Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

febbraio 3, 2017
di settore
230 commenti

50 buoni motivi per battere la Juve

  1. Perché sì
  2. Perché noi siamo il Bene
  3. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  4. Perché è la Nord che glielo chiede (ma anche altri punti cardinali, tipo tre direi)
  5. Perché siamo più italiani noi (noi cinesi) che loro (loro amerindo-sabaudo-olandesi)
  6. Perché è inaccettabile, storicamente e politicamente, la loro vocazione a uscire dall’Europa
  7. Perché sono cattivi, ma cattivi forte, che al confronto Ciro l’Immortale è Giovanni Muciaccia
  8. Perché sono brutti
  9. Perché Marchisio fa troppa pubblicità e recita come Pirlo
  10. Perché l’Anticristo della Juve si chiama Icardi
  11. Perché Icardi ce l’abbiamo noi
  12. Perché ce lo chiede l’Italia intera, tranne loro
  13. Perché ogni volta che parla Buffon, in Amazzonia un albero muore
  14. Perché checcefrega deddibbala noiciabbiamo Gabigò
  15. Perché arriviamo da sette vittorie consecutive, ma per loro sono cinque
  16. Perché 34 un par de cazzi
  17. Perché adesso basta con questa storia di contare come cavolo vogliono loro, ma dove siamo, all’asilo?
  18. Perché rimontiamo tre punti (no, per dire)
  19. Perché la Roma e il Napoli da soli non ce la fanno, non c’è niente da fare
  20. Perché un gol di Gabigol in fuorigioco a tempo scaduto sarebbe il gol definitivo
  21. Perché la vita è una cosa meravigliosa
  22. Perché, quanto a donne, noi abbiamo Wanda e loro Evelina Christillin
  23. Perché l’urlo di Zhang
  24. Perché la vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio, o quella roba lì
  25. Perché un giorno quello stadio si accartoccerà come una lattina di Sprite e prima dobbiamo sistemare le statistiche
  26. Perchè la legge dei grandi numeri (punto)
  27. Perché non stanno simpatici a nessuno, a parte gli juventini, i potenti e gli arbitri
  28. Perché a noi non piace vincere facile
  29. Perché un “sì!” unanime si leverebbe dalla pianura padana e disperderebbe il Pm10 per un mese
  30. Perché l’amore vince
  31. Perché, tra le due, l’Amore siamo noi, no, cioè, non si discute
  32. Perché le tre facce di Agnelli, Marotta e Nedved in tribuna ci rimarrebbero scolpite nella memoria come i presidenti del monte Rushmore
  33. Perché ogni volta che gioca la Juve, un decimo di coefficiente Uefa muore
  34. Perché la BBC ci sta proprio qui
  35. Perché non c’è paragone
  36. Perché vincere due volte in stagione con la Juve è come invitare a cena Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence e tutte e due accettano
  37. Perché, da qualche parte, alberga la giustizia
  38. Perché Sanremo è Sanremo
  39. Perché sarebbe un modo originale di perpetuare questa simpatica rivalità
  40. Perché presi uno a uno sono antipatici, ma presi in gruppo fanno veramente cagare
  41. Perché sono arroganti da sempre, per abitudine, dna e scelta di vita
  42. Perché si arrabbierebbero un casino
  43. Perché passerebbero alla storia per aver perso due volte con l’Inter con due allenatori diversi, di cui uno era De Boer
  44. Perché “Juve merda” è il motto dei giusti
  45. Perché Gagliardini forse volevano prenderlo loro e ci dispiace assai
  46. Perché sarebbe l’ottava vittoria di fila
  47. Perché qui si fa l’Italia o si muore
  48. Perché dicono che siamo diventati una squadra, e allora forza, su, dai
  49. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  50. Perché lo so, l’avevo già detto, ma mi sembra giusto ribadirlo

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settembre 27, 2016
di settore
177 commenti

Interisti per Praga

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Che poi, stringi stringi, la cosa bella del blog è che ti fa incontrare gente che mai avresti incontrato senza un blog (non so se è chiaro il concetto). Tipo che nell’inverno del 2012 mi arriva una mail da Praga di tre ragazzi italiani che abitano là – tre ragazzi italiani e interisti – e che stanno mettendo in piedi nel loro tempo libero un servizio di guida turistica, “e quindi se vieni a Praga scrivici, faccelo sapere, ti vogliamo conoscere, ti portiamo in giro noi” e io “certo, sì, forza Inter!, grazie, grazie!” e mentre scrivo la risposta  alla loro mail penso “che simpatici, ma quando cazzo ci vado mai a Praga?”.

Nell’estate 2013, decido di andare a Praga.

Quindi mi viene in mente la mail dei tre ragazzi italiani e interisti, la cerco, pigio sul tasto replay, “no, ecco, non so se vi ricordate di me, l’anziano blogger, cioè, in in effetti verrò a Praga” e niente, ci siamo visti, mi hanno portato in giro per la città e una volta anche a cena in un ristorante per praghesi, non per turisti, dove ho mangiato cose di cui non capivo l’origine e bevuto birra e parlato di Inter. Beh, un bell’incontro, davvero bello. Siamo rimasti in contatto, naturalmente, perchè siamo italiani e interisti,  perchè magari un giorno  a Praga ci torno per correre la maratona, o per farmi un’altra vacanzina, o (seguono altre ipotesi). O magari – ahahahah – l’Inter viene a giocare a Praga, ti immagini, ahahahah.

Nel settembre 2016, l’Inter va a giocare a Praga.

Cinque minuti dopo il sorteggio di Europa League uozzappo a raffica con Luca, uno dei tre interisti di Praga, ahahahah, roba da non credere, Inter-Sparta, ahahahah. Poi vabbe’, tra il dire il fare c’è sempre di mezzo qualcosa e io a Praga non ci vado, ma sono stracontento per i miei tre amici di Praga che l’Inter vada da loro. Come dire: se lo meritano.

fotopraga

Luca, Fabio, Davide, amiconi miei: ditemi come avete reagito alla notizia.

“Ci siamo messaggiati in tempo reale, eravamo tutti al lavoro.  Per un po’ non abbiamo capito più niente, poi è subentrata la preoccupazione di trovare i biglietti. Qui c’è la regola che gli abbonati dello Sparta hanno la prelazione per 4 biglietti a testa… E noi tre siamo abbonati allo Slavia”.

Allo Slavia? E perchè?

“No, allo Sparta non si può,  è un po’ come la Juve in Italia… Vabbe’, abbiamo cercato di contattare amici di amici di amici tifosi dello Sparta per trovare qualche biglietto, ma inutilmente. Quindi siamo stati in tensione fino alla vendita ufficiale aperta a tutti il 12 settembre. Leggende metropolitane dicevano che la prelazione sarebbe cominciata alla mezzanotte. Naturalmente alle 23.30 eravamo già collegati al sito perchè ci avevano detto che i tifosi dello Sparta sarebbero stati tutti in linea e sarebbe stata un’impresa acquistare i biglietti…”

E quindi?

“Ci siamo rimasti attaccati al pc fino a quasi le 2 di notte, poi abbiamo scoperto che la vendita sarebbe cominciata alle 9”.

Mai fidarsi degli juventini, cioè, degli spartesi, spartani, quelli lì insomma.

“Allora, in preda al panico, abbiamo deciso di andare la mattina direttamente alle biglietterie dello stadio. Siamo arrivati lì di corsa, pensando che ci sarebbe stata gente a dormire con le tende. Ma non abbiamo trovato nessuno”.

Come, nessuno?

