Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

giugno 9, 2017
di settore
1.882 commenti

Il G7 del Gufo Real(e)

“Tutti a casa mia il 3 giugno, tenetevi pronti. Prendete le ferie. Nel caso, licenziatevi. Avvertite già ora mogli e fidanzate. Nel caso, lasciatele. Non si accettano scuse”.

La convocazione per la gufata delle gufate, in vista del possibile Triplete della gufata estrema (dopo Juve-Benfica, 2014, eliminazione in semifinale di Europa League con finale prevista a Torino, e Juve-Barcellona, finale Champions League, Berlino 2015, cui si aggiunge come gufata interlocutoria la magica notte dei supplementari col Bayern), era stata fatta in netto anticipo, praticamente al pranzo natalizio del Clan dell’Asado 2.0, quando dopo i sorteggi degli ottavi era ormai chiaro a tutti che la Juve culattona sarebbe andata in finale senza colpo ferire. Nel frattempo si erano via via dissolte le speranze che qualcosa o qualcuno complicasse il campionato dei gobbi, così come erano durate una decina di minuti – confermando la tesi della sostanziale inutilità intrinseca delle squadre romane – le speranze che la Lazio li inculasse in Coppa Italia, vanificando almeno il Triplete.

Per cui, quasi sei mesi dopo quella convocazione fatta un po’ così, confidando intimamente che potesse non servire, il 3 giugno 2017 sei interisti coi i nervi a pezzi da altrettante diverse località della Lombardia prendono la via della casa del Barone, a cui si uniscono alla spicciolata formando una inedita formazione a sette.

“Siamo il G7 della gufata”

dice il padrone di casa fingendo ottimismo durante una frugale apericena, durante la quale i sette gufi in realtà già si ammazzano di scaramanzie.

“Scusa, due anni fa quante fette di salame avevi mangiato?”

“Otto o nove. Solo che adesso ho 349 di colesterolo e quindi preferirei…”

“Ma ti sembra il caso di formalizzarti per minchiate del genere? Qui si fa lo Storia o si muore”

“Giusto”, dice il gufo deglutendo una fetta di salame intera.

Il Barone intanto ci mostra con l’entusiasmo di un bambino perfettamente pettinato l’armamentario acquistato il giorno prima a Grazzano Visconti (Pc) al celeberrimo Festival dei Gufi, probabilmente accendendo in loco un mutuo Findomestic:

  • numero indefinito di birre artigianali 33 cl con gufo nell’etichetta
  • sottobicchieri per predette birre con il motto “bevi come un gufo”
  • decalcomanie di gufi appollaiati per l’auto
  • pigiama in seta con gufo cucito sulla patta
  • gufo artigianale scolpito in marmo di Carrara e dipinto a mano del peso di 70 kg

Il detto statuario gufo viene posizionato di fianco al televisore, a sua volta posizionato in terrazzo con emiciclo di sedie e divanetti a simulare la curva di uno stadio.

Verso le 20.15 il padrone di casa si presenta con sette birre e convoca tutti davanti al televisore per il rito della gufata. Al suono dell’inno del Madrid, uniamo al cielo le sette birre cantando in spagnolo:

“Madrid Madrid Madrid
¡Hala madrid!
Y nada más
Y nada más
¡Hala madrid!”

Un vicino di casa chiama i carabinieri, senza successo. Uno dei gufi, con le lacrime per la commozione, fa notare:

“La birra è un po’ calda”

“Riportiamola in frigo”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Sete! Le birre!”

“Vamonos!”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Eccole!”

“Ancora un po’ caldine!”

“Riportiamole in frigo!”

La scena si ripete sei volte in dieci minuti, dopo i quali due gufi avvertono i primi classici sintomi dell’infarto al miocardio. Alle 20.40 finalmente beviamo.

“Avete notato?”, faccio io per stemperare la tensione mentre a Cardiff organizzano una specie di Festivalbar prepartita.

“No”, fanno gli altri sei, di cui uno ruttando.

“Il ramo artigianale su cui è appollaiato il gufo artigianale”, dico io.

“Eh”, fanno gli altri sei macerati dalla tensione mentre cercano di leggere le formazioni.

“Guardate bene. E’ un evidente simbolo fallico”, dico io.

“Uh”, fanno gli altri sei.

“Cioè, è un cazzo! Capite? Cazzo. C-A-Z-Z-O”

“Cazzo dici?” mi fa uno dei sei.

“Non capite un cazzo”, faccio io.

“Che cazzo dovremmo capire, cazzo?”, fa un altro, in un’ormai insopportabile loop della parola cazzo.

“Ma è un evidente messaggio subliminale, dai! Tipo quelli che inseriscono nei film della Disney tra un fotogramma e l’altro, massì, non sapete proprio niente… oppure simboli fallici manifesti, dai, tipo la rupe del Re Leone che se la guardi bene è un enorme cazzo e le mamme al cinema si eccitano ed escono dalla sala e comperano il triplo dei pop corn che avrebbero voluto e…”

“Ora però basta, cazzo! Sta iniziando”, dice uno degli altri sei

“Cazzo, inizia! Cazzo!”, conferma un altro

“Ecco – dico io – vedete che il cazzo vi ha già suggestionato e…”

“Basta con quelle scritte in sovrimpressione, basta, BASTA!”. A., in piena trance agononistica, se la prende con Mediaset Premium: la partita è iniziata da soli 10 secondi e il clima è insopportabile. In più, nei primi minuti la Juve se la prende con il Real e sul terrazzo cala un preoccupato silenzio.

“E’ finita, è finita, argh!” fa uno dei gufi già in crisi nervosa, valutando il posto migliore del terrazzo da cui buttarsi senza speranza di sopravvivere. Il disfattismo sta ormai calando di brutto sull’intero terrazzo quando Cristiano Ronaldo la mette.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

Sette gufi si abbracciano come bambini dell’asilo, però pesanti tipo 80 chili. Infatti io avverto una fitta all’emitorace sinistro, dove sento distintamente sbriciolarsi quattro costole, forse cinque.

Al che mi rivolgo al Barone: “Ti spiace se chiamo il 118? Non è tanto per le costole, ma vorrei essere sicuro che non ci siano perforazioni al polmone”

“No, non è previsto dal protocollo. Puoi chiamare solo dopo le 23”.

Nel mentre Mandzukic, con una rovesciata a caso, pareggia.

“Argh! E’ finita!”, piagnucola uno del G7 prefigurandosi una vita di stenti dall’indomani. Una leggera brezza spira intanto a fasi alterne nella serata oltrepadana, facendo oscillare la temperatura sul terrazzo tra i 27 e i 5 gradi. Dopo essersi tolto e rimesso la felpa per 17 volte, un gufo della tribuna laterale decide di seguire il resto della partita a torso nudo. Dopo tre minuti chiede però al padrone di casa:

“Ho un principio di assideramento e una prostatite di quarto grado. Posso andare a mingere con urgenza nel tuo bagno?”

“Solo nell’intervallo”.

“Ma mancano 20 minuti”.

“Non mi cagare il cazzo e siediti”.

La tensione si taglia con il coltello e si stempera sono nel’intervallo, quando tre o quattro gufi svuotano la vescica e altri la riempiono con una nuova birretta gufa. Le cose peraltro nella ripresa si mettono progressivamente meglio.

“Gaaaaaaaaa”

“Casemirooooo!”

“L’hanno deviataaaaaa!”

“Meglio ancoraaaaaa!”

La gufata continua in un crescendo rossiniano. Al quarto gol, stremati, esultiamo con misura. Siamo pervasi da una tranquillità innaturale che cerchiamo di trascinare fino al 90′.

“Giuro, non avrei mai detto che…”

“Cazzo, stai zitto! Non è finita! Cazzo!”

“Ma mancano due minuti e sono sotto di tre gol e…”

“Si gufa fino al triplice fischio, sant’iddio”.

