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giugno 9, 2017
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Il G7 del Gufo Real(e)

“Tutti a casa mia il 3 giugno, tenetevi pronti. Prendete le ferie. Nel caso, licenziatevi. Avvertite già ora mogli e fidanzate. Nel caso, lasciatele. Non si accettano scuse”.

La convocazione per la gufata delle gufate, in vista del possibile Triplete della gufata estrema (dopo Juve-Benfica, 2014, eliminazione in semifinale di Europa League con finale prevista a Torino, e Juve-Barcellona, finale Champions League, Berlino 2015, cui si aggiunge come gufata interlocutoria la magica notte dei supplementari col Bayern), era stata fatta in netto anticipo, praticamente al pranzo natalizio del Clan dell’Asado 2.0, quando dopo i sorteggi degli ottavi era ormai chiaro a tutti che la Juve culattona sarebbe andata in finale senza colpo ferire. Nel frattempo si erano via via dissolte le speranze che qualcosa o qualcuno complicasse il campionato dei gobbi, così come erano durate una decina di minuti – confermando la tesi della sostanziale inutilità intrinseca delle squadre romane – le speranze che la Lazio li inculasse in Coppa Italia, vanificando almeno il Triplete.

Per cui, quasi sei mesi dopo quella convocazione fatta un po’ così, confidando intimamente che potesse non servire, il 3 giugno 2017 sei interisti coi i nervi a pezzi da altrettante diverse località della Lombardia prendono la via della casa del Barone, a cui si uniscono alla spicciolata formando una inedita formazione a sette.

“Siamo il G7 della gufata”

dice il padrone di casa fingendo ottimismo durante una frugale apericena, durante la quale i sette gufi in realtà già si ammazzano di scaramanzie.

“Scusa, due anni fa quante fette di salame avevi mangiato?”

“Otto o nove. Solo che adesso ho 349 di colesterolo e quindi preferirei…”

“Ma ti sembra il caso di formalizzarti per minchiate del genere? Qui si fa lo Storia o si muore”

“Giusto”, dice il gufo deglutendo una fetta di salame intera.

Il Barone intanto ci mostra con l’entusiasmo di un bambino perfettamente pettinato l’armamentario acquistato il giorno prima a Grazzano Visconti (Pc) al celeberrimo Festival dei Gufi, probabilmente accendendo in loco un mutuo Findomestic:

  • numero indefinito di birre artigianali 33 cl con gufo nell’etichetta
  • sottobicchieri per predette birre con il motto “bevi come un gufo”
  • decalcomanie di gufi appollaiati per l’auto
  • pigiama in seta con gufo cucito sulla patta
  • gufo artigianale scolpito in marmo di Carrara e dipinto a mano del peso di 70 kg

Il detto statuario gufo viene posizionato di fianco al televisore, a sua volta posizionato in terrazzo con emiciclo di sedie e divanetti a simulare la curva di uno stadio.

Verso le 20.15 il padrone di casa si presenta con sette birre e convoca tutti davanti al televisore per il rito della gufata. Al suono dell’inno del Madrid, uniamo al cielo le sette birre cantando in spagnolo:

“Madrid Madrid Madrid
¡Hala madrid!
Y nada más
Y nada más
¡Hala madrid!”

Un vicino di casa chiama i carabinieri, senza successo. Uno dei gufi, con le lacrime per la commozione, fa notare:

“La birra è un po’ calda”

“Riportiamola in frigo”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Sete! Le birre!”

“Vamonos!”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Eccole!”

“Ancora un po’ caldine!”

“Riportiamole in frigo!”

La scena si ripete sei volte in dieci minuti, dopo i quali due gufi avvertono i primi classici sintomi dell’infarto al miocardio. Alle 20.40 finalmente beviamo.

“Avete notato?”, faccio io per stemperare la tensione mentre a Cardiff organizzano una specie di Festivalbar prepartita.

“No”, fanno gli altri sei, di cui uno ruttando.

“Il ramo artigianale su cui è appollaiato il gufo artigianale”, dico io.

“Eh”, fanno gli altri sei macerati dalla tensione mentre cercano di leggere le formazioni.

“Guardate bene. E’ un evidente simbolo fallico”, dico io.

“Uh”, fanno gli altri sei.

“Cioè, è un cazzo! Capite? Cazzo. C-A-Z-Z-O”

“Cazzo dici?” mi fa uno dei sei.

“Non capite un cazzo”, faccio io.

“Che cazzo dovremmo capire, cazzo?”, fa un altro, in un’ormai insopportabile loop della parola cazzo.

“Ma è un evidente messaggio subliminale, dai! Tipo quelli che inseriscono nei film della Disney tra un fotogramma e l’altro, massì, non sapete proprio niente… oppure simboli fallici manifesti, dai, tipo la rupe del Re Leone che se la guardi bene è un enorme cazzo e le mamme al cinema si eccitano ed escono dalla sala e comperano il triplo dei pop corn che avrebbero voluto e…”

“Ora però basta, cazzo! Sta iniziando”, dice uno degli altri sei

“Cazzo, inizia! Cazzo!”, conferma un altro

“Ecco – dico io – vedete che il cazzo vi ha già suggestionato e…”

“Basta con quelle scritte in sovrimpressione, basta, BASTA!”. A., in piena trance agononistica, se la prende con Mediaset Premium: la partita è iniziata da soli 10 secondi e il clima è insopportabile. In più, nei primi minuti la Juve se la prende con il Real e sul terrazzo cala un preoccupato silenzio.

