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giugno 5, 2017
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Tifare contro: il dibattito più ipocrita che ci sia

Alla concatenazione di eventi della serata di sabato 3 giugno (finale Juve-Real, caos  in piazza San Carlo a Torino, attacco terroristico a Londra) è seguita una concatenazione di commenti sui social che ha confuso, intrecciato e – curiosamente – bilanciato quanto ad acredine i tre tipi umani bersagli dell’ondata di sdegno: 1) i pezzi di merda dell’Isis che uccidono persone inermi; 2) i subumani che provocano il panico in una piazza stipata all’inverosimile e gestita alla cazzo da presunti umani;  3) gli italiani molto stronzi che hanno tifato contro la Juve che, poverina, ha perso senza appello la sua ennesima finale.

Trattasi, come è evidente, di due questioni molto serie e di una poco seria. Non c’è nulla di comparabile alla morte e al terrore di Londra, così come non c’è nulla di triste come una festa collettiva che si trasforma in una notte di paura. Si potrebbe archiviare quindi il punto numero 3 per evitare inutili sprechi di attenzione e di energia intellettuale. Però anche no. Non avendo  ricette contro il terrorismo internazionale di stampo islamista, nè contro il panico indotto o la stupidità imposta, il punto 3 è in realtà l’unico su cui si può discutere con un fine nobile: abbattere un muro di ipocrisia che Trump, al confronto, maneggia Lego.

Massì, certo: la questione del tifo contro la Juve è ovviamente e clamorosamente secondaria rispetto a cose ben più importanti e profonde, ma riesce a sprizzare una tale insopportabilità da assumere una sua valenza. E’ una questione, diciamolo, patetica, molto patetica, incastonata com’è in un dibattito tra persone che, per quanto intellettualmente disoneste (parlo dei tifosi, me compreso), sono pur sempre adulte.

Affrontiamola per gradi.

Fair play. “Il fair play, il fair play!”. Il fair play non c’entra un emerito cazzo. Stiamo parlando di tifo, la cosa più lontana dal fair play che si possa concepire. Il fair play è un’altra cosa: è stringere la mano all’avversario alla fine della partita, è concedere un punto dubbio, è non approfittare di una condizione di vantaggio, è riconoscere la sconfitta, eccetera eccetera. Non è tifare per una squadra che non è la tua: ma dove sta scritta una robaccia del genere, chi se l’è inventata? Ognuno tifa per sè fino alla morte, poi se si è persone civili si fa il terzo tempo. Il 28 novembre 2004, in possesso di due abbonamenti in tribuna arancio gentilmente prestati, ho invitato a un’Inter-Juve non uno dei cento interisti a cui avrei potuto dirlo ma un mio amico d’infanzia juventino. Abbiamo riso, smoccolato, esultato, commentato, smadonnato e deriso l’altro per 90 minuti di una partita finita 2-2, in uno spicchio di stadio molto interista in cui la sciarpa bianconera del mio amico stonava un casino, ma tutti quelli che ci erano attorno sono diventati complici del nostro clima assai disteso. Una bella serata (no dico, era il 2004, la Juve si comprava le partite!) in cui io tifavo Inter alla morte e il mio amico tifava Juve alla morte, e poi  siamo usciti enumerando i mille motivi per i quali ognuno dei due avrebbe voluto/dovuto vincere e infine ci siamo abbracciati alla fermata del tram.  Questo è fair play. Se il mio amico avesse finto di tifare Inter (o io di tifare Juve) non sarebbe stato fair play, sarebbe stata una merda. Il tifo e il fair play non c’entrano un cazzo.