Al triplice fischio, diligentemente, parte la festa. Arrivano altri gufi in pellegrinaggio da paesi limitrofi. Il terazzo di trasforma in una Terrazza Martini dalla gufata galattica. Spumante a fiumi, torte, abbracci, baci, inni alla gioia. Si torna gradatamente alla normalità. Si va a pisciare senza chiedere permesso, si parla anche d’altro.

A. batte una forchettina di plastica su un bicchiere di cristallo di Boemia del 1700.

“No, volevo dirvi che per strada un giorno ho visto Laura Barriales”.

” E quindi?”

“No, è una figa esagerata. Niente, tutto qua”.

E si mette a piangere in un angolo del terrazzo mentre noi bridiamo al Real, all’Uefa e alla prossima stagione che speriamo ricca di tante soddisfazioni.

share on facebook share on twitter

febbraio 21, 2017
di settore
368 commenti

Il teorema di Castaignos

Nella seduta del 7 febbraio u.s., nell’ambito dell’attività sociale della stagione agonistica 2016/17, il Clan dell’Asado 2.0 (riunito nel tavolo migliore del galà di un noto Inter club) deliberava di recarsi in gita sociale a Bologna addì 20 febbraio 2017, nella felice coincidenza con la partita di calcio della squadra dell’Inter.

Il Blogghe partiva dunque di buon mattino da Nutria City alla volta di Clastidium, dove lasciata la macchina ai lati di una zona equivoca veniva raccattato da Er Pomata, direzione Piacenza Sud per l’appuntamento con l’altra metà del clan. Dalla città con più palme di Dubai arrivavano infatti puntuali Er Monnezza ed Er Pagnolada, leggermente febbricitante ma deciso a non perdersi l’appuntamento con i suoi beniamini anche a costo della vita.

Er Monnezza si incaricava di fare l’appello:

“Ok, Er Monnezza presente. Er Pomata?”

“Presente!”

“Er Blogghe?”

“Presente!”

“Er Pagnolada?”

“Presente!”

“Fighe?”

(silenzio)

“Ok, come al solito. Formazione tipo, andiamo!”.

Er Pomata carica tutti in macchina e punta verso Bologna, dove alle 12.30 scenderanno in campo la formazione locale contro l’armata nerazzurra. Si parla del più e del meno, finchè il discorso non va a finire su Gabigol:

“Se segna, io ve lo dico – fa Er Pagnolada, evidentemente in delirio da febbre – mi denudo sugli spalti”.

Vabbe’, certo, Gabigol. Quando l’Asado Car entra nella città felsinea, il sole squarcia la nebbia e rovescia un leggero tepore sulla stanche membra del clan.

“Buon segno”, sussurra Er Pomata, che il giorno dopo avrebbe festeggiato il compleanno e anche il quattordicesimo anniversario dell’ultima volta che si è spettinato. Trovato parcheggio dopo una ricerca di un paio d’ore, il Clan dell’Asado si dirige verso lo stadio “Renato Dall’Ara” a passi lunghi e ben distesi. Smartphone alla mano, le mappe danno ai quattro impavidi tifosi nerazzurri quattro itinerari diversi: “A destra”, “No, a sinistra”, “No, dritto”, “No, indietro”.

“Come, indietro?”

“No, scusate, avevo il telefonino al contrario”, si scusa il sofferente Er Pagnolada, che per difendersi dal freddo si è vestito con un rapper nero di Milwaukee.

Al che Er Blogghe chiede a una sciura dal climaterio almeno ventennale la strada verso la gloria:

“Un po’ dritto, un po’ a sinistra, un po’ avanti, non potete sbagliare, e comunque seguite quelli con la sciarpa del Buleeegna”.

“Mi scusi, madame – fa Er Monnezza – ma dove potremmo mangiare qualcosa?”

“Ragazzuoli, adesso per fare i turtlein ci metterei un po’, ma di tagliatelle ne ho quante ne volete”, risponde lei ospitale.

“Signora, adesso dobbiamo andare ad inculare il Bologna, ma se mi lascia il numero l’anno prossimo veniamo di sicuro, se non si gioca in questo orario del cazzo”, replica forbito Er Monnezza scatenando lo sguardo materno della sciura, che ci congeda con un saluto tipo Isadora Duncan.

Dopo alcune peripezie, sbagli di strada, controlli di polizia, falsificazione di documenti e il guasto a un tornello (“Pessimo segno”, dice affranto Er Pomata”), finalmente il Clan dell’Asado prende posto sugli spalti dieci minuti prima dell’inizio delle ostilità.

Oddio, ostilità. Il primo tempo fa ca-ca-re e corre vie veloce tra sbadigli e pensieri di morte. L’Inter è schierata con una bizzarra formazione – tre centrali di difesa contro una squadra senza punte – che sguarnisce il centrocampo proprio laddove il Bologna schiera un agile 3-7-0.

“Non ne usciremo mai”, esala Er Blogghe mentre Er Pagnolada non dà più segni di vita e sembra sempre di più Leonardo Di Caprio in “Revenant”. Er Monnezza tiene una media di insulti insolitamente bassa ed Er Pomata cambia ossessivamente look (col cappello, senza cappello, con gli occhiali da sole, senza occhiali da sole) per mascherare il nervosismo ormai montante.

Durante l’intervallo, Er Blogghe si sente tamburellare da dietro su una spalla. Si gira. “Ciao, tu non mi conosci ma io sì, tu sei Settore e volevamo salutarti”. Il tizio, di nome Marco, presidente dell’Inter club “Ishak Belfodil” di San Benedetto del Tronto, presenta a Er Blogghe uno a uno tutti i componenti del suo pullman, operazione che si protrare fino a circa un minuto della ripresa.

Finalmente Pioli decide di fare qualche cambio. Quando entra Gabigol, Er Pomata si sveglia dal torpore ed esclama:

“Ragazzi, io ho visto segnare Castaignos a Siena, quindi potrei anche vedere Gabigol segnare a Bologna”.

Diciassette-diciotto persone si girano, cogliendo l’enormità del paragone. Il tempo comincia a stringere quando a un certo punto Banega serve D’Ambrosio che serve un uomo vestito con i nostri colori a un metro della porta vuota.

“Gaaaaaaaaalllll”. Il Clan dell’Asado 2.0 è già avvinto in un abbraccio corale e salta da un gradone all’altro tipo acrobati bulgari.

“Chi ha segnato?” chiede Er Pagnolada.

“Gabigaaaaaaaaa”, gli urlano Er Pomata ed Er Monnezza.

Al che, Er Pagnolada comincia a spogliarsi.

“Fermati fratello – gli fa un pastore valdese seduto nella fila davanti – non è così che guadagnerai il Regno dei Cieli”.

Er Pagnolada desiste. Al che Er Blogghe fa al resto del clan:

“Ragazzi, c’è solo una cosa migliore di un gol di Gabigol”.

“Cosa?”

“Una doppietta di Gabigol”.

Quando Gabigol si vede respingere sulla linea il possibile gol della doppietta, il Clan si rende conto di aver fatto la Storia e di avere poteri esoterici. Quindi, lasciato lo stadio, celebra l’evento con una pizza.

“E adesso Porto per tutti!”, urla alla cameriera Er Monnezza, chiedendole contestualmente il numero di telefono. Il Clan si avvia poi alla macchina e da lì all’autostrada in direzione Piacenza Sud, dove nella piazzola compie l’ultimo rito della giornata.

“Juve merda!”.

