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febbraio 6, 2015
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De ranocchitudo interistorum

ranocchia

Che poi il problema, è chiaro, non è Ranocchia in sè. Il problema, purtroppo, è il ranocchismo dell’Inter intera. Dove il centro della questione continua a non essere  il povero Andrea Ranocchia, che in un’Inter diversa (metti con Samuel o Lucio 2009/2010 al fianco, con davanti Zanetti Cambiasso e Stankovic, per dire) avrebbe fatto probabilmente faville, ma il ranocchiamento di una rosa che in questo momento (voglio sperare che ci sarà un momento diverso, ecco) esprime quello che è. Una squadra che poteva capitalizzare – a livello di fiducia, di consapevolezza – le due partite con Juve e Genoa e invece ha fatto un punto nelle ultime quattro, perdendo due volte a tempo scaduto (una volta su calcio d’angolo, una volta da fallo laterale) (oratorio level). Una squadra che ha il possesso palla per due terzi di partita, e che di quella palla non sa letteralmente cosa farsene, visto che segna poco, tira poco, crea poco. E allora, ecco il punto, Ranocchia può inciampare al 93mo minuto nell’intervento più comico del decennio, ma quanti Ranocchia dobbiamo ringraziare per questo spaesamento che comincia a non avere più alcuna giustificazione?

Ranocchia capitano è il perfetto simbolo dell’Inter post triplete. Il cognome non aiuta (non so, prendi un John Terry, ti comunica un altro tipo di sensazione), ma questa è solo una battuta. L’Inter ha un Ranocchia capitano, questa invece è la realtà. Non Andrea Ranocchia in sè, ma un tipo come lui. Abituati a Zanetti, abituati a un’Inter che contemporanemante sfornava a nastro capitani in pectore – era un capitanificio, Zanetti, Cordoba, Cambiasso, Stankovic, Samuel etc. -, ora siamo a un capitan Ranocchia che dice tutto. Bravo ragazzo, buon giocatore, persona seria, e fin qui ci siamo e lo ringraziamo: ma poi? Oggi, al trentesimo inciampo, costretto a giocare su un infortunio, minato nella sua sicurezza, è tutto tranne che un capitano coraggioso. Scelta opinabile dall’inizio, dare la fascia a lui, e adesso quasi scaduta nel ridicolo: un peccato, per l’importanza della figura del capitano e per l’onore e l’onorabilità di Andrea Ranocchia stesso, che non merita di diventare il contro-idolo degli interisti nè il capro espiatorio di colpe non sue, al netto di una gigantesca puttanata al minuto 93, cioè oggettivamente non rimediabile. Comunque questo abbiamo e questo ci teniamo, degradarlo sarebbe una umiliazione che Ranocchia non merita.

Beh, si poteva fare qualcun altro da principio, no? Ecco il punto: chi?

A livello di atleti seri – questo è un requisito di base – non saremmo mica messi male. Anche Handanovic sarebbe stato un buon capitano (parla anche un italiano perfetto), ma anch’io sono tra quelli che pensa che il capitano non debba essere il portiere, soprattutto in una squadra che ha la personalità di un bambino dell’asilo. Uh, ma ce ne sono altri. Per esempio: Hernanes e Palacio sono due giocatori di profilo internazionale. Ma – eccoci al punto – non sono il Ranocchia del centrocampo e il Ranocchia dell’attacco, due giocatori bravi e forti finchè si vuole ma senza carisma. Vidic poteva essere una scelta di immagine, ma è una sciagura, un Ranocchia al quadrato, o forse al cubo. Lasciamo perdere Nagatomo (serve parlare italiano) e Juan Jesus (il Ranocchia brasileiro). Diamola a un giovane? Beh, non a Kovacic, il Ranocchia dei Balcani, eccelso giocatore e personalità ancora non pervenuta, uno che diventerà una grande giocatore lontano da Milano, incastonato in una squadra un po’ più strutturata, non in questa Inter così poco propensa – ma perchè, poi? perchè? – a tirare fuori i coglioni.

