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Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

maggio 7, 2017
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Non vi sopporto più

(…) E poi ci siamo noi che andiamo a Torino. Delle sette partite, forse la più difficile (o meno facile) tocca a noi. Ci arriviamo avendone vinte 11 delle ultime 13 e senza grandi alternative: in fondo, quella di non poter/dover fare calcoli può essere una situazione a suo modo virtuosa, se hai la giusta gradazione di palle. Appuntamento domani alle 18, l’orario più di merda che ci sia. (Venerdì 17 marzo, ore 13)

Mi verrebbe da dire “ma guarda come è stato lungimirante questo imbecille”, se non fosse che l’ho scritto io. Era la chiosa finale a un pezzo in cui dicevo che il 5-1 al Cagliari e il 7-1 all’Atalanta, a parte divertirci un tot, non erano serviti a un cazzo perchè – eccetto l’Atalanta, ovvio – avevano vinto anche tutte le altre. Il titolo del pezzo era “Se non vinci sei fottuto”. Era l’invito di un tifosotto – con un quinto posto da difendere e con qualche ulteriore prospettiva faticosa ma non impossibile, con una serie comunque strepitosa alle spalle e 10 partite ancora da giocare – a farsi poche seghe dopo due domeniche da sballo e a non mollare.

Il commento, sette giornate dopo, potrebbe ora limitarsi a un “muahahahahahaha” e bòn, chiudiamola qui, arrivederci al primo giorno di ritiro, o magari all’ultimo giorno di mercato (ecco, sì, meglio)

Ma un paio di giorni fa ho appreso da un’intervista di D’Ambrosio che proprio in quella partita lì, proprio in quel Torino-Inter di un sabato alle 18, l’Inter ha mollato. Ha mollato dopo una partita bruttarella ma che a confronto di Genoa-Inter sembrava un’esibizione degli Harlem Globetrotter. Ha mollato non dopo uno 0-5 in casa, ma dopo un 2-2 in trasferta. Ha mollato il 18 marzo quando il campionato finisce il 28 maggio. Ha mollato “perchè la Champions si è allontanata troppo”, poverini, ma c’erano ancora 27 punti in palio.

Dopo Torino, l’Inter ha fatto un punto in sei partite. Senza voler pretendere 18 punti, se solo ne avesse fatti 10, 8, anche 6 (cioè pochissimi) adesso sarebbe ancora in corsa per l’Europa League senza doversi macerare dopo ogni partita. Ma l’Inter, ci dice D’Ambrosio, aveva mollato.

L’intervista di D’Ambrosio fotografa la stagione dell’Inter meglio di qualsiasi analisi. Mi tocca anche, da tifosotto, ridurmi a pensare che noi gente normale non possiamo permetterci di mollare mai, mentre questi mammalucchi – che il più sfigato prende un milione l’anno -mollano noi (milioni di tifosi) e i datori di lavoro (che onorano contratti imbarazzanti) a due mesi dalla fine del campionato così, senza un perché. Un perchè che abbia un senso.

Al 2-2 di Torino sono seguite una partita da prenderli a sberle (Samp), una vergogna totale (Crotone), un derby regalato, una vergogna ancora più totale (Firenze), una partita da inferiori (Napoli) e infine la sconfitta con la squadra messa peggio in campionato, una squadra talmente messa male che l’allenatore una settimana fa aveva pianto in conferenza stampa confessando di non sapere più cosa fare.

Il mio solo rimpianto, oggi, è di non essere andato alla Snai. Forse anch’io, coglione tra i coglioni, speravo in un segnale. Che c’è stato, certo, in negativo, ancora in negativo: due mesi dopo averci fatto urlare al miracolo, siamo sprofondati nel ridicolo.

L’intervista di D’Ambrosio mi ha svelato quello che siamo oggi, un’accozzaglia di mezzi uomini che non sa più vincere una partita. Anzi no, peggio: che le partite – avendo mollato – non è nemmeno più interessata a vincerle.