“E’ finita, è finita, argh!” fa uno dei gufi già in crisi nervosa, valutando il posto migliore del terrazzo da cui buttarsi senza speranza di sopravvivere. Il disfattismo sta ormai calando di brutto sull’intero terrazzo quando Cristiano Ronaldo la mette.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

Sette gufi si abbracciano come bambini dell’asilo, però pesanti tipo 80 chili. Infatti io avverto una fitta all’emitorace sinistro, dove sento distintamente sbriciolarsi quattro costole, forse cinque.

Al che mi rivolgo al Barone: “Ti spiace se chiamo il 118? Non è tanto per le costole, ma vorrei essere sicuro che non ci siano perforazioni al polmone”

“No, non è previsto dal protocollo. Puoi chiamare solo dopo le 23”.

Nel mentre Mandzukic, con una rovesciata a caso, pareggia.

“Argh! E’ finita!”, piagnucola uno del G7 prefigurandosi una vita di stenti dall’indomani. Una leggera brezza spira intanto a fasi alterne nella serata oltrepadana, facendo oscillare la temperatura sul terrazzo tra i 27 e i 5 gradi. Dopo essersi tolto e rimesso la felpa per 17 volte, un gufo della tribuna laterale decide di seguire il resto della partita a torso nudo. Dopo tre minuti chiede però al padrone di casa:

“Ho un principio di assideramento e una prostatite di quarto grado. Posso andare a mingere con urgenza nel tuo bagno?”

“Solo nell’intervallo”.

“Ma mancano 20 minuti”.

“Non mi cagare il cazzo e siediti”.

La tensione si taglia con il coltello e si stempera sono nel’intervallo, quando tre o quattro gufi svuotano la vescica e altri la riempiono con una nuova birretta gufa. Le cose peraltro nella ripresa si mettono progressivamente meglio.

“Gaaaaaaaaa”

“Casemirooooo!”

“L’hanno deviataaaaaa!”

“Meglio ancoraaaaaa!”

La gufata continua in un crescendo rossiniano. Al quarto gol, stremati, esultiamo con misura. Siamo pervasi da una tranquillità innaturale che cerchiamo di trascinare fino al 90′.

“Giuro, non avrei mai detto che…”

“Cazzo, stai zitto! Non è finita! Cazzo!”

“Ma mancano due minuti e sono sotto di tre gol e…”

“Si gufa fino al triplice fischio, sant’iddio”.

Al triplice fischio, diligentemente, parte la festa. Arrivano altri gufi in pellegrinaggio da paesi limitrofi. Il terazzo di trasforma in una Terrazza Martini dalla gufata galattica. Spumante a fiumi, torte, abbracci, baci, inni alla gioia. Si torna gradatamente alla normalità. Si va a pisciare senza chiedere permesso, si parla anche d’altro.

A. batte una forchettina di plastica su un bicchiere di cristallo di Boemia del 1700.

“No, volevo dirvi che per strada un giorno ho visto Laura Barriales”.

” E quindi?”

“No, è una figa esagerata. Niente, tutto qua”.

E si mette a piangere in un angolo del terrazzo mentre noi bridiamo al Real, all’Uefa e alla prossima stagione che speriamo ricca di tante soddisfazioni.

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giugno 5, 2017
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Tifare contro: il dibattito più ipocrita che ci sia

Alla concatenazione di eventi della serata di sabato 3 giugno (finale Juve-Real, caos  in piazza San Carlo a Torino, attacco terroristico a Londra) è seguita una concatenazione di commenti sui social che ha confuso, intrecciato e – curiosamente – bilanciato quanto ad acredine i tre tipi umani bersagli dell’ondata di sdegno: 1) i pezzi di merda dell’Isis che uccidono persone inermi; 2) i subumani che provocano il panico in una piazza stipata all’inverosimile e gestita alla cazzo da presunti umani;  3) gli italiani molto stronzi che hanno tifato contro la Juve che, poverina, ha perso senza appello la sua ennesima finale.

Trattasi, come è evidente, di due questioni molto serie e di una poco seria. Non c’è nulla di comparabile alla morte e al terrore di Londra, così come non c’è nulla di triste come una festa collettiva che si trasforma in una notte di paura. Si potrebbe archiviare quindi il punto numero 3 per evitare inutili sprechi di attenzione e di energia intellettuale. Però anche no. Non avendo  ricette contro il terrorismo internazionale di stampo islamista, nè contro il panico indotto o la stupidità imposta, il punto 3 è in realtà l’unico su cui si può discutere con un fine nobile: abbattere un muro di ipocrisia che Trump, al confronto, maneggia Lego.

Massì, certo: la questione del tifo contro la Juve è ovviamente e clamorosamente secondaria rispetto a cose ben più importanti e profonde, ma riesce a sprizzare una tale insopportabilità da assumere una sua valenza. E’ una questione, diciamolo, patetica, molto patetica, incastonata com’è in un dibattito tra persone che, per quanto intellettualmente disoneste (parlo dei tifosi, me compreso), sono pur sempre adulte.

Affrontiamola per gradi.