“Nessuno. In un minuto abbiamo acquistato i biglietti… anzi, ci hanno detto che potevamo comprarne anche 100 se volevamo. Il fatto è che non abbiamo tenuto conto della flemma tipica dei cechi, che non sono invasati come noi, e del fatto che avessero messo prezzi quattro volte più cari del normale”.

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Come sono i praghesi, sportivamente parlando?

“Il calcio, insieme all’hockey, è lo sport più seguito in Repubblica Ceca. I praghesi, e in generale i cechi, hanno un carattere un po’ più tranquillo del nostro e seguono il calcio con più distacco. Diciamo che non ne parlano tutti i giorni come noi”.

E le tifoserie?

“Ci sono anche qui, alcune sono un po’ più estreme di altre. Una è appunto quella dello Sparta Praga, motivo per cui, non essendo riusciti a comprare biglietti per il settore riservato alla tifoseria ospite, abbiamo optato per la tribuna centrale visto che vorremmo vivere la partita serenamente… In generale, però, le famiglie vanno ancora allo stadio e la partita di calcio, allo stadio come al bar, è una buona scusa per i cechi per bersi quei 2 o 3 litri di birra in compagnia…”

Ah, quanti ricordi. A proposito, ri-raccontatemi come vi siete conosciuti. Io la storia la so già, ma vorrei farla conoscere a quei quattro cazzoni che leggono il blog. Ecco, sentite cosa vuol dire essere interisti.

“Arriviamo da tre città italiane differenti, non ci conoscevamo prima di trasferirci qui. Ci siamo conosciuti in uno sportbar di Praga andando a vedere l’Inter”.

Sportbar: luogo pieno di birre, generi alimentari e di televisori accesi sulle più varie partite.

“Non essendoci molti tifosi dell’Inter a Praga (e tuttora non ce ne capacitiamo), ci ritrovavamo sempre in pochi. Anzi, spesso davanti al televisore del bar che trasmetteva l’Inter c’eravamo solo noi tre. Fino al 2011 abbiamo frequentato lo sportbar contemporaneamente migliore e peggiore di Praga, nel senso che c’era un’atmosfera da partita bellissima, ma la qualità in generale era davvero bassa e si trovava nella via più malfamata del centro. Nel 2011, quando l’hanno chiuso, siamo sprofondati in una specie di lutto. Anzi, abbiamo collegato la crisi dell’Inter alla chiusura del nostro Sportbar che ci portava così bene. Lui e le nostre mille scaramanzie”.

Raccontatele, una a una. Ho parecchio spazio.

“Ordinare sempre lo stesso cibo per anni (anche se non ci piaceva) e quando per puro caso uno di noi mancava alla partita, gli altri ordinavano anche per lui”.

Cioè, se eravate in due…

“…ordinavamo per tre”.

Ah. Tipo: eravate in due, ordinavate tre hamburger e tre birre. E vi portavano tre hamburger e tre birre.

“Sì”.

Ah.

“Sempre gli stessi posti, sempre la stessa strada per andare allo sportbar, sempre arrivando nel giusto ordine.Tipo che ci chiamavamo prima di arrivare al bar per vedere se gli altri erano già dentro… e nel caso il terzo fosse stato in anticipo, si sarebbe dovuto fermare, aspettare gli altri e farli passare avanti”.

Vi adoro.

“E bere due caffe allo sportbar durante tutte le partite. Ti assicuriamo che in Europa non c’è un caffè peggiore”.

Dai, si dice sempre così del proprio sportbar.

“No no, è vero. Al nostro sportbar, non è uno scherzo, avevano solo 3 tazzine piccole”.

E le usavate voi.

“Solo noi. Tanto che quando abbiamo vinto la Champions ce le hanno regalate e non ne avevano più. Per dirti quanto era buono, persino i camerieri non si capacitavano che lo ordinassimo ogni volta.  Alla fine siamo stati obbligati a raccontargli delle nostre scaramanzie perchè temevamo che ci vedessero come dei disadattati, e probabilmente ci avranno visto così anche dopo…”.

O cazzo, e ora che il vostro sportbar è chiuso?

“Praga non è più la stessa da quel giorno. Ora ogni settimana è una lotta per farci trasmettere l’Inter e credo che ristoranti italiani e sportbar di Praga non ci sopportino più,  ogni volta li chiamiamo per assicurarci che ci  facciano vedere la partita, poi il teatrino delle scaramanzie…”.

Com’è, siete tesi per giovedì?

“Fabio sarà più in tensione di tutti, perchè entro questa settimana è fissata la data di nascita del suo primo figlio… il biglietto ce l’ha, ma potrebbe non vedere la partita o scappare prima della fine. Sperava che l’Inter a Praga non fosse il 29, ma prima o dopo, e invece… e comunque non sappiamo per cosa sia più sotto stress”.

Come va “Turisti per Praga”? Io lo consiglio a chiunque vada a Praga, girare la città con voi è veramente una figata.

“Tutto bene, grazie. Anche la nostra agenzia è nata grazie all’Inter e con l’Inter. In pratica abbiamo deciso di iniziare questo progetto la sera della vittoria della Coppa intercontinentale contro il grande Mazembe”.

No, cioè, siete dei modelli di vita.

“Durante i festeggiamenti, ci è venuta questa idea e dal giorno dopo abbiamo cominciato a lavorarci su. E dopo un paio di anni di lavoro l’abbiamo inaugurata nel 2013. Diciamo che è nata per la nostra passione per Praga e dalla passione per l’inter che ci ha fatto incontrare e frequentare sempre più spesso. Di anno in anno stiamo crescendo e siamo molto contenti del progetto. Abbiamo avuto anche vip tra i nostri clienti”.

Tipo?

“Tipo te. E anche un premio Nobel”.

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Così mi fate arrossire, dai.

“Cerchiamo sempre di migliorarci e creare qualcosa che sia sempre fatto su misura per gli italiani, guardando sempre alle esigenze dei clienti che ci contattano. Per il futuro i progetti sono tanti: consolidarci qui a Praga, creando tour diversi dai classici (che comunque proponiamo) ed entrando nel mercato di altre lingue (abbiamo cominciato da poco tour in inglese)”.

Olandese no? Metti che arriva De Boer.

“Boh, ci pensiamo. Piuttosto, uno dei nostri sogni è quello di creare una piattaforma in altre città europee che segua sempre la nostra filosofia. Ci vorrà tempo e anche fortuna, ma ci vogliamo credere”.

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Sentite, diteci due cose sullo Sparta. No, perchè abbiamo preso una tranvata da quattro israeliani e adesso abbiamo tanta paura.

“Il livello del campionato ceco non è elevatissimo, a parte 2 o 3 squadre – e una è proprio lo Sparta, purtroppo – le altre non potrebbero giocare in serie A. Lo Sparta oggi può essere paragonata a una squadra di metà classifica in Italia, ma se azzecca la partita non è affatto male”.

Ha appena perso il derby, però.

“Sì, non è nel momento migliore… ha perso il derby con lo Slavia per 2-0 (in casa) e l’allenatore è stato esonerato. Fra i giocatori, sicuramente il migliore è Rosicky, che è tornato quest’anno”.

Però ha 60-65 anni.

“È spesso infortunato, ma se è in serata buona è davvero bravo. Non male anche l’attaccante Lafata e il centrocampista Frydek”.

Minchia, sto tremando di brutto.

“Non dimentichiamoci che lo Sparta ha vinto tre Mitropa cup, addirittura più del Milan”.

Vi amo, di un amore virile.

“Quando vieni a Praga a farti dieci birre e la maratona?”

