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giugno 9, 2017
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Il G7 del Gufo Real(e)

“Tutti a casa mia il 3 giugno, tenetevi pronti. Prendete le ferie. Nel caso, licenziatevi. Avvertite già ora mogli e fidanzate. Nel caso, lasciatele. Non si accettano scuse”.

La convocazione per la gufata delle gufate, in vista del possibile Triplete della gufata estrema (dopo Juve-Benfica, 2014, eliminazione in semifinale di Europa League con finale prevista a Torino, e Juve-Barcellona, finale Champions League, Berlino 2015, cui si aggiunge come gufata interlocutoria la magica notte dei supplementari col Bayern), era stata fatta in netto anticipo, praticamente al pranzo natalizio del Clan dell’Asado 2.0, quando dopo i sorteggi degli ottavi era ormai chiaro a tutti che la Juve culattona sarebbe andata in finale senza colpo ferire. Nel frattempo si erano via via dissolte le speranze che qualcosa o qualcuno complicasse il campionato dei gobbi, così come erano durate una decina di minuti – confermando la tesi della sostanziale inutilità intrinseca delle squadre romane – le speranze che la Lazio li inculasse in Coppa Italia, vanificando almeno il Triplete.

Per cui, quasi sei mesi dopo quella convocazione fatta un po’ così, confidando intimamente che potesse non servire, il 3 giugno 2017 sei interisti coi i nervi a pezzi da altrettante diverse località della Lombardia prendono la via della casa del Barone, a cui si uniscono alla spicciolata formando una inedita formazione a sette.

“Siamo il G7 della gufata”

dice il padrone di casa fingendo ottimismo durante una frugale apericena, durante la quale i sette gufi in realtà già si ammazzano di scaramanzie.

“Scusa, due anni fa quante fette di salame avevi mangiato?”

“Otto o nove. Solo che adesso ho 349 di colesterolo e quindi preferirei…”

“Ma ti sembra il caso di formalizzarti per minchiate del genere? Qui si fa lo Storia o si muore”

“Giusto”, dice il gufo deglutendo una fetta di salame intera.

Il Barone intanto ci mostra con l’entusiasmo di un bambino perfettamente pettinato l’armamentario acquistato il giorno prima a Grazzano Visconti (Pc) al celeberrimo Festival dei Gufi, probabilmente accendendo in loco un mutuo Findomestic:

  • numero indefinito di birre artigianali 33 cl con gufo nell’etichetta
  • sottobicchieri per predette birre con il motto “bevi come un gufo”
  • decalcomanie di gufi appollaiati per l’auto
  • pigiama in seta con gufo cucito sulla patta
  • gufo artigianale scolpito in marmo di Carrara e dipinto a mano del peso di 70 kg

Il detto statuario gufo viene posizionato di fianco al televisore, a sua volta posizionato in terrazzo con emiciclo di sedie e divanetti a simulare la curva di uno stadio.

Verso le 20.15 il padrone di casa si presenta con sette birre e convoca tutti davanti al televisore per il rito della gufata. Al suono dell’inno del Madrid, uniamo al cielo le sette birre cantando in spagnolo:

“Madrid Madrid Madrid
¡Hala madrid!
Y nada más
Y nada más
¡Hala madrid!”

Un vicino di casa chiama i carabinieri, senza successo. Uno dei gufi, con le lacrime per la commozione, fa notare:

“La birra è un po’ calda”

“Riportiamola in frigo”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Sete! Le birre!”

“Vamonos!”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Eccole!”

“Ancora un po’ caldine!”

“Riportiamole in frigo!”

La scena si ripete sei volte in dieci minuti, dopo i quali due gufi avvertono i primi classici sintomi dell’infarto al miocardio. Alle 20.40 finalmente beviamo.

“Avete notato?”, faccio io per stemperare la tensione mentre a Cardiff organizzano una specie di Festivalbar prepartita.

“No”, fanno gli altri sei, di cui uno ruttando.

“Il ramo artigianale su cui è appollaiato il gufo artigianale”, dico io.

“Eh”, fanno gli altri sei macerati dalla tensione mentre cercano di leggere le formazioni.

“Guardate bene. E’ un evidente simbolo fallico”, dico io.

“Uh”, fanno gli altri sei.

