Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

febbraio 28, 2017
di settore
521 commenti

I tifosotti avventisti del Settimo anello (e gli altri)

Se dopo la sconfitta con la Juve il tifo nerazzurro era ritrovato avvinto in un sentimento comune (“non meritavamo di perdere, l’arbitro ci ha messo molto del suo”) (“e comunque, Juve merda”),  dopo quella con la Roma si è diviso in due ben precise correnti di pensiero, ognuna molto diffidente verso l’altra. C’è chi dice che “vabbe’, solito arbitraggio di merda, ma loro sono stati superiori”, e c’è chi dice “vabbe’, solito arbitraggio di merda, e quindi vaffanculo”. Ah, fosse tutto così semplice. In realtà, nel nostro variegato mondo – proteso verso la conquista di un posto in Europa – le sfumature di pensiero sono ben di più, e questo ci rende migliori di tutti gli altri e più ricchi dentro.

Ecco, brevemente, il panorama antropologico attuale dei tifosi dell’Inter.

Tifosotti avventisti del Settimo anello. E’ la frangia filosoficamente più morbida e sognatrice del tifo nerazzurro. Ipotizza un calcio senza espulsioni, rigori e inversioni di falli laterali, in cui lo scudetto arriva per meriti propri e – al limite – per demeriti altrui e in cui l’unico bizzarro modo per vincere le partite è giocare bene e segnare un gol più degli altri. I suoi adepti non leggono giornali, non guardano la tv e non sono iscritti ai social. Si scambiano sommarie informazioni tra di loro, ma solo sul calendario e sugli orari delle partite. Arrivano a San Siro in gruppo e sono riconoscibili da un pittoresco abbigliamento: camicione arancione e imitazioni delle Birkenstock ai piedi.

Specialunanisti irredentisti. Questa singolare setta pagana – come la famiglia di Captain Fantastic, i suoi adepti festeggiano un Natale alternativo il 26 gennaio, data in cui riuniscono le famiglie e si scambiano i regali – si dichiara interista e al contempo non riconosce l’esistenza dell’Inter dopo il 22 maggio 2010. Anche questa è considerata una frangia morbida del tifo nerazzurro: non considerando l’Inter come entità concreta, gli specialuanisti irredentisti non sono minimanente toccati dagli avvenimenti delle ultime settimane. Rigorosamente in pullman, si recano una volta l’anno in pellegrinaggio a Setubal, dove sacrificano agnelli per una grigliata cui è invitata la cittadinanza tutta.

Tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora. Questa frangia del tifo si caratterizza per comportamenti borderline: gli adepti protestano a ogni fischio dell’arbitro, compreso quello di avvio. E’ in questa singolare circostanza che a San Siro potete riconoscere sugli spalti i tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora: quando l’arbitro ordina l’inizio della partita li vedrete alzarsi e urlare “Cazzo fischi, pezzo di merda?” al secondo 1 e 15 centesimi (con il cronometragio manuale è stata segnalata una prestazione migliore durante una trasferta a Bergamo, dove un tagliaventista è stato purtroppo malmenato da alcuni operai della Dalmine). I tagliaventisti seguono la partita solitamente in piedi, agitando un braccio ed emettendo suoni gutturali alternati a bestemmie e maledizioni di terzo grado.

Complottisti sciisti chimicisti. E’ una frangia numerosissima e trasversale. Gli interisti complottisti sciisti chimicisti vedono l’inculata dappertutto e colgono retroscena dietro a ogni risvolto della partita, anche in apparenza innocente o secondario. Sugli spalti sono riconoscibili per il volto tormentato e lo sguardo diffidente con il quale rifiutano dall’omino il Caffè Borghetti (“Minimo c’è la droga dentro, gobbi bastardi”). Si dividono in complottisti base (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda) e complottisti avanzati (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda, De Coubertin, Adamo ed Eva). Il complottismo esasperato è costato l’espulsione dal gruppo a Giuseppe C., commercialista di Trezzano sul Naviglio: per errore, ha urlato al complotto al rigore negato al Bologna per il fallo di Eder: “Scusate, ero distratto, ho problemi a casa”. Ma non c’è stato verso.

