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gennaio 27, 2015
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Quel biondino coi calzettoni giù

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Dovessi tenere domani una lezione su “Efficacia di Facebook nelle relazioni del mondo contemporaneo”, cederei probabilmente all’enfasi nel raccontare che un giorno scrivo un post su una partita di Coppa Italia dell’Inter, facendo un ragionamento stralunato sulla gamma degli idoli – dagli idoli duraturi giù giù fino agli idoli di un giorno -, e 24 ore dopo, mentre sono al lavoro, sento “plin!”, apro Fb e vedo che a scrivermi è uno degli idoli in questione.

Beh, la vita non è bella? Franco Cerilli io l’avevo idealmente lasciato là, in mezzo al prato di San Siro, il capello biondo, la testa alta e il calzettone abbassato, e ritrovarlo 40 anni dopo che mi scrive su Facebook (gli ex idoli smanettano su Facebook, ecco, questo bisogna appuntarselo per la lezione) è una di quelle cose che ti fanno andare a casa contento. “Com’è andata?” “Da dio, mi ha scritto Cerilli”.

Cosa mi scrive Cerilli? Ragazzi, è tutta una meravigliosa melassa interista che se Zuckerberg ci avesse intercettato si sarebbe commosso fino alle lacrime e poi ci avrebbe incaricato di tenere – insieme – la lezione su “Efficacia di Facebook nelle relazioni del mondo contemporaneo” in diretta universale con tradizione simultanea, io da Pavia, Cerilli da Chioggia, Zuckerberg da sailcazzo e il mondo attonito ad ascoltare. Cerilli mi ringrazia delle belle parole e di essermi ricordato a distanza di 40 anni di quella partita e, in particolare, della sua partita. Io lo ringrazio di esistere e di aver disputato quella partita, proprio quella, cui ho assistito dai distinti dietro la porta (oggi primo anello blu) seduto tra i miei zii e non so chi altro, abbagliato come tutto lo stadio da quel ragazzotto fenomenale e semisconosciuto che nella sua prima partita da titolare nell’Inter faceva i numeri da palati fini. Il fatto che quella partita sia rimasta un’unica, isolata impresa ha sempre reso mitico, e mistico, quel momento, uno dei più particolari che ho mai vissuto allo stadio. Tu sai chi era Cerilli? No? Io sì.

cerilli5Stagione 1975/75, una delle peggiori del dopoguerra per l’Inter. Arrivammo noni. 30 partite: 10 vinte, 10 pareggiate, 10 perse. 26 gol fatti e 26 subiti. Che cifre precise, nevvero? In compenso, era l’Inter a essere imprecisa. Un’Inter di passaggio, all’esatta metà tra due scudetti distanti nove anni: c’erano Facchetti e Mazzola della Grande Inter, c’erano Boninsegna, Bertini, Vieri (ormai riserva di Bordon) e Giubertoni dello scudetto del 1971, c’erano i giovanissimi Oriali e Bini alle prime prove da titolare verso lo scudetto nel 1980 (esordirono anche Canuti e Muraro, giusto qualche minuto), e poi c’erano un po’ di giocatori che ci siamo dimenticati. Cerilli fu l’unico acquisto di quell’anno in cui Fraizzoli non volle spendere. Il campionato, per dire, iniziò con una sconfitta per 2-0 a Varese, che poi arrivò ultimo. Nelle quattro partite con Milan e Juve abbiamo fatto un punto. Anche nelle quattro partite con Roma e Napoli abbiamo fatto un punto. Ma per due volte, all’andata e al ritorno, prendemmo a pallate la Lazio scudettata. A Roma, il 3 novembre 1974, vincemmo 2-1. A San Siro, il 2 marzo 1975, c’eravamo io e Cerilli e finì 3-1.

Inter: Bordon, Fedele, Scala; Bertini, Facchetti, Bini; Mariani, Mazzola, Boninsegna, Cerilli, Nicoli. All. Suarez

Lazio: Pulici, Ghedin (6′ Petrelli), Martini; Wilson, Oddi, Nanni; Garlaschelli,  Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. All. Maestrelli.

Arbitro: Ciacci.

