Settore Inter blog

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luglio 21, 2015
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La non-ignoranza (ovvero: il bello della steppa)

Se non sono infortunato o in ferie, ogni anno mi iscrivo pieno di perplessità a una corsetta che si svolge nella steppa a una quindicina di chilometri da Pavia. Sono 7,8 km con le seguenti caratteristiche: 0,3 km all’ombra (i primi 100 metri e gli ultimi 200), 7,5 km al sole. Svolgendosi a metà luglio, c’è un’alta probabilità che ci sia molto caldo. Nel luglio più caldo dalla creazione della Terra, c’è un’alta probabilità che sia un massacro.

Eppure, mi iscrivo.

Per puro senso di responsabilità faccio 5 minuti di riscaldamento che, date le condizioni, mi riducono a una larva d’uomo. Mi schiero alla partenza come al solito in ultima fila e, nel caso specifico, con qualche timore tecnico, etico, psicofisico e morale. Partire piano, partire piano, chissenefrega, partire piano, partire piano

PUM!

Si parte. Parto piano. Dopo neanche mezzo chilometro di dividono i percorsi. Donne e uomini over vanno a sinistra. I rimanenti 58 baldanzosi atleti girano a destra. Approfitto della curva per guardare indietro. Ne conto 4. Quindi ne ho 53 davanti.

Sono quintultimo.

Beh, sono partito piano no? Così vengo colto dai consueti pensieri di terrore, morte e distruzione. Mi vedo arrivare al traguardo tipo Dorando Pietri, sorretto da due giudici e poi squalificato e radiato. Mi vedo anche crollare sfinito in un campo di mais e ritrovato in avanzato stato di decomposizione al momento del raccolto. Ed è in quel momento, dopo un chilometro di corsa, già sudato da far tenerezza, che prendo una decisione che mi sorprende:

“Facciamo, una volta tanto, davvero, promettimelo Settoreh, una volta tanto, ti scongiuro, facciamo una corsa non dico intelligente, ma almeno non-ignorante”.

Che in sostanza vuol dire questo: fottitene che sei quintultimo, fa un caldo bestia, ci sono 70 gradi e il 125 per cento di umidità, prendi il tuo ritmo, tienilo – qualunque esso sia – e porta a casa il culo.

E così faccio. Nel secondo chilometro ne supero un paio ma vengo a mia volta superato da The Edge, che – in assenza di Perdenzio Perdy, forse in ferie, incredibile, credevo non ne facesse – eleggo a mio punto di riferimento. Ecco, il mio punto di riferimento prende e ne ne va, lo vedo allontanarsi ma io sto facendo una corsa non-ignorante e non lo inseguo.

Durante il terzo chilometro supero disinvolto Jimmy Strong, poi a seguire Averell Dalton, fratello di Jack che invece ci precede di un bel due-trecento metri, lo vedo in lontananza, piccolo così, but who cares?, sono in modalità non-ignorante e nessuno può turbarmi.

Intanto un tizio arancione continua a superarmi, poi si lascia raggiungere, poi lo risupero, e via così, l’Uomo Elastico cerca di destabilizzare il mio procedere zen ma non ce la fa, gli lascio fare i suoi avanti-e-indrè, cazzi suoi, io ho innestato il pilota automatico e me ne strafotto, tzè. E infatti ne supero un altro.

Tra il quarto e il quinto chilometro, senza aumentare il passo, semplicemente tenendolo, ne supero un altro paio. Non faccio più caso al caldo e alla zero-ombra. Ormai la corsa non-ignorante è il mio nuovo  must. Al sesto chilometro supero anche un piccoletto, poi raccolgo con il cucchiaino l’Uomo Elastico che crolla come una pera matura al suo settecentesimo allungo, poi imbocco un sentierino stretto stretto ed è lì, alla fine del sentierino, che allungo lo sguardo e rivedo The Edge.

E lì sento nelle orecchie una musica alla Morricone, da-daaaaan, è il duello finale. Non ho fretta, entro in scia, mi avvicino, lo affianco, lo supero. Da-daaaaan. Cazzo, venti metri avanti c’è anche Jack Dalton. Ci provo ma non ce la faccio, siamo all’arrivo, porca troia, di già? ancora duecento metri e me lo mangiavo santiddio (è la prima volta che dico “di già” da due anni a questa parte, di solito dicevo “ma quando cazzo finisce questa corsa di merda stramaledetto il giorno che mi sono messo a fare questo sport del menga?”).