Rimarrebbe Icardi, uno che ha appena dato dei pezzi di merda ai suoi tifosi, non esattamente un comportamento da capitano. Perchè lui, peraltro, a conti fatti il miglior interista della stagione, la fascia la meriterebbe, se non altro a scopo terapeutico. Come a Guarin, un altro personaggio borderline cui una responsabilità vera non potrebbe fare che bene. Ma qui, forse, ormai siamo ai confini con la fantascienza. Se rimane, il capitano un giorno sarà Shaqiri: il miglior rapporto qualità/zebedei  è già suo, anche se nel febbraio 2015 all’Inter sarebbe facile primeggiare. Forse ce la farei anch’io, uno zuzzurellone se ce n’è uno.

 

 

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luglio 14, 2014
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Messi fa schifo, evviva Messi

When I was young, ho partecipato all’organizzazione di un torneo giovanile di calcio che ha avuto tre o quattro anni di discreto splendore. Otto squadre, due gironi, passano le prime due, semifinali incrociate, poi – di domenica – finale terzo e quarto posto e a seguire quella per il primo e secondo posto. C’erano, anche lì, i premi al miglior giocatore e al miglior portiere del torneo, un classicone del red carpet finale. Scegliere il portiere era piuttosto facile, e se per caso non ne emergeva davvero uno era una buona occasione per una innocente cencellata, cioè per dare un premio a una squadra che non ne avrebbe avuti altri. Sul giocatore la faccenda era un po’ più complessa. Si mescolavano valutazioni dirette – appunto: chi ha giocato meglio? chi ha impressionato di più? – ad altre indirette, del tipo “questo però ha già esordito/è stato in panca in A, si vede che è buono” a “quell’altro però l’ha preso/lo sta trattando la squadra X, si vede che ha i mezzi”. In sintesi: o c’era qualcuno per cui bastava la valutazione diretta, oppure c’era qualcuno che – “se lo diamo a lui non sbagliamo” – brillava nella valutazione indiretta. Alla fine si arrivava a un nome, la sera prima della finale, dopo un paio di birrette. Col tacito accordo che, se in finale qualcuno avesse fatto il fenomeno – chessò, una tripletta, un gol dopo averne dribblati cinque o un partitone illuminante – avremmo corretto il tiro al volo. “Tanto mica c’è scritto il nome, no?”. Ma non mi ricordo che sia mai successo.

Curioso che a distanza di una venticinquina d’anni e su scala immensamente diversa – il nostro torneo faceva mille spettatori, il Mondiale ne fa un miliardo (per non parlare ovviamente del vile denaro) – assisto alla premiazione di Rio e mi accorgo che i criteri sono gli stessi del nostro modesto torneino. Neuer è il miglior portiere, punto. Messi è il miglior giocatore. Sorry?

Pensandoci e ripensandoci, sono arrivato a una banale conclusione – lo hanno deciso prima, forse molto prima – e poi a un bivio: 1) o hanno preso per il culo lui, 2) o hanno preso per il culo noi.

1) Messi, voglio dire, si intende di calcio. Quindi sa benissimo di non essere stato il miglior giocatore dei mondiali. Ha fatto un buon girone eliminatorio, ha segnato uno dei tre gol più belli di tutta la competizione, e fin qui ok. Ma vogliamo metterci qui ad elencare i dieci, venti (o fate voi la cifra) giocatori che hanno giocato meglio di lui tra giugno e luglio? E vogliamo elencare quei dieci-quindici che hanno giocato meglio di lui – letteralmente scomparso nella seconda metà di partita – nella finale di ieri sera? Persino quel G-man con i calzoni corti di Boateng, per dire, ha giocato enormemente meglio di Messi. E allora che succede? Gli dai il premio, una piccola gogna finale in mondovisione, “Il migliore” che ha fatto cagare, ha perso la finale e – forse – un’occasione che non gli ricapiterà. “Il migliore”, buahahahaha. Uno spettacolino che sarà piaciuto ai brasiliani. E anche agli anti-Messi, un movimento silenzioso cresciuto a forza di premi inutili e immotivati.

2) Di sicuro la Fifa ha fatto come noi 25 anni fa: “Se lo diamo a lui non sbagliamo”. Intendiamoci: Messi è Messi, 425 presenze del Barcellona e 354 reti, 93 presenze e 42 reti in nazionale, una quantità di coppe e coppette, insomma un mostro. Però ci siamo rotti i coglioni. Solo una sollevazione popolare pro Cristiano Ronaldo (altro mostro, ma l’anno scorso molto molto molto più mostruoso di Messi) ha impedito che a dicembre il piccolo Leo prendesse l’ennesimo Pallone d’Oro, premio-barzelletta se ce n’è uno.