Fair play. “Il fair play, il fair play!”. Il fair play non c’entra un emerito cazzo. Stiamo parlando di tifo, la cosa più lontana dal fair play che si possa concepire. Il fair play è un’altra cosa: è stringere la mano all’avversario alla fine della partita, è concedere un punto dubbio, è non approfittare di una condizione di vantaggio, è riconoscere la sconfitta, eccetera eccetera. Non è tifare per una squadra che non è la tua: ma dove sta scritta una robaccia del genere, chi se l’è inventata? Ognuno tifa per sè fino alla morte, poi se si è persone civili si fa il terzo tempo. Il 28 novembre 2004, in possesso di due abbonamenti in tribuna arancio gentilmente prestati, ho invitato a un’Inter-Juve non uno dei cento interisti a cui avrei potuto dirlo ma un mio amico d’infanzia juventino. Abbiamo riso, smoccolato, esultato, commentato, smadonnato e deriso l’altro per 90 minuti di una partita finita 2-2, in uno spicchio di stadio molto interista in cui la sciarpa bianconera del mio amico stonava un casino, ma tutti quelli che ci erano attorno sono diventati complici del nostro clima assai disteso. Una bella serata (no dico, era il 2004, la Juve si comprava le partite!) in cui io tifavo Inter alla morte e il mio amico tifava Juve alla morte, e poi  siamo usciti enumerando i mille motivi per i quali ognuno dei due avrebbe voluto/dovuto vincere e infine ci siamo abbracciati alla fermata del tram.  Questo è fair play. Se il mio amico avesse finto di tifare Inter (o io di tifare Juve) non sarebbe stato fair play, sarebbe stata una merda. Il tifo e il fair play non c’entrano un cazzo.

Tifosi. Un altro doveroso distinguo personale. Io tifo contro la Juve, ma  non ce l’ho con i tifosi della Juve. Oddio, certo, compatisco i negazionisti, conto fino a cento quando sento volare cifre assai inesatte riguardo gli scudetti vinti, alzo gli occhi al cielo di fronte a certe banalità o falsità. Ma sono tifosi (vedi paragrafo precedente) e non posso farci niente, e molto probabilmente loro pensano la stessa cosa di me e quando mi sentono parlare dell’Inter si sentono morire dentro. Con estrema sincerità, anzi, dico che ho invidiato l’ultimo mese dei tifosi juventini. Un mese trascorso a vincere campionati e coppe, a preparare la trasferta di Champions, cercare i biglietti per Cardiff, partire con i mezzi più astrusi e con i chilometraggi più incredibili, allestire gruppi d’ascolto, comprare bandiere, birre e salamelle. Mi sono rivisto sette anni fa, in un mese vissuto paro paro, e sì, li ho invidiati, perchè arrivare a giocarsi una finale di Champions è, come dire?, molto bello. Non ce l’ho con i tifosi della Juve. Non ce l’ho tanto più dopo aver visto quello che è successo a Torino, in una piazza dove si va a fare festa e si rischia la vita. Il tifo comunque è questo, prendere o lasciare. Se lo prendi, lasci che tifino anche gli altri, nei limiti del codice penale.

Juve (giocatori della). Sempre io, per esempio, non ce l’ho nemmeno con i giocatori della Juve. Oddio, certo, non appenderei mai nella mia cameretta una loro foto, e non seguo con particolare afflato le loro prestazioni. Ma li ammiro in senso oggettivo, riconosco il loro valore di singoli e di squadra, mi faccio una ragione tecnica e umana del fatto che siano arrivati trenta punti avanti i miei giocatori preferiti, quei fantasmini con la maglia nera e blu. Mastico calcio e mi pregio di un minimo di obiettività critica: non dico mica che Gabigol vale Dybala, o che Palacio vale Higuain, o che Nagatomo vale Dani Alves. Mostrarmi la foto di  giocatori della Juve è come presentarsi da un vampiro con in mano un mazzo d’aglio, lo ammetto, ma non ce l’ho affatto con loro, se non per i banali motivi legati a quella orribile maglia optical che indossano.

Libertà di coscienza. L’equazione “gioca una squadra italiana, quindi un italiano deve tifare per lei” è una cagata immane. No, perchè allora dovrei anche applaudire un discorso di Borghezio a Bruxelles, o una conferenza stampa di Cesare Battisti in Brasile. Cioè, spiegatemi: in quanto italiano sono obbligato a tifare Juve? Ma per favore! Facciamo che, al limite, si lascia libertà di coscienza. Sei interista (milanista, romanista, albinoleffista), giocano Juve-Real, ecco, fai come ti pare. E lascia che io faccia come pare a me e non mi rompere i coglioni. Io odio una squadra italiana tutto l’anno (la Juve, per dire) e nella serata clou della stagione all’improvviso mi bevo il cervello e mi avvolgo in un bandierone  bianconero? Ma dai.

Tifo contro. Per concludere e per essere chiari fino alla fine (#finoallafine), io non ho tifato Real. Ho tifato contro la Juve. Il che, nel caso di Cardiff, ha comportato esultare ai gol del Real, di cui però mi frega assai meno della Juve. Non ho alcun interesse nei riguardi delle parabole umane e sportive di un Casemiro o di un Carbajal. Non me ne frega una cippa della loro duodecima. Piuttosto, ho sperato che la Juve perdesse. Ho fortemente, appassionatamente, incommensuarabilmente desiderato che la Juve perdesse. E qui, cari i miei ipocritoni, arriviamo al punto: perchè sono così malvagio (e con me qualche milionata di tifosi assortiti)? Andiamo al punto successivo.