Reti: 13′ e 63′ Fedele, 88′ Boninsegna (rig.), 90′ Chinaglia.

cerilli3Nel nostro breve scambio di reciproci complimenti su Facebook, in un attimo di lucidità, chiedo a Cerilli se gli andasse di sentirci 5 minuti al telefono per una chiacchierata su quei fottuti vecchi tempi. Ma certo, mi fa Cerilli, segnati il numero. No, dico: Cerilli che mi dà il numero. Altro che Scarlett Johannson: il mio idolo Cerilli! Ci diamo appuntamento per lunedì alle 10,30. Alle 10, 30 minuti e un millesimo di secondo chiamo.

Franco, tu non mi vedi ma sono inginocchiato. Intanto prendo due appunti sul pavimento.

Vai sereno, parliamone.

Mi hai scritto su Fb: sono sorpreso che qualcuno 40 anni dopo si ricordi ancora di me e di quella partita. E io sono sorpreso che tu ti sorprenda.

Beh, ne è passato di tempo… Comunque è un bel ricordo. E sono contento di avere dei bei ricordi, vuol dire che qualcosa ho fatto, no?

Allora, 2 marzo 1975, partitone della madonna, San Siro che intona il coro Cerilli-Cerilli, credo che sia il sogno di qualsiasi uomo da Neanderthal a oggi.

Fu bellissimo, in effetti. Direi i giorni più belli della mia vita, tenendo conto che due giorni dopo, il martedì, il 4 marzo, nacque mia figlia.

Che filotto!

Giorni indimenticabili. Quella partita a San Siro, i complimenti, l’abbraccio dei compagni, i giornalisti che mi cercavano, mi figlia che nasce.

Avessi anche segnato quel gol durante Inter-Lazio, porco cane, sarebbe venuto giù lo stadio.

E io avrei davvero coronato nel modo migliore il momento più incredibile che mi sia mai capitato. Peccato, io ero tutto sinistro e la palla mi capitò sul destro. Vabbe’, mi posso accontentare.

Me lo ricordo, io ero dietro la porta.

Non si può avere tutto, fu fantastico lo stesso.

cerilli2Franco, avevi illuminato San Siro, ti giocavi finalmente la tua chance (ti avevano preso in estate e lì eravamo già a marzo) ma poi le cose non sono andate altrettanto bene.

La domenica successiva c’era il derby e Suarez mi schierò di nuovo titolare. Il problema è che non mi mise nel mio ruolo, là in mezzo, tipo con la Lazio, ma sulla fascia. Dovevo tamponare le discese di Sabadini. Ma tu l’hai presente Sabadini? Un terzinone vecchio stampo, era il doppio di me, correva il doppio di me. Che ci facevo lì a difendere? Sai, poi con il tempo ho ripensato a questa cosa e ho trovato la risposta, forse.

Dimmela, ti prego.

Allora, quando giocavo alla Massese tutte le domeniche ero visionato dalle squadre di serie A. C’era l’osservatore della Fiorentina, c’era quello dell’Inter, e c’era anche quello del Genoa.

Chi era?

Suarez.

Maddai.

Anni dopo venni a sapere che Suarez mi aveva bocciato. Che poi, intendiamoci, fu la mia fortuna: il Genoa lasciò perdere e si fece sotto l’Inter, no? E infatti vado all’Inter, e chi ti trovo come allenatore?

Suarez.

Ecco.

Cioè, insomma, non ti vedeva molto.

Ecco.

E l’anno successivo con Chiappella?

Chiappella era molto legato ai senatori della squadra, la vecchia guardia giocò un’altra stagione da titolare. E poi quell’anno arrivò Marini, titolare anche lui. E arrivò Pavone, titolare anche lui. Insomma, non avevo molto spazio. E quindi l’anno dopo passai al Vicenza.

Dove avresti fatto un secondo posto in campionato, altra tappa fondamentale della carriera. Torniamo all’Inter: cosa ti porti ancora dietro di quei due anni?

Tutto. Fu un momento fondamentale per me, non solo come calciatore ma anche come uomo. Per dire: un giorno andiamo a Fano per un’amichevole. Nello spogliatoio Mazzola si siede accanto a me e mi dice: ragazzo, ricordati che hai addosso la maglia dell’Inter e che devi onorarla sempre, anche se giochi contro una squadra di serie C. Sai, sono cose che poi non ti dimentichi.