Non sopporto più le interviste post partita di Pioli, le trovo grottesche. Non sopporto più la sufficienza (o il panico, è uguale) di giocatori come Candreva – la ferocia con cui ha calciato il rigore! – o del suo collega Perisic, cui forse basta abbozzare la solita finta di culo e il solito gioco di gambe (cui non abbocca più nessuno) per pensare di aver sfangato la giornata.

Non sopporto più la vista di Medel scherzato in difesa da chiunque, la modestia fisiologica di Eder, Gabigol che si scalda e non entra. Non sopporto più di dovermi accontentare che Kondogbia riconquisti un pallone (sulla fase 2 – farne qualcosa – resta da lavorare).

Non sopporto più la faccenda cerbiatto ma anche le finte facce da macho (Banega) o le vere facce da zuzzurellone (Brozovic). Non sopporto Nagatomo, Ansaldi e i loro cross sbilenchi (anche se il recordman dei cross di merda è Candreva, percentuale di successo 1 ogni 12 tentativi, a stare larghi). Da alcune domeniche, roba da matti, non sopporto più nemmeno Gagliardini, il nostro futuro, che meno di due mesi fa era la reicarnazione di Gerrard e adesso è un ragazzo che vaga per il campo con una scopa nel culo.

Questa per me è una pessima situazione, non mi piace scrivere queste cose nè mettere nero su bianco i miei mugugni da tifosotto frustrato. Ma è così che mi hanno ridotto, e mi sembra più nobile vomitare disappunto che mollare a 9 giornate dalla fine di un campionato.

Forza Inter. Ma non questa. Mai più questa.

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febbraio 1, 2017
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Avere la testa a domenica: anatomia di una cazzata

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Cioè: era meglio vincere con la Lazio e arrivare a Juve-Inter con 10 vittorie consecutive a spaventare l’avversario di default, o è meglio aver perso con la Lazio per non pensare di essere invincibili, per non dare tutto per scontato, per fare – tenetevi forte – quel salutare bagno di umiltà che eccetera eccetera?

Era meglio vincere con la Lazio perchè vincere porta altre vittorie e perchè vincere dà sicurezza, o è meglio aver perso perchè andare a giocare a Torino con troppa sicumera poteva essere un suicidio in partenza?

Era meglio vincere con la Lazio perchè la Coppa Italia poteva essere un buon obiettivo stagionale, o è meglio aver perso perchè il nostro solo obiettivo deve essere la Champions e aggiungere due partite con la Roma bla bla bla?

Esperienza del tutto personale, ma a giudicare dai pareri raccolti qua e là sembrerebbe che non fosse tanto l’Inter ad avere avuto la testa a domenica prossima, ma gli interisti. Nessuno che – al netto dei virtuosismi arbitrali – abbia ripensato seriamente e con un pochino di apprensione al peggio di Inter-Lazio, ma tutti a dire che “vabbe’, pazienza” e che “domenica, ragazzi, domenica…”.

Quindi non è successo niente, o quasi. Diciamo che quest’anno le coppe sono il nostro buco nero tecnico e concettuale. E diciamo, comunque, che vincerne nove e perderne una sarebbe un ritmo per il quale chiunque firmerebbe fino al 2025 minimo. Non è stata nemmeno stata una di quelle partite da cui esci a pezzi: le statistiche dicono che abbiamo tirato 19 volte (solo 3 nello specchio, vabbe’), non proprio un atteggiamento passivo, anzi. Epperò resti un po’ lì con il broncio proprio nel momento in cui il broncio sarebbe stato meglio non averlo, parlando puramente di mood. “Avevano già la testa a domenica”, già, classica formuletta diagnostica se cinque giorni dopo hai la Juve.

Può essere vero, per carità, e può eserlo per tutti. Anche per Pioli, che fa un turnover minimo ma perfettamente centrato, tecnicamente chirurgico (ne tengo fuori pochi, però i più forti). Forse sarebbe stato meglio il contrario: provo a sistemare le cose con i più forti e poi magari gli risparmio mezz’ora, ma sono quelle cosucce del senno di poi. Dopodichè mi sfugge da sempre il nesso tra la partita che stai giocando – specie se è importante, un dentro-fuori che si per sè è una motivazione seria, almeno in teoria – e quella di cinque giorni dopo in un’altra competizione, in un altro stadio e con un altro grado di strizzamento di palle. Tipo: Miranda pensava intensamente a Higuain mentre faceva quel paio di immani cazzate insolite per uno come lui? Ansaldi era sempre in ritardo di quei 5-10 metri sui contropiedi della Lazio perchè ripassava mentalmente i tagli e le sovrapposizioni da non sbagliare con la Juve e quindi si estraniava dall’azione?