Juve (Football club). Usciamo, vi prego, da questa ipocrisia buonisto-nazional-popolarista: il tifo contro esiste da quando c’è il tifo e non ci si deve affatto vergognare nè giustificare nè prendere pause dalla propria militanza. Io, interista, non pretendo che uno juventino tifi per noi anche solo una volta l’anno, e mi vergognerei (senza riuscire a giustificarmi) a tifare occasionalmente Juve, che trovo una cosa contro natura e contro la Storia. La Juve del calcioscommesse, la Juve del doping, la Juve del moggismo, la Juve di Ronaldo e Iuliano, la Juve dei 35 scudetti, la Juve (l’elenco prosegue all’infinito): e io dovrei tifare, anche solo per un’occasione speciale, questa roba qui? Questa roba che mi fa incazzare abbestia ogni volta che ci penso? Ma perchè? Comunque, oltre che in democrazia, ci muoviamo nel campo del futile: fate come vi pare. Ma piantiamola di fare i patetici, di invocare l’amor di patria, di dare patenti di menagramo, di impartire lezioni di sportività. Facciamo i tifosi tout court: siamo una sottocategoria dell’umanità, non diamoci più importanza di quella che abbiamo. Io tifo Inter e, ogni due anni, la Nazionale: il resto per me è un mare magnum di squadre che vorrei solo veder perdere. Soprattutto, savasandìr, quelle che giocano contro l’Inter. E poi soprattutto la Juve, sempre e comunque. Una società che da quando esiste prende per il culo il mondo e poi si aspetta che il mondo una notte di giugno la sostenga come nulla fosse. No dico, ma che gente è? E voi, che gente siete?

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marzo 14, 2017
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Il lodo Bacca, ovvero: l’importanza di essere vestito bene

“Per avere, al termine della gara, nel recinto di giuoco, già sostituito ed in abiti civili, protestato in maniera plateale e veemente nei confronti di un Arbitro Addizionale, avvicinandosi con atteggiamento aggressivo nei confronti del medesimo, finché non veniva trattenuto ed allontanato a forza dai dirigenti e dall’allenatore della propria squadra”, Carlos Bacca (Ac Milan) è stato squalificato per una giornata (più multa di 10mila euro).

Apperò.

Scusa, proseguo. I dirigenti Adriano Galliani e Rocco Maiorino “per avere rivolto, al termine della gara, nell’area antistante gli spogliatoi, frasi offensive nei confronti dei tesserati della squadra avversaria”, sono stati ammoniti con diffida,  mentre la società pagherà un’ammenda di 5.000 euro “per avere omesso di impedire l’ingresso nel recinto di giuoco di un dirigente non inserito nella distinta di gara” (una roba da calcio minore, sono lì che gli tremano le palle per il closing e non mettono i dirigenti in distinta). E poi mettici, negli spogliatoi, lo sgabello sfasciato e i due scudetti imbrattati col pennarello, che non costituiscono materia per il giudice sportivo ma, come dire, aggiungono un po’ di colore a quello che è successo alla fine di Juve-Milan. Cioè, per dire.

Alla fine di Juve-Inter, dove si coglieva di sicuro un bel po’ di tensione ma nessuno cercava di aggredire nessuno nè di imbrattare scudetti virtuali, succedevano comunque cose che portavano all’espulsione al 49° minuto di Perisic (diciamolo, Ivan, una cazzata) e che causavano per il medesimo una squalifica di 2 giornate “per avere ripetutamente proferito espressioni gravemente irriguardose nei confronti del Direttore di gara”. Mauro Emanuel Icardi “per avere, al termine della gara, rivolto ad un Arbitro Addizionale un’espressione ingiuriosa accompagnata da gesti, nonché per avere calciato il pallone in direzione del Direttore di gara, senza colpirlo” veniva squalificato per 2 giornate, confermate in appello (mentre a Perisic ne veniva abbuonata una).

Ora, ci sarà sicuramente qualche sfumatura leguleia che renderà tutto questo legittimo agli occhi di qualche togato con la fissa del cavillo, ma a quelli di noi normali tifosotti?

No, perchè se queste due sentenze fanno giurisprudenza, il rapporto dei giocatori con gli arbitri, addizionali e non, assume contorni normativi del tutto inediti. Per esempio, volendo mandare affanculo in relativa tranquillità un addizionale, o addirittura fare un po’ di guapparia e tentare di aggredirlo, è meglio farsi sostituire, fare una doccia e mettersi gli abiti civili. A quel punto, tu torni in campo e puoi divertirti con il tuo addizionale preferito. “Ehi, quello mi ha mandato affanculo e voleva uccidermi a mani nude”, “Ma com’era vestito?”, “In abiti civili”, “Ah vabbe’, non ti incazzare”.

Perisic, al 49° del secondo tempo, in un’atmosfera non meno provocatoria – parlando del comportamento arbitrale -, manda affanculo l’arbitro (quello vero, non l’addizionale) ma senza avere l’accortezza di farsi sostituire – qui è evidente anche l’errore di Pioli: se un tuo giocatore vuole mandare affanculo un arbitro a caso, devi sostituirlo, non ci sono cazzi. Quindi, essendo ancora in campo negli undici effettivi, viene espulso. Cornuto, mazziato, squalificato. Negli spogliatoi, Perisic fa la doccia e si mette in abiti civili. Al che va da un dirigente e, sistemandosi il nodo della cravatta, gli chiede:

“Mi scusi, posso tornare in campo a mandare affanculo il primo arbitro che trovo, fosse anche l’addizionale?”