Tifosi. Un altro doveroso distinguo personale. Io tifo contro la Juve, ma  non ce l’ho con i tifosi della Juve. Oddio, certo, compatisco i negazionisti, conto fino a cento quando sento volare cifre assai inesatte riguardo gli scudetti vinti, alzo gli occhi al cielo di fronte a certe banalità o falsità. Ma sono tifosi (vedi paragrafo precedente) e non posso farci niente, e molto probabilmente loro pensano la stessa cosa di me e quando mi sentono parlare dell’Inter si sentono morire dentro. Con estrema sincerità, anzi, dico che ho invidiato l’ultimo mese dei tifosi juventini. Un mese trascorso a vincere campionati e coppe, a preparare la trasferta di Champions, cercare i biglietti per Cardiff, partire con i mezzi più astrusi e con i chilometraggi più incredibili, allestire gruppi d’ascolto, comprare bandiere, birre e salamelle. Mi sono rivisto sette anni fa, in un mese vissuto paro paro, e sì, li ho invidiati, perchè arrivare a giocarsi una finale di Champions è, come dire?, molto bello. Non ce l’ho con i tifosi della Juve. Non ce l’ho tanto più dopo aver visto quello che è successo a Torino, in una piazza dove si va a fare festa e si rischia la vita. Il tifo comunque è questo, prendere o lasciare. Se lo prendi, lasci che tifino anche gli altri, nei limiti del codice penale.

Juve (giocatori della). Sempre io, per esempio, non ce l’ho nemmeno con i giocatori della Juve. Oddio, certo, non appenderei mai nella mia cameretta una loro foto, e non seguo con particolare afflato le loro prestazioni. Ma li ammiro in senso oggettivo, riconosco il loro valore di singoli e di squadra, mi faccio una ragione tecnica e umana del fatto che siano arrivati trenta punti avanti i miei giocatori preferiti, quei fantasmini con la maglia nera e blu. Mastico calcio e mi pregio di un minimo di obiettività critica: non dico mica che Gabigol vale Dybala, o che Palacio vale Higuain, o che Nagatomo vale Dani Alves. Mostrarmi la foto di  giocatori della Juve è come presentarsi da un vampiro con in mano un mazzo d’aglio, lo ammetto, ma non ce l’ho affatto con loro, se non per i banali motivi legati a quella orribile maglia optical che indossano.

Libertà di coscienza. L’equazione “gioca una squadra italiana, quindi un italiano deve tifare per lei” è una cagata immane. No, perchè allora dovrei anche applaudire un discorso di Borghezio a Bruxelles, o una conferenza stampa di Cesare Battisti in Brasile. Cioè, spiegatemi: in quanto italiano sono obbligato a tifare Juve? Ma per favore! Facciamo che, al limite, si lascia libertà di coscienza. Sei interista (milanista, romanista, albinoleffista), giocano Juve-Real, ecco, fai come ti pare. E lascia che io faccia come pare a me e non mi rompere i coglioni. Io odio una squadra italiana tutto l’anno (la Juve, per dire) e nella serata clou della stagione all’improvviso mi bevo il cervello e mi avvolgo in un bandierone  bianconero? Ma dai.

Tifo contro. Per concludere e per essere chiari fino alla fine (#finoallafine), io non ho tifato Real. Ho tifato contro la Juve. Il che, nel caso di Cardiff, ha comportato esultare ai gol del Real, di cui però mi frega assai meno della Juve. Non ho alcun interesse nei riguardi delle parabole umane e sportive di un Casemiro o di un Carbajal. Non me ne frega una cippa della loro duodecima. Piuttosto, ho sperato che la Juve perdesse. Ho fortemente, appassionatamente, incommensuarabilmente desiderato che la Juve perdesse. E qui, cari i miei ipocritoni, arriviamo al punto: perchè sono così malvagio (e con me qualche milionata di tifosi assortiti)? Andiamo al punto successivo.