Da quando il regolamento è cambiato – 2010 – sul podio del Pallone d’Oro sono sempre andati gli stessi giocatori: Messi, Ronaldo, Iniesta e Xavi, più una volta Ribery. “Se lo diamo a loro non sbagliamo”. Messi ne ha vinti 4 di fila, di cui 3 con il nuovo regolamento e la nuova giuria, che vota sulla base di uno statuto che ha un unico punto: “Dicci il nome di tre giocatori famosi che giocano bene a pallone e non rompere il cazzo con ulteriori valutazioni chè abbiamo poco tempo. Nell’ultima riga metti l’Iban”. Nel 2010 questo geniale regolamento ha prodotto il più perverso e clamoroso dei risultati: con la Spagna campione del mondo e con l’Inter campione d’Europa e triplettata, Messi – che in quella stagione non vinse niente di serio e che uscì dai mondiali ai quarti sepolto di reti dalla Germania e senza segnare un gol in 5 partite – vinse il Pallone d’Oro. Oggi è Messi che vomita, ma io ho vomitato allora.

E’ chiaro che da allora vale tutto e il premio è diventato una pantomima. Cazzi della Fifa, faccia il suo bel galà con i calciatori in smoking e bòn, chi vuole se lo vede e chi non vuole si guarda un film. Messi è sicuramente uno dei migliori giocatori dell’ultimo decennio, i numeri e i trofei parlano per lui. Ma non c’è bisogno di premiarlo sempre solo per questo, perchè è forte e spesso (non sempre, e ultimamente quasi mai ) il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore della stagione si dà, appunto, al miglior giocatore della stagione, non a un giocatore che secondo me è il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore del mondiale, per carità, conta una cippa. Ma è una questione di principio, e per niente secondaria. Se il governo del calcio non riesce a esprimere un giudizio serio nel’arco di un mese di partite viste e straviste in tutto il mondo, allora facciamoci delle domande. Vogliono il chip nel pallone e la moviola in campo, poi non sanno nemmeno decidere chi è il miglior giocatore nell’arco di sette partite: andate a fare in culo, va’.

premiazione

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giugno 25, 2014
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Why always him?

Mettiamola così, per inquadrare un po’ la questione nel profondo: negli ultimi due Mondiali siamo usciti due volte nella fase a gironi, giocando sei partite e vincendone una (Inghilterra, la più fiacca Inghilterra dell’ultimo decennio), pareggiandone due (con squadroni tipo Paraguay e Nuova Zelanda) (no, dico, Nuova Zelanda) e perdendone tre (con Slovacchia, Costa Rica e Uruguay) (wow). Sì, d’accordo, in mezzo c’è stato un bell’Europeo (asfaltatissimi in finale: come dire, secondi con distacco) e una buona Confederations Cup (il Trofeo dell’Amicizia per nazioni, peso specifico -1), però negli otto anni trascorsi da Berlino non è che ce la siamo spassata. Siamo quelli che siamo, un po’ per colpa di un materiale umano oggettivamente modesto e un po’ per colpa di una gestione federale da barzelletta. Che prima affida la squadra a Donadoni con lo stesso entusiasmo e convinzione con cui l’Inter ingaggiò Gasperini; poi lo scarica dopo gli Europei per richiamare Lippi nell’operazione più puzzolente e arrogante che il calcio italiano ricordi; poi chiama Prandelli ammantandolo di santità e buoni propositi (e fino alla notte di Kiev, va detto, le cose sono andate benino) per poi arrivare al momento-clou con il solito clima malato: il famoso codice etico applicato alla cazzo di cane, il capo delegazione dimissionario che – semplificando – dice en passant che ai vertici è tutta una mafia, uno strepitoso effetto domino nelle scelte strategiche – preparazione, convocazioni, saune, ritiro in culo alla luna, crollo della curva del gradimento, un disadattato come front-man.

Con tutto questo, ieri sarebbe bastato fare uno 0-0 contro l’Uruguay, e ce l’avremmo fatta con quei cambi che neanche Trapattoni e con una agile e affidabile 8-2-0 nel finale se l’arbitro non ci avesse messo del suo. Ma, onestamente, una squadra del genere, dopo tre partite del genere – su 270 minuti ne salvi sì e no 60 -, meritava di andare avanti? E quanto?