E tornarono a casa consci di avere visto la Storia, e forse di averla determinata. Viva l’Inter, viva il calcio, viva la libertà.

share on facebook share on twitter

dicembre 30, 2016
di settore
339 commenti

Tifare Porto sin da quando si era gufi

Una buona programmazione è il segreto di ogni impresa che si rispetti. E’ con questo spirito che il Clan dell’Asado 2.0 – una specie di Gruppo Bilderberg dell’interismo, nonchè holding di riferimento dei Gufi, di cui il Clan riunisce i soci fondatori – si è ritrovato nei giorni scorsi a Pavia, capitale della nutria e della zanzara, per l’assemblea annuale. Presenti tutti e quattro i componenti, i Beatles del tifo nerazzurro: Er Monnezza, Er Pagnolada, Er Pomata ed Er Blogghe, in ordine di età dal più giovane al più anziano.

E’ stato quindi Er Blogghe, tintinnando su un bicchiere di cristallo, a prendere la parola e leggere la breve relazione sull’atttività dell’anno, che si è risolta con una sola gufata immediatamente a segno, un 100% di efficacia che ha inorgoglito il Clan:

“La notte di Bayern-Juve dello scorso 16 marzo, pur tormentata in maniera indicibile, passa di diritto tra i nostri migliori ricordi”.

(applausi)

“Avevamo bisogno di una serata così, immediatamente risolutiva, dopo la stagione delle gufate 2015 che tanto ci aveva segnato negli spiriti e nei corpi”.

(brusio)

“Come non ricordare la gufata di Dortmund, così carica di speranze e con la Juve che nel ritorno vince 3-0 in trasferta alla faccia nostra”.

(leggero brusio)

“Come non ricordare la gufata di Monaco, un drammatico 0-0 preceduto da un rito propiziatorio fatto a Cremona, durante l’assemblea di fondazione di questo clan”.

(brusio)

“E come non ricordare la doppia gufata di Juve-Real, andata e ritorno, inculati doppiamente. Noi gufi, intendo”

(forte brusio, singulti)

“Quattro gufate a vuoto, la sinistra sensazione di avere già smarrito il nostro fluido, la Juventus che va in finale… Ricordate, amici, quei terribili momenti?”

(silenzio. Er Pomata si asciuga una lacrima, confortato da Er Pagnolada. Er Monnezza si tocca i coglioni)

“Poi, però, dopo tanto soffrire, il 6 giugno 2015, una notte indimenticabile…”

(forte brusio)

“…la gufata collettiva nel nostro luogo di elezione, la casa del Barone, e il trionfo della nostra giusta causa…”.

(applausi, ululati)

“… e a Monaco di Baviera la conferma che tanto cercavamo!”

(applausi, tutti in piedi)

“Posso portare il vino?”, dice il cameriere mentre osserva quattro uomini adulti abbracciarsi senza alcun motivo plausibile.

“Dichiaro chiusa l’assemblea annuale. Porti pure il vino, buon uomo”.

“Chi assaggia?”

“Lui”, diciamo in tre indicando Er Pomata.

Inizia quindi un estenuante rito. Er Pomata assaggia e respinge diciassette vini diversi, adducendo i motivi più disparati, del tipo “non avverto quella sapidità leggera e piacevole dovuta alla presenza di sali minerali che normalmente percepisco nelle zone laterali anteriori della lingua”. Al che Er Monnezza ordina due brik di Tavernello.

“Er Pomata, cazzo, non possiamo perdere altro tempo. A parte che ho una fame fottuta, ma dobbiamo anche rinnovare il rito preventivo della gufata spirituale”.

Er Pomata estrae quindi il gagliardetto del Porto e lo sistema al centro del tavolo. Er Pagnolada, con aria solenne,  impone le mani. Poi tutti imponiamo le mani sulle mani già imposte della nostra guida spirituale. Che ci impone amorevolmente un fioretto che, ovviamente, abbiamo rispettato nel frattempo.

“Ok, quel che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Potete portare le portate, e mi scuso per il giuoco di parole”.

Seguono cena, momenti conviviali, convenevoli, ricordi, selfies, attenta disamina sulla situazione dell’Fc Inter Milano. Poi il brindisi finale, in portoghese stretto. La vita del gufo non è affatto facile, ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare. Juve merda, un buon 2017 a tutti tranne che a loro, forza Inter, viva la libertà di espressione, vive la difference.

share on facebook share on twitter

settembre 27, 2016
di settore
177 commenti

Interisti per Praga

praga

Che poi, stringi stringi, la cosa bella del blog è che ti fa incontrare gente che mai avresti incontrato senza un blog (non so se è chiaro il concetto). Tipo che nell’inverno del 2012 mi arriva una mail da Praga di tre ragazzi italiani che abitano là – tre ragazzi italiani e interisti – e che stanno mettendo in piedi nel loro tempo libero un servizio di guida turistica, “e quindi se vieni a Praga scrivici, faccelo sapere, ti vogliamo conoscere, ti portiamo in giro noi” e io “certo, sì, forza Inter!, grazie, grazie!” e mentre scrivo la risposta  alla loro mail penso “che simpatici, ma quando cazzo ci vado mai a Praga?”.

Nell’estate 2013, decido di andare a Praga.

Quindi mi viene in mente la mail dei tre ragazzi italiani e interisti, la cerco, pigio sul tasto replay, “no, ecco, non so se vi ricordate di me, l’anziano blogger, cioè, in in effetti verrò a Praga” e niente, ci siamo visti, mi hanno portato in giro per la città e una volta anche a cena in un ristorante per praghesi, non per turisti, dove ho mangiato cose di cui non capivo l’origine e bevuto birra e parlato di Inter. Beh, un bell’incontro, davvero bello. Siamo rimasti in contatto, naturalmente, perchè siamo italiani e interisti,  perchè magari un giorno  a Praga ci torno per correre la maratona, o per farmi un’altra vacanzina, o (seguono altre ipotesi). O magari – ahahahah – l’Inter viene a giocare a Praga, ti immagini, ahahahah.

Nel settembre 2016, l’Inter va a giocare a Praga.

Cinque minuti dopo il sorteggio di Europa League uozzappo a raffica con Luca, uno dei tre interisti di Praga, ahahahah, roba da non credere, Inter-Sparta, ahahahah. Poi vabbe’, tra il dire il fare c’è sempre di mezzo qualcosa e io a Praga non ci vado, ma sono stracontento per i miei tre amici di Praga che l’Inter vada da loro. Come dire: se lo meritano.

fotopraga

Luca, Fabio, Davide, amiconi miei: ditemi come avete reagito alla notizia.

“Ci siamo messaggiati in tempo reale, eravamo tutti al lavoro.  Per un po’ non abbiamo capito più niente, poi è subentrata la preoccupazione di trovare i biglietti. Qui c’è la regola che gli abbonati dello Sparta hanno la prelazione per 4 biglietti a testa… E noi tre siamo abbonati allo Slavia”.

Allo Slavia? E perchè?

“No, allo Sparta non si può,  è un po’ come la Juve in Italia… Vabbe’, abbiamo cercato di contattare amici di amici di amici tifosi dello Sparta per trovare qualche biglietto, ma inutilmente. Quindi siamo stati in tensione fino alla vendita ufficiale aperta a tutti il 12 settembre. Leggende metropolitane dicevano che la prelazione sarebbe cominciata alla mezzanotte. Naturalmente alle 23.30 eravamo già collegati al sito perchè ci avevano detto che i tifosi dello Sparta sarebbero stati tutti in linea e sarebbe stata un’impresa acquistare i biglietti…”

E quindi?

“Ci siamo rimasti attaccati al pc fino a quasi le 2 di notte, poi abbiamo scoperto che la vendita sarebbe cominciata alle 9”.

Mai fidarsi degli juventini, cioè, degli spartesi, spartani, quelli lì insomma.

“Allora, in preda al panico, abbiamo deciso di andare la mattina direttamente alle biglietterie dello stadio. Siamo arrivati lì di corsa, pensando che ci sarebbe stata gente a dormire con le tende. Ma non abbiamo trovato nessuno”.

Come, nessuno?