Ho conosciuto un tuo compagno di squadra di allora, Roselli, quando ha allenato qui a Pavia. Anche lui arrivava dalla C, anche lui due anni all’Inter e poi via dopo una manciata di presenze. Mi ha detto: peccato, forse ero troppo giovane.

Sì, forse potrei dirlo anch’io, ma di quei due anni non rinnego niente. Mi sono trovato a giocare accanto a miti del calcio, gente che appena qualche mese prima vedevo giusto sull’album della Panini. Una sera, non molto fa, sto guardando la tv con mia moglie e incappo in un programma su Mexico ’70. Resto un po’ lì e poi le dico: ma ti rendi conto che con Mazzola, Facchetti, Boninsegna e Bertini ci ho giocato anch’io?

Hai conservato qualche contatto?

Ogni tanto capita di sentirsi o di incrociarsi da qualche parte. L’ultimo è stato Bonimba, ci siamo telefonati dopo non so quanti anni e mi ha fatto un grandissimo piacere. Che giocatore, ragazzi: in campo era cattivo come una bestia, fuori un uomo di una dolcezza incredibile.

Oggi per chi fai il tifo?

Tutte le mie squadre le ho nel cuore. Inter, Vicenza, Padova, tutte.

Senti, ma quei calzettoni abbassati? L’Inter aveva appena ceduto Corso e tu sembravi il nuovo Corso, uguale uguale.

In realtà il mio era un omaggio a Sivori. Imitavo lui.

Dio mio Franco, non è che per caso sei stato (lampi, rumore di tuoni) juventino?

No no, non ero juventino, ero sivoriano. Tant’è che quando Sivori è andato al Napoli io sono rimasto sivoriano. Per me Omar è stato il più forte di tutti i tempi. L’ho visto per la prima volta allo stadio, ero con mio padre, avrò avuto 12 o 13 anni. Ne fui folgorato. No, dico, vai su Youtube e guarda Sivori. Sì, certo, Pelè, Maradona, Messi, potremmo stare qui a discuterne per settimane, ma il più forte per me era Sivori.

Adesso il calzettone abbassato non esiste più. A me dava sempre un brivido.

Eh, adesso è vietato. Ma allora si poteva. Dicevano che era una sfida: vieni, picchiami, non ho paura di te, non ho nemmeno i parastinchi. In realtà io volevo solo assomigliare a Sivori. Ma già da ragazzo, eh? Un giorno, giocavo a Sottomarina, il presidente mi fa: ehi bambino, tira su le calze, dove cavolo credi di essere? L’ho fatto, poi appena entrato in campo li ho tirati giù”.

cerilli4Franco, e come butta lì a Chioggia? Che fai oggi?

Alleno. Fino a due anni allenavo nei dilettanti, ora mi occupo dei bambini tra i sei e gli otto anni. Mi piace, è bello stare in campo con i bambini.

Non solo perchè sei nonno.

No no, perchè mi piace insegnare come si gioca. Oggi il calcio è troppo fisico, tutti palestrati, la tecnica passa in secondo piano. Hai visto l’Inter col Toro? Si infortunano tutti perchè sono ipersollecitati, c’è un’esasperazione della fisicità che solo in parte comprendo. Il calcio è tecnica”.

Quanto hai ragione.

“Il calcio non è palestra. ‘scolta, il calcio è un’altra cosa”.

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gennaio 5, 2015
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Io e Pino

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Nell’estate del 1976, è sera, sono al campo sportivo di Arma di Taggia per assistere a un concerto (uno dei primi live della mia vita, forse il primo) di cui capirò abbastanza poco: Napoli Centrale, jazz rock partenopeo, un po’ eccessivo per un dodicenne di Voghera in vacanza al mare. Al sax James Senese, al basso tale Pino Daniele. Lunga pausa. Nell’estate del 1979 guardo distrattamente alla tv il Festivalbar, tale Pino Daniele canta Je sò pazzo e io penso che vabbe’, questo dice cazzo in una canzone e così tutti parlano di lui, tzè. Nella primavera del 1980 (com’è? Solo gli stupidi non cambiano mai idea?) sto guardando la tv, c’è un programma in seconda serata su Rai1 e resto folgorato dal pezzo che passa con la sigla finale. Mi pare proprio quello della rima pazzo-cazzo. Aspetto i titoli di coda, lui in effetti è Pino Daniele, la canzone si chiama I say i’ stò ccà, un blues un po’ in napoletano e un po’ in inglese, una voce della madonna, le tastiere, ten-ten ten-ten, l’armonica. Quando, un paio di giorni dopo, ho comprato Nero a metà non potevo cogliere la grandezza intima del gesto. Stavo entrando in possesso di uno dei dieci dischi più belli della storia della musica leggera italiana e stavo indirizzando i miei gusti musicali verso una direzione ben precisa, che rimarrà quella. All’insegna dell’essere curioso e onnivoro, dello spizzicare qua e là, delle lunghe fedeltà e delle brevi infatuazioni, ma con un fil rouge che non si spezzerà mai.