Mah. Domenica servirà qualcos’altro, ma su questo converrà anche – chessò – Banega. Domenica è il big match e se ci abbiamo pensato con troppo anticipo non dobbiamo smettere più: se ci concentriamo molto, tipo tra le 20,45 e le 22,30 circa, faremo solo il nostro dovere. Domenica è la partita dell’anno e mica solo per noi. Fermare la Juve, o almeno provarci seriamente: è un Paese che ce lo chiede, facciamolo.

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dicembre 8, 2016
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La vergogna è quella cosa che

sparta

In cinque mesi ne son successe di cose (tipo cambiare quattro allenatori, per dire, o fare i casting in albergo, o presentare hollywoodianamente un marziano, o battere la Juve e farsi arrotare due volte da una squadra mai sentita) e ciononostante troviamo sempre qualche spunto nuovo. Possiamo lamentarci di un sacco di cose, noi interisti, ma non della varietà delle situazioni. Magari ci giranole palle, ma non ci annoiamo.

Prendiamo Inter-Sparta Praga. Si comincia con una bella contestazione in piena regola. Nella più inutile delle partite del nostro peggior girone di coppa ever, la curva è rimasta vuota. Tutti al Baretto. Sugli spalti solo un chilometrico striscione: “4 sconfitte in 5 partite… Questo è quello che vi meritate per il vostro impegno indecoroso… Vergognatevi!!!” Bello preciso, circostanziato, inappuntabile.

Curioso, però. Tre mesi fa – bei tempi, c’erano ancora 30 gradi e speranze ancora intatte – sull’uso del verbo “vergognarsi” il mondo interista si era clamorosamente ribellato. Fu la Gazza a titolare “Inter, non ti vergogni?” dopo Inter-Beer Sheva 0-2 (in effetti, insomma, per dire, io mi ero chiuso in casa e avevo staccato il telefono) e noi a mettere giù il muso. E fu la Gazza, 15 dopo, non paga, a fare dopo Sparta Praga-Inter 3-1 un giochino peloso su Twitter con il concetto di vergogna (del tipo: “Avete visto che avevamo ragione, cari followers? Dai, fate un bel titolo sull’Inter che ci divertiamo”) e noi a incazzarci di brutto.

Tre mesi appena, e la vergogna è diventata un affare interno. Non c’è bisogno che la Gazza ci scarichi addosso la solita razioncina di letame (altri al primo pezzo ostile tolgono gli accrediti – vergognoso pure quello eh? – e noi incassiamo tutto, sempre). Stasera la Curva ha ribadito il concetto con la forza dei numeri e dell’evidenza, uno striscione “specifico” (la vergogna è da riferirsi, come da statistica, all’Europa League) anche se in campionato le cose non è che vadano alla stragrande. Ma ok, una vergogna per volta.

A proposito di vergogna. Su Wikipedia – sotto la voce Psicologia – la definizione è illuminante:

La vergogna è un’emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri. Dunque, va spezzata una lancia in favore della cara vecchia Gazza. In effetti non aveva titolato “Inter vergognosa”, che era un giudizio tranchant. Ci poneva invece correttamente un problema di auto-valutazione: “Inter, non ti vergogni?”. Tre mesi dopo eccola, l’autovalutazione. Era giusto pensarci su, è stato giusto contestare ‘sti quattro scioperati.

Da una parte è un’emozione negativa che coinvolge l’intero individuo rispetto alla propria inadeguatezza, dall’altra è il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta rispetto a quello che avremmo desiderato. Sul fatto che i nostri beniamini di sentano inadeguati, mmmh, avrei qualche dubbio. Che si rendano conto di essere considerati in maniera opposta a quello che vorrebbero, ecco, lì ci siamo. Un titolo efficace della Gazza a tale proposito potrebbe essere: “Inter, non ti ci ha mai mandato nessuno a fare in culo?”

