sto appassionando.

Un anno fa ero sulla stessa sedia a guardare le gambe storte di M’Vila e la punta unica schierata contro lo Stjarnan, e adesso son qui che friggo come un ragazzino con l’ormone pendulo, dalla!, stringi!, allarga!

No, scusa: stringi o allarga?

Ma che cazzo ne so, basta che segnate perchè il tempo non allarga, stringe, e io voglio che salutiamo la capolista con tre punti di vantaggio su Juve e Milan, quindi  mettetela dentro – di coscia,  di anca, di culo, di cazzo, giuro, non ne faccio una questione estetica, voglio solo vincere questa partita del menga.

Al minuto 93, quasi 94, accade l’imponderabile.

Praticamente accade che la palla arriva al più buono in campo e, magicamente, l’Atalanta – che fin lì aveva fatto le barricate – si spalanca. No scusa, è innaturale. Invece di andar in nove sul più buono, non ci va nessuno.

JoJo ha la palla e io vedo lo spiraglio.

“Mettila a giro, mettila a giro!”

E Jovetic la mette a giro, in effetti.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.

E niente, siamo primi. Juve e Milan sono ultimi. Jovetic è fortissimo. E tu pensa che mi sarei accontentato di Balotelli al Milan. La domenica perfetta. Ho aspettato fino alla mezzanotte la ciliegina sulla torta. E cioè che per un errore di battitura dell’Iban qualcuno accreditasse sul mio conto una ventina di milioni di euro. Non è successo. Pazienza, mi accontento di una partita vinta al 93mo, di un giocatore fortissimo, di Juve e Milan nei bassifondi, di una pioggerella fresca, di una birra davanti al tabellone della classifica a sole 37 giornate dalla fine, delle dichiarazioni vagamente lisergiche di un allenatore che finalmente si spettina. Ecco, di cose così.

image

share on facebook share on twitter

febbraio 16, 2015
di settore
130 commenti

Il figliuol prodigo

image

Siccome trattasi di un campo dove abbiamo lasciato spesso lacrime e sangue e giramenti di coglioni, la vittoria di Bergamo vale anche un pochino più di tre punti. Nella stagione degli asterischi (*ma ottimi nel possesso palla), possiamo aggiungerne tranquillamente uno (*sempre dietro anni luce, ma abbiamo vinto bene a Bergamo) e stavolta di tenore sereno e positivo. E se il valore assoluto del successo è quello che è (squadraccia se ce n’è una, l’Atalanta, diciamolo), il valore relativo è bello rotondo. Anche perchè Bergamo si è confermato uno degli stadi peggio popolati d’Italia, un continuo lamento intervallato da insulti, e ululati, e smoccolamenti, e sputazzi, e che cazzo!, una roba difficilmente sopportabile anche da una personcina animata da buoni sentimenti e da spirito sportivo quale sono io, privo di orociok nella dispensa e quindi – al diciassettesimo lamento, al trentaquattresimo coro con insulto – particolarmente esposto al clima di nervosismo. Tanto che durante il primo tempo a un certo punto mi alzo dal divano, metto la faccia a due centimetri dallo schermo ed emetto un rantolo del tipo

“Ma pensate a giocare, bifolchi!”

del quale mi sono vergognato, pur essendo solo in casa. Oddio, mi sto imbruttendo, argh! Anche perchè c’era da indignarsi da cittadini ed esseri umani, ma non c’era da rotolarsi negli allori. Il primo tempo è stato un po’ così e tra i due nostri gol ho visto troppa Atalanta e poca Inter, un’Inter che sembrava più quella di Empoli o di Sassuolo che non quella di domenica scorsa col Palermo. E quindi, nauseato dal popolo bergamasco e deluso dal nostro mollismo che riemergeva, assumevo sul divano posizioni sempre più passive. Finchè a un certo punto Guarin ha fatto un gol della madonna – quei gol tutto tranne che casuali, quei gol che estirpi un pallone, ti liberi di un paio di buzzurri, alzi la testa, miri l’angolo lontano e la metti lì con un tiro a giro, insomma, appunto, un gol della madonna – e i pianeti si riallineano. Se anche Guarin, l’apparente irrecuperabile Guarin, il sempre in lista cessioni Guarin, l’inaffidabile per definizione Guarin, inizia a fare partite così, di sostanza, di gol, di assist e di rigori procurati, ecco, forse la strada è quella giusta.

Come Mazzarri aveva riportato il Gabbianone e il Meraviglia al vivere civile, il Mancio ha deciso che Guarin – da un anno e mezzo l’uomo in meno – può essere l’uomo in più e ha ragione da vendere. Guarin a noi serve, e ci serve così, preciso. Senza Icardi, con due punte impresentabili, con la difesa che ogni tanto ti fa sudare freddo, abbiamo vinto 4-1 a Bergamo e ci deve essere una ragione. Oggi il centrocampo grondava qualità e fiato, e forse è da qui che dobbiamo ri-ri-ripartire, dal reparto che era un buco nero e adesso è diventato la base di tutto. Pensa se davanti con Icardi si mette a giocare uno a caso che si regga in piedi, e pensa se dietro a un certo punto trovano il centro di gravità: oh ragazzi, qui si rimonta, e di brutto brutto brutto.

 

share on facebook share on twitter

settembre 24, 2014
di settore
162 commenti

Facili ma belli

Non sottovaluterei la cabala, che ci dava per (quasi) morti: non vincevamo con l’Atalanta dei tempi di Mourinho e in tribuna c’era Thohir, due circostanze che lasciavano presagire una bella partit’emmerda, un altro pareggino e via a massacrarci gli zebedeos. E invece buono, anzi ottimo: abbiamo vinto, giocato (un’oretta almeno), creato (due gol, un rigore sbagliato, due pali, varie occasioni), preso zero, rischiato poco (un pochino più del fisiologico, male i primi venti minuti del secondo tempo). D’accordo, non c’era più Bonaventura, passato alla squadra che pareggia di più con l’Empoli al mondo. Ma in casa viaggiamo proprio bene e ha pure segnato il Profeta, che ci voleva proprio, per lui e per noi, che lo stiamo aspettando da mesi e mesi di prestazioni loffie. Aggiorniamo il ruolino di marcia di questo inizio di stagione very easy (non sarà mica un calendario difficile? no, dico) con 5 vittorie e 2 pareggi Coppa compresa, un gol subito e 20 segnati. Adesso ci aspettano altre due partite in casa teoricamente semplici (Cagliari e Kamarà, Laganà, Gabarà, vabbe’, ci siamo capiti) prima di un esame un po’ più impegnativo (Fiorentina a Firenze) che arriverà il 5 ottobre, dopo un mese e mezzo di stagione, e dovremmo arrivarci preparati. Torino e Palermo, in questo contesto, spiccano sempre di più come occasioni buttate nel cesso. Ci ripenseremo quando strappare punti di qua e di là diventerà fatalmente più difficile.

e00fb09e9d41a325600f6a706700951d_mediagallery-article

share on facebook share on twitter