Juve (Football club). Usciamo, vi prego, da questa ipocrisia buonisto-nazional-popolarista: il tifo contro esiste da quando c’è il tifo e non ci si deve affatto vergognare nè giustificare nè prendere pause dalla propria militanza. Io, interista, non pretendo che uno juventino tifi per noi anche solo una volta l’anno, e mi vergognerei (senza riuscire a giustificarmi) a tifare occasionalmente Juve, che trovo una cosa contro natura e contro la Storia. La Juve del calcioscommesse, la Juve del doping, la Juve del moggismo, la Juve di Ronaldo e Iuliano, la Juve dei 35 scudetti, la Juve (l’elenco prosegue all’infinito): e io dovrei tifare, anche solo per un’occasione speciale, questa roba qui? Questa roba che mi fa incazzare abbestia ogni volta che ci penso? Ma perchè? Comunque, oltre che in democrazia, ci muoviamo nel campo del futile: fate come vi pare. Ma piantiamola di fare i patetici, di invocare l’amor di patria, di dare patenti di menagramo, di impartire lezioni di sportività. Facciamo i tifosi tout court: siamo una sottocategoria dell’umanità, non diamoci più importanza di quella che abbiamo. Io tifo Inter e, ogni due anni, la Nazionale: il resto per me è un mare magnum di squadre che vorrei solo veder perdere. Soprattutto, savasandìr, quelle che giocano contro l’Inter. E poi soprattutto la Juve, sempre e comunque. Una società che da quando esiste prende per il culo il mondo e poi si aspetta che il mondo una notte di giugno la sostenga come nulla fosse. No dico, ma che gente è? E voi, che gente siete?

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settembre 27, 2016
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Interisti per Praga

praga

Che poi, stringi stringi, la cosa bella del blog è che ti fa incontrare gente che mai avresti incontrato senza un blog (non so se è chiaro il concetto). Tipo che nell’inverno del 2012 mi arriva una mail da Praga di tre ragazzi italiani che abitano là – tre ragazzi italiani e interisti – e che stanno mettendo in piedi nel loro tempo libero un servizio di guida turistica, “e quindi se vieni a Praga scrivici, faccelo sapere, ti vogliamo conoscere, ti portiamo in giro noi” e io “certo, sì, forza Inter!, grazie, grazie!” e mentre scrivo la risposta  alla loro mail penso “che simpatici, ma quando cazzo ci vado mai a Praga?”.

Nell’estate 2013, decido di andare a Praga.

Quindi mi viene in mente la mail dei tre ragazzi italiani e interisti, la cerco, pigio sul tasto replay, “no, ecco, non so se vi ricordate di me, l’anziano blogger, cioè, in in effetti verrò a Praga” e niente, ci siamo visti, mi hanno portato in giro per la città e una volta anche a cena in un ristorante per praghesi, non per turisti, dove ho mangiato cose di cui non capivo l’origine e bevuto birra e parlato di Inter. Beh, un bell’incontro, davvero bello. Siamo rimasti in contatto, naturalmente, perchè siamo italiani e interisti,  perchè magari un giorno  a Praga ci torno per correre la maratona, o per farmi un’altra vacanzina, o (seguono altre ipotesi). O magari – ahahahah – l’Inter viene a giocare a Praga, ti immagini, ahahahah.

Nel settembre 2016, l’Inter va a giocare a Praga.

Cinque minuti dopo il sorteggio di Europa League uozzappo a raffica con Luca, uno dei tre interisti di Praga, ahahahah, roba da non credere, Inter-Sparta, ahahahah. Poi vabbe’, tra il dire il fare c’è sempre di mezzo qualcosa e io a Praga non ci vado, ma sono stracontento per i miei tre amici di Praga che l’Inter vada da loro. Come dire: se lo meritano.

fotopraga

Luca, Fabio, Davide, amiconi miei: ditemi come avete reagito alla notizia.

“Ci siamo messaggiati in tempo reale, eravamo tutti al lavoro.  Per un po’ non abbiamo capito più niente, poi è subentrata la preoccupazione di trovare i biglietti. Qui c’è la regola che gli abbonati dello Sparta hanno la prelazione per 4 biglietti a testa… E noi tre siamo abbonati allo Slavia”.

Allo Slavia? E perchè?

“No, allo Sparta non si può,  è un po’ come la Juve in Italia… Vabbe’, abbiamo cercato di contattare amici di amici di amici tifosi dello Sparta per trovare qualche biglietto, ma inutilmente. Quindi siamo stati in tensione fino alla vendita ufficiale aperta a tutti il 12 settembre. Leggende metropolitane dicevano che la prelazione sarebbe cominciata alla mezzanotte. Naturalmente alle 23.30 eravamo già collegati al sito perchè ci avevano detto che i tifosi dello Sparta sarebbero stati tutti in linea e sarebbe stata un’impresa acquistare i biglietti…”

E quindi?