Io avevo sedici anni e mezzo e Pino Daniele 25. Fare un disco come Nero a metà a 25 anni significa essere un grande della musica. No, scusa: un grandissimo.

Nell’ordine, negli anni successivi: mi regaleranno Vai mo’, che album, che conferma. Poi mi procurerò il precedente Pino Daniele per ascoltarlo fino alla consunzione, potentissimo, e anche Terra mia per conoscere i primordi. Poi arriverà Bella ‘mbriana, un livello di qualità a cui nessun italiano poteva lontanamente puntare. Poi Musicante, sperimentando una chitarra nuova (mai un disco uguale al precedente, mai). Poi il live Sciò, doppio lp, libidine.

Nel 1985 sono a Merano, durante il servizio militare, ed esce Ferry Boat. Tornando a casa per una licenza, un venerdì pomeriggio, scendo a Bolzano e corro a un negozio di dischi sotto i portici, poi corro di nuovo in stazione e prendo il treno per Milano per un pelo. Poi l’arab rock (boh? lo diceva Pino) di Bonne Soirée e quell’assolo disperato di sax di un disperato Larry Nocella. Poi Schizzechea with love, poi Mascalzone latino tutto con la chitarra acustica (ma Faccia gialla l’avete mai ascoltata? No?).

E qui si opera al cuore.

Nel frattempo, l’avevo visto in concerto, nel 1981, al Festival dell’Unità di Voghera, che era un festival con i controcazzi. Era il tour di Nero a metà e se ci ripenso mi vengono i brividi e sento ancora il mal di culo della lunga attesa seduto nel cortile della ex caserma. Poi l’avevo visto a Pavia, anche lì cortile del castello, anche lì mal di culo ma che concerto, era il tour di Bella ‘mbriana, una band spaziale, un concerto meraviglioso. Poi l’avevo visto di nuovo a Pavia, al palasport, d’inverno, tour di Mascalzone latino: ricordo solo che durante un pezzo si ferma, dice stop stop stop, cala il silenzio: “Scusate, mi sono sbagliato”. Applauso, e ricomincia.

Torna dopo i by-pass nel 1991 con Un uomo in blues, bel disco, e altri ne seguiranno, di inediti e di live. Comprerò l’ultimo album nel 1997, Dimmi cosa succede sulla terra. Per uno che aveva amato anche al milionesimo ascolto le parole di Voglio di più, A testa in giù, Chi tene ‘o mare e decine di altre (oltre che grandissimo musicista, il primo Pino Daniele era anche un eccellente paroliere), la deriva di testi del tipo Che Dio ti benedica, che fica o Col sorriso di plastica mentre fai la ginnastica era non più serenamente accettabile, così come lo sprofondo delle collaborazioni – prima Wayne Shorter, Gato Barbieri, Mel Collins, Pat Metheny, ora Irene Grandi e Alessandra Amoroso – imbarazzante. E’ la vita. Tutti abbiamo un parente con cui abbiamo rotto i ponti o un amico che improvvisamente non abbiamo più visto nè sentito. Io avevo Pino Daniele. Sono stato con lui per 17 anni di grandi emozioni, e ormai da 17 lo avevo lasciato al suo destino. Non ho ricordi di Pino Daniele con pettinatura stilosa e vestiti griffati. Pino Daniele è uno solo, per me, quello con la criniera scarmigliata, i vestiti inguardabili, ingobbito sul microfono, sudato, spuorco, poderoso, immenso.