“Nessuno. In un minuto abbiamo acquistato i biglietti… anzi, ci hanno detto che potevamo comprarne anche 100 se volevamo. Il fatto è che non abbiamo tenuto conto della flemma tipica dei cechi, che non sono invasati come noi, e del fatto che avessero messo prezzi quattro volte più cari del normale”.

spartapraga_sciarpe

Come sono i praghesi, sportivamente parlando?

“Il calcio, insieme all’hockey, è lo sport più seguito in Repubblica Ceca. I praghesi, e in generale i cechi, hanno un carattere un po’ più tranquillo del nostro e seguono il calcio con più distacco. Diciamo che non ne parlano tutti i giorni come noi”.

E le tifoserie?

“Ci sono anche qui, alcune sono un po’ più estreme di altre. Una è appunto quella dello Sparta Praga, motivo per cui, non essendo riusciti a comprare biglietti per il settore riservato alla tifoseria ospite, abbiamo optato per la tribuna centrale visto che vorremmo vivere la partita serenamente… In generale, però, le famiglie vanno ancora allo stadio e la partita di calcio, allo stadio come al bar, è una buona scusa per i cechi per bersi quei 2 o 3 litri di birra in compagnia…”

Ah, quanti ricordi. A proposito, ri-raccontatemi come vi siete conosciuti. Io la storia la so già, ma vorrei farla conoscere a quei quattro cazzoni che leggono il blog. Ecco, sentite cosa vuol dire essere interisti.

“Arriviamo da tre città italiane differenti, non ci conoscevamo prima di trasferirci qui. Ci siamo conosciuti in uno sportbar di Praga andando a vedere l’Inter”.

Sportbar: luogo pieno di birre, generi alimentari e di televisori accesi sulle più varie partite.

“Non essendoci molti tifosi dell’Inter a Praga (e tuttora non ce ne capacitiamo), ci ritrovavamo sempre in pochi. Anzi, spesso davanti al televisore del bar che trasmetteva l’Inter c’eravamo solo noi tre. Fino al 2011 abbiamo frequentato lo sportbar contemporaneamente migliore e peggiore di Praga, nel senso che c’era un’atmosfera da partita bellissima, ma la qualità in generale era davvero bassa e si trovava nella via più malfamata del centro. Nel 2011, quando l’hanno chiuso, siamo sprofondati in una specie di lutto. Anzi, abbiamo collegato la crisi dell’Inter alla chiusura del nostro Sportbar che ci portava così bene. Lui e le nostre mille scaramanzie”.

Raccontatele, una a una. Ho parecchio spazio.

“Ordinare sempre lo stesso cibo per anni (anche se non ci piaceva) e quando per puro caso uno di noi mancava alla partita, gli altri ordinavano anche per lui”.

Cioè, se eravate in due…

“…ordinavamo per tre”.

Ah. Tipo: eravate in due, ordinavate tre hamburger e tre birre. E vi portavano tre hamburger e tre birre.

“Sì”.

Ah.

“Sempre gli stessi posti, sempre la stessa strada per andare allo sportbar, sempre arrivando nel giusto ordine.Tipo che ci chiamavamo prima di arrivare al bar per vedere se gli altri erano già dentro… e nel caso il terzo fosse stato in anticipo, si sarebbe dovuto fermare, aspettare gli altri e farli passare avanti”.

Vi adoro.

“E bere due caffe allo sportbar durante tutte le partite. Ti assicuriamo che in Europa non c’è un caffè peggiore”.

Dai, si dice sempre così del proprio sportbar.

“No no, è vero. Al nostro sportbar, non è uno scherzo, avevano solo 3 tazzine piccole”.

E le usavate voi.

“Solo noi. Tanto che quando abbiamo vinto la Champions ce le hanno regalate e non ne avevano più. Per dirti quanto era buono, persino i camerieri non si capacitavano che lo ordinassimo ogni volta.  Alla fine siamo stati obbligati a raccontargli delle nostre scaramanzie perchè temevamo che ci vedessero come dei disadattati, e probabilmente ci avranno visto così anche dopo…”.

O cazzo, e ora che il vostro sportbar è chiuso?

“Praga non è più la stessa da quel giorno. Ora ogni settimana è una lotta per farci trasmettere l’Inter e credo che ristoranti italiani e sportbar di Praga non ci sopportino più,  ogni volta li chiamiamo per assicurarci che ci  facciano vedere la partita, poi il teatrino delle scaramanzie…”.

Com’è, siete tesi per giovedì?

“Fabio sarà più in tensione di tutti, perchè entro questa settimana è fissata la data di nascita del suo primo figlio… il biglietto ce l’ha, ma potrebbe non vedere la partita o scappare prima della fine. Sperava che l’Inter a Praga non fosse il 29, ma prima o dopo, e invece… e comunque non sappiamo per cosa sia più sotto stress”.

Come va “Turisti per Praga”? Io lo consiglio a chiunque vada a Praga, girare la città con voi è veramente una figata.

“Tutto bene, grazie. Anche la nostra agenzia è nata grazie all’Inter e con l’Inter. In pratica abbiamo deciso di iniziare questo progetto la sera della vittoria della Coppa intercontinentale contro il grande Mazembe”.

No, cioè, siete dei modelli di vita.

“Durante i festeggiamenti, ci è venuta questa idea e dal giorno dopo abbiamo cominciato a lavorarci su. E dopo un paio di anni di lavoro l’abbiamo inaugurata nel 2013. Diciamo che è nata per la nostra passione per Praga e dalla passione per l’inter che ci ha fatto incontrare e frequentare sempre più spesso. Di anno in anno stiamo crescendo e siamo molto contenti del progetto. Abbiamo avuto anche vip tra i nostri clienti”.

Tipo?

“Tipo te. E anche un premio Nobel”.

tweetpraga

Così mi fate arrossire, dai.

“Cerchiamo sempre di migliorarci e creare qualcosa che sia sempre fatto su misura per gli italiani, guardando sempre alle esigenze dei clienti che ci contattano. Per il futuro i progetti sono tanti: consolidarci qui a Praga, creando tour diversi dai classici (che comunque proponiamo) ed entrando nel mercato di altre lingue (abbiamo cominciato da poco tour in inglese)”.

Olandese no? Metti che arriva De Boer.

“Boh, ci pensiamo. Piuttosto, uno dei nostri sogni è quello di creare una piattaforma in altre città europee che segua sempre la nostra filosofia. Ci vorrà tempo e anche fortuna, ma ci vogliamo credere”.

spartapraga

Sentite, diteci due cose sullo Sparta. No, perchè abbiamo preso una tranvata da quattro israeliani e adesso abbiamo tanta paura.

“Il livello del campionato ceco non è elevatissimo, a parte 2 o 3 squadre – e una è proprio lo Sparta, purtroppo – le altre non potrebbero giocare in serie A. Lo Sparta oggi può essere paragonata a una squadra di metà classifica in Italia, ma se azzecca la partita non è affatto male”.

Ha appena perso il derby, però.

“Sì, non è nel momento migliore… ha perso il derby con lo Slavia per 2-0 (in casa) e l’allenatore è stato esonerato. Fra i giocatori, sicuramente il migliore è Rosicky, che è tornato quest’anno”.

Però ha 60-65 anni.

“È spesso infortunato, ma se è in serata buona è davvero bravo. Non male anche l’attaccante Lafata e il centrocampista Frydek”.

Minchia, sto tremando di brutto.

“Non dimentichiamoci che lo Sparta ha vinto tre Mitropa cup, addirittura più del Milan”.

Vi amo, di un amore virile.

“Quando vieni a Praga a farti dieci birre e la maratona?”