“Ci siamo rimasti attaccati al pc fino a quasi le 2 di notte, poi abbiamo scoperto che la vendita sarebbe cominciata alle 9”.

Mai fidarsi degli juventini, cioè, degli spartesi, spartani, quelli lì insomma.

“Allora, in preda al panico, abbiamo deciso di andare la mattina direttamente alle biglietterie dello stadio. Siamo arrivati lì di corsa, pensando che ci sarebbe stata gente a dormire con le tende. Ma non abbiamo trovato nessuno”.

Come, nessuno?

“Nessuno. In un minuto abbiamo acquistato i biglietti… anzi, ci hanno detto che potevamo comprarne anche 100 se volevamo. Il fatto è che non abbiamo tenuto conto della flemma tipica dei cechi, che non sono invasati come noi, e del fatto che avessero messo prezzi quattro volte più cari del normale”.

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Come sono i praghesi, sportivamente parlando?

“Il calcio, insieme all’hockey, è lo sport più seguito in Repubblica Ceca. I praghesi, e in generale i cechi, hanno un carattere un po’ più tranquillo del nostro e seguono il calcio con più distacco. Diciamo che non ne parlano tutti i giorni come noi”.

E le tifoserie?

“Ci sono anche qui, alcune sono un po’ più estreme di altre. Una è appunto quella dello Sparta Praga, motivo per cui, non essendo riusciti a comprare biglietti per il settore riservato alla tifoseria ospite, abbiamo optato per la tribuna centrale visto che vorremmo vivere la partita serenamente… In generale, però, le famiglie vanno ancora allo stadio e la partita di calcio, allo stadio come al bar, è una buona scusa per i cechi per bersi quei 2 o 3 litri di birra in compagnia…”

Ah, quanti ricordi. A proposito, ri-raccontatemi come vi siete conosciuti. Io la storia la so già, ma vorrei farla conoscere a quei quattro cazzoni che leggono il blog. Ecco, sentite cosa vuol dire essere interisti.

“Arriviamo da tre città italiane differenti, non ci conoscevamo prima di trasferirci qui. Ci siamo conosciuti in uno sportbar di Praga andando a vedere l’Inter”.

Sportbar: luogo pieno di birre, generi alimentari e di televisori accesi sulle più varie partite.

“Non essendoci molti tifosi dell’Inter a Praga (e tuttora non ce ne capacitiamo), ci ritrovavamo sempre in pochi. Anzi, spesso davanti al televisore del bar che trasmetteva l’Inter c’eravamo solo noi tre. Fino al 2011 abbiamo frequentato lo sportbar contemporaneamente migliore e peggiore di Praga, nel senso che c’era un’atmosfera da partita bellissima, ma la qualità in generale era davvero bassa e si trovava nella via più malfamata del centro. Nel 2011, quando l’hanno chiuso, siamo sprofondati in una specie di lutto. Anzi, abbiamo collegato la crisi dell’Inter alla chiusura del nostro Sportbar che ci portava così bene. Lui e le nostre mille scaramanzie”.

Raccontatele, una a una. Ho parecchio spazio.

“Ordinare sempre lo stesso cibo per anni (anche se non ci piaceva) e quando per puro caso uno di noi mancava alla partita, gli altri ordinavano anche per lui”.

Cioè, se eravate in due…

“…ordinavamo per tre”.

Ah. Tipo: eravate in due, ordinavate tre hamburger e tre birre. E vi portavano tre hamburger e tre birre.

“Sì”.

Ah.

“Sempre gli stessi posti, sempre la stessa strada per andare allo sportbar, sempre arrivando nel giusto ordine.Tipo che ci chiamavamo prima di arrivare al bar per vedere se gli altri erano già dentro… e nel caso il terzo fosse stato in anticipo, si sarebbe dovuto fermare, aspettare gli altri e farli passare avanti”.

Vi adoro.