Prima di salutarlo nel 1997, lo avevo ancora visto a Milano, al Forum, due volte: da solo sul palco, che emozione, nel tour del rientro dopo l’operazione, e poi con Pat Metheny, concertone. Poi allo showcase di presentazione di Non calpestare i fiori nel deserto, quell’occasione irreale in cui hai davanti Pino Daniele che suona per te e altre cinquanta persone, roba da matti. Poi ero andato alla presentazione del suo libretto “Storie e poesie di un mascalzone latino”, una robetta buttata lì un po’ così, ma lui era Pino Daniele e io mi sono messo in fila per l’autografo.  Tocca a me. Mi guarda: “Tu?”. Roberto. Scrive: a Roberto, Pino Daniele. “Ciao”. Ciao. Ciao Pino.

Cinque giorni fa, la sera di San Silvestro, mentre sono a tavola con amici, orecchio dal televisore – acceso per captare il countdown ufficiale per il brindisi – uno che sembra fare decorose cover di Pino Daniele, poi sento un assolo di chitarra e mi dico: minchia, lo fa proprio preciso. Mi alzo e vedo che è Pino Daniele in persona. Canta allo show di Capodanno di Rai1, mentre canta scorre sullo schermo il testo della canzone. E’ un karaoke, praticamente. Pino Daniele. Torno a tavola con il magone.

Lo stesso magone che ho adesso a ripensare al mio Pino, il mio amicone, quello del periodo 1980-1997, quello che ho conosciuto per un assolo di armonica e ho abbandonato prima che fosse troppo tardi. Non ci siamo più visti da allora, ma mi ha lasciato cose – dischi, canzoni, musiche, emozioni – che non si cancellano e che per fortuna restano per i posteri, me compreso. Il feeling è sicuro / Quello non se ne va.  A volte non si deve aver paura di dire banalità del tipo “un piccolo pezzo della mia vita che se ne va”: anche se si tratta di un musicante, anche se sono solo canzonette, a volte è vero.

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dicembre 18, 2014
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Il sorriso di Franco

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Avevo conosciuto Franco in un’altra vita – la sua, intendo – quando faceva ancora il giornalista a tempo pieno. Era una riunione di capiservizio di non mi ricordo bene cosa a Roma, in via Po, alla nostra casa madre. Fatti due conti, io avrò avuto trent’anni e lui quindi aveva da poco passato i quaranta. Un flash di vita come un altro. Ma ovviamente lui e la sua sedia a rotelle, di tutto quel bla bla e di quella veloce trasferta romana, erano la sola cosa che mi erano rimaste impresse, così, di default, perchè stavo dando un volto a nomi e voci che già più o meno conoscevo, e nel suo caso c’era anche da dare una dimensione, inaspettata, che colpiva. Franco poi non l’ho più rivisto per quindici anni, finchè per ragioni di blog e di social network me lo sono ritrovato sulla strada da interista, pregio che mai mi sarei aspettato da uno che nel mio cervello era catalogato come giornalista padovano e bòn.

Ci scriviamo qualche volta. Un giorno vedo il suo nome stampato sul mio giornale, in una breve di cronaca, annunciato ospite di una iniziativa sulla diversità e sulla disabilità a Pavia. E allora vado in piazza della Vittoria e gli faccio la sorpresa: “Ciao Franco, sono Roberto, cioè, Settore, sì insomma, hai capito”. E’ domenica, un pomeriggio di sole, e lui ha scelto un angolo ombreggiato. Sullo sfondo le pellicce di Annabella. Di fianco c’è la sua compagna.  Gli  racconto di quella cosa di Roma e naturalmente non si ricorda un cazzo. But who cares? Stiamo già parlando di Inter e meno male che a un certo punto lo cercano perchè tocca a lui, da lì a poco, sennò avremmo fatto notte.