“Ivan, scusa, ma ci sono due ordini di problemi: hanno già spento i riflettori – no, dico, ci hai messo mezz’ora a fare la doccia, e chi sei, Kim Kardashan? – e poi non è ancora ben chiara questa faccenda del mandarsi affanculo dopo la doccia. Direi di aspettare che si verifichi un caso del genere, per poter avere un precedente. Non so se mi sono spiegato”.

Guarda caso, càpita ancora a Torino. Dove la figura dell’arbitro addizionale assume evidentemente un’importanza centrale (accanto a quella dell’arbitro titolare, ma non c’era bisogno di sottolinearlo). Tu puoi sfasciare gli spogliatoi o fare atti di onanismo o rubare le autoradio, ma lascia stare l’addizionale. E, soprattutto, controlla come sei vestito. Del tipo che anche Icardi non si era ancora cambiato mentre insultava l’addizionale e, nel contempo, cercava di colpire l’arbitro con una pallonata tipo al campetto.

“Ehi, chi è stato?”

(silenzio)

Tra l’altro, qui si apre un fronte piuttosto particolare e che avrebbe molto a che fare con l’essenza del calcio, se non fosse che ci mettiamo lì a fare gli azzeccagarbugli dei miei coglioni. Come mai non è stato premiato il gesto tecnico di Icardi, che insulta l’addizionale e tira una pallonata verso l’arbitro, quindi un classico no look? Ma qui, in Italia, nella patria della moda, si privilegia un aspetto puramente estetico (l’abito civile) a uno prettamente tecnico (insulto più pallonata no look, una sciccheria). Massì, andiamo avanti così. Poi lamentiamoci se ci sbattono fuori dai mondiali.

“Guarda che Icardi è argentino”.

Sì, ma io ne faccio una questione generale. Domani un bambino italiano cosa capirà di questa vicenda, cosa ne trarrà? Che qui non gliene frega un cazzo a nessuno nella sua bravura, ma se sei vestito in abiti civili va bene tutto.
E per concludere io credo che il punto stia tutto qui: che questa ridicola vicenda di doppiopesismo giuridico sportivo abbia una sola vera causa, l’insopportabile influenza della lobby degli abiti civili. E andatevene tutti affanculo.

“Anche l’addizionale?”

Massì, tanto sono vestito, cazzo me ne frega?

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settembre 30, 2016
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La Gazza ha un problema con l’Inter

spartainter

(scritto per Il Nero e L’Azzurro)

Ora, ci sono premesse doverose da fare, e pensiamo siano condivise di default anche dai più irragionevoli tra gli interisti: ieri sera a Praga l’Inter ha fatto schifo e, tornando a 15 giorni prima con gli sconosciuti israeliani, in Europa League abbiamo fatto schifo due volte su due, che è oggettivamente una pessima media. Dopo due partite così risulta anche difficile prefigurarsi un cammino improvvisamente virtuoso che ci rimetta in bolla per la qualificazione al turno successivo. Questa è la triste realtà e nessuno la vuole negare.

Una triste realtà che mette di per sè parecchia carne al fuoco per la stampa sportiva, che di temi da approfondire ne avrebbe a bizzeffe senza scendere però sul piano della Gazza – l’organo sportivo principe, la madre di tutte le testate – e di quel godurioso sadismo che già da ieri sera permea il suo sito e che oggi rimbalza garrulo tra carta e web. Chiedere tronfi “agli oltre 1.600.000 follower di Twitter” di fare il titolo della partita (spacciandolo poi come “sondaggio”, ahahahah, ma come gli viene in mente?) equivale a scrivere “Ehi ragazzi, scarichiamo un po’ di merda sull’Inter, vi va?”.

follower

Del resto, qualche giorno fa, un articolone su Gazza.it era stato dedicato a Zaza e al pallido avvio di campionato suo e del West Ham. Il titolo era “Zaza fuori dopo 45 minuti, i tifosi del West Ham lo insultano”. Mi leggo il pezzo e scopro che il tutto era basato su due (2) tweet di tifosi del West Ham che deridevano Zaza (che, sostituto nell’intervallo, allo stadio non era stato insultato da nessuno). Proseguo nella lettura e scopro che non tutti sono d’accordo, per la Bbc (la Bbc) non è colpa sua, è troppo isolato. Quindi, riassumendo: 2 tweet, Zaza è una merda. Commento tecnico della Bbc: in fondo al pezzo così, en passant, perchè Zaza è una merda.

Alla Gazza deve piacere un casino Twitter e quindi ieri sera – c’è qualcosa di più comodo? – serve l’assist ai suoi 1.600.000 amici annoiati dalla contemporanee partite a senso unico di Roma e Fiorentina: dai, su, prendiamo l’Inter per il culo. E non così a caso, no: ripartendo dal titolo di 15 giorni prima “Inter, ma non ti vergogni?” dando per scontato che non si potesse far altro che rincarare la dose.

“Sondaggio”: ahahahahah, ma dove il prendono? Le parole sono importanti.