Le due cose non sono proprio compatibili ma potrei pensarci. Forza Inter, abbasso la crisi degli sportbar, Juve e Sparta merda.

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agosto 19, 2016
di settore
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Viva viva la Serie A

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(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

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giugno 2, 2016
di settore
1.019 commenti

Sindrome cinese

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Martedì 31 maggio mi sono addormentato in Italia e mercoledì 1 giugno mi sono svegliato in Cina. La cosa bella è che non avevo spostato minimamente il culo. E non ero neanche in un film tratto da un qualcosa di Stephen King. Semplicemente, la regione in cui risiedo – l’operosa Lombardia – e la lussureggiante località in cui vivo e opero – Pavia, capitale mondiale della zanzara da salasso e della nutria da riporto – si sono virtualmente popolate di pagode e di sputacchi, e soprattutto di soldi – euro, dollari e come cazzo si dice, gli yuan, unità base del Renmimbi, la moneta del popolo (musica austera in sottofondo).

E’ andata così. E’ suonata la sveglia del telefonino, ho allungato la mano verso il comodino, ho spento il plin plin plin, ho appicciato contestualmente internette, ho puntato gli occhietti ancora cisposi sul display

(ditemi voi in quale blogghe uno può permettersi di leggere aggettivi come “cisposo”)

e la Gazza a tradimento mi informava che l’Inter da lì a poco sarebbe diventata cinese.

Minchia, mi sono detto con la voce ancora cisposa.

Fast forward.

Tre ore dopo, a Casa Pavia, lo spazio multifunzionale aperto dal Pavia Calcio nel cuore di Pavia, in piazza della Vittoria sulla Zanzara, il direttore generale del Pavia (mi scuso per l’ossessivo ripetersi del toponimo Pavia)

(ditemi voi in qualche blogghe vedete utilizzata con disinvoltura la parola “toponimo”)

informava giornalisti e folto pubblico che la proprietà dimezzava seduta stante il budget a disposizione e, con esso, le ambizioni di gloria, sottolineando che ad agosto non si partirà per vincere il campionato di Lega Pro ma, se va bene, per rimanerci.

Dal 3 luglio 2014 la proprietà del Pavia è cinese, lo sanno anche i sassi.

E tutto ciò, tutto questo cinesismo assortito, piombato tra capo e collo nel giro di tre ore a un povero interista di Pavia, un uomo bucherellato dalle zanzare e morsicato delle nutrie e devastato dall’amore per la squadra del cuore sballottata nella procella globalizzata, lo trovo molto suggestivo. Anzi no, terribilmente suggestivo. Cinese per parte di squadra cittadina, e cinesizzando per parte di squadra del cuore, mi sono trovato nella giusta condizione per alzarmi di scatto tutto sudato e dire:

“La Cina è vicina e non ho un cazzo da mettermi”.

Ma addiveniamo a un più lucido esame della situazione. Nella mia situazione di cinese ad honorem, o di esperto di calcio cinese in proiezione lombarda, mi trovo nella situazione di poter offrire una personale ma responsabile risposta alla domanda:

“Ma tu ti fidi dei cinesi? E i cinesi dell’Inter saranno mica come i cinesi del Pavia?”

1) Io non mi fido di nessuno, cinesi compresi, questo lo premetto perchè poi non mi veniate a tirare la giacchetta. Anche perchè non indosso giacchette. Quindi che cazzo tirate?

2) Veniamo ai cinesi del Pavia. Ora, dopo due anni, qualche nodo è venuto al pettine. Cioè, qui a Pavia sembrava troppo bello, fin eccessivo. Molta grandeur, stipendioni, progettoni, sogni a lettere maiuscole. Solo un anno fa, in piazza, il presidente arringava la folla con promesse di Serie A e Champions League (giuro, è la verità). Però, debbo dire che i “nostri” cinesi non possono essere catalogati come degli avventurieri. Ci hanno messo i soldi, tanti (rapportati alla Lega Pro). Dal punto di vista sportivo, hanno rilevato una società arrivata ultima (in un campionato che, due anni fa, non prevedeva retrocessioni) e l’hanno portata il primo anno a sfiorare in effetti la B (eliminati al primo turno dei play off dopo un campionato sempre al vertice), il secondo anno a superare tre turni di Coppa Italia (eliminando anche il Bologna, sconfitti poi dal Verona al 90′) e a giocare un campionato tanto ambizioso quanto deludente, rifacendo la squadra a gennaio con innesti altisonanti e -purtroppo – fallimentari. Insomma, il secondo anno è andata a schifio.

Non si sono nascosti, anzi, hanno frequentato il salotto politico della città, accolti da sindaco con fascia tricolore, voglio dire, e l’Università come sponsor e partner per un progetto di formazione sportiva. Hanno portato la Cucinotta e Schwarzenegger (che poi si è defilato, appena in tempo) a girare un film cinese a Pavia, che è una cosa anche concettualmente strepitosa (il film si chiama Magic Card, guardate pure su YouTube). Hanno portato a Pavia allenatori cinesi a imparare il mestiere. Hanno proposto di costruire un nuovo stadio (l’edilizia è il core business del fondo cinese cui fa capo la società), trovando un certo interesse del tipo “noi non vi rompiamo i coglioni su terreni licenze ecc. ecc. però sono cazzi vostri”, e infatti per un po’ ne hanno parlato e poi più. Hanno aperto in piazza della Vittoria sulla Zanzara un negozio su due piani, una specie di Pavia Store che vende anche prodotti del territorio: una cosa visibile, vera, tangibile e probabilmente un po’ sproporzionata (cioè, io non è che un giorno sì e uno no vado all’Inter Store, voglio dire, figurati al Pavia Store).

Insomma, le cose le fanno. Magari un po’ così, ma le fanno, le hanno fatte, probabilmente ne faranno ancora. Sì, un po’ così, ecco: esonerano allenatori qualificati ai play off alla penultima di campionato, per esempio. O fanno piazza pulita di interi management nel giro di mezza estate. O esonerano altri due allenatori, quello del girone d’andata e quello con cui avevano rifatto la squadra per il girone di ritorno. Prendono nazionali maltesi, ex nazionali cechi, gente così. Prendono anche punti di penalizzazione perchè non versano i contributi in tempo. Riportano la gente allo stadio, molta. Ma quest’anno – siccome non vinci, siccome giochi di merda, siccome fai casini su casini – è finita con i cori contro e tanti saluti.

3) Veniamo ai cinesi dell’Inter. Tra Pavia e Inter e relativi cinesi va fatta la relativa tara e la relativa proporzione. A Milano sbarcano cinesi di un enormissimo gruppo commerciale e finanziario, presieduto da uno degli uomini più liquidi della Cina e quindi del mondo. A Pavia i cinesi sono venuti a sperimentare, a Milano – all’Inter – i cinesi vengono per fare subito business, che vuole anche dire vincere (sennò il business viene male).

Storcere il naso, per gente che da due anni è indonesiana, fa un po’ ridere. E fa un po’ ridere anche su scala internazionale, perchè siamo qui a invidiare quotidianamente squadre in mano a sceicchi e magnati vari e poi, all’arrivo dei cinesi, ci guardiamo smarriti. Questo purtroppo è il calcio, bellezza. E dico purtroppo perchè sono anziano, non sono nativo del calcio 2.0 che cambia mani e dimensioni e asset come io mi cambio le mutande. Nato e cresciuto con presidenti milanesi, adesso mi fa un’enorme impressione diventare cinese due anni dopo essere diventato indonesiano. Ma è un passaggio necessario, non vedo alternative. In Italia ce ne sono poche, e nessuna al livello che sogniamo noi.