“Cioè, è un cazzo! Capite? Cazzo. C-A-Z-Z-O”

“Cazzo dici?” mi fa uno dei sei.

“Non capite un cazzo”, faccio io.

“Che cazzo dovremmo capire, cazzo?”, fa un altro, in un’ormai insopportabile loop della parola cazzo.

“Ma è un evidente messaggio subliminale, dai! Tipo quelli che inseriscono nei film della Disney tra un fotogramma e l’altro, massì, non sapete proprio niente… oppure simboli fallici manifesti, dai, tipo la rupe del Re Leone che se la guardi bene è un enorme cazzo e le mamme al cinema si eccitano ed escono dalla sala e comperano il triplo dei pop corn che avrebbero voluto e…”

“Ora però basta, cazzo! Sta iniziando”, dice uno degli altri sei

“Cazzo, inizia! Cazzo!”, conferma un altro

“Ecco – dico io – vedete che il cazzo vi ha già suggestionato e…”

“Basta con quelle scritte in sovrimpressione, basta, BASTA!”. A., in piena trance agononistica, se la prende con Mediaset Premium: la partita è iniziata da soli 10 secondi e il clima è insopportabile. In più, nei primi minuti la Juve se la prende con il Real e sul terrazzo cala un preoccupato silenzio.

“E’ finita, è finita, argh!” fa uno dei gufi già in crisi nervosa, valutando il posto migliore del terrazzo da cui buttarsi senza speranza di sopravvivere. Il disfattismo sta ormai calando di brutto sull’intero terrazzo quando Cristiano Ronaldo la mette.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

Sette gufi si abbracciano come bambini dell’asilo, però pesanti tipo 80 chili. Infatti io avverto una fitta all’emitorace sinistro, dove sento distintamente sbriciolarsi quattro costole, forse cinque.

Al che mi rivolgo al Barone: “Ti spiace se chiamo il 118? Non è tanto per le costole, ma vorrei essere sicuro che non ci siano perforazioni al polmone”

“No, non è previsto dal protocollo. Puoi chiamare solo dopo le 23”.

Nel mentre Mandzukic, con una rovesciata a caso, pareggia.

“Argh! E’ finita!”, piagnucola uno del G7 prefigurandosi una vita di stenti dall’indomani. Una leggera brezza spira intanto a fasi alterne nella serata oltrepadana, facendo oscillare la temperatura sul terrazzo tra i 27 e i 5 gradi. Dopo essersi tolto e rimesso la felpa per 17 volte, un gufo della tribuna laterale decide di seguire il resto della partita a torso nudo. Dopo tre minuti chiede però al padrone di casa:

“Ho un principio di assideramento e una prostatite di quarto grado. Posso andare a mingere con urgenza nel tuo bagno?”

“Solo nell’intervallo”.

“Ma mancano 20 minuti”.

“Non mi cagare il cazzo e siediti”.

La tensione si taglia con il coltello e si stempera sono nel’intervallo, quando tre o quattro gufi svuotano la vescica e altri la riempiono con una nuova birretta gufa. Le cose peraltro nella ripresa si mettono progressivamente meglio.

“Gaaaaaaaaa”

“Casemirooooo!”

“L’hanno deviataaaaaa!”

“Meglio ancoraaaaaa!”

La gufata continua in un crescendo rossiniano. Al quarto gol, stremati, esultiamo con misura. Siamo pervasi da una tranquillità innaturale che cerchiamo di trascinare fino al 90′.

“Giuro, non avrei mai detto che…”

“Cazzo, stai zitto! Non è finita! Cazzo!”

“Ma mancano due minuti e sono sotto di tre gol e…”

“Si gufa fino al triplice fischio, sant’iddio”.

Al triplice fischio, diligentemente, parte la festa. Arrivano altri gufi in pellegrinaggio da paesi limitrofi. Il terazzo di trasforma in una Terrazza Martini dalla gufata galattica. Spumante a fiumi, torte, abbracci, baci, inni alla gioia. Si torna gradatamente alla normalità. Si va a pisciare senza chiedere permesso, si parla anche d’altro.

A. batte una forchettina di plastica su un bicchiere di cristallo di Boemia del 1700.

“No, volevo dirvi che per strada un giorno ho visto Laura Barriales”.

