Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

Io, il Pazzo e il Triplete che è merito nostro

di LUIGI CAVALLARO *

*-  siciliano a Roma. Magistrato, scrittore, interista. Autore di numerosi saggi politici, socioeconomici, azzeccagarbugli e – quel che più di importa qui, in questo rozzo consesso – interismo intellettuale: “Interismo leninismo – La concezione materialistica della zona: breve corso (Manifestolibri 2010, poi riedito in edizione ampliata) e “Rapsodia neroblu” (Manifestolibri 2014)

Sabato 24 aprile 2010, alle tre e mezza del pomeriggio, mi stavo imbarcando in aereo per Roma. Ero stato invitato ad un seminario alla Sapienza che si sarebbe tenuto il lunedì successivo, e avevo prenotato l’albergo due mesi prima, quando l’Inter stava 11 punti sopra la Roma, che allora era terza, due punti sotto il Milan che avevamo ridicolizzato 2-0 nel derby di ritorno. Ma in quei due mesi era successa un’iradiddio di cose, tra campionato e coppe: e anche se in mezzo a quest’iradiddio avevamo pur battuto 3-1 il Barcellona nella semifinale d’andata di Champions e ci eravamo qualificati per la finale di coppa Italia, addì 24 aprile l’Inter era precipitata di un punto indietro alla Roma e si giocava al Meazza, contro una disperatissima Atalanta, l’ultima realistica possibilità di scavalcarla in classifica: dovendo peraltro sperare che i giallorossi, il giorno dopo, non facessero risultato pieno all’Olimpico contro la Sampdoria.

In breve, mi accingevo a vivere lo snodo più decisivo del campionato in partibus infidelium: e per di più, al momento dell’imbarco, il risultato dell’Inter non era affatto confortante, visto che Tiribocchi ci aveva fatto gol dopo nemmeno cinque minuti e Milito aveva da poco ristabilito la parità. Spensi il cellulare sull’1-1, dopo aver pregato variamente Eupalla di far sì che all’arrivo trovassi buone notizie: e così fu, perché nemmeno il tempo di accenderlo dopo l’atterraggio e mi trovai l’sms di un confratello interista che mi annunciava la buona novella del finale di 3-1 per noi.

La sera successiva andai a cena fuori con amici calcisticamente agnostici. La partita della Roma era alle 20.45 e di vederla in mezzo agli arrembanti tifosi romanisti non se ne doveva nemmeno parlare, così chiesi e ottenni di evitare locali muniti di tv. Dal canto mio, non avevo smartphone, dunque l’unico modo per avere notizie della partita erano gli sms dei miei confratelli nerazzurri rimasti a Palermo. Ma disgraziatamente, finimmo in un locale dove non c’era campo e dovetti dispormi alla più alienata delle cene, perché non c’era argomento capace di distogliermi dal pensiero fisso di cosa nel frattempo stesse succedendo all’Olimpico: e mi figuravo di tutto e il suo contrario, e pregavo Eupalla e bestemmiavo i numi della Città Eterna.

Ad un tratto, intorno alle dieci e mezza, vidi agitazione al tavolo accanto al mio. Gli sguardi dei commensali, fino ad allora piuttosto anonimi, si erano improvvisamente eccitati: occhiate e gomitate d’intesa correvano veloci e uno di loro s’alzò di scatto per andare verso le cucine del ristorante. Ci siamo, mi dissi scorato: ha segnato la Roma, e proprio allo scadere. Ma non ebbi nemmeno il tempo di prendermela con l’atrocità di un destino che mi obbligava a trascorrere il dopocena in mezzo a terrificanti caroselli di tifosi romanisti che l’uomo del tavolo accanto uscì euforico dalle cucine, correndo verso i suoi commensali con l’indice e il medio a V sotto gli occhi. In meno di una frazione di secondo realizzai cosa potesse essere successo e il volto mi si sciolse nel più speranzoso dei sorrisi. E fu bellissimo apprendere da quel tavolo di laziali felici che Pazzini non solo aveva
appena segnato, ma aveva già fatto gol al 52′, e che ormai era fatta: mancavano neanche cinque minuti alla fine, al massimo la Roma la poteva pareggiare, ma a meno di miracoli non l’avrebbe più vinta.

Mi precipitai fuori dal locale, in cerca del segnale della rete telefonica, e appena lo colsi chiamai subito un confratello nerazzurro per avere conferma: tutto vero, finale 1-2 e classifica che, alla 35a giornata, diceva
adesso Inter 73, Roma 71. Sentii tutti i muscoli del mio corpo rilassarsi e tornai al mio tavolo con il più olimpico dei sorrisi. E uscii insieme ai miei amici a passeggiare per Roma, sulla quale era improvvisamente calato un silenzio tanto assoluto quanto innaturale. E mi sentivo sì in partibus infidelium, ma da trionfatore: come un re barbarico che aveva appena imposto la sua pax nerazzurra.

Mi è tornato in mente quest’episodio personale leggendo Il triplete è merito mio (e l’Inter non lo sa), che Roberto Torti, alias Settore, ha appena pubblicato per Primula Editore: un libro che è un racconto della sua esperienza personale di interista in quei fantastici quattro mesi che vanno dal 24 gennaio al 22 maggio. E se ne potrebbe fare un esperimento sociale: perché non credo che ci sia un tifoso interista che non ricordi con precisione e nitidezza dove si trovava e cosa faceva e a cosa pensava e cosa provava in occasione degli snodi nevralgici di quella teoria di partite che ci vide trionfare in Italia e in Europa.