Ah, non secondario: in tutto questo noi, noi tifosotti, cosa possiamo fare?

Il cambiamento vero c’è stato due anni fa (nel frattempo non è morto nessuno e l’Inter esiste ancora). Ora c’è un upgrade, certo, un upgrade bello pesante. Posso giusto sperare che il nuovo assetto all chinese sia perlomeno un po’ più duraturo. Non ho voglia di affrontare ogni due anni un cambio di proprietà e di etnia, non ce la posso fare. Voglio un bel progetto

(tutti dicono progetto)

e voglio volare alto, tornare a mordere il culo alla Juve, tornare a sentire la musichetta deciempiooooooooons, insomma, tornare a guardare dall’alto verso il basso la stragrande maggioranza dell’umanità pallonara. E lo dico adesso, ammantandomi di una superficialità che quasi mi fa paura, ma bauscizzandomi il giusto: che siano euro, dollari o Renminbi, l’importante è ci siano. E che il nerazzurro domini il mondo. Io, nel mio piccolo, sarò interista anche con un presidente della Cayman e con la retrocessione in Eccellenza per bancarotta supercazzola fraudolenta: è una debolezza che sento di potermi permettere. Perché l’Inter ci sarà sempre, e una cosa resterà chiara fino alla notte dei tempi: Juve melda.

 

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maggio 16, 2016
di settore
308 commenti

Buffon, ovvero: l’insostenibile leggerezza della Gazza

buffon

Buongiorno.

(brusio)

Una équipe di…

(forte brusio, accenno di applauso)

Una équipe di…

(voce maschile dal fondo) “…scienziati dell’Università di Sassuolo”

(forte brusio, risate soffocate)

Non la caccio fuori solo perché mi sento particolarmente fragile.

(silenzio)

Una équipe di scienziati… No, debbo essere sincero. Una équipe di giornalisti della Gazzetta dello Sport…

(forte brusio)

(altra voce maschile dal fondo) “Cos’è questo brusio? La Gazza fa testo, non facciamo gli schizzinosi”

Infatti, sono d’accordo. Dicevo: una équipe di giornalisti della Gazzetta  dello Sport…

(silenzio)

ha stabilito che Gianluigi Buffon è il più forte giocatore italiano di tutti i tempi.

(maschio dalle prime file) “Ahahahahahahahahahahah, stratosferico. No, dai, non ci credo… ahahahahahahahahah, ma che sostanze hanno assunto? Ahahahahahahahah, santa madonna”

Venga.

“Mi scusi, davvero. È stato l’istinto. Non volevo, ma…”.

28 le va bene?

“Grazie, non me lo aspettavo”.

Bene. Domande?

(voce maschile) “Ma si riferisce a Sportweek di due sabati fa?”

Sì, ma non mi sono ancora dato pace. Altro?

(voce femminile dal fondo) “Lei è d’accordo con questa bizzarra tesi, professore?”

Naturalmente la trovo del tutto discutibile per non dire balzana e…

(vola un reggiseno)

Non per fare polemica, ma di solito non lo lancia a fine lezione?

“(sospiro) Volevo giuocare la carta a sorpresa”

Glielo appoggio qui, lo può riprendere alla fine. Dunque, affrontiamo l’argomento con una tecnica innovativa e costruttiva. Non limitiamoci a…

(voce maschile dal fondo) “… a dire che è una cazzata”

(brusio, risolini)

…a demolire l’impianto del ragionamento gazzettesco. No, noi dobbiamo motivare. Adesso a turno diciamo un giocatore che è meglio di Buffon. Un giocatore che è meglio di Buffon oggettivamente. Per esempio, lei.

(ripiegando “Sport & Scommesse”) “Ero distratto. Può ripetere?”

“Non puoi mancare di rispetto al professore!”

“Zitta, troia!”

(forte brusio, insulti, sedie che si spostano)

Esca.

(rumore di passi)

Venga qui. (sottovoce) Va per caso alla Snai?

(sottovoce) “Ovvio”

(sottovoce) Volevo giocare la finale di Coppa Italia delle isole Faroer.

(sottovoce) “Intende la finale di Coppa Faroer”

(sottovoce). Sì, semplificazione corretta. Ecco 5 euro. Mi giochi un combo con “primo tempo no goal” e “partita sospesa per vento”.

(sottovoce) “Ok, arrivederci”.

Dunque, dicevamo?

(maschio in prima fila) “Va bene, inizio io. Io dico Zoff. Buffon non è nemmeno il primo dei portieri, come minimo è il secondo”.

Molto bene. Altri?

(femmina nel mezzo) “Beh, io  gli metterei davanti anche i Palloni d’oro, no?”

Tesi interessante. Quindi?

“Rivera e Roberto Baggio tutta la vita. Paolo Rossi vabbe’, potremmo parlarne, però è simpatico, e fateli voi sei gol in un Mondiale. Poi c’è quel tamarro di Cannavaro”

(voce maschile poco distante) “Posso spezzare una lancia a favore di Gigi Buffon?”

Sì, ma faccia in fretta.

“Il Pallone d’Oro a Cannavaro è un po’ anche di Buffon”

Sì, anche di Zaccardo se è per quello. Rimaniamo ai fatti, vi prego. Altri?

(voce maschile dalle prime file): “No, volevo ricordare che c’è gente che di Mondiali ne ha vinti due. Minimo ci metterei Meazza. Ma minimo, eh?”

(altra voce maschile, masticando chewingum) “No, dico, e quel tizio che ha segnato centomila gol e gli hanno intitolato una fermata della metro?”

Intende Silvio Piola?

“Sì, bravo”

(voce femminile dal fondo) “Ehi, rispetta il signor professore. È mica tuo fratello”

“Taci, illusa”

“Argh! Come ti permetti?”

(forte brusio, tentativo di aggressione)

Vi prego. Altri?

(tizio con la sciarpa rossonera) “Su Sportweek stesso si dice che il giocatore italiano con più titoli è Paolo Maldini. No, dico. Se posso, ci aggiungerei Franco Baresi”

(tizio con la sciarpa nerazzurra) “Cerco di trattenermi, professore. Mi limito alla Grande Inter e ai Mondiali del Messico. Facchetti. Ci aggiungo Mazzola, visto che il collega ha aggiunto Franco Baresi”.

(tizio con la sciarpa bianconera) “Io…”

(ululati, insulti, lancio di oggetti)

“Ehi, un po’ di fair play!”

(rumori, tentativi di linciaggio, intemperanze verbali)

“Boniperti e… argh!”

Lasciatelo stare, vi prego. Altri?

(tizio con la sciarpa granata) “A quelli del Grande Torino, mi consenta, Buffon manco gli lucidava le scarpe. Dico Valentino Mazzola, come minimo. E se posso continuare nel filone non-mainstream…”

Prego.

“… Ci metto anche Totti e ovviamente Gigi Riva, che il Lesster gli fa un baffo”

(voce maschile dal fondo) “Lei-ce-ster”

“Lesster, gnuránt!”

(forte brusio, accenno di rissa)

Va bene, sta per finire l’ora. Qualcuno ha tenuto il conto?

(voce maschile dal fondo) “Quindici”.

Bene. Buffon è il sedicesimo giocatore italiano della storia. Arrivederci.

(voce femminile dal fondo) “Professore, la sua brutalità è il valore aggiunto della mia vita”

(vola un reggiseno)

No, scusi, ma lei quanti reggipetti ha?

“(sospiro) Oggi c’erano i saldi da Tezenis”

Arrivederci.

(voce maschile) “Professore, è finito il campionato: è contento?”

Sono sempre contento quando finisce il campionato.