Tecnicisti tatticisti vegani. E’ l’altra frangia-guida del tifo nerazzurro. Gli adepti sono convinti che l’Inter sia in effetti penalizzata dall’atteggiamento degli arbitri, ma che il problema vero sia un altro: che la squadra è profondamente scarsa e/o l’allenatore non capisce un cazzo (da qui i sottoinsiemi dei tecnicisti tatticisti squadristi e dei tecnicisti tatticisti misteristi). Sono facilmente riconoscibili sugli spalti: circondati solitamente da tifosi che insultano l’arbitro, loro si mettono a urlare frasi del tipo “Ma figa, chi ti ha insegnato la diagonale, il supplente di ginnastica?” oppure “Se non disponi diversamente la difesa in modo da tenere più alti gli esterni, questi ci aprono il culo!”. Sono i più temuti tifosi da bar: se gli chiedi “cosa ha fatto l’Inter?”, potrebbero metterci mezz’ora a rispondere.

Mercatisti valdesi. Frangia tradizionale del tifo nerazzurro, una delle più antiche: gli adepti ignorano spesso particolari del presente (punti in classifica, gol fatti, in alcuni casi anche i nomi dei giocatori) e vivono costantemente proiettati al calciomercato. Non priva di fondamenti tecnici ineccepibili (da anni i mercatisti valdesi invocano l’arrivo di due terzini con i controcazzi), la teoria base del mercatista valdese non regala mai stabilità o certezze all’interista medio: in caso di sconfitta o di pareggio (e in alcuni casi, più rari, anche di vittoria) il mercatista valdese è solito concludere che “con una squadra così non si va da nessuna parte” oppure “come fai se non hai nemmeno un (segue elenco di ruoli)?”. Ultimamente, si riconosce per il sorriso ebete e la frase “minchia, adesso con i cinesi mettiamo a posto tutto per sette generazioni”. Il 31 gennaio e il 31 agosto di ogni anno i mercatisti valdesi vivono il loro momento più critico, con frequenti atti di autolesionismo.

Pagnoladisti integralisti. E’ una frangia in espansione del tifo nerazzuro, nata da una scissione con il tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora ritenuti troppo rozzi. Il pagnoladista integralista si caratterizza per una mente più contorta e per l’amore per la coreografia: perchè limitarsi a tirare giù quattro madonne quando puoi sventolare un fazzoletto e creare un movimento dal forte tratto politico e colpevolista? Accusati di essere foraggiati dalla lobby degli industriali tessili (a Milano la vendita di fazzoletti dopo il 2010 è cresciuta del 47%), il pagnoladisti integralisti sono attenti a cogliere ogni minimo accenno di polemica. Famoso il caso di Vincenzo F., bancario di Cesano Maderno, arrestato per adunata sediziosa e vilipendio al presidente della Repubblica all’Esselunga Lorenteggio dopo aver convinto una ventina di massaie a protestare contro la mancata proroga dei punti Fidaty.

Rizzolisti nicchisti nichilisti. Nicchia del tifo nerazzurro con comportamenti vagamente paranoici: i rizzolisti nicchisti nichilisti sono sostanzialmente coinvinti che qualcuno ce l’abbia pesantemente con loro, sempre e comunque. Dopo lo scioglimento dei moggisti corleonesi e dei giraudisti marionettisti, i rizzolisti nicchisti nichilisti considerano l’arbitro come il Male assoluto e hanno recentemente chiesto alla Fifa di eliminare la figura del direttore di gara sostituendola con la moviola in campo, l’occhio di falco del tennis e l’autogestione del curling. Odiano vigili urbani, ausiliari del traffico, poliziotti, carabinieri e steward. A un volontario di protezione civile che sorvegliava un incrocio in zona San Siro, l’anno scorso il rizzolista Luca A. (poi denunciato per rissa) ha urlato dal finestrino della macchina: “Tu non mi dici dove devo parcheggiare. Chi ti manda, leccaculo di Blatter?”