Le due cose non sono proprio compatibili ma potrei pensarci. Forza Inter, abbasso la crisi degli sportbar, Juve e Sparta merda.

share on facebook share on twitter

febbraio 4, 2016
di settore
207 commenti

Terrore, morte e 1-0

In un momento di indicibile difficoltà, il Clan dell’Asado 2.0 decide che è giunto il momento della reunion per sostenere i ragazzi. Appuntamento davanti al cancello 8, dove Er Blogghe arriva in un inconsueto anticipo ma comunque per secondo, trovando già sul posto Er Pagnolada in preda a turbe psichiche pregresse (c’è da capirlo, ha assistito inerme a Inter-Sassuolo, Inter-Carpi e Milan-Inter) e a un principio di assideramento tipo Revenant. Nell’ordine arrivano poi Er Pomata, con un vezzoso cappellino a tenergli insieme la preziosa pettinatura, e infine Er Monnezza con la merce più preziosa: i biglietti. Superiamo agevolmente i varchi ed entriamo nel mondo dorato del primo anello rosso, dove cominciamo a farci selfie tipo belle fighe in spiaggia. Che se ci avesse visto Sarri, chissà cosa ci avrebbe detto.

interchievo1

Dopodichè – non prima di avere incontrato sulla balaustra Antonino Verdi, che è un po’ come incontrare Nadal sulla terra rossa, cioè sul suo terreno naturale –  prendiamo posto e assistiamo fiduciosi alla partita, che consiste sostanzialmente in una sorta di tiro a segno nella porta del Chievo dove un portiere esordiente di circa tredici anni prende anche le scoregge. Ed è qui che, all’unisono, di fronte a quello che appare un segno del destino crollano le nostre poche e povere certezze. Comincia a subentrare il nervosismo e, con esso, un pensiero unico misto di terrore, morte e distruzione. Er Pagnolada inizia a disegnare scenari tetri in cui l’Inter sembra già condannata a giocarsi la salvezza in un drammatico spareggio con il Carpi a fine maggio in località da destinarsi. Er Pomata rivede il film di tutti i gol presi al novantesimo dall’Inter della sua storia, dalla fondazione a oggi. Er Monnezza, ormai nervoso tipo un padre primiparo davanti alla sala parto, sta per mettersi a insultare Nagatomo quando davanti a noi, facendo alzare 35 persone, prendono posto due cotonatissimi giapponesi. E si trattiene.

Anche questo viene interpretato come un segno del destino. L’insulto interruptus  ci riporta alla realtà. E per rispetto del santo uffizio di Er Pagnolada decidiamo di darci una regolata. Niente insulti. Nemmeno a Kondogbia. “Quel ragazzo non caucasico sta disputando una partita di discutibile qualità, ne convieni?” “Sono d’accordo teco, mio caro”, ci diciamo io ed Er Monnezza accasciandoci sulle poltroncine quando il nostro amico, invece di sfondare la rete da favorevole posizione, tira una loffa di sinistro contro il gambone del portierino avversario.

All’intervallo cerchiamo distrazioni. “Oh, non c’è un minimo di figa”, dice Er Pomata a Er Pagnolata che gli impone le mani e dice “Ego te absolvo”. In compenso troviamo Beppe Baresi.

interchievo2

L’incontro ci rinfranca. Andiamo a cercare un posto nell’altra metacampo e dopo tre minuti del secondo tempo Icardi la mette al termine di una limpida azione manovrata. “Gaaaaaaaaaaa”, urliamo abbracciandoci come gente che non vede un gol da dodici anni. Dopodichè riprende il tiro a segno, traverse, parate miracolose, tiri fuori di un soffio. E ci ritroviamo in men che non si dica verso il minuto 85 in piena zona panico, quel suggestivo spicchio di partita in cui l’Inter si caga in mano contro chiunque e comincia a rinculare verso la propria porta, mentre dall’altra parte prendono fiducia e si rendono conto che, senza eccessivi sforzi, ci possono fottere.

Er Blogghe, Er Monnezza, Er Pomata ed Er Pagnolada assistono terrorizzati allo spettacolo, come quattro adolescenti a una rassegna di Dario Argento. Io ed Er Monnezza ci abbracciamo come due sciampiste e lanciamo urlettini tipo Amici di Maria De Filippi ogni volta che il pallone arriva a Pellissier, Er Pagnolada bacia sul display del telefonino la foto di Beppe Baresi recitando alcune preghiere mentre Er Pomata, che non può mettersi le mani nei capelli per non spettinarsi, piomba in uno stato catatonico e farfuglia nomi a caso: Berardi, Lasagna, Schalke 04, Caporetto, Gresko.

Al triplice fischio usciamo dicendo che basta, non è possibile vivere così, addio Inter, è l’ultima volta. Quattro metri più in là, naturalmente, stavamo già compilando la tabella Champions e organizzando la trasferta di Frosinone. Viva l’Inter, viva il calcio, viva lo stress benefico, viva gli 1-0, abbasso la Fiorentina, fanculo Zarate, Juve merda.

Icardi.Inter_.2015.2016.zampata.690x400

share on facebook share on twitter

settembre 21, 2015
di settore
89 commenti

Quei fottuti geni della Pixar

A noi giovani padri degli anni ’90 e seguenti, la Pixar ha salvato la vita. Poteva essere un periodo denso di cenerentole, bianchenevi, cariche dei centouno, cerbiatti, topi e gatti vari – un periodo difficile-, e invece no, siamo stati graziati e ci si è aperto un mondo. Quando uscì Toy Story, la novitá fu interessante: si passava a un’animazione computerizzata, tridimensionale, tremendamente innovativa (c’era di mezzo Steve Jobs) e questo all’inizio bastava e avanzava per andare al cinema con convizione e senza mai guardare l’orologio  (santiddio, quando finisce?).

Fu quattro anni dopo, con Toy Story II (1999), che mi accorsi che non era solo questione di computer. Dietro quella allora sbalorditiva tecnica c’era dell’altro. C’era della scrittura, e che scrittura. Quando un film mi piace mi sento gonfiare il petto, la sensazione fisica di essere pieno di grande cinema (almeno quello tale secondo la mia modesta opinione, de gustibus, per caritá). Ecco, durante Toy Story II – inaspettatamente – mi è capitato. Mi ricordo anche il momento: c’era una Barbie che guidava una macchina della Barbie e portava in giro il cowboy Woody in un magazzino di giocattoli. Volevo alzarmi in piedi e applaudire (figura di merda, diciamolo). Ma come, è solo un cartone, dicevo tra me e me. Eppure il petto, sì sì, lievitava. E con la Pixar mi sarebbe capitato ancora, altre volte, tante, anzi parecchie.

Quindi mi sono chiesto: chi è il fottuto genio che scrive queste storie?

Uscito dal tunnel dei doveri nei confronti dell’infanzia – leggi: portare le figlie al cinema a vedere i cartoni -, sono entrato in quello dei doveri nei confronti del cinema – leggi: vado a vedere i cartoni della Pixar per mia estrema e intima tensione e convinzione personale. E senza il minimo tentennamento. Non come quello che in edicola compra Micromega e Limes per infilarci Le Ore. No no, con trasparenza.

Dicevo: chi è il fottuto genio?

Ora, i film della Pixar non hanno tutti la stessa mano, nè nel disegno nè nella scrittura. Ci sono quelli di Brad Bird, per dire (Nemo, Ratatouille), quelli di Stanton o di Unkrich. Ma il meglio, l’eccelso fa capo a due menti, quelle di John Lasseter (il pioniere, oggi “solo” direttore creativo e super-mega-produttore) e di Pete Docter, che hanno diretto e sceneggiato i capolavori: i primi due Toy Story, Bug’s Life, Monsters & Co e Up.

E quindi sabato sera sono andato al cinema con il petto giá pronto a riempirsi per vedere Inside Out, scritto e diretto da Pete Docter, l’allievo che supera il maestro, almeno così diceva una recensione.