(voce femminile dal fondo, sospirando) “E’ il segno del tempo che passa”

(voce maschile di fianco) “Che passa invano”

(accenno di rissa, subito sedato)

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maggio 2, 2016
di settore
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Non tifo Leicester (si chiama invidia)

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What about the contracted British pronunciation of place names like “Worcester,” “Gloucester,” and “Leicester”? As you know, the names of those English cities are much easier to say than to write. They sound like WOOS-ter (with the “oo” of “wood”), GLOSS-ter, and LESS-ter.

Ora, il problema – per quanto mi riguarda – era sempre stato Worcester. Provate voi ad andare a comprare la salsa Worcester (pronunciata all’italiana, Uorcèster, o Uòrcester, che fa anche più figo) pronunciandola all’inglese: “Buongiorno, ha la salsa Uh-ster?” “Ehhhh? Mai avuta, provi dai cinesi, oppure in Svizzera”. “Ma scusi, vedo la bottiglietta”. “Ah, la Uorcéster. Uster? Ma parla come mangi, santiddio”.

Quando nel corso di una lezione di inglese, in età ormai ampiamente adulta, conobbi il segreto della pronuncia di queste tre città, fui avvinto da un totale senso di smarrimento. A me Lèicester, pronunciato all’italiana, con l’accento sulla prima e, non dispiaceva affatto come parola, anzi, era proprio bella. Lesster no, non mi piaceva. Per me esisteva solo Lester Piggot, il fantino, o Lester Young, il jazzista. La città di Lester non mi piaceva, preferivo Lèicester, aveva un che di antico.

Quindi, dovevo resettare. Lesster, lesster, lesster.

Confesso tutto questo per distinguermi culturalmente e sportivamente dal lessterismo delle ultime ore. Ora, al netto della simpatia per Ranieri e dell’empatia con un italiano che vince lo scudetto in Inghilterra con una squadra che non lo aveva mai fatto prima in culo ai vari Manchester eccetera eccetera – quindi, al netto di una forte simpatia e di una forte empatia -,  che cazzo c’entriamo noi con il Leicester?

Mi trovo circondato da gente che parla del Leicester come se lo seguisse da sempre, come se non aspettasse altro che lo scudetto dei Leicester, come se il Leicester fosse per osmosi la sua rivincita personale, sportiva, sociale, esoterica, umana e filosofica.

Osmosi de che?

E’ che noi – noi italiani, intendo – siamo fatti così. Tra poco inizierà la fase più divertente del nostro zelighismo intellettuale: le Olimpiadi. Spunteranno come funghi persone – anche tra i vostri amici più cari – che per quattro anni vedete occuparsi solo di calcio ed esprimersi con suoni gutturali, e che d’improvviso saranno esperti di tutto, dal taekwondo alla vela classe Soling.

“Cazzo, hai visto il fioretto ieri sera?”

A bbello, fioretto de che? Ma tu la sai la differenza tra fioretto, spada e sciabola?

“Dunque, la sciabola… (silenzio)”

Due mesi fa tutti – tutti! – parlavano della scarsa organizzazione delle polizie francesi e belghe, e soprattutto della incomunicabilità tra intelligence in Europa (ho visto gente che non sa fare due più due discutere di intelligence come fossero reincarnazioni di Edgar J. Hoover). Poi, improvvisamente, il silenzio. Due settimane fa sentivo fare disquisizioni sulle trivellazioni a gente che sa distinguere giusto la benzina dal gasolio quando va a fare il pieno.

“No, perchè le concessioni, le miglia, il futuro energetico…”

Descrivimi una piattaforma petrolifera.

“Dunque, c’è il mare, no?, ok, e poi tu ci metti due tralicci… (silenzio)”

Il lessterismo è figlio di tutto questo, ne sono certo. Noi abbiamo bisogno di una moda ogni 15 giorni, massimo un mese. Poi la cambiamo. Quindi, fino a metà maggio tutti vi romperanno il cazzo su quanto è bello il Leicester (peccato questo accavallarsi con il Crotone, sennò ci sarebbe stato il Crotone: ma vuoi mettere “Leicester” e “Crotone”? Naaaa), poi all’incirca dal 16 maggio subentrerà qualcos’altro. Non siamo in grado di resistere di più, perchè poi ci annoiamo.

Il Leicester è una bella storia, bellissima. E noi sospiriamo guardandola da qua, con un pizzico di invidia per una gioia così violenta e liberatoria. Però stop, morta lì. Non siamo di Leicester. Io sono di Voghera, forzatamente trapiantato a Pavia. Voghera non è la Leicester della Lombardia. Pavia nemmeno, è piena di zanzare e di nutrie. Il Pavia ha la maglia simile a quella del Leicester, però è il Lega Pro e ultimamente fa cagare.

Io non dico: non gioite per il Leicester. Anzi, gioisco anch’io. Dico solo: rilassatevi, voi non siete di Leicester e del Leicester, non lo siete mai stati e non lo sarete mai. Lo so che è triste, ma è così.

Mi rivolgo dunque a chi sa ancora distinguere se stesso dal Leicester. Ecco, in questi 15 giorni di vita leissteriana, toglietevi qualche soddisfazione. Al tifoso del Leicester che avrete di fianco in treno, in mensa, al bar, al cinema, a Gardaland, all’Esselunga o durante una gang bang, fate qualche domanda trabocchetto. Così, per valutare la caducità del lessterismo. Di che colore è la maglia del Leicester? Mi dici tre giocatori del Leicester (Vardy non vale) (come sarebbe a dire “chi è Vardy?”)? Mi dici dov’è approssimativamente Leicester (nord, centro, sud, più o meno)?

Poi, se volete fare i fighi: chi è il presidente del Leicester?

Questa è difficile: Vichai Srivaddhanaprabha. Che è l’unica cosa che mi rende davvero interessante il Leicester, a parte la simpatia, l’empatia eccetera. E cioè: è possibile che un miliardario dell’estremo oriente compri una squadra in occidente e la porti allo scudetto. E allora viva il Leicester, lunga vita al Leicester e Juve merda, prima che si diventi tutti esperti di (in ordine di tempo) amministrazioni comunali romane o milanesi, riforme costituzionali, dressage, tiro a volo double trap o presidenti americani donna e/o col riporto.

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aprile 6, 2016
di settore
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Chi tutor e chi no

Due premesse, altrettanto sincere: 1) la Juventus vincerà lo scudetto, secondo un legittimo verdetto sportivo, al di là delle partite in più giocate da Bonucci e da quelle saltate da Higuain; 2) la somma di certi indizi costituisce una prova e, più in generale, fa girare i coglioni.

Ok, detto questo. Mi ero già arcistufato di ragionare sulla testa di Bonucci e sulle mani di Higuain – machemmefrega?, ho già i miei cazzi con Santon e Nagatomo e nella quotidiana conta dei punti di distacco – quando ieri, sul fare del pomeriggio, ho letto la dichiarazione di Rizzoli:

“Bonucci non mi ha dato nessuna testata. Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea. Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Non c’è stata testa contro testa, le immagini non danno il senso vero di quel che è successo. Ci fosse stata la testata, non mi sarei limitato al cartellino giallo”.

Che non è una dichiarazione: è una confessione. Non solo sua, ma della classe arbitrale e del sistema calcio.

Nel contesto di una serie di considerazioni oggettive e giuste (è ovvio che la testata non c’è stata: ci fosse stata, sarebbe stato come se Materazzi avesse chiesto scusa a Zidane per averlo importunato a colpi di zigomo), la puntualizzazione Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea è di una enormità clamorosa. Cioè, praticamente Bonucci ha un tutor e gli altri no.