Io un paio di sospetti a priori ce li avevo, diciamo così. Quando vedi gente che si fa le seghe per un’amichevole di Paletta e una discesa sulla fascia di Candreva,  cominci a dubitare del tasso tecnico complessivo. Poi dici: vabbe’, ma Prandelli non sarà proprio un pirla. Eppure è andata proprio così: dopo quattro anni di operazione simpatia, quattro anni di codice etico di questa bella minchia (quando inizi a fare le deroghe bòn, è la fine, lo sa anche una bambino dell’asilo), quattro anni di ricostruzione e faticoso ringiovanimento, Prandelli negli ultimi mesi è andato in panico completo e ha sbagliato tutto. Certo, non ha nessuna colpa se Giuseppe Rossi si è infortunato (ma anche questo faccia riflettere: altri si aggrappano a Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar, noi a Giuseppe Rossi), ma quindici mezze punte non le ho convocate io, diciassette moduli uno più inutile dell’altro non li ho alternati io. E Balotelli come simbolo della nazionale non l’ho scelto io.

Otto anni dopo Berlino, i più affidabili sono stati quelli di Berlino invecchiati di otto anni. Uhm. Attorno – agghiacciante – dovrebbe esserci stato il meglio espresso dal campionato italiano, Giuseppe Rossi (e Montolivo, vabbe’, si fa per dire) escluso. Questi siamo, ok. Nè tra i migliori nè tra i peggiori. Prandelli doveva metterci il valore aggiunto: a volte il sangue si cava anche dalle rape, la Grecia vince l’Europeo, insomma, il cuore lo metti oltre l’ostacolo un tot di volte e vai avanti. Io però ho visto solo gente facile a perdersi nei bicchieri d’acqua, annoiata, smarrita, pronta a dare la colpa al caldo, all’umidità, all’arbitro, il terremoto, l’inondazione, le cavallette! Gente che pensava di aver risolto tutto giocando mezza partita con l’Inghilterra e poi facendosi fare il culo da Costa Rica, o Costarica, o come cazzo si scrive (abbiamo perso con una squadra dal nome incerto, no, voglio dire).

Prandelli per quattro anni aspira alla canonizzazione con il codice etico e poi si affida a Balotelli e Cassano, i meno etici, i più spaccaspogliatoio e i più amabilmente inaffidabili giocatori che abbiamo. Certo, Prandelli mio, so benissimo che – stando così le cose, rovistando tra i poveri 23 che ti sei portato appresso – erano in teoria gli unici adatti a risolvere o cambiare le partite. Ma è come nominare Rocco Siffredi rettore del collegio delle Orsoline e sperare che – per un mesetto, che cce vo’? – non succeda nulla. I senatori gli hanno fatto un culo così, però andranno in pensione. Quindi il nostro futuro è Mario Balotelli? Un’icona, più che un giocatore? Uno che fa un gol, fa una confstampa alla Vieri e poi si riposa per un semestre? Uno che in sette stagioni da professionista non ha ancora imparato a stare al mondo? Uno che tira freccette, spara raudi in casa, viene la Kyenge e dorme, parla Pirlo ed è già sul pullman da un’ora con le cuffiette? Uno che ha 24 anni e la miglior stagione l’ha fatta a 17? Boh, auguri a chi verrà: a questi livelli sarà dura anche qualificarsi agli Europei. Meno codici, più coglioni. Nel senso di palle, eh?

italia.uruguay

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giugno 14, 2014
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Fermate il Mondiale: voglio scendere

Consapevole dei rischi (è sabato mattina), mi reco dunque al mio solito supermercato. Senza fare nomi, è quella catena francese, sapete, quella con quel marchio, con quel nome… Vabbe’, aneddoto. Due giorni prima della Maratona di Roma ero alla Garbatella, esco dalla metropolitana, cerco un supermercato senza trovarlo, e quindi chiedo indicazioni a un signore con cagnolino al guinzaglio, il tipico pensionato di quartiere che secondo me è lì che aspetta che qualcuno gli chieda un’indicazione. E infatti me la dà: “Ahò, mo’ ggiri qui a ddestra no?, poi vai ddritto fino all’incroscio, ‘o vedi, ‘ndo sta a parcheggià quer cammion der cazzo, ‘cci sua gguarda quant’è ggrosso, ecco, li ggriri a ssinistra – cioè, praticamente segui quer negro – e te ce trovi dentro”. Grazie,ma  che supermercato è? “Ahò, ‘spetta, Kufur, come cazzo se chiama”.