A differenza dell’imbarazzo, che si sperimenta esclusivamente in presenza degli altri, ci si può vergognare da soli e per lungo tempo. Questo noi non lo sappiamo. Li giudichiamo male, ma magari si vergognano nell’intimo. Ovvio, mica te lo vengono a dire. Però lo fanno. Riflettiamo. Forse sono migliori di quello che crediamo.

Inoltre, mentre l’imbarazzo sorge per l’infrazione di regole sociali che possono anche non essere condivise, la vergogna è il segnale della rottura di regole di condotta alle quali personalmente si aderisce. In effetti, amici, voi dovreste giocare bene, segnare, vincere, sudare, muovervi a tempo, entrare decisi su qualche caviglia, meritarvi lo stipendio, trascinarci allo stadio, onorare la maglia. E non vi dovete offendere se il segnale di rottura arriva dai nostri coglioni, perchè è così dalla notte dei tempi, è anche questa una regola del gioco.

A proposito: Inter-Sparta Praga 2-1, doppietta di Eder, sai, tipo la maxi-luna, cose che accadono ogni tot. Da giovedì prossimo possiamo guardare più tranquilli Rischiatutto.

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marzo 19, 2016
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Marzo pazzerello

Spiace aver pareggiato prendendo un gol di culo nei minuti finali, ma è un dispiacere attenuato dal fatto che a) è giusto così e b) in questo mese di marzo, dopo i pessimi due mesi precedenti, si respira un’aria decisamente nuova. A Roma ce la siamo giocata, contro una squadra che arrivava da 8 vittorie consecutive e con cui dovremo continuare a giocarci la chimera del terzo posto. Era meglio vincere, ovvio, ma con il pareggio siamo in vantaggio negli scontri diretti ed è come se avessimo recuperato mezzo punto.

Bene così. In questo marzo pazzerello è il quinto risultato utile di fila (Inter-Juve, Inter-Palermo, Inter-Bologna, Bayern-Juve, Roma-Inter) in un clima positivo, di gol, di punti, di gioco, di umore. Peccato che finisca qui, marzo. Finisce al giorno 19, una specie di beffa per noi che avremmo pagato per abbreviare gennaio e febbraio che invece non finivano mai. E vabbè’.

Adesso recuperiamo infortunati e squalificati e prepariamoci allo sprintone delle ultime otto. E per favore, Mancio, fai pure il creativo ma non togliere più Perisic.

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febbraio 15, 2016
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Quando il gioco si fa molle

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Ho vissuto un’esperienza strana e struggente, più che altro sbalorditiva. Stavo seguendo la partita attraverso uno streaming in ritardo di un minuto e 40 secondi sul reale svolgimento della partita. Siamo ormai al novantesimo. Mi scappa l’occhio sulla app dei risultati in tempo reale proprio nel momento in cui il punteggio viene aggiornato, 2-1. E io sono lì con il mio streaming bello nitido con commento in inglese, la palla è nella metacampo della Viola, e non me ne faccio una ragione. Sul mio monitor stiamo ancora 1-1 e a me il risultato va bene così, ok, meglio un pari di niente, così ragionavo tra me e me prima che l’app mi anticipasse l’apocalisse.

Magari si sono sbagliati, dico.

E quasi me ne convinco. La Fiorentina attacca, sì, ma non è mica un arrembaggio. È un’azione normale, a velocitá normale, a testosterone normale.

Dai, si sono sbagliati.

Bernardeschi entra in area in surplace, tira dove è normale che tiri, parata un po’ così, naso, nuca, gomito, orecchio, ginocchio, gol.

Gol.

No, non ci posso credere. Non può essere andata così davvero. Forse è un’interferenza, una discrasia spazio-temporale, un filmato di repertorio, una pantomima, una fiction tipo Don Matteo 235, un’illusione, uno scherzo a parte, un non so cosa.

L’app non corregge, lo streaming prosegue in maniera coerente. Era tutto vero.