Higuain (comportamento oggettivamente grave nei confronti di un arbitro) viene sanzionato con il tariffario in mano. Bonucci ha il tutor che lo allontana dal giudice di linea perchè non ecceda con le proteste. Praticamente Rizzoli, l’arbitro, ha fatto quello che doveva fare Buffon, il capitano. Che umanamente e sportivamente è anche una cosa carina – dai, sù, non esagerare, sennò sono cazzi -, ma che nella realtà dei fatti non esiste proprio.

Facciamo un paragone terra terra. E’ come se Higuain avesse parcheggiato in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e gli fa la multa. Beh, giustissimo, c’è pure il cartello grosso così. Poi però gli dice: mi accenda un po’ i fari, uh, lo stop a sinistra non funziona. Dia un colpo al gas? Uh, che fumo nero. Tergicristalli? Cos’è, quattro o cinque anni che non li cambiamo? Favorisca il libretto, vediamo un po’ la revisione… E sono quattro giornate.

Ora è Bonucci che parcheggia in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e ha già in mano il blocchetto ma gli fa: guarda, amico mio, meglio che la sposti. Bonucci lo guarda male, e allora il vigile gli fa: cià, vabbe’, dammi le chiavi che te la sposto io.

A me l’arbitro-tutor teoricamente mica dispiace, eh? Sarebbe un discreto passo di umanizzazione del calcio, un tentativo di insegnare il galateo a questa banda di imbecilli con le pettinature creative e le braccia istoriate. Ma il problema non è questo. Il problema è che gli arbitri facciano tutti la stessa cosa: o il vigile stronzo, o il tutor comprensivo. La stessa cosa e sempre, per 38 giornate, uguale uguale. O stronzi o tutor.

Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Questa è una frase da tutor, da vecchio zio comprensivo (so’ ragazzi). Esagerare semplicemente nelle protesta significa essere spinti via dall’arbitro (dall’arbitro!) prima di “aggredire” il giudice di linea e poi, non pago, mettersi a brutto muso con l’arbitro stesso? Se questo semplicemente, cos’è complicatamente? Mettere degli elettrodi ai testicoli dell’arbitro mentre gli fai waterboarding?

Se per Higuain sono state giustamente – giustamente, lo sottolineo – applicate  le norme, è evidente che con Bonucci c’è stato un atteggiamento diverso. Con un tutor, forse Higuain non avrebbe fatto la scenata a Irrati, che non poteva che costargli l’espulsione. Con un tutor, forse Sarri non sarebbe stato espulso per aver detto un’opinione (“stai arbitrando male”!), laddove spesso – qualche volte sì, qualche volta no – non si sanzionano i vaffanculo e le teste spianate a pochi centimetri dalla tua.

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Quanto a Irrati, io sono favorevole. A cosa? A Irrati. Cioè, mi piacciono un casino queste storie. Mi ricordano il tenente Colombo quando alla fine tira le fila del caso, elenca stranezze e coincidenze, si gratta la testa e ti smonta il delitto perfetto. Irrati è contemporaneamente l’arbitro di Higuain espulso, l’arbitro di Bonucci non espulso per un’entrata indifendibile su Destro, e il giudice di linea da cui Rizzoli distoglie Bonucci. Non è fantastico? Irrati tutta la vita.

Bonucci non fu espulso in Bologna-Juve (o almeno ammonito, che già era un mezzo favore) per il fallo su Destro, quindi giocò la partita successiva con l’Inter e in quella partita segnò. Anche l’Inter non ha il tutor, ma questa è una storia vecchia come il mondo. Chissà, magari Allegri avrebbe fatto giocare Rugani e Rugani in trance agonistica avrebbe fatto una tripletta. O magari no. Perchè le conseguenze di certe cose devi anche vederle in prospettiva, e magari relazionarle, sommarle, o moltiplicarle. Sono gli indizi e le prove che, come dicevo all’inizio, alla lunga fanno girare i coglioni. E benchè l’abitudine ci anestetizzi, è eticamente e civilmente giusto non reprimere ma lasciare che girino.

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marzo 18, 2016
di settore
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Belli, bravi, a casa

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Oggi su giornali, tv e web è andato in scena un clamoroso piagnisteo perchè l’Italia – con l’eliminazione della Lazio in Europa League, il giorno dopo quella della Juve in Champions – ha segnato l’uscita di scena stagionale dell’Italia dall’Europa del calcio. A metà marzo siamo già tutti liberi, da Bolzano a Pantelleria, tra il martedì e il giovedì, di andare al cinema o a teatro, oppure di guardare le altre, oppure di farci i cazzi nostri. Pare non andassimo così male da 15 anni.

Eppure da mercoledì notte, e a cascata sui giornali di giovedì, era stato tutto un onanismo su quanto era stata bella e brava la Juve. Eliminata, certo, ma a testa alta, un passo in più verso il top, una grande prestazione, una partita quasi perfetta, bla bla bla. Forse, grazie alla Lazio, nel giro di 24 ore abbiamo ritrovato i giusti paramenti e i corretti termini di paragone. Attraverso due partite diverse quanto vogliamo, e lasciando due impressioni diverse quanto vogliamo, Juve e Lazio hanno ottenuto lo stesso risultato: a casa, raus.

I festeggiamenti (mancavano solo i caroselli) per la grande partita della Juve a Monaco sono essi stessi il segno dell’indicibile provincialismo e della profonda mediocrità del calcio italiano. Festeggiamo la partita quasi perfetta della Juve, che esce agli ottavi di Champions. Apperò, e adesso?

Chissà se fosse successo all’Inter. Chissà se fosse successo all’Inter di dominare una partita contro un avversario completamente in bambola, di condurre tre quarti di partita per 2-0, di subire sì un torto arbitrale ma anche di sbagliare almeno quattro clamorose palle gol per andare sul 3, 4 o 5 a zero senza dover per forza aspettare che una bandierina vada su o giù in maniera corretta, e infine di prendere 4 gol in poco più di 35 minuti e di tornare a casa così, scornati e travolti sul più bello. Chissà.

Certo, mi dirà qualcuno: a voi mica sarebbe capitato, voi il mercoledì sera al massimo accendete la tv . Vero. Ma mi riferivo ai titoli, ai giudizi, alle celebrazioni. Saremmo stati catalogati come uno squadrone top dei top, o come dei poveracci che l’hanno preso in culo quattro volte in mezz’ora invece di portare a casa la partita contro il peggior Bayern mai visto negli ultimi anni?

La Juve, come la Lazio, è a casa a metà marzo. L’asterico *(però ha fatto cagare addosso il Bayern) vale quel che vale. Un ciccinino per l’onore e l’orgoglio, una sega di niente per la bacheca e per il ranking Uefa. E noi, poveri tifosotti italiani, festeggiamo un 2-4 in Champions perchè ci fa salire di un gradino.

Quale gradino? “Scusi, dov’è la toilette?”. “In fondo a sinistra, occhio al gradino“. “Grazie”. “Si figuri”.

Certo, mi dirà ancora qualcuno: caro Settoruccio dei miei coglioni, fai uno scroll del tuo blogghetto e torna a Napoli-inter, non avevi festeggiato anche tu la sconfitta a Napoli?

Beh, c’è una bella differenza. Avevo festeggiato l’emozione di rivedere la mia squadra – una squadra in costruzione, una squadra in divenire dopo alcune stagioni del menga -, sotto 2-0, mettere alla frusta l’allora favorita del campionato e provare a rimontare, forse addirittura a vincere. Era un rincuorarsi, certo non un gioire.