Vabbe’, torniamo ab ovo. L’Inter ha fatto schifo, tre pere e a casa. La triste, dura realtà. “Eurocrac Inter” è il titolo, e va bene (per me andava bene anche quello di 15 giorni fa, chi non si è un po’ vergognato, in effetti?). Le pagelle sono pessime, e va bene, la partita l’abbiamo vista tutti (purtroppo). In un angolino c’è addirittura “Fuorigioco sull’1-0”, abbiamo talmente fatto cagare che manco me n’ero accorto. E poi, però, c’è anche l’editoriale di Sebastiano Vernazza che parte dalla prima e gira dentro.

Il primo capoverso è dedicato agli “esegeti dei sociali”, ai “cari puristi di Facebook e Twitter” che avevano criticato l’uso del concetto di vergogna applicato 15 giorni prima alla figuraccia. E qui va fatto il primo contropelo alla Gazza: quindi, se abbiamo capito, va bene invitare 1.600.000 follower a perculare l’Inter, ma non va bene se qualcuno ti dice che stai esagerando con i titoli? Già i social sono difficili da maneggiare, già andrebbero fatte diecimila tare a quello che vomita ogni minuto il popolo dei social: se poi però usiamo il flusso nell’unica direzione che ci fa comodo, allora l’affare si complica.

Il secondo capoverso è sostanzialmente dedicato a distruggere Ranocchia (“insistere su di lui è accanimento terapeutico, si consiglia di far cambiare aria a lui e a diversa altra gente”) e De Boer (colpevole di non allenare situazioni come quella del secondo gol, come se al mondo si fossero allenatori che ogni settimana dedicano una seduta a “oh ragazzi, quando c’è una punizione in una zona minimamente pericolosa – ma minimamente, eh? -, vi dico una cosa sensazionale che facciamo noi in Olanda – ne approfitto per dirvelo ora, rimanga tra noi -: uno facendo finta di niente vada a rompere i coglioni sul pallone e gli altri – tutti, eh? – non si facciano i cazzi propri guardando altrove come belle fighe sul lungomare in attesa del ganzo! Davvero, funziona!”).

Per chiudere poi con un illuminante appunto tecnico: che l’Inter tutto sommato ha giocato con una formazione che per sei (6) undicesimi ricalcava quella contro la Juve e “Praga certifica la dipendenza da Miranda, Joao Mario (non in lista Uefa), Icardi e Perisic”.

Sei undicesimi, cioè aveva fuori mezza squadra. Per bizzarra coincidenza, tutti i migliori. Che voglia dire qualcosa? No, per dire: se alla Juve oggi togliessi Bonucci, Alex Sandro, Pjanic, Dybala e Higuain (cinque a caso, ma non troppo), qualche problemino non l’avrebbe anche lei?

Che poi si finisce sempre a parlare di Juve. Ma non c’è qualche piccola disparità di trattamento? D’accordo, noi in Europa abbiamo fatto schifo, ma dopo Juve-Siviglia (no, ne vogliamo parlare?) si era verificata – fatte le debite proporzioni, per carità – una tale mobilitazione, un tale coro di preoccupazione per l’onore del calcio italiano e per il coefficiente Uefa? E i social, cosa avranno mai detto quel giorno? Boh, non si sa. I social. Boh.

Ma non è una novità. Del resto, Allegri è stato lasciato libero per una settimana di far passare il concetto che Inter-Juve era stata la partita più brutta degli ultimi 30 anni. Per poi prendere la parola nelle interviste del dopo-match successivo (visto su Mediaset Premium) e dire: “No, volevo precisare che è stata una brutta partita nel suo complesso, per entrambe, non solo dell’Inter”. Ah, grazie della magnanima precisazione. Noi – noi interisti, ma magari anche qualcun altro, chissà, sui social si poteva controllare – abbiamo visto una squadra fare un culo così all’altra (può capitare, a noi capita ogni giovedì sera) epperò è stata una partita di merda. A Zagabria calcio champagne, giusto. C’è ancora un problema tecnico che impedisce a De Boer di reagire in tempo reale: in questi due mesi è stato l’unico momento in cui mi è mancato il Mancio, una bella rispostina sarcastica e bòn.

Intanto leggo e rileggo i pezzi di oggi, ma non vedo sottolineature sul fatto che in Europa League abbiamo giocato alla vigilia di Inter-Juve e di Roma-Inter, e che De Boer non ha in lista Joao Mario, Kondogbia e Gabigol, ha in cella di rigore Brozovic e i più buoni non li rischia. Questo ci costerà l’Europa? Probabile. Però diciamolo. O che almeno lo dica qualcosa sui social, così la Gazza lo riprende.

E invece apro Gazza.it e la notizia della partita è corredata da questo delicato fotomontaggio (un carretto cinese buttato giù dal secondo anello) sicuramente raccattato sui social – i social! -. Ma tu, Gazza, sei la Gazza. E se rilanci la merda hai le tue belle responsabilità.

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settembre 22, 2016
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Fertility day: la madre dei comunicatori è sempre incinta

fertility

Oggi ho deciso di celebrare il Fertility day, quindi mi sono immedesimato in una donna in età fertile, ho preso l’opuscolo del ministero, ho guardato la copertina e mi sono detto:

“Ok, non mi drogo con i negri”.