E niente, mi sono incazzato molto più che per la ridicola e insopportabile espulsione di Telles, molto di più. Ancora una partita fottuta a tempo scaduto, ancora una mollezza totale nel momento in cui il gioco si fa duro. È peggio di Mazzoleni, molto peggio.

Nove punti in nove partite, cinque gol di testa presi nelle ultime quattro, quarta partita persa o pareggiata al novantesimo negli ultimi due mesi, un altro scontro diretto a cazzo – e questo vale doppio o forse triplo, con la Fiorentina (sei punti a zero) che allontana la zona Champions, con il Milan (il Milan!) che ormai ci soffia sul coppino, con la dura realtá che ci avverte che non siamo più terzi e nemmeno quarti.

Non so più cosa dire. Vincevamo 1-0 a Firenze e a fine primo tempo ero al settimo cielo. Poi l’umore è virato su “teniamo l’1-0, il nostro format, perchè il 2-0 non lo faremo mai”. Poi su “vabbe’, portiamo a casa il culo è un punto, va bene così”. Poi niente, ho perso le parole. Abbiamo quattro partite davanti, la Juve fuori, vabbe’,  e tre in casa facili, da nove punti. Ma a chi la faccio leggere la mia tabella? Ormai noi tifosotti e l’Inter siamo come il mio streaming di stasera: sincronizzati alla cazzo di cane. Stesso livello di sintonia che vedo tra il Mancio e la squadra, e mi viene un magone clamoroso.

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ottobre 5, 2015
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Il Mancese del Grillo

E’ pieno di marchesi del Grillo, nowadays. Calderoli lo ha citato alla lettera in Senato, parlando di Grasso, e Mancini lo ha di fatto evocato in conferenza stampa, parlando di se stesso: loro sono loro, e gli altri non sono un cazzo. Il Mancio è stato chiaro: si è strarotto i coglioni di gente attorno che critica le sue scelte, la sue formazioni, la sue bizzarre pensate: tutta gente – oh, ha detto proprio così – che non capisce una fava di calcio, compresi gli ex calciatori. Io, in qualitá di ex casellante, potrei al limite scrivere dei post su quanto è cara l’autostrada in Val d’Aosta, o su quanto cavolo ci stanno mettendo ad allargare il raccordo di Bereguardo. Sul centrocampo dell’Inter posso tuttalpiù esprimere un’opinione, rassegnandomi al fatto che possa essere condivisa o meno dal volgo, ma che – secondo il teorema del Mancio – è una cagata a prescindere.

No, cioè, mi ha messo in soggezione. Quindi cosa cazzo scrivo? Oppure me ne fotto: scrivo cose che so essere a perdere, o che vanno a incasellarsi direttamente tra le minchiate, e non mi offendo. Massì, farò così. Quindi ci metto il disclaimer: tutto quanto segue è frutto dell’opinione personale di uno che non è nato a Jesi, non ha il ciuffo sale e pepe con riflessi dorati e non ha mai giocato in serie A. Ergo: uno che non capisce un cazzo.

Vabbe’, senza offesa, dico che siamo tornati nella normalitá. Come concetto positivo, voglio dire. Considerato in linea teorica, un pareggio a Genova con la Samp è un risultato che ci sta. Per cui, su sette partite l’unica vera toppata resta quella di sette giorni prima, per sanguinosa che possa essere stata. A Genova, piuttosto, non mi è piaciuta l’oretta di Subbuteo a cui ho assistito: se giochi trotterellando come i trentatrè trentini, gli altri è facile che ti inculino (parere rozzo e personale, del resto faccio parte dei 59.999.999 che ci capiscono poco). L’unico che sembra avere un’idea anche atletica del calcio (del tipo: rincorro per 60 metri l’avversario senza chiedere un premio ad hoc tramite il procuratore) è Perisic, e quindi sono contento che abbia segnato.

Lassù qualcuno ci ama: non vedevo un essere umano sbagliare un gol giá fatto dai tempi del campetto, quando un mio amico tirò alto da mezzo mezzo metro a porta vuota tra lo sconcerto generale. Grazie Correa per questo dejavù. Forse l’Inter brutta e cinica delle prime cinque giornate ne avrebbe approfittato per vincere – era un segno divino, diciamolo -, mentre l’Inter brutta e cinica di oggi (diciamo così perchè non capiamo) non ha approfittato della congiuntura positivissima e il gol lo ha preso.