” E quindi?”

“No, è una figa esagerata. Niente, tutto qua”.

E si mette a piangere in un angolo del terrazzo mentre noi bridiamo al Real, all’Uefa e alla prossima stagione che speriamo ricca di tante soddisfazioni.

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giugno 5, 2017
di settore
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Tifare contro: il dibattito più ipocrita che ci sia

Alla concatenazione di eventi della serata di sabato 3 giugno (finale Juve-Real, caos  in piazza San Carlo a Torino, attacco terroristico a Londra) è seguita una concatenazione di commenti sui social che ha confuso, intrecciato e – curiosamente – bilanciato quanto ad acredine i tre tipi umani bersagli dell’ondata di sdegno: 1) i pezzi di merda dell’Isis che uccidono persone inermi; 2) i subumani che provocano il panico in una piazza stipata all’inverosimile e gestita alla cazzo da presunti umani;  3) gli italiani molto stronzi che hanno tifato contro la Juve che, poverina, ha perso senza appello la sua ennesima finale.

Trattasi, come è evidente, di due questioni molto serie e di una poco seria. Non c’è nulla di comparabile alla morte e al terrore di Londra, così come non c’è nulla di triste come una festa collettiva che si trasforma in una notte di paura. Si potrebbe archiviare quindi il punto numero 3 per evitare inutili sprechi di attenzione e di energia intellettuale. Però anche no. Non avendo  ricette contro il terrorismo internazionale di stampo islamista, nè contro il panico indotto o la stupidità imposta, il punto 3 è in realtà l’unico su cui si può discutere con un fine nobile: abbattere un muro di ipocrisia che Trump, al confronto, maneggia Lego.

Massì, certo: la questione del tifo contro la Juve è ovviamente e clamorosamente secondaria rispetto a cose ben più importanti e profonde, ma riesce a sprizzare una tale insopportabilità da assumere una sua valenza. E’ una questione, diciamolo, patetica, molto patetica, incastonata com’è in un dibattito tra persone che, per quanto intellettualmente disoneste (parlo dei tifosi, me compreso), sono pur sempre adulte.

Affrontiamola per gradi.

Fair play. “Il fair play, il fair play!”. Il fair play non c’entra un emerito cazzo. Stiamo parlando di tifo, la cosa più lontana dal fair play che si possa concepire. Il fair play è un’altra cosa: è stringere la mano all’avversario alla fine della partita, è concedere un punto dubbio, è non approfittare di una condizione di vantaggio, è riconoscere la sconfitta, eccetera eccetera. Non è tifare per una squadra che non è la tua: ma dove sta scritta una robaccia del genere, chi se l’è inventata? Ognuno tifa per sè fino alla morte, poi se si è persone civili si fa il terzo tempo. Il 28 novembre 2004, in possesso di due abbonamenti in tribuna arancio gentilmente prestati, ho invitato a un’Inter-Juve non uno dei cento interisti a cui avrei potuto dirlo ma un mio amico d’infanzia juventino. Abbiamo riso, smoccolato, esultato, commentato, smadonnato e deriso l’altro per 90 minuti di una partita finita 2-2, in uno spicchio di stadio molto interista in cui la sciarpa bianconera del mio amico stonava un casino, ma tutti quelli che ci erano attorno sono diventati complici del nostro clima assai disteso. Una bella serata (no dico, era il 2004, la Juve si comprava le partite!) in cui io tifavo Inter alla morte e il mio amico tifava Juve alla morte, e poi  siamo usciti enumerando i mille motivi per i quali ognuno dei due avrebbe voluto/dovuto vincere e infine ci siamo abbracciati alla fermata del tram.  Questo è fair play. Se il mio amico avesse finto di tifare Inter (o io di tifare Juve) non sarebbe stato fair play, sarebbe stata una merda. Il tifo e il fair play non c’entrano un cazzo.