Roberto, la sua esperienza, la racconta da par suo: cioè con la leggerezza, la competenza, l’ironia e lo spirito bauscia che abbiamo imparato ad apprezzare sul suo blog dell'”interismo moderno”, miscelati ad arte in una scrittura colta, divertita e divertente. E ti fa correre una pagina dopo l’altra e un capitolo dopo l’altro proprio come abbiamo vissuto le partite di quei fantastici quattro mesi: che non ne finiva una che ne incalzava subito un’altra che t’ingolosiva ancor di più, mentre milanisti e gobbi inanellavano una figuraccia dopo l’altra e i loro dirigenti facevano a gara a chi la sparava più grossa, gli uni a dolersi per non avere lo stadio di proprietà e gli altri a rovistare nella pattumiera di Calciopoli per cavarne fuori l’ennesima, miserabile menzogna.

Ma specialmente ha ragione Roberto a dire che il triplete è “merito suo”, e cioè merito nostro, di noi tifosi, “curvaioli dispotici” o “tifosotti da divano” che possiamo essere: perché tutti noi, in quei quattro mesi, abbiamo espresso desideri, innalzato preghiere, fatto voti e compiuto ogni sorta di rituale propiziatorio per la Beneamata, e solo per noi, per dirla con Javier Marías, vincere o perdere una di quelle partite era un dramma che poteva implicare una svolta o una catastrofe che avrebbe riguardato il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e naturalmente la faccia con cui ci saremmo alzati l’indomani.

Inutile insistere sul perché tutto ciò accada: Pasolini ci ha spiegato che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo e tanto basti. Semmai, si deve aggiungere che noi tifosi siamo così pervasi dalla nostra fede che possiamo viverla con la stessa intensità allo stadio o sul divano di casa o al bar con gli amici o nella perfetta solitudine di un ristorante in partibus infidelium: ci siamo sempre e siamo sempre noi. E sia lode a Settore per avercelo ricordato, volgendoci al sorriso in questi tempi di passioni tristi che purtroppo ci tocca vivere.

COMUNICAZIONI DELL’AUTORE. Nel comunicarvi che la simpatica iniziativa “Foto dei lettori alla ricerca di notorietà sfoggiando il simpatico volumetto” prosegue (ce ne sono già un paio in canna), se volete sottoporvi alla gogna mediatica mandate la vostra immagine a r.torti@gmail.com e tutta una filiera in crisi per questa merda di virus cinese vi ringrazierà. Ok, ora le info di servizio. Nella sua versione cartacea il libro è presente in libreria a Pavia e Voghera, le due città più importanti del mio piccolo mondo, ed è in vendita on line su Ibs.it e ora anche su Libreria Universitaria, LaFeltrinelli e Unilibro. Poi c’è la versione eBook che è disponibile tipo su Ibs, Amazon, Mondadori Store, Kobo, Libreria Universitaria, Librerie.Coop, Hoepli, Il Libraccio, LaFeltrinelli, Rizzoli e siti del genere o, se volete acquistare in lingua inglese, nientemeno che su Barnes&Noble, se volete acquistare in lingua spagnola BajaLibros.com e se volete acquistare in lingua portoghese Fnac.pt (cioè, se mi arriva un ordine da Setubal muoio felice). Infine, se proprio non ce la fate (e io vi capisco, anzi, vi ammiro per la vostra resistenza: ma lasciatevi andare, vivaddio!, si vive una volta sola) potete scrivere direttamente all’editore, giorgio.macellari@alice.it , e ricevere soddisfazione: nel senso che Giorgio – uomo efficiente se ce n’è uno, ed è pure interista – vi spiega la rava e la fava e il libro cartaceo ve lo spedisce anche in un batter d’occhio (dietro pagamento, immagino. E’ il mercato, direbbe Keynes).

share on facebook share on twitter

5 commenti

  1. Dal 2006 a Roma. I casi della vita… I primi 5 anni son stati fantastici.
    Gli altri…sono la preparazione ai prossimi 🙂

  2. Bella recensione intrisa di interismo, e da interista sono sempre stato incerto sulla vera genesi e sui semi prodromici (!) del ciclo triplete: il 5 maggio o istanbul? Forse entrambi o forse gia’ parigi ?. Mi piace continuare a pensarci in attesa del ciclo cinese, come il virus ma molto piu’ cattivo e doloroso, per gli altri. buon 25 maggio agli interisti, e anche a ibra.

    • Spero non fossi velenoso, poveraccio…
      Cioè : poveraccio…no, con i soldi che ha, ma di certo – se è grave – pagherebbe tanto per non dover smettere…

  3. Grazie Luigi Cavallaro, gran bel pezzo, che solo un vero nerazzurro può pienamente comprendere, grazie per non aver escluso nessuno, e mi riferisco a noi tifosi, dal tuo scritto.
    Ora, sempre in attesa di quel volumetto benedetto (si, voglio sottopormi alla gogna mediatica del selfie con quest’ultimo) auspico anch’io una stagione nerazzurra nuovamente vincente con una società risanata che mi fa molto ben sperare per il futuro, neanche troppo lontano.
    Sempre bjuve merda e anche lo zingaro svedese può forse finalmente smetterla di appendere tutti al muro e appenderci le sue di scarpone,
    razza di sbruffone.

  4. Grandissimo Luigi! Tutto vero. Ognuno di noi interisti – ciascuno con strati di storia personale intrecciati con quelli della storia nerazzurra che neanche un geologo con gli strumenti più raffinati riuscirebbe a separare – porta il piccolo granello che ha costruito quella montagna che a dieci anni di distanza si vede ancora nitidamente e si vedrà per sempre. Come oggi l’Himalaya da Kathmandu. Ma nel nostro caso non c’è stato bisogno del covid-19.