La scrittura, ecco. Non è solo il pensiero che sta dietro un soggetto (e qui, in Inside Out, nell’avventura  dentro il cervello di una ragazzina delle cinque emozioni che dominano l’essere umano, c’è l’ispirazione a fior di studi sulla psicologia partendo da un saggio di Darwin di un secolo e mezzo fa), ma è la ricchezza di una sceneggiatura che ti mette insieme in 90 minuti più battute riuscite che non negli ultimi sette film di Woody Allen (e io adoro Woody Allen) o nelle ultime settecento commedie italiane. Non è solo giocare con il cuoricino dello spettatore – bambino o adulto che sia, non ha importanza – sapendo di poterlo devastare con le solite tre o quattro semplici mosse, ma offrire su un vassoio un gioco di rimandi e di citazioni che ti ribalta sulla poltrona anche se sei lì seduto, almeno in apparenza.

Tutto è relativo. Per dire, c’è gente disposta a farsi tre ore di coda all’Expo al padiglione del Giappone (sì, ok, è bello) per quattro emozioncine visive. Inside Out varrebbe 48 ore di coda davanti al cinema,  con sacco a pelo e cucina da campo, tipo quando c’era da comprare il biglietto per Madrid.

E quindi lancio la mia campagna. La Pixar l’Oscar per il miglior film di animazione l’ha giá vinto varie volte,  Lasseter ne avrá una collezione (due sono suoi personali), Docter stesso ne ha vinto uno come regista di Up. Ecco, bisogna andar un po’ oltre, perchè quel che è giusto è giusto: dopo tre nomination, è giunta l’ora dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.  Viva Inside Out, viva Pete Docter, viva l’Inter, viva il cinema, viva la Juventus in B per meriti sportivi.

image

share on facebook share on twitter

giugno 10, 2015
di settore
165 commenti

Lo zen e l’arte di gufare la Juventus

image

Tifare contro non è ‘na passeggiata de salute. L’organizzazione di una notte da gufi presuppone capacitá logistiche, etiche, morali e sostanziali che non tutti hanno a disposizione nel proprio bagaglio umano. E una pertinacia pervicace (in subordine, va benissimo anche una pervicacia pertinace) fuori dal comune, che sappia fare tesoro delle esperienze negative e gettare il cuore oltre l’ostacolo nell’occasione giusta, quella definitiva. Tifare contro non è barbarie, se di mezzo c’è la Juve. Non è sedersi in gruppo di fronte a un televisore tra peti, rutti, grugniti e onomatopee: è un rito che vive di precisioni, di ricorrenze, di speranze, di scaramanzie e di valutazioni esoteriche.

Per Juventus-Barcellona i gufi si riuniscono in una lussureggiante localitá dell’Oltrepo pavese in una formazione inedita a otto, schierandosi col 4-1-2-1: quattro gufi fondatori della prima ora (io,  L., A. e M.), un gufo alla seconda presenza (Abc.), due gufi fratelli tra di loro, esordienti  e ospiti provenienti da una federazione forestiera (F&M), un gufo al debutto (D.). Due gufi si presentano con maglietta da riposo della societá occasionalmente avversaria della Juve (io e L.) mentre M. indossa un paio di slip del Barcellona acquistati alcuni anni fa nell’aeroporto della simpatica cittá catalana. Per certificarlo, abbassa i bermuda fino alle ginocchia, evidenziando un discreto pacco. Una scena che, alle ore 19, anticipa il carico di tensione e di imbarbarimento che ci attende al varco.

Dopo una cena frugale consumata sotto il portico (salame, prosciutto, mozzarella, pomodoro, olive, formaggi, uova, birra, pane), i gufi salgono al primo piano in sala tv, dove si dispongono in ordine tutt’altro che casuale su poltrone e divano. E qui, per chi pensa che gufare sia una cosa semplice, vale la pena soffermarsi sul primo rito scaramantico della serata:

la riproposizione filologica e geostazionaria della magica serata di Juve-Benfica.

A me e L. va sostanzialmente bene, perchè ci basta riprendere lo stesso posto, uno in fianco all’altro. A., invece, deve trafiggersi il costato con una pin a forma di forbici (con cui si era gravemente ferito durante Juve-Benfica), mentre M. deve tener stretto tra i premolari uno stuzzicadenti (lo stesso di un anno fa, in quel magico Primo maggio. M. se lo mette in bocca nonostante microbi e batteri siano visibili a occhi nudo). I gufi esordienti o alla seconda presenza sono esentati da questi pericolosi riti.

I gufi titolari si scambiano una sguardo atterrito. La fantastica notte di Juve-Benfica (eliminazione con 0-0 a Torino nella semifinale di una competizione la cui finale si sarebbe disputata a Torino) (una specie di doppio filotto, di mega strike, di cinque più uno al Superenalotto) era stata seguita da una serie di altre gufate culminate miseramente: Dortmund, Monaco (una gufata in contumacia, anticipata, con un esorcismo in un ristorante del Cremonese) e soprattutto Madrid, con riunione dei gufi a Milano, la capitale morale, finita malissimo, con l’umore sotto i tacchi e l’ormai ingestibile, quasi travolgente convinzione che quella squadra di culattoni avrebbe fatto il triplete alla faccia nostra, di gufi e di interisti, argh!

“Concentráti, dai!”

Inizia la partita, Mascherano fa un paio di pirlate, ma alla prima azione dall’altra parte è

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaal!

Otto uomini corpulenti saltano come grilli e si abbracciano come koala. È un momento di intensa felicitá che però dura poco. M. ci guarda spaventato:

“Ho perso lo stecchino!”

No! Nel giro di quattro decimi di secondo, otto uomini carponi cercano uno stuzzicadenti mezzo mangiato su un pavimento scuro. Sembra una moschea alle cinque del pomeriggio. Uno dei fratelli guarda fuori dalla finestra e vede uno storno migrare tra le rossastre nubi:

“L’avrá preso lui?”

Lorenzo estrae dall’armadio una spingarda appartenuta a un quadrisnonno, ma non trova le munizioni. La partita è giá al venticinquesimo del primo tempo quando finalmente M. trova lo stecchino:

“Eccolo!”

“Oleeeeee!”, fanno gli altri sette in coro. La scaramanzia è salva, il Barcellona sbaglia un gol ogni due minuti, le cose sembrano mettersi bene, anzi, sempre meglio, e quando tutti vanno a bere un tè caldo si arriva alla seconda, durissima fase della scaramanzia.

“Mantenere le posizioni”.

L. non ammette deroghe.

“Scusa, mi scappa una pisciata atroce”.

“Tienila”.

“Io sto morendo di sete”.

“Cazzi tuoi, bevi dopo”.

“Debbo fare una telefonata”.

“Consegnami il cellulare, lo riavrai dopo le 23”.

“Posso accendere la luce?”.

“Si sta al buio”.

“Posso posare lo stecchino durante l’intervallo?”

“Ma sei fuori? Mastica, ma non deglutire”.

Il secondo tempo è una stillicidio. Mancano 45 minuti, 44, 43… Poi segna Morata e sul Gufodromo cala una cappa di disfattismo che ci ammazza. Per fortuna dura poco.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Sono momenti carichi di stress. La regia inquadra una placida coppia di anziani tifosi bianconeri. A. cede alla tensione: “Muori, troia!”, poi scoppia a piangere. M. si trafigge la lingua da parte a parte con lo stecchino e si esprime farfugliando. Assistiamo in raccoglimento le ultime fasi della partita. Fino alla festa finale, l’apoteosi, il gol a tempo scaduto. La certezza. No, la Certezza.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Si chiude con foto, selfie, abbracci, brindisi, un’esplosione social. Su un terrazzo, al fresco, la luna rossa, spossati ma felici.

“Ma chi prende l’Inter?”

Silenzio. Non è serata per domande difficili. La missione è compiuta, ad Ausilio pensiamo domani. Anzi, dopodomani. Nel calcio – ogni tanto – c’è una giustizia: magari bisogna aspettarla fino al 6 di giugno, ma alla fine arriva.

“Ehi, ora posso pisciare?”