Franco era una bella persona, e taglierei corto così, con una formula banale ma terribilmente vera nel suo caso. Era un uomo impegnato, intelligente, coraggioso (molto), che è costantemente andato oltre gli ostacoli che la vita gli ha riservato. Quello che lo rendeva speciale era il suo sorriso, perchè ci vogliono due palle così per avere un sorriso così. Di fronte a una persona con le sue difficoltà, avresti dovuto essere tu ad avere il sorriso rassicurante. E invece ce lo aveva lui. Lui rassicurava te. Anche in questi giorni, in ospedale, era lui – scrivendo su Facebook, sui suoi blog, rilasciando a Telethon un’intervista che adesso è impossibile guardare senza commozione – che veniva a trovare noi, e non il contrario come doveva essere, e come mi spiace non aver fatto per scambiare ancora una volta, l’ultima, qualche battuta. Ringrazio Roberto Monzani per essere passato a trovarlo e avergli trasmesso, credo, l’affetto di noi tutti. Ecco, anche l’affetto. Doveva toccare a te essere affettuoso, premuroso. Macchè, lui lo era di più. Mi piaceva piacergli. Me lo scriveva, me lo diceva. Ci facevamo spesso i complimenti, ma non per convenzione. Lui era uno sincero, aperto. Franco, no? Non si è mai nascosto, anzi, stava in prima fila. Arrivava  dappertutto, anche in cima a quella micidiale scaletta di Inter Channel, dove gli piaceva un mondo andare a parlare di Inter con il suo amicone.

L’Inter. Con tutti i suoi guai, con tutti i suoi impegni, nel mezzo di tutte le sue battaglie, aveva sempre un posto per l’Inter. Ecco, se penso al suo sorriso e al suo essere interista, così interista, mi sale una gran malinconia e una gran tenerezza insieme. Sarebbe una bella cosa se domenica sera l’Inter si ricordasse di lui. Ciao Franco, e lassù insegna (no no no, ti vedo mentre mi mandi affanculo, vecio).

R.

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settembre 9, 2014
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Il meglio (speriamo) deve ancora venire

Praticamente, quando ho saputo che all’evento oltrepadano “Goal a grappoli” – di cui ero indegnamente nel cast – sarebbe arrivato anche Mazzarri, ho avvertito in tempo reale Lorenzo, l’Uomo che non deve chiedere mai (il pettine) (lui è pettinato di natura).  Lorenzo è un interista dall’entusiasmo totale. Se gli dici: “Oh, domani a Pavia forse c’è l’amico immaginario del cognato di Andreolli”, lui ti dice “Vengo!”. E in effetti all’invito mazzariano mi risponde “Vengo!”, ma aggiunge:

“Imbottito di esplosivo”.

Del resto è così, il Miste non è ai massimi storici del gradimento. Vabbe’,  lo Zanetti delle raffinerie comunque è avvertito e posso recarmi sereno all’appuntamento in cui spero di poter rivolgere un paio di domandine all’uomo che guida l’Inter. E’ giovedì pomeriggio, ore 18.30. Nel luogo del convegno, in cui cominciano ad arrivare alla spicciolata vigneron e tifosi nerazzurri, vedo profilarsi in lontananza i Bee Gees della gufata: Lorenzo, Antonio e Marco. Tutti assieme non li vedevo dal Primo maggio, la notte della Grande gufata gobba pro Benfica, iniziata tra mille paure e finita rotolandosi per terra come bambini dell’asilo.

(qui va aperta una parentesi, perchè certe cose bisogna che si sappiano. Esattamente 100 giorni dopo la Grande gufata, il 10 agosto, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, io mi rompevo il gomito e Lorenzo si strappava i gemelli. Ci siamo incontrati in ospedale, io in pigiama col braccio al collo e lui in bermuda con le stampelle, sembrava il raduno degli ex combattenti. Gufare contro il Male evidentemente ha il suo prezzo, e noi lo abbiamo pagato)

Benvenuti, gli dico. E loro mi rispondono con alcune frasi smozzicate che ricostruisco depurandole da parolacce e facendo uso di metafore e allocuzioni eleganti: “Grazie per averci invitato, amico nostro, ma siamo venuti qui sospinti da uno scarso entusiasmo perchè l’uomo attualmente responsabile della guida tecnica dell’Inter non ci convince appieno e nemmeno ci ispira una profonda simpatia come facevano molti dei suoi predecessori”. Antonio nota nella mia mano una copia del libro di Mazzarri: “Noooo cazzo, il libro noooo!” (è giusto anticiparvi che il suddetto supertifoso nel giro di un paio d’orette cambierà decisamente atteggiamento: basta saper aspettare).

Mazzarri arriverà in ritardo – proveniente da Appiano, secondo allenamento quotidiano, e frenato da un mezzo ingorgo – ma arriverà. Parla, risponde, replica, interloquisce. Poi la mia amica Lara, l’anchor woman de noantri, mi dà la parola, presentandomi amorevolmente come giornalista e bloggher nerazzurro, “lei mister li legge i blog?” e lui “No guardi, lo dico sinceramente, non ho nemmeno tempo di accendere il computer”, e io li volevo dirgli

Miste, lei non conosce i blog e nemmeno il blogghe?”

ma ho evitato polemiche personali e gli ho rivolto due domande serie.