Tifosi. Un altro doveroso distinguo personale. Io tifo contro la Juve, ma  non ce l’ho con i tifosi della Juve. Oddio, certo, compatisco i negazionisti, conto fino a cento quando sento volare cifre assai inesatte riguardo gli scudetti vinti, alzo gli occhi al cielo di fronte a certe banalità o falsità. Ma sono tifosi (vedi paragrafo precedente) e non posso farci niente, e molto probabilmente loro pensano la stessa cosa di me e quando mi sentono parlare dell’Inter si sentono morire dentro. Con estrema sincerità, anzi, dico che ho invidiato l’ultimo mese dei tifosi juventini. Un mese trascorso a vincere campionati e coppe, a preparare la trasferta di Champions, cercare i biglietti per Cardiff, partire con i mezzi più astrusi e con i chilometraggi più incredibili, allestire gruppi d’ascolto, comprare bandiere, birre e salamelle. Mi sono rivisto sette anni fa, in un mese vissuto paro paro, e sì, li ho invidiati, perchè arrivare a giocarsi una finale di Champions è, come dire?, molto bello. Non ce l’ho con i tifosi della Juve. Non ce l’ho tanto più dopo aver visto quello che è successo a Torino, in una piazza dove si va a fare festa e si rischia la vita. Il tifo comunque è questo, prendere o lasciare. Se lo prendi, lasci che tifino anche gli altri, nei limiti del codice penale.

Juve (giocatori della). Sempre io, per esempio, non ce l’ho nemmeno con i giocatori della Juve. Oddio, certo, non appenderei mai nella mia cameretta una loro foto, e non seguo con particolare afflato le loro prestazioni. Ma li ammiro in senso oggettivo, riconosco il loro valore di singoli e di squadra, mi faccio una ragione tecnica e umana del fatto che siano arrivati trenta punti avanti i miei giocatori preferiti, quei fantasmini con la maglia nera e blu. Mastico calcio e mi pregio di un minimo di obiettività critica: non dico mica che Gabigol vale Dybala, o che Palacio vale Higuain, o che Nagatomo vale Dani Alves. Mostrarmi la foto di  giocatori della Juve è come presentarsi da un vampiro con in mano un mazzo d’aglio, lo ammetto, ma non ce l’ho affatto con loro, se non per i banali motivi legati a quella orribile maglia optical che indossano.

Libertà di coscienza. L’equazione “gioca una squadra italiana, quindi un italiano deve tifare per lei” è una cagata immane. No, perchè allora dovrei anche applaudire un discorso di Borghezio a Bruxelles, o una conferenza stampa di Cesare Battisti in Brasile. Cioè, spiegatemi: in quanto italiano sono obbligato a tifare Juve? Ma per favore! Facciamo che, al limite, si lascia libertà di coscienza. Sei interista (milanista, romanista, albinoleffista), giocano Juve-Real, ecco, fai come ti pare. E lascia che io faccia come pare a me e non mi rompere i coglioni. Io odio una squadra italiana tutto l’anno (la Juve, per dire) e nella serata clou della stagione all’improvviso mi bevo il cervello e mi avvolgo in un bandierone  bianconero? Ma dai.

Tifo contro. Per concludere e per essere chiari fino alla fine (#finoallafine), io non ho tifato Real. Ho tifato contro la Juve. Il che, nel caso di Cardiff, ha comportato esultare ai gol del Real, di cui però mi frega assai meno della Juve. Non ho alcun interesse nei riguardi delle parabole umane e sportive di un Casemiro o di un Carbajal. Non me ne frega una cippa della loro duodecima. Piuttosto, ho sperato che la Juve perdesse. Ho fortemente, appassionatamente, incommensuarabilmente desiderato che la Juve perdesse. E qui, cari i miei ipocritoni, arriviamo al punto: perchè sono così malvagio (e con me qualche milionata di tifosi assortiti)? Andiamo al punto successivo.