Comunque abbiamo rimediato e portato a Milano il culo ancora discretamente tonico. Siamo secondi, ma per il resto d’Italia siamo giá scomparsi da tutto – classifica, pronostici -, non esistiamo più – si parla solo di Fiorentina, Napoli e Roma, e di una Juventus risorta e rilanciata (io la vedo sempre a destra in classifica, ma forse non ci vedo un cazzo) – e pur non capendoci un cazzo mi sento di dire: cazzo, meglio così.

(mi scuso vivamente per l’eccessivo ricorso a ‘sto cazzo)

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settembre 5, 2015
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Fogna il fenomeno

US Open tennis

Se in previsione della sua dipartita decidesse di donare il suo corpo alla Scienza, forse un giorno sapremo cosa c’era nella testa di Fognini, uno che indifferentemente può perdere con il più loffio dei pallettari o prendere a pallate Murray (in Davis) o Nadal (poche ore fa, in uno slam, all’Open degli Stati Uniti), giocare al massimo dell’ispirazione oppure macerarsi nei suoi tormenti interiori ed esteriori, perdere la pazienza con gente che lo sa e va apposta lì a provocarlo e cascarci, pluff, come un boccalone. Se non donerà il suo corpo alla Scienza rimarremo col dubbio, che poi è la cosa più bella. Senza certezze, idealizzeremo per sempre quel pirla di Fognini di cui racconteremo, al bar o ai nipotini, che era un gran giocatore e un gran coglione all’unisono, e tu dovevi prenderlo com’era e bòn, pazienza, genio e sregolatezza a percentuali variabili, più spesso sbilanciate verso la sregolatezza, perchè sennò sarebbe stato nei top ten in pianta stabile, e nemmeno troppo in basso.

Ora, naturalmente, possiamo fare tutti i distinguo del caso. Quel Murray in Davis, fuori casa e sulla terra e non esattamente al massimo della forma, non era il vero-vero-vero Murray. E il Nadal di oggi – un agonista se ce n’è uno ma ormai logoro nelle giunture e forse anche un po’ di testa – non è il Nadal di tre, cinque o nove anni fa. E poi Nadal è il giocatore che sta più sul cazzo di tutti a Fognini, e qualche settimana fa glielo ha detto in faccia, nella finale di Amburgo, che lui e suo zio gli hanno rotto le palle, amen. Quindi, voglio dire, c’è una predisposizione morale ad azzannargli il collo, un po’ com’era per Agassi con Becker. Però battere Nadal in cinque set a in uno Slam, davanti a 23mila persone, e batterlo rimontando due set (per la precisione: eravamo 6-3 6-4 3-1 per Nadal), è un po’ come battere Gebreselassie allo sprint in una maratona dopo averlo raggiunto al quarantesimo. E battere Nadal facendo 70 (settanta!) punti vincenti è come battere la nazionale Usa di basket schiacciando dieci volte in testa al cristone nero che gioca da centro. E’ un’impresa della madonna, ecco.

E il game giocato sul 4-4 del quinto set, sant’iddio, è una roba che vedi ad anni alterni, quattro vincenti e gioco a zero, sbam!, Fogna che lancia missili e Nadal che manco li rincorre più. E non per sfinimento, no: perché non li avrebbe presi nessuno, nessuno, manco Tiramolla. Tant’è che al match point Fognini non esulta: aveva vinto nel game precedente, stravinto, l’ultimo punto – un errore gratuito di Nadal –  è stata una cazzata a confronto del climax precedente.