“E bere due caffe allo sportbar durante tutte le partite. Ti assicuriamo che in Europa non c’è un caffè peggiore”.

Dai, si dice sempre così del proprio sportbar.

“No no, è vero. Al nostro sportbar, non è uno scherzo, avevano solo 3 tazzine piccole”.

E le usavate voi.

“Solo noi. Tanto che quando abbiamo vinto la Champions ce le hanno regalate e non ne avevano più. Per dirti quanto era buono, persino i camerieri non si capacitavano che lo ordinassimo ogni volta.  Alla fine siamo stati obbligati a raccontargli delle nostre scaramanzie perchè temevamo che ci vedessero come dei disadattati, e probabilmente ci avranno visto così anche dopo…”.

O cazzo, e ora che il vostro sportbar è chiuso?

“Praga non è più la stessa da quel giorno. Ora ogni settimana è una lotta per farci trasmettere l’Inter e credo che ristoranti italiani e sportbar di Praga non ci sopportino più,  ogni volta li chiamiamo per assicurarci che ci  facciano vedere la partita, poi il teatrino delle scaramanzie…”.

Com’è, siete tesi per giovedì?

“Fabio sarà più in tensione di tutti, perchè entro questa settimana è fissata la data di nascita del suo primo figlio… il biglietto ce l’ha, ma potrebbe non vedere la partita o scappare prima della fine. Sperava che l’Inter a Praga non fosse il 29, ma prima o dopo, e invece… e comunque non sappiamo per cosa sia più sotto stress”.

Come va “Turisti per Praga”? Io lo consiglio a chiunque vada a Praga, girare la città con voi è veramente una figata.

“Tutto bene, grazie. Anche la nostra agenzia è nata grazie all’Inter e con l’Inter. In pratica abbiamo deciso di iniziare questo progetto la sera della vittoria della Coppa intercontinentale contro il grande Mazembe”.

No, cioè, siete dei modelli di vita.

“Durante i festeggiamenti, ci è venuta questa idea e dal giorno dopo abbiamo cominciato a lavorarci su. E dopo un paio di anni di lavoro l’abbiamo inaugurata nel 2013. Diciamo che è nata per la nostra passione per Praga e dalla passione per l’inter che ci ha fatto incontrare e frequentare sempre più spesso. Di anno in anno stiamo crescendo e siamo molto contenti del progetto. Abbiamo avuto anche vip tra i nostri clienti”.

Tipo?

“Tipo te. E anche un premio Nobel”.

tweetpraga

Così mi fate arrossire, dai.

“Cerchiamo sempre di migliorarci e creare qualcosa che sia sempre fatto su misura per gli italiani, guardando sempre alle esigenze dei clienti che ci contattano. Per il futuro i progetti sono tanti: consolidarci qui a Praga, creando tour diversi dai classici (che comunque proponiamo) ed entrando nel mercato di altre lingue (abbiamo cominciato da poco tour in inglese)”.

Olandese no? Metti che arriva De Boer.

“Boh, ci pensiamo. Piuttosto, uno dei nostri sogni è quello di creare una piattaforma in altre città europee che segua sempre la nostra filosofia. Ci vorrà tempo e anche fortuna, ma ci vogliamo credere”.

spartapraga

Sentite, diteci due cose sullo Sparta. No, perchè abbiamo preso una tranvata da quattro israeliani e adesso abbiamo tanta paura.

“Il livello del campionato ceco non è elevatissimo, a parte 2 o 3 squadre – e una è proprio lo Sparta, purtroppo – le altre non potrebbero giocare in serie A. Lo Sparta oggi può essere paragonata a una squadra di metà classifica in Italia, ma se azzecca la partita non è affatto male”.

Ha appena perso il derby, però.

“Sì, non è nel momento migliore… ha perso il derby con lo Slavia per 2-0 (in casa) e l’allenatore è stato esonerato. Fra i giocatori, sicuramente il migliore è Rosicky, che è tornato quest’anno”.

Però ha 60-65 anni.

“È spesso infortunato, ma se è in serata buona è davvero bravo. Non male anche l’attaccante Lafata e il centrocampista Frydek”.

