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Dicembre 7, 2019
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Amala (anche se non segna)

Questa Inter è una specie di Re Mida concettuale: qualsiasi cosa tocca, per me diventa oro. Anche questa cazzo di partita con la Roma, non vinta – forse sprecata, diciamolo -, ha un retrogusto dolce, forse nella sua imperfezione è un nuovo tassello di un prezioso mosaico che si compone. Alla fine, questo merdoso pareggio – merdoso perchè abbiamo sbagliato centocinquanta gol, se non ricordo male, di cui centoquarantacinque su gentili omaggi della Roma – si rivela la dimostrazione di quanto forti siamo, più forti delle sfighe, delle assenze, anche del valore dell’avversario (5 vittorie nelle ultime 6), anche del suo gobbo portiere di riserva che va a farsi la doccia da migliore in campo, mentre il nostro ha consegnato la maglia al magazziere dicendogli “piegala, è pronta per martedì, risparmia il Dixan”, “Puzza di sudore”, “Si vede che l’avevi lavata male”.

Da quant’è che finivamo una partita senza segnare un gol? Sono andato indietro con la memoria e mi pare che con Stramaccioni avessimo fatto 0-0 a Genova alla penultima di campionato. Non so come abbiamo fatto a non segnarne uno buttando dentro una delle centocinquanta occasioni che ci sono capitate, ne bastava una, una sola, porca puttana, e invece no. Ma tutto questo è, anche, bellissimo. La strepitosa Roma che si bulla del 50,9% del possesso palla e di avere annullato le punte ecc. ecc., ecco, non ha fatto un tiro in porta degno di questo nome. E’ un segno. E’ un segno che si vanti di questa prestazione (uno 0-0 a San Siro esteticamente apprezzabile, stop) come se avesse vinto 7-0 con cinquina di Kolarov, tutti di destro. Ed è un segno anche il nostro rammaricarci per aver buttato nel cesso la partita quando a un certo punto a centrocampo avevamo Asamoah, che nella scala delle soluzioni di ripiego viene prima solo di Ranocchia centravanti e Berni titolare fisso al posto di Handa.

Non segni a ogni tiro che fai, non vinci ogni partita che giochi. Ci mancherebbe altro. Nella sfiga complessiva, nella brillantezza meno brillante del solito, nella ineluttabilità di queste assenze che ci riducono la rosa come quando a referto andavano in quattordici, non abbiamo perso nemmeno stavolta l’occasione di dimostrare che siamo un’altra Inter rispetto a tutte quelle arrivate dopo il Vate. Che magari viene meno la lucidità ma non vengono meno gli zebedei. Che ti distrai sempre poco e aggredisci quasi costantemente la partita. Ci sta, ci sta tutto, ci sta sbagliare qualche gol (peccato averli sbagliati tutti insieme, e vabbe’), ci sta pareggiare, ci sta rimanerci un po’ male. Che questa vigilia ci lasci la giusta fame e il giusto grado di incazzatura per martedì, il nostro esame di maturità: non siamo preparati, abbiamo la mononucleosi ma potremmo stupire la commissione con qualche trovata delle nostre.

p.s.: grazie Conte per avere mandato affanculo quelli che fischiano al primo errore. Grazie. Non so se abbiamo giocatori inadeguati, ma siamo noi – mi ci metto anch’io, uno zuzzurellone che fischia un giocatore non prima del quindicesimo errore individuale dopo averlo difeso con i vicini di posto almeno fino al settimo – che dobbiamo adeguare i nostri cervelli a una coralità di intenti che sennò resta una scoreggia intellettuale.

p.p.s.s.: io penso – parlo in generale, ed esprimo un’opinione personale – che un fallo di ascella come quello di Spinazzola, che arriva dopo un rimpallo su un piede mentre il giocatore si sposta a mille all’ora per un miracoloso recupero difensivo – non sia moralmente rigore. Dico “moralmente” perchè ormai intorno alla regola c’è un tale fumo che non si vede più una sega. Per me non è rigore. Fate come me: ci si incazza meno e si dorme meglio.

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Settembre 24, 2018
di settore
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Il doppio Var, le grandi seghe e la certezza del diritto

Quello che è successo in Samp-Inter andava in qualche modo analizzato e metabolizzato, e mica solo da noi tifosotti nerazzurri. La questione è importante e coinvolge tutti, dalla Juve (vabbe’) al Frosinone. E quindi tra link e controlink, status di Facebook, tweet, chat di Whatsapp, servizi tv, servizi web, raffronti, confronti, fino all’interessante comparsata tardo-serale di Rizzoli alla Domenica Sportiva (evidentemente si sono resi conto anche gli arbitri che una spiega andava data in qualche modo), la mia domenica è stata punteggiata dal Var e mi sono fatto una discreta cultura.