Diverso è vedere la squadra che ha vinto 4 scudetti di fila e sta per vincere il quinto festeggiare un’inculata galattica in Champions, catalogarla come un upgrade. Upgrade de che? E finchè è la Juve, finchè sono gli juventini, ne hanno facoltà. Ma i giornali, le tv, i commentatori? Cioè, fatemi capire: uscire frantumati dalla Champions è un successo?

E quindi torniamo all’inizio: se questi sono i successi del nostro calcio, beh, stiamo freschi. Lo dico alla vigilia di un Roma-Inter che deciderà tutto per noi. Già un pareggio sarebbe un mezzo insuccesso, una bella sconfitta varrebbe un emerito cazzo. Meglio essere chiari dall’inizio. Sennò facciamo come la Juve, facciamo un casino per una sconfitta epocale, per un 5 maggio al cubo. E quindi altro che triplete, cara Juve, cara Italia: qui siamo concettualmente ai duecentocinquantaseiesimi di finale. Ad majora.

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marzo 17, 2016
di settore
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Mia san Gufen

Per la prima volta dalla magica notte del 6 giugno 2015, il clan dei Gufi ha ritenuto giusto riunirsi per circondare dell’opportuno calore umano la prima tappa del cammino della Juventus verso il meritato triplete. Il Barone – l’uomo il cui consumo di gel è pari al 25% del Pil della Mauritania – aveva già convocato la squadra il giorno del sorteggio degli ottavi: “Il 16 marzo tutti da me!”. E così è stato. Ci presentiamo in sei (più lui fa sette), tutti sottoposti a un minimo di scaramanzia preliminare. “Vieni vestito come il 6 giugno” “No, scusa, il 6 giugno c’erano 60 gradi, io ero venuto in maglietta e bermuda” “Ottimo, vieni in maglietta e bermuda” “Ma ci sono sette gradi sotto zero, a Torino nevica e anche a Oslo scarnebbia” “Cosa vuoi che sia una pleurite di fronte all’eternità?”

Dopo un breve momento conviviale a base di specialità lucano-bavaresi, la squadra sale al primo piano e si schiera davanti alla tv. Qui si verifica il primo intoppo cabalistico-concettuale.

“Allora, ci sediamo come il 6 giugno. Tu lì, tu lì, tu lì… e tu?”

D. deglutisce: “Io il 6 giugno ero a Macerata”

Silenzio generale.

A. estrae una banconota da 50 euro: “Don’t worry, fa’ benzina e parti”.

“Ma non ho un cazzo da  fare a Macerata”

“Ascolta, vuoi mica che passi la Juve?”

Dopo una breve trattativa, D. viene ammesso con riserva e relegato a sedersi sulla sedia più scomoda in posizione laterale rispetto allo schermo. La situazione non migliora quando il Bayern si suicida e la Juve segna al 5′ fottuto minuto. Quando al 28′ la Juve raddoppia, e il Bayern fa ca-ca-re, cala il silenzio generale.

“Quando è il sorteggio?”

“Venerdì”

Nel frattempo la Juve rischia di segnare il 3, il 4 e il 5 a zero. Per puro caso il primo tempo finisce solo 2-0 per i gobbi, ma nel Salotto dei Gufi si guarda già al prossimo futuro.

“Questi adesso prendono il Wolfsburg, poi in semifinale il solito Real del cazzo e poi in finale…”

“… a San Siro…”

“Non dite niente. Non ditelo neanche per scherzo”

Mancano ancora 45 minuti. 45 minuti e poi niente, bòn, stop, noi saremo insultati e dileggiati, la Juve sarà ai quarti e inizierà una primavera di passione e sofferenza. A., in un angolo, trattiene a stento le lacrime guardando sul telefonino un suo selfie con Mourinho. M. – che tiene in mano lo stesso stuzzicadenti di Juve-Benfica e di Barcellona-Juve – lo abbraccia e lo accarezza, tipo la foto di Ibra con Piquè. Il Barone guarda con tristezza le sette borse del Carrefour piene di wurstel:

“Erano in offerta, ho pensato che alla fine sarebbe stato bello fare una foto tutti insieme con i wurstel in mano e…”

Scoppia in lacrime e si soffia il naso con un prezioso broccato del diciassettesimo secolo.

E’ l’inizio della fine.

Il secondo tempo inizia con la Juve che grazia ancora tre o quattro volte il Bayern. La truppa mostra segni di stanchezza e di sbandamento. Al che D., a un certo punto, con la vescica fiaccata dalle birre, fa il gesto che cambia la serata e le sorti dell’umanità:

“Scusate ragazzi, debbo orinare”. E va al cesso.

Mentre è al cesso, Lewandowski segna.

Quando esce dal cesso, tutti all’unisono gli diciamo: “Torna al cesso!”

“Ma io…”

“Cesso!”

“Ma fatemi almeno vedere il replay…”

“Torna al cesso cazzo!”, gli dice A., tipo De Falco con Schettino.

“Facciamo così – propongo io per stemperare la tensione – va al cesso solo quando attacca il Bayern”.

“Giusto”, fanno gli altri Gufi. Così, a ogni attacco del Bayern D. si alza e va al cesso. Quando Buffon rinvia D. esce dal cesso e si siede.

“Lo so – gli dico – è una vita di merda, ma mancano dieci minuti e dobbiamo tentare il tutto per tutto. Ecco, attacca il Bayern”.

“Vado, vado”.

Assedio del Bayern. Ci dimentichiamo di richiamare D. dal cesso.

“Puoi venire”.

“Figa, ho giocato dieci partite a Ruzzle, ho letto sei volte l’etichetta del Wc Net, non sapevo più cosa fare”.

“Tanto ormai è finita… aaaa…  aaa… gaaaaaaaaaaallll!”

E’ il novantesimo e i Gufi si abbracciano come bambini dell’asilo. Dalla disperazione alla gioia nel giro di diciassette minuti. Sul tappeto A. trova pezzi di legno:

“Scusa Barone, credo di avere frantumato la seduta di questa poltrona in vimini dell’Ottocento francese di valore inestimabile, sono costernato e…”

“Ma chi cazzo se ne frega! Juve merda!”

Iniziano i supplementari. Proprio quando sembra stagliarsi la lotteria dei rigori, il Bayern ne mette un altro paio. Scene di giubilo, abbracci, baci. Seguono birre, selfie, foto, wurstel. Missione compiuta.

“Siamo una squadra fortissimi!” urla il Barone, stimato professionista, con un gufo attaccato alla fronte. Nonostante quattro gol, quaranta salti e quattrocento rotolate sul tappeto, non ha un capello fuori posto.

“Posso toccarteli? In fondo lo ha fatto anche Donald Trump”.

“No, è il mio segreto. Mia san mia!”

“Mia san mia!”

Alla fine, come al termine di ogni sbornia che si rispetti, arriva la malinconia.

“Cazzo, la stagione delle gufate è già finita”.

“A meno che…”, dico io.

“A meno che?”

“A meno che non si lavori seriamente per lo Zeroplete”.

“E’ un’impresa difficilissima”.

“Sì, ma i Gufi non si fermano davanti a nulla!”

“Ya-haaaaaaa!”, urla M., infrangendo una preziosa specchiera del Settecento olandese con il caricabatteria del Blackberry che stava usando come un lazo.

Il Barone guarda distrattamente la scena e mette a cuocere 170 wurstel: “Figa, vorrete mica buttarli via?”. Gli highlights scorrono a nastro: lo sporco lavoro del Gufo qualcuno lo deve pur fare.