1) Mister, lei – lo dice lei stesso – non è un gran comunicatore. Pensa di avere scontato questa cosa nel corso della sua carriera?”

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Erano le 20.08. Mazzarri inizia a guardarmi negli occhi e a rispondermi. Mi fisserà dritto fino alle 20.16. Otto minuti in cui sembravamo Giucas Casella contro Toni Binarelli.

Risposta (in sintesi): guardi, sì, sicuramente questa cosa l’ho pagata. Quando ero alla Reggina fui scartato da una grande squadra che mi voleva per meriti tecnici ma riteneva che non mi presentassi bene in panchina e davanti ai microfoni. Ma io sono fatto così, un po’ sono migliorato e forse posso migliorare ancora.

2) Mister, il suo libro si intitola “Il meglio deve ancora venire”, e noi tifosi glielo auguriamo perchè è anche una nostra speranza, cioè che nell’avventura di Mazzarri all’Inter il meglio debba ancora venire. Lei che sensazioni ha, che questo meglio stia arrivando?

Risposta (in sintesi): questa squadra e in fondo anche questa società stanno ripartendo daccapo, il monte ingaggi è passato da 220 a 80 milioni annui e questo vuol dire un sacco di cose. Serve pazienza, da parte di tutti, ed è necessario che anche voi media trasmettiate questo messaggio. Tutto l’ambiente nerazzurro deve armarsi di pazienza e remare dalla stessa parte.

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Alle 20.17 Mazzarri rivolge lo sguardo altrove per rispondere a un’altra domanda e io mi accascio sulla poltrona. Il dibattito si chiude e parte l’assalto a foto e autografo del Miste che, meno male, non si sottrae. In fila noto anche Antonio con il telefonino in mano: “Punto al selfie”. Ma come, faccio io, mi hai insultato per il libro e ora… “Punto al selfie! Punto al selfie! Arf! Arf!” Ha uno sguardo assatanato, che placherà solo dopo avere effettivamente fatto il selfie con Mazzarri.

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Mi sento più sereno. Ma in quel momento incrocio l’altro sguardo allucinato, quello di Lorenzo. “Adesso…” “No, non farlo!” gli dico io, pensando che stesse per farsi esplodere, “ci sono un sacco di bambini, non farlo!”. “Adesso gli chiedo dei calci d’angolo!” “No, non farlo, stai calmo, vieni, ti offro un Cruasè”, “Calci d’angolo! Calci d’angolo!”. Sembra Rutger Hauer, mi scosto e lo lascio passare.

Lorenzo si fa strada nella folla e si trova di fronte a Mazzarri. Mazzarri si trova di fronte Lorenzo. Io sto sudando tipo Nadal al quarto set. Lorenzo chiede:

“Mister, posso farle una domanda tecnica?”

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Oddio. Adesso le guardie nerazzurre lo stordiscono e lo portano via e me lo abbandonano vicino al casello di Casei Gerola con un gettone per chiamare a casa. E’ colpa mia, non dovevo invitarlo, è tutta colpa mia…

“Se posso risponderle, sì”, dice Mazzarri fissando la pettinatura di Lorenzo, che evidentemente gli ricorda qualcosa.

Oddio. (silenzio di tomba)

“Ecco: ma come è possibile che dei professionisti sbaglino i calci d’angolo?”. Seguono (Lorenzo) elenco dei calci d’angolo sbagliati e che ci sono costati caro, e (Mazzarri) risposta accorata alle rimostranze tecniche del tifoso.

Mi accascio di nuovo sulla sedia a riprendere fiato, poi mi faccio strada a colpi di gesso e appena finisce di rispondere a Lorenzo il Miste mi autografa il libro.

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Dopodichè la folla si sposta a fare un brindisi generale, brinda pure Mazzarri, e nonostante la folta presenza di vips (Sabrina Gandolfi, Civoli, Casarin, Pellegatti eccetera) la troupe di Inter channel punta verso di me:  “Possiamo intervistarti?”. Miste, ha visto il blogghe?

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