La prima considerazione che faccio è: seghe. Grandi seghe. Ho letto disamine incredibilmente particolareggiate sull’episodio del gol annullato a Nainggolan (che ovviamente è il vero e importantissimo nocciolo della questione), dibattiti sul fotogramma, post-scansioni del fermo immagine, ipotesi e controipotesi sull’inizio dell’azione, importanza intrinseca ed estrinseca del ruolo del singolo giocatore nell’economia dell’azione… Seghe. Affrontare in questo modo il problema equivale a partire da una evidente contraddizione: stiamo a discutere per ore, e a freddo, di una cosa che l’arbitro in campo e gli arbitri al Var devono dirimere in pochi secondi? Ci rimettiamo in modalità “fuorigioco di Turone” o “fallo di Iuliano” 3.0 e andiamo avanti per anni?

La sola cosa da capire (e da spiegare ad alcune squadre, a cominciare dall’Inter e dal Torino) è qual è il vero Var, e cosa ci possiamo e dobbiamo aspettare dal Var. Tipo, partiamo da noi. Il Var è quello di “c’è un fallo di mano sulla linea e manco mi pongo il problema”, o quello di “controllo anche i peli del culo dei giocatori in linea sul cross all’inizio dell’azione e ti annullo il gol”?

A scanso di equivoci, per me il Var è quello di Samp-Inter. Ma tutta la vita. E’ quello che ti annullano un gol e in qualche modo te lo spiegano con l’oggettività del mezzo che hanno davanti (intervista sul campo a fine primo tempo, Skriniar: “Boh, mi hanno detto che era fuorigioco, se lo dice il Var è così”. Questo è il passaggio fondamentale. Anche se la decisione è cervellotica, il Var si è espresso). E’ quello che ti ribalti sul divano al gol di Asamoah ma poi convieni che il cross era partito da fuori e bòn, ti rimetti seduto composto e riprendi a soffrire. Non può essere quello di Sassuolo-Inter, che non concepisci che non sia nemmeno venuto il dubbio sul rigore su Asamoah. Non può essere quello di Inter-Parma, perchè un pallone tolto in maniera innaturale dalla sua traiettoria a un metro dalla linea di porta non puoi non andarlo a controllare. Al netto delle spallettate del primo mese di campionato e dei nostri errori e omissioni, quanto ci è costato quel Var così diverso dal rigoroso Var di Samp-Inter?

Il problema è solo uno: è la certezza del diritto. E in questo campionato siamo partiti male, malissimo. Cambiano la regola inserendo due paroline all’apparenza innocue ma che allargano a dismusura la zona grigia. Non te lo dicono, lo vieni a sapere in corso d’opera, te lo spiegano ma lo fanno in arbitrese e non capisci un cazzo, nel frattempo si assestano nel nuovo status quo, un giochino un po’ così di rimpallo di responsabilità – almeno così poi te lo raccontano – tra gli arbitri del Var che dovrebbero intervenire meno e l’arbitro in campo che si riprende un po’ del terreno perso lo scorso anno. In questa fase confusa si affastellano decisioni sbagliate, gol regolari annullati, gol irregolari concessi, rigori opinabili (nel sì o nel no) quando l’opinabile era stato finalmente – in gran parte dei casi, almeno – superato.

L’anno scorso il Var ha rappresentato una novità epocale. Boicottato, criticato, vilipeso (le epocali intemerate juventine), aveva portato una boccata di serenità in campo, sugli spalti, sui divani. Tutti noi, come Skriniar, dichiavamo: “Boh, ma se lo dice il Var…”. E alla fine, nonostante la lesa maestà dei rigori dati contro a chi non c’era abituato, cos’è cambiato nella scala dei valori dopo 38 partite di campionato? Niente. La Juve lo scudo l’ha vinto quasi in carrozza, com’è giusto che fosse. Circondata semmai da un’atmosfera meno sospettosa e rancorosa: il Var il suo lavoro l’aveva fatto, loro sono stati più forti del Var.

Che pessima cosa sarebbe tornare indietro, degradare il Var a soprammobile elettronico, lasciare l’arbitro in balìa dei suoi dubbi e dei suoi narcisismi, riprendere a menarsi e a insultarsi per una palla dentro o fuori, un fuorigioco visto o non visto, un calcione punito o non punito. Per me il vero Var è quello di Samp-Inter, nel bene e nel male. Quello di Inter-Parma, per dire, è una merda che il calcio non merita. In subordine, se volete fare il cazzo che vi pare, usate un solo Var, uno solo, anche quello sbagliato, ma uno, da qui alla fine. Sennò si torna ai veleni, ai retropensieri, alla banalità del male. Perchè un povero interista, dopo le ultime due partite, cosa dovrebbe mai pensare – serenamente, dico – del Var, degli arbitri, del calcio, dello sport e della Juve*? *(la Juve ce l’ho messa così, per spregio)

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