Gabigollisti irragionevolisti. E’ l’ultima nata tra le frange del tifo nerazzurro. In questa setta, già notevole per dimensione, sono tra l’altro confluiti ex adepti della “Metti a Cassano fraktion”. I gabigollisti irragionevolisti sono convinti che le partite siano sostanzialmente inutili perchè basterebbe far giocare Gabigol per risolverle, pur accettando – da interisti democratici e allineati – il diritto dell’allenatore di non farlo giocare. Sono facilmente riconoscibili sugli spalti di San Siro perchè non guardano la partita: chi gioca a Ruzzle, chi legge un libro, chi dorme con la testa appoggiata all’amico di fianco. Si svegliano quando entra Gabigol. I più accesi, si svegliano già quando Gabigol si scalda. A Bologna, dopo il gol di Gabigol, hanno pianto istericamente per mezz’ora e si sono ritrovati all’autogrill di Fiorenzuola per il Baccanale del Camogli.

share on facebook share on twitter

febbraio 9, 2017
di settore
133 commenti

La malattia autoimmune degli arbitri italiani

La condizione di appassionato di un qualcosa – tipo il calcio – non è del tutto compatibile con il complottismo esasperato. Se uno credesse davvero che il gioco è truccato, perchè mai dovrebbe spendere tempo e soldi per parteciparvi? E se io, prototipo del tifosotto, davvero fossi convinto che una squadra – mettiamo la Juve – paga gli arbitri, perchè mai dovrei seguire un campionato che dura nove fottuti mesi e che già so come va a finire? In definitiva: come e perchè appassionarsi tanto a una cosa a cui non si crede fino in fondo?

Povere le anime pure. La storia insegna che la realtà è spesso un’altra, quella che non ci piace, quella che non siamo disposti ad accettare. A volte il gioco viene truccato davvero. Accade in ogni sport, anche quelli che ci appassionano più degli altri. Quando è diventato chiaro, per esempio, che il ciclismo era diventato prima di tutto una gara a chi si dopava in maniera più efficace, ho smesso di seguirlo. Ma non è mica obbligatorio. Quando è diventato chiaro che nel calcio – restando a Calciopoli, lo scandalone più recente – le regole del gioco erano minate, ho invece continuato a seguirlo.

Cioè, sono un coglione? No. Amo questo sport come ne amo altri, ma un po’ di più. Amo una maglia, una bandiera, due colori, una storia, uno stile, come nello sport non amo nient’altro. Non accetto che mi rompano il giocattolo, ovvio, ma so come vanno le cose, mica ho l’anello al naso. Resisto. Aspetto. Aspetto pazientemente di avere giustizia e ogni tanto ne ho. Altre volte no. Sono cose della vita – gravi ma non serie – e puoi decidere, se non ti piacciono, che per te finiscano lì oppure no. L’oppure no dipende sostanzialmente dal livello della tua passione.

Juve-Inter è una goccia nel mare del calcio come ognuno di noi lo intende o lo vive. Abbiamo visto milioni di partite e altri ne vedremo. Ne abbiamo vinte, pareggiate e perse. Non tante, ma comunque troppe. Tra poco smetteremo di pensare a questa e ci concentreremo sulla prossima. Domenica ha vinto la Juve, legittimamente, essendo un pochino più forte di noi. Ha segnato un gol e altri ha rischiato di farne, un pochino più di noi. Che è la ragione, statistica e di buon senso, per cui mi sono intristito il giusto: hai perso con la Juve, ok, e non è bello; però hai perso con una squadra con cui hai giocato alla pari ma non meglio; hai perso con una squadra che ha segnato e noi no.

Però da domenica non stiamo parlando di Higuain e di Cuadrado, ma dell’arbitraggio. Perchè la questione non è così neutra nè marginale, e perchè quello che dall’emisfero juventino viene catalogato come pianginismo è invece rabbia vera, con l’aggravante della frustrazione e della reiterazione. Io, per essere chiari, sono sicuro che Rizzoli da lunedì non viaggi con una Freemont nuova, e sono altrettanto sicuro che non abbia preordinato nulla del suo arbitraggio che tanto ci ha fatto incazzare.