Arrivo 46esimo. Tredicesimultimo. Ho recuperato otto fottute posizioni. Me ne compiaccio mentre bevo diciassette tè freddi che una sciura mi allunga a ripetizione, e un tè dopo l’altro mi sento  vivo, vegeto e strategicamente molto à-la-page.

Dalton

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luglio 12, 2015
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Fenomenologia del non competitivo

Niente, è più forte di me. Quando vado a una non competitiva non riesco ad arrivare presto, non ce la faccio. Se le partenze sono tra le 8 e le 9, io arrivo alle 9 meno cinque. Se invece, come stamattina, sono tra le 7,30 e le 8,30 io arrivo alle 8,31. È come se avessi un orologio biologico che mi dice: è una NON competitiva, ragazzo, e NON c’è alcuna ragione per cui tu debba arrivare presto. Potrei svegliarmi alle 5, niente, figurati, sarebbe lo stesso, arriverei comunque alle 8,31. Non solo: stamattina entro in un paese di 1600 abitanti e mi perdo. Per fortuna vedo un podista di bianco vestito avanzare dal nulla e mi sporgo dal finestrino tipo Oler Togni:

“Scusa, collega, mi dici dove santiddio ci si iscrive a questa non competitiva dei mie due zebedeos?”

“Guarda, devi tornare indietro, girare a destra, poi sempre avanti, ma… ma…”

“Ma?”

“Ma tu sei Settore!”

“Settoreh, sì”.

“Settore!”

“Sì, Settoreh, il podista etiopo-vogherese che…”

“Settore l’interista, grande, forza Inter”

Cazzo, mi ero completamente dimenticato dell’Inter. Il fatto è che siamo in luglio e sono concentrato sul recupero della condizione podistico-esistenziale. Parcheggio e mi fiondo al banchetto delle iscrizioni dove una signora in bilico sul climaterio mi pone di fronte a una questione burocratica mai affrontata prima.

“Lei è tesserato o non tesserato, bel giovane?”

“In che senso? Certo che sono tesserato”.

“Tesserato a cosa?”

“Fidal”.

“No Fidal”.

“Uisp”.

“No Uisp”.

“Ikea Family, Fidaty, Nespresso club, Carrefour Ambassador Lounge, Inter club Pavia Nerazzurra…”

“No, lei è tesserato Fiasp?”

“No”.

“Allora deve iscriversi tra i non tesserati”.

“Guardi, farei qualsiasi cosa, sono le 8,35 e debbo correre per 22 fottuti chilometri e sono giá partiti tutti. Dove si trova lo sportello non tesserati?”

“Sono io”.

Sto per lanciarmi su di lei tipo Antonio Inoki ma mi trattengo e mi iscrivo tra i non tesserati del cazzo. Quindi parto. Mi accorgo che dietro di me arrivano altri due ritardatari, quindi sono terzultimo. Ma procedo comunque angosciato: e se si dimenticano di me, se se ne vanno tutti, se smantellano i ristori e io muoio di stenti e mi ritrovano tra 300 anni in un anfratto e mi espongono come Oetzi nel museo contadino e le scolaresche mi verranno a vedere e poi andranno a casa a raccontare di avere visto una mummia col Garmin?

Quando poi arrivo al cartello della divisione dei percorsi, a sinistra 12 km e a destra 22, si innesca l’ormai consueto meccanismo per cui tra una scelta di buon senso (facciamone 12 e andiamo a casa) e una estrema (facciamone 22 e vaffanculo) il podista umanista agonista che corre una non competitiva sceglierá sempre la più estrema.

Una persona normale vede una freccia con scritto 12 km, il podista umanista agonista legge “12 km, non sarai mica così mentecatto a girare a sinistra? Chi sei, la principessa sul pisello? Ma vergognati diobono”. E dove c’è la freccia con scritto 22 km, il podista umanista agonista legge “Imbocca la strada verso il regno dei cieli, fratello. All’ arrivo troverai Scarlett Johansson, 42 vergini o un abbonamento primo anello arancio (opzioni non cumulative)”.

Il resto vien da sè. A parte il tremendo olezzo di due porcilaie, la corsetta è organizzata alla grande, cinque ristori, che comfort!, al quinto un ragazzotto mi fa la doccia con la canna, “Tutto?”, “No, solo la testa, amico”, e al ristoro finale, il sesto, vassoi di fette di anguria fresche su cui mi avvento tipo Poldo Sbaffini. E mentre sono lì che mangio anguria come un bambino, mi godo l’ingannevole effetto delle endorfine che – dopo 22 km sotto il sole – ti fanno sentire molto più vivo di quando sei partito.