Ora, questo potrebbe essere il post più inutile della storia. Un post a scadenza immediata. Dopo aver triturato Nadal a forza di colpi vincenti da fondocampo (roba da non vedere, a volte, la pallina) e di attacchi conclusi con mano fatata, Fognini potrebbe benissimo perdere con quel damerino di Feliciano Lopez e vaffanculo, perchè Fognini è così e basta. E guarda, sinceramente, dopo una partita così ci starebbe perdere (anche male, dico) quella dopo perchè è difficile – forse impossibile – replicare un’impresa del genere, dal peso specifico immane, tecnico e psicologico. Quindi Fogna, in anticipo, te absolvo e ti ringrazio per stanotte. Sei di Arma di Taggia e sei interista, due motivi sufficienti per volerti bene e aspettare un’altra roba del genere, prima o poi: giorni, mesi, anni o forse mai, ma – giuro – non me ne frega niente. Fognini-Lopez può finire in due modi, per me: abbracciare e leccare ululando lo schermo della tv o mandare affanculo quel tamarro in campo per l’ennesima occasione sprecata. No problem: a me quelli che tertium non datur, in fondo, piacciono da morire.

fognini

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marzo 26, 2015
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Inter, la svolta è social (Lato B)

romolo

Vivo ancora di rendita sull’endorsement di Cassano: è in qualità di blogghe, infatti, che vengo invitato a una conferenza stampa alto di gamma nella sede dell’Inter, e quindi lascio Pavia per recarmi a Milano con il cuore colmo di gioia e trepidazione. Arrivato all’arcinoto parcheggio di Anorthosis Famagosta, vengo accolto da un cartello luminoso con la scritta “COMPLETO”, che in altri momenti mi avrebbe gettato nella più cupa costernazione, e in altri momenti ancora avrei interpretato come un preciso segno del destino prima di effettuare un’inversione a U e tirare giù qualche santo.

Ma non era uno di quei momenti.

Il blogghe è atteso in corso Vittorio Emanuele e no, no!, non può tornare a casa. Sei al completo, Famagosta del mio cazzo? E io vado avanti. Sgommata tipo James Bond sulla Nomentana, derapata al semaforo, impennata alla rotonda e mi trovo nei pressi della fermata di Romolo, dove con un gran culo trovo posto on the road. Ce la posso fare. Mentre corro mando un messaggio al mio amico Nick Rhodes, “Sono in fottuto ritardo ma arrivo, monscerì”, e mi calo nelle viscere di Milano.

corso

Esco in piazza Duomo, corro sotto una leggera pioggia verso il rutilante mondo di corso Vittorio Emanuele dove, con mio enorme scuorno, mi accorgo che non ci sono i numeri civici. No, poi ci credo che Pisapia si dimette: questa città è una giungla. Dopo settecento vetrine di abbigliamento, noto un portone e uno stemma amico sul petto di un uomo che presidia la hall.

“Arghhhh, non chiudere!”

ululo a una persona sconosciuta, che mi fissa spaventato come se avesse visto lo yeti uscire da Zara. Raggiungo l’uomo con lo stemma amico, che mi accoglie e mi scorta verso la meta tanto agognata. C’è una porta a vetri con scritto Inter, si apre e si entra nell’Inter. Nell’Inter! Vorrei tanto rotolarmi sulla moquette ma non posso. Ora, capisci ammè, sono le 13.05, forse 13.06, sono stato protagonista di quattro miracoli nel percorso (trovare una nuova fermata del metrò al primo colpo, trovare posto per la macchina, prendere la metro al volo in due fermate) e potrei ritenermi più che soddisfatto. La conferenza stampa è fissata per le 13 e quindi figuriamoci se non c’è il quarto d’ora accademico, ahhhhh jamme, traaaaaanqui, dobbiamo ancora iniziare, prenditi un caffè, figuuuuuuurati, mancano ancora dieci colleghi, a casa tutto bene? Cioè, potrei addirittura essere in anticipo.

No.

Potevo esserlo in un’altra vita. Ora il management dell’Inter è tutto inglese e la conferenza stampa è iniziata alle 13:00:00, con telefonata a Greenwich per sapere se l’orologio era in bolla. Così, quando aprono la porta della sala del board, dove tutti stanno già ascoltando il Ceo (rumore di tuoni), ecco, in quell’istante, in quel preciso istante, quando la porta fa un leggerissimo click e si apre, e mi cacciano dentro con un gentilissimo calcio in culo, ecco, in quel momento

tutti guardano me.