E dunque mi reco al Kufur. C’è già troppa gente rispetto ai miei gusti, ma se uno va a fare la spesa al sabato non si deve lamentare. Cioè, come l’Italia: vai a giocare in Amazzonia, bòn, non ti lamentare. Ma oltre alla troppa gente c’è qualcosa di fastidioso. La musica è più alta del solito, molto più alta:

“Tunz-e-tunz-e-tunz-e-tunz”

e la cosa mi dà così fastidio che mi sembra di sentire pure una vuvuzela in sottofondo. Vabbe’, cerco di riprendere un contegno. La vuvuzela, tzè. Ho bisogno di ferie. Tunz-e-tunz-e-tunz. “Scusi, dove sono le pile?” “Come?” Tunz-e-tunz-e-tunz. “Dove sono le pile?” “Le?” Santa madonna. “LE PI-LE!” Mentre dico pile la musica si abbassa (praticamente nel giro di venti metri si sente solo un uomo che urla PI-LE) e la commessa mi guarda schifata: “Chieda al banco informazioni”. Mi viene da mandarla affanculo, ma mi accorgo che sta facendo un lavoro di merda – un accrocchio alto due metri di girandole tricolori – e lascio stare. Vado al bando informazioni, deserto, ma mi accorgo che le pile sono lì di fianco. Grazie a questa botta di culo sto riprendendo la pace con me stesco, quando sento un rumore agghiacciante:

“PPPPPPPPPPPAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”.

Mi giro e vedo un tipo attempato avvolto in un tricolore che soffia dentro una vuvuzela, tipo spirometria. Intorno c’è altra gente travestita da tifoso che comincia a ritmare “I-TA-LIA, I-TA-LIA”. Mi do un pizzicotto, mi guardo intorno, sì, io sono vivo, sono sveglio, non ho assunto sostanze psicotrope, questo è il Kufur di Pavia.

E questi chi cazzo sono?

“I-TA-LIA!” “PPPPPAAAAAAAAAAAAAAAA”! Sto per aggredire il trombettiere con un cric (vicino alle pile c’è il reparto accessori auto) ma propendo per una decisione pacifica. E unilaterale. Me ve vado. Scappo. Via da questo postaccio. Cazzo, ho dimenticato la mozzarella per la pizza. “PPPPPPPPPPPAAAAAAAAAAAAAA!”. Te la infilo del culo la vuvuzela, porca puttana. Mozzarella, mozzarella. Eccola. E lì accade l’impossibile.

Ta-Tarata-Tarata-taratattattà”

L’Inno di Maneli.

Cioè, c’è gente che magari vince la maratona alle Olimpiadi e sale sul podio e chiude gli occhi e piange, e io invece sono qui con la mozzarella per la pizza in mano. Gli altoparlanti del Kufur diffondo la versione integrale. Le massaie continuano a far la spesa, i mariti si imboscano o vengono cazziati, altri si umiliano a fare gli sherpa, i bambini corrono qua e là.

“Siam pro-o-ntialla moorte l’Itaalia chiamò”

“Sì!”

faccio io all’addetta alle casse automatiche che mi chiede se tocca a me. Intorno c’è gente che fa la spesa mondiale. Praticamente tu prendi un certo genere di prodotti, e se l’Italia vince avrai diritto a futuri sconti, e se l’Italia non vince avrai diritto a futuri sconti, un po’ meno elevati. Praticamente è come fare la spesa alla Snai, compri i biscotti e tifi Italia per avere 3 euro di sconti invece che 1,5. La gente è arrazzatissima: “Mamma, comprami i sofficini chè stasera vinciamo”. Questo paese non ha più speranze.  Al Kufur non tornerò prima di agosto, col cazzo che mi rivedono prima. Anche perchè se ritrovo il gruppetto con la vuvuzela potrei fare una strage. E Cronaca Vera ci farebbe un titolone:

“Violenta finto tifoso al supermercato in pieno giorno con una trombetta colorata nell’ano”

e io ho una reputazione da difendere. Io.

kufur

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giugno 7, 2014
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La zona umida