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maggio 13, 2014
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5000 (motivi per non andare)

Mi reco all’alba (le 9, vabbe’, ma è la mia alba metabolica) al campo Coni di Pavia per disputare una gara che, nella lista delle mie preferenze, occupa la top ten della munnezza: i 5000 metri su pista. Com’è noto, la gara consta di 12 giri e mezzo di anello in tartan, cioè la morte civile. Facendo colazione e riordinando le idee, mi preparo al peggio: e cioè arrivare ultimo della batteria facendo registrare un tempo infamante, diciamo superiore ai 4′ 30″/km, roba da mammolette del podismo. Comunque esco, vado, mi iscrivo, mi rendo conto che la mia batteria non partirá prima di un’ora e mezza e quindi faccio le cose con estrema calma. Del resto, perchè prendersela, sapendo che arriverò ultimo e farò un tempo di merda?

“Perchè ci sei andato, scusa?”

Ma perchè lo sport è questo e De Coubertin sarebbe fiero di me. Il problema è che io non sono particolarmente fiero di me, ma come direbbero i latini, santiddio, “per aspera ad astra”. Attendo quindi con pazienza la mia batteria. Ci sono due cose belle: 1) la partenza è sul rettilineo opposto, il che conferisce al momento un’aura di eroismo (io penso che vada apprezzato ogni mio tentativo di spiegazione del perchè mi ostino a presentarmi alle gare su pista); 2) ti chiamano uno per uno, dicono il tuo cognome, tu rispondi con il numero del tuo pettorale, ti sistemi dove ti dicono di sistemarti, insomma, sembra una gara vera. Noto la presenza di gente che, facendo un rapido calcolo, non solo mi doppierà, ma potrebbe doppiarmi due volte, tipo quelle macchine sfigate di Formula 1, you know. Vabbe, mi dico, ma chi se ne

PUM!

O figa, si parte. Mariano Settorini è qui, bello reattivo. Ingaggio un duello sulla prima curva con un noto professore e con un tipo più alto di me e un po’ ciccione, non tanto, un pochino, diciamo corpulento. Supero Ciccio, supero il prof, il prof mi risupera. Tutto questo nei primi duecento metri. E nonostante questo sfrenato agonismo, questo superarsi e ricorrersi e mercarsi stretto e sportellarsi e sverniciarsi, insomma, nonostante tutto questo io, il prof e Ciccio

siamo gli ultimi tre.

Ma questo non è un problema. Questo era preventivato. Mi piazzo dietro al prof, sembriamo Moser e Saronni al trofeo Baracchi, solo che quelli arrivavano in copia, mentre io ai 2500 scoppio, mi affloscio. Vabbe’, ciao prof, vattene pure, io tengo il mio ritmo, le gazzelle mi hanno già doppiato la prima volta e io mi assesto tranquillamente al penultimo posto. Al che, facendo questa considerazione, mi sento pervaso da un senso di non so cosa, una sorta di frustrazione zen, non so se mi spiego. Vabbe’. Vado, ma sempre più lento. Mancano due giri e le gazzelle ripassano per la seconda volta, Iddio le strafulmini. Dlen dlen dlen. Manca un giro. E mentre sono lì che penso che tra poco stopperò il Garmin, tirerò il fiato, berrò un bicchiere d’acqua, insomma quelle robe lì, a meno di duecento metri dall’arrivo, in piena curva, in vista del traguardo, ecco, insomma, proprio in quell’istante cruciale,

Ciccio mi supera.

Mi supera e sprinta. E’ lui il penultimo. Io ultimo. Gli ultimi 50 metri li faccio con il morale a pezzi. Medito il ritiro. Come si fa a ritirarsi negli ultimi 40, 30, 20 metri? Potrei fermarmi, girare a sinistra, sul prato, tra gli occhi increduli del gruppetto che è sul traguardo e aspetta me per chiudere il cronometraggio, sì cazzo, potrei farlo, perchè no? ora mi fermo, vado sul prato e urlo

“Vi odio tutti!”

ma non lo faccio. Taglio in traguardo. Stoppo il Garmin. Ultimo, ma a 4′ 29″ al chilometro. Il podismo è crudele, ma hai sempre una soddisfazione. Magari lo 0. 1 per cento di soddisfazione, ma ce l’hai. Non odio nessuno. Viva il podismo. Viva Ciccio. Juve merda.

5000

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