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luglio 22, 2015
di settore
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Fermate il precampionato, voglio scendere

No, non ho scritto niente di Inter-Bayern. E vi faccio una confidenza: non scriverò niente del resto della tournée in Cina, e poi del trofeo Tim eccetera eccetera. No, lo dico perchè c’è chi mi scrive affranto (stai bene? mi devo preoccupare? dove cazzo sei finito? mando una mail alla Sciarelli? ti sei bevuto il cervello? la vuoi piantare con questa minchia di corsa?) e c’è chi diffonde le ipotesi più fantasiose: che in realtà sia morto alcuni anni fa (al posto mio sta scrivendo un vero casellante della barriera di Agrate), che sia diventato juventino o, addirittura, che sia diventato donna e stia attualmente accompagnando come ghost writer l’ex Bruce Jenner in un ciclo di conferenze negli Stati Uniti dal titolo “Identità di gender, cambi di sesso e strategie di calciomercato”.

No, niente di tutto questo.

Il punto è uno solo: ma cosa si può scrivere di partite così? Seriamente, dico. Di cosa mai mi dovrei preoccupare (o per cosa mai mi dovrei esaltare) il 22 di luglio? Cioè, ti distrai un attimo e scopri che la squadra che stava facendo gli addominali a Riscone adesso è in campo con il Bayern, e poi il Milan , il Real e sailcazzo chi. No, dai. Io sono ancorato a vecchi schemi, quando il ritiro precampionato era il ritiro precampionato – ti allenavi tutto il giorno e la sera giocavi a scopa d’assi – e quando il precampionato era una serie di amichevoli progressivamente meno innocue, e non la farsa di adesso: si passa dalla rappresentativa del Sud Tirolo al Bayern nel giro di tre o quattro giorni cambiando continente, e bisognerebbe pure scriverne? Scriverne seriamente, ri-dico. E quelli sono più avanti e noi più indietro (o viceversa), e stiamo lavorando da poco, e la squadra è ancora in divenire, e (seguono altre duemila considerazioni-tipo). No, grazie.

(sospiro)

Non sopporto il calcio che non vale niente. Aspetto un calcio che valga i tre punti, o che valga una qualificazione, un passaggio del turno, una roba così. Il resto è una sega colossale che non mi attizza neanche un po’, una specie di calcio-wrestling in cui si fa finta di farsi del male, tanto l’ingaggio è giù incassato e della coppa in palio non gliene frega niente a nessuno. Non mi diverte, non mi interessa. Voglio un minimo di occhi di tigre, di ‘sta farsa non voglio vedere niente. Oppure, se la vedo (e le vedrò, per carità, perché la maglia nerazzurra su sfondo verde è un nutrimento per l’anima, la mia almeno), la guardo come un vecchio film di cui conosco il finale, o come una replica estiva di un qualcosa che non ho mai visto oppure non ricordo, ma il cui epilogo (bello o brutto che sia, si ammazzano o si sposano, qualcuno fugge o qualcuno torna) non mi sposta di un millimetro.

Non lo reggo più il fake. Tra calciomercato e precampionato, il periodo inizio giugno-fine agosto è per me la morte civile. Almeno si potesse tornare ai vecchi tempi, quando la preparazione avveniva al riparo da occhi indiscreti e da ingaggi favolosi per partite improbabili. Ecco, funzionava più o meno così.

Prima amichevole: Inter-Bar caffè Adler Riscone di Brunico 18-0. Simpatica sgambata dei nerazzurri, apparsi già piuttosto in palla, con la squadra amatoriale di Riscone. Sette gol di Icardi, osannato dai tifosi, di cui uno segnato con il pube. Da segnalare il palo colpito in mischia da Fritz Kostner detto Strudel, corpulento centravanti 42enne del Riscone, titolare dell’omonima pasticceria di via Ottone Huber (chiusa il lunedì): una distrazione dei centrali interisti gli ha consentito di deviare di coscia un cross proveniente dalla trequarti e che sembrava destinato a perdersi sul fondo. Kostner è poi uscito in barella, tra gli applausi dei 400 presenti, per la maggior parte provenienti da Bressanone.

Seconda amichevole: Inter-Spartak Brunico 12-1. Simpatica seconda sgambata dei nerazzurri, apparsi discretamente in palla, contro la formazione dello Spartak Brunico militante nel campionato di Seconda categoria dell’Alto Adige. Cinque gol di Palacio, di cui uno segnato con una rabona da metà campo. Funzionano gli automatismi a centrocampo tra Kondogbia e Kovacic, almeno nei 4 minuti in cui i due sono rimasti contemporaneamente in campo. Applausi scroscianti per il gol di Nico Knapp, veloce esterno dello Spartak, figlio del custode dello stadio: Knapp, sfuggito a Ranocchia, ha infilato Carrizo con un bel diagonale. I tifosi lo hanno festeggiato tirandogli mele.

Terza amichevole: Rovereto-Inter 0-4. Primo test probante per i nerazzurri contro la locale formazione militante in Promozione. Portatasi in vantaggio dopo 5 minuti con un gol di Kovacic (sombrero a metàcampo, poi quattro dribbling, un finta e palla nell’angolino), la squadra di Mancini ha poi faticato molto a trovare spazi nell’arcigna difesa bianconera, anche a causa del gran caldo. “Dobbiamo smaltire le tossine del ritiro, presto troveremo brillantezza”, ha commentato Mancini che in panchina ha avuto un lieve malore dopo un passaggio all’indietro di Andreolli svirgolato da Handanovic, il cui rinvio ha colpito un’anziana donna in tribuna laterale (nonna dello stopper del Rovereto, Ruffini), finita all’ospedale con lievi contusioni guaribili in cinque giorni.

Quarta amichevole: Verona-Inter 2-2. Aria di serie A in questa amichevole di lusso allestita dentro l’Arena di Verona per festeggiare i 20 anni del concerto di Renato Zero. L’Inter ha presentato una formazione mista titolari-riserve che ha faticato un po’ a ritrovarsi, tanto da andare in svantaggio nel finale di primo tempo per un gol di Toni, abile a tramortire a gomitate tre difensori nerazzurri e a infilare l’incolpevole Carrizo. Nella ripresa una doppietta di Puscas portava avanti l’Inter, con il Verona che impattava a un minuto dalla fine per un rigore molto dubbio fischiato a Pazzini, e trasformato dallo stesso. Mancini non si è detto preoccupato: “Dobbiamo smaltire le tossine del ritiro, presto ritroveremo brilantezza”.

Quinta amichevole: Mendrisio-Inter 2-5. A tre giorni dall’inizio del campionato, classico appuntamento nella vicina Svizzera per la squadra di Mancini, ancora alle prese con le fatiche del ritiro e gli automatismi da trovare. Il Mendrisio si portava addirittura in vantaggio dopo 10 minuti: il congolese Abu Dabu sferrava un tiro dai venti metri, Ranocchia e Nagatomo coprivano involontariamente la visuale ad Handanovic e la palla si infilava a mezz’altezza. Icardi, Palacio e Guarin riportavano avanti l’Inter prima del riposo. Nella ripresa Montoya e Gnoukouri segnavano le altre reti nerazzurre. Applausi nel finale per la rete del baby Filipponi, 14 anni, che dribblava Vidic e Juan Jesus, metteva a sedere con una finta Carrizo e infilava con un cucchiaio. Mancini ha risposto brevemente alle domande dei cronisti: “Dobbiamo smalt… no, niente, sono abbastanza contento ma c’è da lavorare”. Quando ritroverete brillantezza, mister? “Presto, credo”.

Ecco, funzionava più o meno così. Bei tempi.

inter

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