Minchia, sto tremando di brutto.

“Non dimentichiamoci che lo Sparta ha vinto tre Mitropa cup, addirittura più del Milan”.

Vi amo, di un amore virile.

“Quando vieni a Praga a farti dieci birre e la maratona?”

Le due cose non sono proprio compatibili ma potrei pensarci. Forza Inter, abbasso la crisi degli sportbar, Juve e Sparta merda.

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agosto 9, 2016
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Cicciottelle, tiri a segno e leoni da tastiera

tirasegno

Per questo titolo, a quanto mi risulta, non ha perso il posto nessuno. E’ un titolo del 16 luglio 2016, quindi meno di un mese fa. No, per dire che non si può parlare di sensibilità diverse nel giro di 24 giorni, no? Per carità, certo, qualcuno si è infastidito, qualcun altro ha represso un conato di vomito, altri ancora hanno condannato. Bòn.

Per titolare (due giorni dopo: quindi avendoci pensato a lungo) “Tir a segno” la notizia planetaria di una strage su un lungomare a noi molto vicino – un terrorista che con un camion frigo si lancia sulla folla che ha appena assistito ai fuochi d’artificio della festa nazionale – ci vuole un bel pelo sullo stomaco, un pelo lungo qualche metro. “Tir a segno” è un gioco di parole che risulterebbe fastidioso anche per un tamponamento in autostrada: figuriamoci sul sangue di 85 persone che stavano passeggiando col gelato in mano, persone che potevamo essere tranquillamente noi (perchè è successo a Nizza, non in culo al mondo).

“Tir a segno” è catalogabile, come tipologia, a quei titoli da Gazza tipo il “Manciao” (risoluzione di contratto di Mancini) di ieri: sono titoli-giochetto, che richiedono un esercizio intellettuale e un certo senso dell’umorismo e dell’enigmistica, che a volte riescono e a volte no, e che comunque ti sono imposti dal grafico: hai 10 lettere a disposizione invece delle 70-80 che ti servirebbero e devi far capire di cosa si tratta a quello che passa davanti all’edicola. Allora vai con “Manciao”, “Pog va, Higua in” o cose del genere. Ma il giornale è rosa, si parla di sport (quindi roba non seria, diciamolo, specialmente il calcio) e la leggerezza è d’obbligo.

Invece “Tir a segno”, parlando di 85 morti, è un’infamia. Che non è costata il posto a nessuno. E va bene, chi sono io per decidere chi licenziare e chi no?

cicciottelle

Questo titolo invece è costato il posto al direttore dello sfoglio sportivo del Quotidiano nazionale (gruppo Riffeser, in Lombardia è dentro il Giorno). Faccio fatica a pensare che un direttore di un qualunque giornale del mondo evoluto perda il posto per un titolo sulla finale per il terzo e quarto posto di una gara di tiro con l’arco, quindi mi diverto a immaginare (non sapendo nulla, ovviamente) che sia stato preso a pretesto per risolvere altre questioni. Ma rimanendo ai fatti, quelli oggettivi, prendo atto che in Italia si può titolare “Tir a segno” su 85 morti e non “Cicciotelle” su tre tiratrici con l’arco che arrivano quarte alle Olimpiadi.

Prendo anche atto, già che ci sono, che il livello di indignazione popolare è stato molto più elevato (corale, coeso, quasi violento) per un infelice, sessista, superficiale, sciocco ma (in my opinion) innocuo titolo  su tre giovani atlete non magrissime che tirano con l’arco piuttosto che per un titolo che faceva del ributtante umorismo su una strage terroristica.

Purtroppo, il livello di indignazione popolare si misura sui social. Dico purtroppo perchè è molto comodo per chiunque – compresi i giornali – eleggere i social a termometro popolare, e perchè da dietro una tastiera è altrettanto comodo fare battaglie che de visu nessuno avrebbe davvero voglia di fare. Compresa una crociata della durata di qualche ora a difesa del genere femminile, dello sport in rosa, delle donne (punto), delle donne non magre, della parità, dell’emancipazione, del femminismo, del suffragio universale, del tiro con l’arco, del tiro senza arco, delle taglie forti, degli sport minori eccetera eccetera, crociata che costa la testa di un direttore che si era scusato del suo titolo infelice, sciocco ecc. ecc. e basta, la vita va avanti e le Olimpiadi pure.