Mondiali 2014. allenamento della Nazionale ItalianaA Mangaratiba il tasso di umidità è più alto di qualsiasi altro punto della lunga fettuccia di terra che scende giù a sud da Rio: oggi pomeriggio, per il primo allenamento, superava ampiamente il 50 per cento, con temperatura di 27 gradi. (ANSA)

Minchia, poveracci. 27 gradi e umidità ampiamente sopra il 50 per cento. Argh! Che angoscia. I nostri eroi costretti ad allenarsi in condizioni impossibili. Sto per sentirmi male, mi manca il respiro pensando – chessò – a Candreva che boccheggia mentre fa hop hop a bordocampo. Mestiere di merda, il calciatore. Poi mi cade l’occhio sulla centralina meteo di Pavia, ora di pranzo.

temper

Osteria, mi dico. Anche a  Paviangaritiba si sta veramente di merda, ma questo io lo sostengo da anni. Certo, questa città – la mia – butta nel cesso occasioni su occasioni. Invece di stare qui passivi ad aspettare l’Expo o l’ondata delle zanzare, santamadonna, non si poteva invitare qui la Nazionale una settimana? Invece di costringere la Federazione a installare una sauna a Coverciano, non si poteva mettere giù due porte all’area Vul e organizzare il ritiro premondiale? Se Pavia avesse lu mere sarebbe una piccola Maceiò, ma quando a temperature e tassi di umidità non abbiamo niente da invidiare all’inverno tropicale brasiliano. Altro che ritiro nel resort a bordo Amazzonia. Bastava a bordo Ticino.

Certo, pensate ai poveri azzurri. Partono dall’Italia in questi giorni di estate anticipata, cambiano emisfero e trovano 27 gradi e 50 per cento di umidità.

Ma è pazzesco.

Di solito ci si lamenta per gli sbalzi di temperatura. Stavolta ci si lamenta per il non-sbalzo di temperatura. Parti che è quasi estate e fa caldo, arrivi che è quasi inverno e fa caldo uguale. In effetti è assai bizzarro. Bisognerebbe organizzare i Mondiali in zone miti e temperate, le altre zone si fottano. Sì, certo, il Brasile bla bla bla. Ma questa storia dell’umidità? L’umidità rende nervosi. Ti si appiccicano i vestiti, in macchina ti metti la cintura e quando esci hai una riga trasversale di bagnato sulla camicia, se bevi sudi, se non bevi muori, se bevi il giusto non risolvi un cazzo.

Sono solidale con gli azzurri. Troppo umido.

Dice: ma il caldo c’è per tutti, l’umidità c’è per tutti. Per la Svizzera, il Ghana, la Russia, l’Andorra, la Germania. Vero, ma per noi è diverso. Noi siamo più delicati e anche un pelo più ansiosi. E’ colpa dei media. Appena fa un po’ più caldo del normale, a ogni telegiornale parte il servizio sul tema “Occhio che morirete tutti di caldo fatevene una ragione e comunque prendete queste due precauzioni che abbiamo copincollato così magari sopravvivete e arrivate all’inverno quando faremo il servizio che morirete tutti di freddo ma adesso non precorriamo i tempi procediamo con un flagello per volta”. A noi ci spaventano così, dando nomi impressionanti alle ondate e di caldo e confezionando servizi dei tg secondo i quali

“Se ci sono 47 gradi e c’è afa, bisogna evitare di fare sport alle due del pomeriggio in luoghi non ombreggiati e con il bar chiuso per turno”.

Che in effetti è un consiglio da buon padre di famiglia. Per cui azzurri, armatevi di pazienza, accendete le pale sopra il letto, rilassatevi e fate come vi dico:

1) bere molto, anche se non avete sete, e mangiare molta frutta, anche se vi fa cagare.

2) evitate cibi pesanti, fritti, intingoli, grigliate, stufato d’asino, brasato con polenta e churrasco a pranzo (se si gioca nel pomeriggio)

3) nel pomeriggio (se non si gioca) andare in un centro commerciale con aria condizionata.

4) non indossare trend leggings alla caffeina (questa l’ho letta sul sito di Panorama, quindi deve essere vero)

5) preferite indumenti di cotone e bianchi a indumenti sintetici e colorati.

Dice: ma noi abbiamo la maglia azzurra sintetica, come facciamo a giocare con una maglia bianca di cotone? A questa domanda, pur pertinente, c’è un solo tipo di risposta: ma che cazzo, ve l’ho detto io di andare ai Mondiali?

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