Nonostante quattro gol, cento abbracci, diciassette brindisi e quarantadue telefonate, L. non ha un capello fuori posto.

“In fondo a destra, ma metti le pattine”.

image

share on facebook share on twitter

aprile 22, 2015
di settore
70 commenti

Il club dell’asado 2.0

“Allora signori, pizza carne o pesce?”

“Carne!”

Per colpa del lavoro ho perso il derby, ma non è colpa del lavoro se non me ne fregava una cippa, nè prima (zero) nè durante (poco) nè dopo (molto poco). La tristezza di un derby per il nono posto è indicibile, e al confronto un film di Bergman è il grande Lebowsky. Sono riuscito a vedere gli ultimi dieci minuti, ho acceso la tv proprio mentre usciva Glu, Gru, Blu, Tru

(ecco, non mi era mai capitato che un nome di un giocatore dell’Inter non mi entrasse in testa per giorni e giorni)

Dru, Lu, Pru… Gourcuff

(ecco, non mi era mai capitato che mi venisse in mentre un nome contronatura invece di quello giusto)

vabbe’, ci siamo capiti, ho acceso la tv in quel momento e solo dopo, di highlights in highlights, ho ricostruito la storia di questo derby sfigato, perfettamente in linea con la stagione, una mancanza di culo piuttosto frustrante, ma se sei decimo hai poco da arrabbiarti, e anche da frustrarti. Se sei decimo hai poco, punto.

Quindi, vaffanculo, l’unica cosa da fare era andarsene a cena. Lunedì, appuntamento a Cremona. Si ritrovano Er Blogghe, Er Pomata, Er Monnezza ed Er Pagnolada. Quando scegliamo all’unisono la carne, battezzo immediatamente la serata:

“Siamo il nuovo Club dell’Asado”.

“Il Club dell’Asado 2.0”, precisa Er Monnezza.

“Ecco, proprio”.

Il maitre si lancia in una ordinazione che sembra uno di quegli indovinelli della Settimana Enigmistica.

“Dunque, signor Zanetti…”

(il tavolo era stato prenotato a nome Zanetti. Voglio dire, non è reato. Abbiamo prenotato, ci siamo presentati, abbiamo pagato: dov’è il reato?)

“…vi consiglierei una taglio del peso di circa 450 grammi che è ideale per tre”.

“Ma noi siamo in quattro, gringo”, faccio io con aria perplessa.

“Ah, giusto. Quindi potremmo fare così: potreste prenderne uno in quattro, ma mangiate poco. Oppure potreste prenderne uno a testa, ma forse è troppo. Oppure potreste prenderne due a testa, mangiandone uno qui e portandone uno a casa. Oppure potreste prenderne cinque e sorteggiarne uno. Oppure potreste prenderne tre e fare la classifica avulsa. Oppure potreste prendere un intero manzo che mando a macellare entro mezz’ora, e intanto qui fuori preparo un falò e un compound dove vi potrete accomodare in attesa che il macellaio ci consegni…”

“Senti, Zichichi, ci hai rotto il cazzo. Portane due e ce li dividiamo in quattro, ci voleva tanto?” fa Er Monnezza, mentre Er Pomata ed Er Pagnolada scelgono il vino dopo una consultazione di tre quarti d’ora. Il maitre ci porta la bottiglia e per aprirla sega il collo con un colpo di scimitarra.

“Ooooolllllè”

“Olè!”, facciamo tutti in coro, mentre una tardona ci guarda con ammirazione da un tavolo vicino, umiliando il commensale.

Mangiata la carne, ci avviamo così al rito centrale della serata. Er Pomata estrae da una tasca un gagliardetto del Monaco e lo stende sul tavolo. Er Pagnolada impone le mani. Io ed Er Monnezza ci guardiamo. E’ un momento di intenso raccoglimento, interrotto dal cameriere.

“Dolce?”

“Senti, Boy George, non vedi che siamo impegnati? Ma come ti permetti? Torna tra un quarto d’ora”, sibila Er Monnezza, mentre Er Pomata – nonostante l’estrema intensità del momento – fissa il gagliardetto senza che gli si scomponga un capello. Er Pagnolada ci riporta alla realtà: “Può funzionare solo se ci impegniamo moralmente. Dobbiamo fare un fioretto”. “Non diciamo parolacce per 24 ore”, propone Er Monnezza. Er Pomata dice “E sia!”, e nel dirlo appoggia la mano sulla piastra della carne, 370 gradi Fahrenheit, e si tappa la bocca dicendo “Escremento!”. Er Pagnolada è molto fiero di noi e impartisce una benedizione urbi et orbi a tutto il ristorante, compreso il cuoco che viene in sala a partecipare alla breve cerimonia. Ciononostante ci fanno pagare il conto, cosa che trovo di pessimo gusto.

Ci salutiamo nel parcheggio, baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, “Juve escremento!”. Io, Er Pomata e il gagliardetto del Monaco puntiamo la macchina in direzione Pavia. E via, nelle brume della Padania, allenandosi a dire escremento, meretrice, vagina, deretano e pene per passare indenni le successive 24 ore. Cosa non si fa, cosa non si fa.

asado

 

share on facebook share on twitter

marzo 30, 2015
di settore
112 commenti

Gold (tata-tata tata-tata)

spandau5

La stagione 1984-85 è stata una vera merda, a tutti i livelli. Juve e Milan facevano ca-ca-re e potevamo vincere il campionato con una gamba sola. Chi ce li aveva davanti Spillo e Kalle, santa madonna, chi? Arriviamo a Natale che siamo lì per dare il colpo di grazia, ma dopo le vacanze andiamo in pappa. Una bella serie positiva di 9 partite, sì, però con 7 pareggi. Gli altri corrono e noi sembriamo sul rullo. Nel mentre, non bastasse l’Inter, a fine febbraio – porca troia – , parto per il militare. Mi ricordo ancora la prima domenica in caserma, 0-0 a Como, una roba che non saprei descrivere, cioè, non è che fossi al settimo cielo, e questi pareggiano 0-0 a Como e fanno vincere il campionato al Verona?

In effetti andò così.

Non pago, durante la primavera 1985, con lo scudetto che svaniva e col Real che ci eliminava in Uefa, comprai un lp degli Spandau Ballet, Parade, ed è stato per festeggiare questo trentennale (30 anni!) (cazzo!) che mi sono recato nei giorni scorsi al Forum di Assago per assistere al concerto dei suddetti, che qualche anno fa – dopo essersi odiati e fatti causa e massacrati e spolpati per un quindicennio – si sono rimessi insieme. Vabbe’, ci sono andato anche per amore, perchè non è che sono un balùba che legge la Gazza e canta Pazza Inter e si gratta il culo in pubblico. Cioè, ho dei sentimenti.

spandau3

A cui mi aggrappo quando esco dal casello e mi infilo in una fottuta coda di due km per 40 minuti di percorrenza, manco fosse la finale di Champion, e no, era il concerto degli Spandau, ma io dico, arrivate tutti all’unisono? Ma siccome non sono un balùba, ero partito con  largo anticipo e così  entro al Forum tanto rilassato e in una tale serenità (manca mezz’ora all’inizio) che prendo una decisione saggia e lungimirante:

“Cara, mi attarderei un momento a mingere”.

Mi fiondo così al cesso. Non so se siete pratici del Forum, ma voi uscite dagli spalti e andate nell’anello centrale e lo percorrete per chilometri e trovate una teoria di cessi. Cesso uomo, cesso donna, cesso uomo, cesso donna. Fuori c’è l’insegna con l’uomo per il cesso uomo, e l’uomo con la gonna per il cesso donna. Funziona così dappertutto, anche al Forum.Però  vedo che dovunque – cesso uomo e cesso donna – in coda ci sono solo donne.