E invece no. Vuoi mettere la figata di tirar su un casino micidiale su “cicciottelle”?

Questo sono i social. Cogli l’attimo (con ciaone, con petaloso, con cicciotelle) e vivi il tuo giorno da leone. Nessuno ti rinfaccerà la distrazione di quando con un titolo prendevano per il culo 85 morti e le loro famiglie: probabilmente, stavi cercando i Pokemon.

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settembre 11, 2015
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La Grande Pennezza, la Grande Vincezza

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C’era un raccattapalle nero dietro la Vinci, un ragazzotto magro e alto 1,90 abbondanti che faceva sembrare Robertina ancora più minuta (1,63 di pura normalitá) mentre lei gli allungava l’asciugamano. Poi l’inquadratura passava dall’altra parte, dove la Serenona faceva fatica a tenere a bada il suo proverbiale pandorone,  che ogni tanto rimaneva fuori dalla gonnellina e appariva maestoso – immane – nella sua rotonditá, quel che poeticamente chiamavano lombo e che a me ricorda piuttosto un mappamondo, una coppia di gluteux maximus strepitosi che hanno avuto il loro ruolo da assoluti protagonisti in 21 titoli dello Slam e 70 milioni di montepremi, due muscoli enormi e guizzanti,  il culone più vincente della storia dello sport e che Iddio lo benedica, in barba a chi pensa che si possa vincere solo se si è magre e con poche tette, eggiá, proprio.

Ma Serena stasera non era solo glutei e bicipiti, era un fascio di nervi da tenere a bada di fronte all’occasione più clamorosa della sua carriera (un Grande Slam da vincere con il più morbido dei tabelloni di fronte, la Vinci e poi la Pennetta, tzè, un compitino elementare) e che si è sciolta come una sciampista quando il donnino dall’altra parte ha fatto la cosa più intelligente che potesse farla dopo aver perso male il primo set: lavorarla ai fianconi, metterla in ambasce, sfinirla di rovesci slice, una squisitezza tecnica che ormai fa solo lei, la panda di Taranto, lei e il suo tennis antico, un po’ inadeguato, ma che per la sua unicitá può rompere gli schemi a chiunque.

In crisi di identitá e di risultati, Roberta Vinci ha cambiato vita, ha lasciato il doppio (da numero 1) e si è ricostruita da singolarista senza snaturarsi. Il risultato è questo, una partita pazzesca nella giornata più incredibile del tennis femminile italiano e, mi sbilancio, in uno dei pomeriggi che fanno la storia dello sport femminile italiano.

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Perchè un paio d’ore prima Flavia Pennetta aveva macinato la Halep (di solito è la Halep che macina quelle come la Pennetta) e questa meravigliosa giornata dei paradossi si è compiuta, voilá, due italiane ultratrentenni in finale allo Us Open e tutto ciò è di una bellezza irresistibile, straordinaria, totale. Battere la più forte in casa, strapazzare la n. 2 al mondo e giocarsi – tra azzurre, tra pugliesi – la finale.

Quello che ha fatto la Pennetta non è meno clamoroso del capolavoro della Vinci (che ha avuto un culo epocale nel tabellone, poi compensato con l’impresona). Ha saputo tornare forte (anzi, più forte) dopo un infortunio grave, ha saputo mantenersi per un decennio al vertice, ha saputo addirittura rimanere vigile e lucida nonostante il fidanzamento con quel personaggione di Fogna.

Il colpo di coda di queste due ragazze, che l’etá vorrebbe al declino e che invece si giocheranno uno Slam, è il miglior messaggio che potesse arrivare dallo sport: sei seria, hai talento, hai fame, hai testa? E allora avanti, per te c’è sempre posto. Adesso vinca la migliore, sapendo che tutte e due lo sono.

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