Io lo trovo oggettivamente un buon consiglio, quello di non drogarsi prima o durante una gravidanza. E anche dopo, debbo dire. Certo, la parte inferiore della copertina, con quelle etnie così ben definite e con quel “compagni” tra virgolette, è un pochino – come dire – razzista. Leggevo poco fa sul web la reazione stizzita della Federnegri e dell’Assorasta, che si sentono discriminati dalla scelta della foto. Dietro le buoni intenzioni passano messaggi un po’ distorti, come una sostanziale differenza tra il drogarsi con un rasta o con un negro e il drogarsi con un calvo o con un bianco. Sconcerto anche in un movimento d’opinione vicino al governo – il Pd – per l’accostamento dei “compagni” con la pratica del droga party. Soddisfazione invece da Skin heads e Ku Klux Klan: “Siamo felici di vedere finalmente riconosciuti i nostri valori”.

Vabbe’, insomma, la foto sotto fa cagare ma il significato è chiaro. Ma la foto sopra?

Voglio dire: sotto ci sono la donna bianca e i suoi amici negri e cattivi che si drogano alla stagrande, e io ne colgo l’essenza intima del messaggio, cioè che debbo trombare per procreare e sostenere il sistema pensionistico del 2070, epperò non mi debbo contestualmente drogare perchè fa male. Ok, sono d’accordo.

Ma quelli sopra, cosa fanno?

Qual è il messaggio virtuoso della foto sopra? Quali sono le buone abitudini da promuovere che emergono da quella fotografia? Sotto si stanno facendo che è un piacere, ma sopra che cosa cazzo fanno di preciso quei quattro?

Io provo a interpretare, pedissequamente, attenendomi alla foto così come ho fatto con quella sotto. Non mi debbo drogare con i negri, ok, fin lì ci sono arrivato, e quindi per quanto attiene alla foto sopra debbo ritenere che siano “buone abitudine da promuovere” le seguenti cose:

sorridere

pettinarsi

essere belli

essere biondi, massimo castano chiari

frequentare fotomodelli/e

stare in vacanza

non fare un cazzo

lavarsi i denti

uscire in quattro

essere scandinavi

filo interdentale

fingere felicità

andare al mare con tre amici

scattarsi foto con gli amici al mare

scattarsi foto con gli amici al mare con il mare storto dietro

giocare il doppio misto

foursome

scambio di coppia

mettere su una cover band degli Abba

mettere su una cover band dei Ricchi e Poveri

gang bang

capire dove mette la mano la bionda

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settembre 21, 2015
di settore
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Quei fottuti geni della Pixar

A noi giovani padri degli anni ’90 e seguenti, la Pixar ha salvato la vita. Poteva essere un periodo denso di cenerentole, bianchenevi, cariche dei centouno, cerbiatti, topi e gatti vari – un periodo difficile-, e invece no, siamo stati graziati e ci si è aperto un mondo. Quando uscì Toy Story, la novitá fu interessante: si passava a un’animazione computerizzata, tridimensionale, tremendamente innovativa (c’era di mezzo Steve Jobs) e questo all’inizio bastava e avanzava per andare al cinema con convizione e senza mai guardare l’orologio  (santiddio, quando finisce?).

Fu quattro anni dopo, con Toy Story II (1999), che mi accorsi che non era solo questione di computer. Dietro quella allora sbalorditiva tecnica c’era dell’altro. C’era della scrittura, e che scrittura. Quando un film mi piace mi sento gonfiare il petto, la sensazione fisica di essere pieno di grande cinema (almeno quello tale secondo la mia modesta opinione, de gustibus, per caritá). Ecco, durante Toy Story II – inaspettatamente – mi è capitato. Mi ricordo anche il momento: c’era una Barbie che guidava una macchina della Barbie e portava in giro il cowboy Woody in un magazzino di giocattoli. Volevo alzarmi in piedi e applaudire (figura di merda, diciamolo). Ma come, è solo un cartone, dicevo tra me e me. Eppure il petto, sì sì, lievitava. E con la Pixar mi sarebbe capitato ancora, altre volte, tante, anzi parecchie.

Quindi mi sono chiesto: chi è il fottuto genio che scrive queste storie?

Uscito dal tunnel dei doveri nei confronti dell’infanzia – leggi: portare le figlie al cinema a vedere i cartoni -, sono entrato in quello dei doveri nei confronti del cinema – leggi: vado a vedere i cartoni della Pixar per mia estrema e intima tensione e convinzione personale. E senza il minimo tentennamento. Non come quello che in edicola compra Micromega e Limes per infilarci Le Ore. No no, con trasparenza.

Dicevo: chi è il fottuto genio?

Ora, i film della Pixar non hanno tutti la stessa mano, nè nel disegno nè nella scrittura. Ci sono quelli di Brad Bird, per dire (Nemo, Ratatouille), quelli di Stanton o di Unkrich. Ma il meglio, l’eccelso fa capo a due menti, quelle di John Lasseter (il pioniere, oggi “solo” direttore creativo e super-mega-produttore) e di Pete Docter, che hanno diretto e sceneggiato i capolavori: i primi due Toy Story, Bug’s Life, Monsters & Co e Up.

E quindi sabato sera sono andato al cinema con il petto giá pronto a riempirsi per vedere Inside Out, scritto e diretto da Pete Docter, l’allievo che supera il maestro, almeno così diceva una recensione.