“Scusi – faccio a uno steward – dove cazzo di budda sono i cessi uomo? Io vedo solo donne, anche davanti al cesso uomo. Sono disorientato, e tra l’altro mi scappa da pisciare”.

Al che lo steward, una specie di tossico in giacca e cravatta, mi guarda e mi fa:

“Amico mio, non vedi quanta figa c’è a questa merda di concerto dei Duran Pallett? Alle donne non bastano i cessi donna, quindi possono mettersi in coda anche ai cessi uomo. E’ la legge dei grandi numeri”.

“Grazie. Quindi, ricapitolando, dove posso orinare?”

“Nel cesso uomo, ma troverai anche donne. L’importante è che non caghi il cazzo?”

“Alle donne?”

“No, a me”.

Mi metto in coda quindi a un cesso uomo con diverse donne in coda davanti a me e ad altri uomini perplessi. Non so se siete pratici del Forum, ma i cessi uomo sono composti da due cessi chiusi e da cinque o sei orinatoi (standing pissing). A un certo punto tre donne bloccano la fila, aspettando che si liberino i due cessi chiusi. Nel frattempo la fila si ingrossa allo stesso ritmo della vescica di alcuni uomini poco pazienti che si chiedono perchè cazzo quelle tre beghine sono lì a chiacchierare sulla porta e bloccano venti uomi desiderosi di liberarsi di liquido organico.

Si aprono i cessi chiusi, le donne entrano e i maschi scalano. Davanti a me ho un ragioniere molto polite che esita a entrare, al che io mi affaccio e vedo sei pisciatoi liberi.

“Scusa amico, ma sono rotti?”.

“Mah, veramente io…”

“Ma cazzo, ma c’erano diciotto pisciatoi liberi!”, fa uno dietro di me. E un altro, che entra slacciandosi la patta: “Donne di merda!”

spandau1

Espletato il bisognino, mi assiepo sugli spalti. E’ un pubblico bellissimo, composto per il 70% da donne tra i 40 e i 55, per il 29% da uomini che accompagnano le suddette e per un 1% da alcune giovanissime, alcuni bambini, alcune settantenni e da Paolo Di Canio, che mi passa a un metro e io vorrei stringerli la mano nonostante le sue idee politiche a destra di Pol Pot, ma ha in mano birra e pop corn e manco glielo chiedo, peccato, io un selfie con Di Canio l’avrei fatto.

spandau6

Inizia il concerto tra gridolini di estasi. Il primo pezzo è seminuovo, il secondo invece è dei vecchi tempi, Higly Strung,  e si cominciano a vedere scene impressionanti, madri di famiglie e donne con incarichi importanti che cadono in deliquio e urlano come assatanate

“Taaaaaaaaaanyyyyyyyyyyyyyyyyyyy”

nonostante Tony pesi 40 kg più dei magici anni Ottanta. Il concerto scivola via  piacevole, gli Spandau sono invecchiati ma non sono scoppiati. Provo un momento di delusione quando Tony e Gary fanno una breve versione acustica di Gold, e io tra me e me dico: “Ma che cazzo, io volevo sentire la versione vera, Gold! ta-ta ta-ta ta-ta ta-ta, Steve Norman che suona i bonghi, e che cazzo Tony, cos’è questa mosceria, non sono mica una ex-sciacquetta come queste qui, non mi puoi abbindolare, ho addirittura difeso il cesso uomo da decine di donne per essere qui”.

spandau4

Il climax sale, a ogni pezzo dei vecchi tempi viene giù il Forum e dagli spalti cadono oggetti inquietanti: reggiseni, kit per il trucco, kit per il botox, un test di gravidanza e un referto di una ecografia transvaginale. Il reggiseno, dopo alcuni passaggi, arriva a Tony che lo appende alla batteria di quel bifolco di cui non ricordo mai il nome. Quando cantano True, i loro volti appaiono sul maxischermo e sono volti rilassati, compiaciuti, contenti. Anvedi, gli Spandau sono diventati simpatici con l’età, e questi inglesotti avviati alla sessantina fanno il loro lavoro con onestà e passione, sembrano quei vecchi campioni che hanno perso lo scatto ma non la tecnica, e nemmeno la voce, Tony, però fai un fioretto, mangia meno, bevi meno, qui siamo tutti preoccupati per te. E prima della fine mi fanno anche la vera Gold, ta-ta ta-ta ta-ta ta-ta, grazie, c’ero rimasto così male, evvvvaaaai, uhhhhhhhhh, Taaaaaaaaaaanyyyyy.

“Non stai bene?”

“No scusa, ho avuto un attimo di debolezza”.

Poi tornano per i bis, Through the barricades, uhhhhhhhhhhh, alla fine hanno suonato due ore piene, no, per dire, le fregature le ho prese in altre occasioni, mica dai miei amiconi Spandau. Fine, applausi, arrivederci e grazie. Mi reco al parcheggio sotto una leggera pioggia e immerso in un serpentone di gente serena. Ah, c’era coda ai cessi anche dopo il concerto: quando c’è molta figa e molta gente di una certa età bisogna rinforzare i cessi, io spero che al Forum abbiano  preso nota. E’ così che ci presentiamo all’Expo?

spandau2

share on facebook share on twitter

marzo 20, 2015
di settore
106 commenti

Ellenna (persone che ti scrivono a cazzo nel giorno sbagliato)

Inter vs VfL Wolfsburg

(20 marzo, mail ricevuta poco fa)

Aloha.

forse scioccante per voi il mio risposta, ma vorrei presentarmi. Mi chiamo Ellenna.

Io una semplice , ma bella, intelligente e giovane donna. A me , ce molto stranamente scrivere la letterra. Ma molto voglio davvero conoscerti . La mia prima esperienza su internet Ho deciso di scriverte. Tu stesso tempo ero interessato , ho scritto solo per voi. Io non hanno largo esperienza e quindi ho percio l’aiuto e necessario per me dal kaffe-shop manager. Ho spero che la mia lettera possa interessarvi e presto ricevere la tua email. Mi voglia molto trovare l’uomo della mia vita e costruire forti relazioni. In corso spero anche voi volete . E per voi ho mando la mia meraviglioso photaz. Voglio che tu sappia quanto io guardo.

Ciao, a presto..

Si prega di rispondere solo alla mia personale email: elenagraceful111@yandex.com

Spero per la vostraveloce email, Il vostro nuovo amico russo

Lenna.

———————–

Nano nano

Ellenna, o Lenna, o come katzo te chiami, tu scrivere me appena dopo eliminatzione Inter dalla equipa del lupo e della Volzwaken, quindi non essere del tutto sereno atque colioni giranti y depresso y eclissato. Stranamente, come tu dici, molte giovani donne russe scrivono me tipo te, tutte volevere conoscere me, tutte alla prima esperienzia internetta, tutte interessate a me, tutte scritto solo a me, ma diobono, quante catzo siete e chi vi ha dato la mia mail santamadonna di Czestokowa? Io no Braddo Pitto, io ragazzo de campagna.

E soprattutto, Ellena: cosa minkia è un kaffe-shop, e cosa ti avere detto il manager kuanto tu ask for aiuto to scrivere me sta katzo di letterra demmerda?

Fraga cippa de tua maravigliosa photaz, te rendi conto che squadra del borgo del lupo ci avere fatto a fettine diobono? Aqui se punta al quintero posto, no trippa for caz. Te giro photaz de mio amigo, se ciama Juan Jesus, lui habet bisogno di conforto di amica russa alla ricerca di uomo della vita, serve tanta conforto e tanta tanta dolcezza e tu Ellena, così, a occhio, seems tu bi persona giusta.

E poi, Ellenna: cos’è la tua larga esperienza (slurp!), e cosa significare voglio che tu sappia quanto io guardo?

E soprattutto:

il vostro nuovo amico russo?

Sono di larghe vedute, mia kara (o karo), but until a certain point.

A non presto

Rupert

share on facebook share on twitter