La questione è proprio questa. Non c’è bisogno di decidere nulla, è così e basta. Non c’è premeditazione, non c’è neanche meditazione. E’ un atteggiamento automatico, e non possiamo farci niente. E’ la malattia autoimmune degli arbitri italiani, intesi come classe. Altri Rizzoli arriveranno con altri cognomi: non cambierà nulla.
Nell’ultimo post parlavo di sfumature, riferite alla partita e ai sentimenti che ti provoca perdere con la Juve. Altre sfumature, quelle dell’arbitraggio, hanno fatto la differenza. Per esempio, io non mi sono per niente arrabbiato per il rigore non concesso a Icardi (decidere in un nanosecondo su cosa accade davvero tra due cristoni di 90 chili che si avventano su un pallone per me è al limite dell’umano): mi sono arrabbiato perchè se tu hai visto arrivare prima Mandzukic, allora ci devi dare l’angolo.

La malattia autoimmune degli arbitri italiani è Cesari che dieci minuti dopo la fine della partita, facendo scorrere le immagini dei tre episodi sospetti nell’area della Juve, negava l’evidenza con acrobazie concettuali che ti sbalordivano e ti facevano arrabbiare dieci volte di più dei singoli episodi, cose che io, per esempio, metto in conto: in area il più pulito c’ha la rogna, nessuno fischia tutto perchè altrimenti ogni volta finirebbe 10-9. Ma tu, ex arbitro, non mi puoi prendere per il culo. Non puoi giustificare l’operato di un arbitro oltre ogni limite del pudore nella stessa trasmissione in cui, a seconda dei casi, si fanno a pezzettini arbitri meno trendy. Questa è stata, oggettivamente, una cosa schifosa.

Voglio addirittura saltare a piè pari l’ormai famoso filmato in cui si vede l’arbitro bloccare un azione a noi favorevolissima tipo al campetto, “fermi tutti, rifacciamo”, perchè voglio pensare che dietro un’enormità del genere ci sia qualcosa che ci sfugge e che forse quello che è successo ha una giustificazione tecnica. Mi basta andare oltre, agli ultimissimi minuti, dove l’arbitro che si fa urlare in faccia da Bonucci e sfanculare da Totti non è altrettanto accomodante con Icardi, tantomeno nel referto. Dove l’assistente non è paziente con Perisic come il quarto uomo di Firenze lo era stato con Allegri.

Non è malattia autoimmune, questa? O quella che ti fa rispolverare il fallo di confusione – la Juve ci ha vinto uno scudetto su un fallo di confusione – così, alla cazzo, giusto per interrompere un’azione? Che poi, questo fallo di confusione in quanto tale, fischiato al 93mo minuto, se proprio vogliamo, ripensandoci è la cosa che mi ha fatto incazzare di più. La cartina di tornasole di un intero arbitraggio, perchè su una scivolata o una trattenuta possiamo discutere, ma su un fallo di confusione no, soprattutto se la confusione non c’era.

Se il parametro è Ronaldo-Juliano o quello che è successo nella ultime cinque partite del 2002, vabbe’, diciamo che ci è capitato anche di peggio. Ma da allora, passando per Calciopoli, la malattia autoimmune c’è ancora. Con quella frustrazione di fondo che ti fa pensare che le cose, per alcuni, comunque si sistemano. Senza bisogno – davvero, sono cose che non esistono – di macchine, bonifici, forse neanche prospettive di carriera. Ma solo perchè è così e basta. Mi dispiace molto per noi – ma non ci avrete mai, perchè la passione è più forte – e quasi mi dispiace un po’ per la Juve. Perchè non c’è bisogno di arbitraggi come quello di domenica per essere la squadra più forte d’Italia. Però aiuta.

share on facebook share on twitter