La scrittura, ecco. Non è solo il pensiero che sta dietro un soggetto (e qui, in Inside Out, nell’avventura  dentro il cervello di una ragazzina delle cinque emozioni che dominano l’essere umano, c’è l’ispirazione a fior di studi sulla psicologia partendo da un saggio di Darwin di un secolo e mezzo fa), ma è la ricchezza di una sceneggiatura che ti mette insieme in 90 minuti più battute riuscite che non negli ultimi sette film di Woody Allen (e io adoro Woody Allen) o nelle ultime settecento commedie italiane. Non è solo giocare con il cuoricino dello spettatore – bambino o adulto che sia, non ha importanza – sapendo di poterlo devastare con le solite tre o quattro semplici mosse, ma offrire su un vassoio un gioco di rimandi e di citazioni che ti ribalta sulla poltrona anche se sei lì seduto, almeno in apparenza.

Tutto è relativo. Per dire, c’è gente disposta a farsi tre ore di coda all’Expo al padiglione del Giappone (sì, ok, è bello) per quattro emozioncine visive. Inside Out varrebbe 48 ore di coda davanti al cinema,  con sacco a pelo e cucina da campo, tipo quando c’era da comprare il biglietto per Madrid.

E quindi lancio la mia campagna. La Pixar l’Oscar per il miglior film di animazione l’ha giá vinto varie volte,  Lasseter ne avrá una collezione (due sono suoi personali), Docter stesso ne ha vinto uno come regista di Up. Ecco, bisogna andar un po’ oltre, perchè quel che è giusto è giusto: dopo tre nomination, è giunta l’ora dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.  Viva Inside Out, viva Pete Docter, viva l’Inter, viva il cinema, viva la Juventus in B per meriti sportivi.

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agosto 25, 2014
di settore
270 commenti

Solare? No, grazie

Può essere solare un sistema, un’energia, un’ora, un pannello, una crema, un plesso. Ma tu, sì, tu, intervistato al tiggì, perchè mi dici che la persona testè assassinata era solare, e invece tu, sì, proprio tu, al tg successivo mi dici che a suo modo era solare pure l’assassino? (una volta l’assassino era quello gentile che salutava sempre, buongiorno buonasera, ma chi si immaginava madonna mia?, mentre ora – qualche volta, ok, non sempre – è solare pure lui). Com’è che prima eravamo simpatici o stronzi, e adesso siamo tutti solari? (toccandosi i coglioni, eh? Per essere definito solare devi essere morto da poco, oppure – qualche volta, non sempre – avere ucciso qualcuno). Quand’è che è iniziato questa deriva solare? Ho cercato su internèt e ho trovato una tesi singolare. Per qualcuno la diffusione del solare sarebbe legata a quelle penose intervistine ai ragazzi in discoteca, ricordate? “Scrivetemi, contattemi, sono una persona (rullo di tamburi) solare“. Seguiva primo piano di un truzzo pazzesco, anello di congiunzione tra l’homo sapiens e il mandrillo (Mandrillus sphinx Linneo), che sorrideva in camera per mostrarsi – ok, truzzo e puzzolente finchè si vuole – abbastanza solare. “Ahò hai sentito? E’ solare!” “Ganzo!” E solare è diventato virale (“Contattatemi, mi puzza il fiato/ sono in attesa del terzo grado di giudizio / rubo autoradio ma sono tanto solare“). Sette-otto anni fa, dunque, iniziava a diffondersi il morbo della solarità, più o meno contemporaneamente – ciò è curioso, pur non c’entrando nulla – all’arrivo di Solari all’Inter (che poi Santiago era abbastanza solare, ma Liz lo era molto di più, e non in senso figurato ma in senzo pratico, solare come un pannello solare). Da allora, le persone sono catalogate come prima – da brave a pezzi di merda – ma hanno in più solare come opzione, opzione che è diventata ormai di default, una specie di patch che ci attacchiamo tutti sulla manica sinistra, c’è chi è il club più titolato al mondo e c’è chi è solare. O meglio, faremmo prima a dire chi non è solare, visto l’immane quantità di solari. E dando per scontato che tra le definizioni che ci possono appioppare c’è di sicuro quella di persona solare, ormai a ciascuno spetta l’onere della prova (una prova solare, obviously). Cioè, quella di dichiararsi non solare. “Lei è solare, no?” “No guardi, sono una brutta persona, quindi non mi caghi il cazzo”. Tra l’altro, qualcuno si ricorda più il significato di solare riferito a una persona e non a un pannello? Sempre da internèt, dizionario on line: luminoso, sereno, ottimista. Mej cojoni: ma voi conoscete in natura una persona che – contemporaneamente! – sia luminosa, serena e ottimista? Sì, a volte capita: per esempio, maggio 2010, quanti interisti non erano ottimisti e luminosi? Ma sereni, voglio dire: voi eravate sereni? Io durante Roma-Samp ho perso tre chili e un anno di vita, durante Siena-Inter ho mangiato un chilo di unghie e tre di orociok, al Bernabeu ho lasciato millemila calorie umane e sentimentali. Praticamente: sono stato solare per quella mezz’oretta susseguente al secondo gol di Milito, poi ho impiegato un’altra mezz’ora a trovare il pullman per l’aeroporto e ho perso ogni solarità. Quindi basta, solari un cazzo. Se vi hanno ucciso o rapito o ferito un amico, dite che era/é gentile, simpatico, generoso, ma non che era/è solare. Per tre motivi: 1) probabilmente non è vero; 2) non sapete cosa vuol dire solare; 3) avete rotto i coglioni. “Sì, ok, ha decapitato la colf con una mannaia, ma era un ragazzo così solare”: ecco, vi prego, basta così.

crema

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