Mi guarda Bolingbroke che sta parlando, mi guarda Zanetti, mi guarda Claire Lewis, mi guarda Garth, mi guarda l’intero ufficio stampa, mi guarda l’interprete, mi guardano tutti gli altri. E mi guarda Nick Rhodes, uno sguardo di affetto e di prostrazione insieme, tipo quando un padre guarda un figlio che ha appena fatto una cazzata, tipo mettere il diesel al posto della benzina o accendere fuochi d’artificio in casa o mettere incinta un’attricetta, e mi lancia un’occhiata di cui inequivocabilmente colgo il senso:

“Ma tu dimmi, è questa l’ora di arrivare?, noi qui siamo precisi, mica come voi a Pavia, santa madonna, cos’hai nel cervello, una nutria?, qui non metti più piede, ho già fatto affiggere la tua foto all’ingresso tra gli indesiderati, esattamente in mezzo tra quelle di Moggi e di Comandini”.

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Comunque, la conferenza stampa subisce per causa mia un’interruzione di circa 7 millisecondi – perchè ormai sono tutti precisi, mica come prima – e io mi rassereno. Mi indicano la mia sedia, è davanti a Scarpini e di fianco al buffet, e questo è un colpo basso per uno che è a dieta da cinque giorni. Ascolto i dirigenti parlare sotto l’effetto di un effluvio di tramezzini e insaccati, e temo il momento – perchè so, date le condizioni, che potrebbe arrivare, e che non potrei fare nulla per fermarlo – in cui mi alzerò, mi straccerò la camicia tipo Hulk e afferrerò 17 panini e me li caccerò in bocca uno dietro l’altro come Poldo Sbaffini dopo aver gridato

“Via la libertà, viva l’Inter, abbasso le diete, Juve merda”.

Per fortuna la conferenza stampa finisce in tempo. Mentre la gente è impegnata nei convenevoli, io ingoio un panino al prosciutto senza nemmeno masticarlo.

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Capisco, nel frattempo, che nessuno ce l’ha con me per quella storiaccia del ritardo, che sono in un luogo amico, anzi, sono proprio in paradiso, vedo milioni di coppe attraverso la vetrata, vedo la storia, vedo Nick che mi sorride, e vedo il direttore commerciale che viene verso di me e mi dice

“Nice to meet you!”

e a me non viene la risposta, ma solo un largo sorriso. E quindi, senza proferire verbo, gli stringo la mano con un inchino che manco Nagatomo.

Poi passa la direttrice marketing, che mi saluta in italiano e io – che ero pronto a rispondere in inglese – resetto velocemente e rispondo a tono. In un attimo di distrazione generale, mi defilo un attimo e ingoio un panino pomodoro e mozzarella. Arriva Nick, molto cordiale, quattro chiacchiere, che armonia, che comunanza!, ormai sono perfettamente a mio agio. E infatti corrompo la Sabine e andiamo a farci le foto nella sala delle coppe come due studenti in gita.

coppe

Quando torno nella sala del board a riprendere la giacca, trovo Nick e Claire. “Ti presento Roberto Torti, è un noto blogghe“. E il direttore marketing mi allunga deliziosamente la mano per una ri-presentazione, questa volta preceduta dall’introduzione very cool  di Nick. “Davvero?”, fa lei. E io, ciondolando il braccio tipo Gene Kelly: “Ma no, è lui che mi vuole bene”. Nick rincara la dose: “No no, è uno molto seguito”. “Devo avere paura?”, mi fa la lady. E io, “Ma nooooo”, e anche Nick le dice “Ma noooo, poi è uno che ci mette molta ironia”, e lei mi sorride e io anche, sorridiamo tutti, e Nick la prende sottobraccio e la porta via, verso un’altra stanza, in un altro luogo dell’Inter, e capto che le sta dicendo altre cose su di me, tra le quali mi sembra di cogliere la parola “cialtrone”.

Esco, prendo due metro ancora al volo – 4 su 4, record all time mai più migliorabile – e in mezz’ora sono a Pavia. Ma ci pensate a che culo abbiamo a essere interisti?

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