Juve (Football club). Usciamo, vi prego, da questa ipocrisia buonisto-nazional-popolarista: il tifo contro esiste da quando c’è il tifo e non ci si deve affatto vergognare nè giustificare nè prendere pause dalla propria militanza. Io, interista, non pretendo che uno juventino tifi per noi anche solo una volta l’anno, e mi vergognerei (senza riuscire a giustificarmi) a tifare occasionalmente Juve, che trovo una cosa contro natura e contro la Storia. La Juve del calcioscommesse, la Juve del doping, la Juve del moggismo, la Juve di Ronaldo e Iuliano, la Juve dei 35 scudetti, la Juve (l’elenco prosegue all’infinito): e io dovrei tifare, anche solo per un’occasione speciale, questa roba qui? Questa roba che mi fa incazzare abbestia ogni volta che ci penso? Ma perchè? Comunque, oltre che in democrazia, ci muoviamo nel campo del futile: fate come vi pare. Ma piantiamola di fare i patetici, di invocare l’amor di patria, di dare patenti di menagramo, di impartire lezioni di sportività. Facciamo i tifosi tout court: siamo una sottocategoria dell’umanità, non diamoci più importanza di quella che abbiamo. Io tifo Inter e, ogni due anni, la Nazionale: il resto per me è un mare magnum di squadre che vorrei solo veder perdere. Soprattutto, savasandìr, quelle che giocano contro l’Inter. E poi soprattutto la Juve, sempre e comunque. Una società che da quando esiste prende per il culo il mondo e poi si aspetta che il mondo una notte di giugno la sostenga come nulla fosse. No dico, ma che gente è? E voi, che gente siete?

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marzo 17, 2017
di settore
902 commenti

Se non vinci sei fottuto

Cosa ha fruttato all’Inter vincere due partite segnando 12 gol e bailando futbol? Non moltissimo. Hanno fatto contemporaneamente 6 punti anche Napoli e Lazio, purtroppo, anche senza segnare gol a carriolate e senza nemmeno troppo bailare. Dovremmo ringraziare la Juve (ovviamente col cazzo che la ringraziamo, era giusto per dire) se abbiamo distanziato il Milan di tre punti, mentre possiamo ringraziare un po’ la Fiorentina e molto noi stessi se l’Atalanta in queste due partite ha fatto un solo punto e quindi possiamo segnare un bel +5 nei confronti del Leicester italiano dell’allenatore più bravo del mondo. La morale però rimane sempre quella: in questo campionato spezzato in tre (le 7 davanti, le 10 in mezzo nel limbo, le ultime 3 con l’elettroencefalogramma piatto), gli scontri diretti valgono quintuplo e tutto il resto ha un valore molto vago: le devi vincere e probabilmente la tua vittoria vale zero, mentre se non le vinci sono cazzi.

L’ultima giornata con un po’ di pepe è stata la 22ima, era l’ultima domenica di gennaio e noi abbiamo pescato un jolly epocale: mentre a San Siro si vinceva in fin troppa scioltezza col Pescara, la Roma si suicidava a Genova con la Samp, la Lazio si faceva battere in casa dal Chievo e il Napoli pareggiava in casa col Palermo. Troppa grazia per noi, come aver tirato i dadi due volte mentre gli altri saltavano il turno.

Il problema è che poi, nelle successive sei giornate, non è più successo praticamente nulla.

Hanno mosso la classifica solo gli scontri diretti (e noi ne abbiamo persi due su tre) e – ripeto, in sei (6) giornate – solo tre (3) partite fuori dal giro degli scontri diretti sono andate totalmente o parzialmente contro pronostico: Milan-Samp 0-1, Atalanta-Fiorentina 0-0, Udinese-Juve 1-1. Tutte le altre partite, le prime sette della classifica le hanno vinte.

Ora, tra domani e domenica, per la prima volta nelle ultime sette giornate, non si giocheranno scontri diretti. Le prime sette della classifica affronteranno squadre della fascia “ok, scendiamo in campo perchè dobbiamo, magari ci divertiamo pure, ma in realtà non ce ne frega un emerito cazzo”.

Le partite non sono proprio tutte uguali, per carità. La Juve (ammesso che abbia ancora un senso guardare con interesse alle partite della Juve) va a Genova dalla Samp, probabilmente una delle 3-4 squadre più in forma del campionato: metti anche che non vinca, vabbe’, se lo può permettere. Il Napoli va a Empoli, una squadra che in teoria dovrebbe avere un po’ di pepe al culo ma che facendo 1 punto nelle ultime 7 partite ne conserva ancora 7 di vantaggio sulle terzultima (facendo un punto in 7 partite se ne è visti rimontare ben 4: la lotta per non retrocedere più moscia dalla creazione del calcio a oggi). La Lazio va a Cagliari contro una squadra che potrebbe fare tutto e il contrario di tutto, ma che di solito ne becca quattro o cinque e va bene così. Roma, Atalanta e Milan giocano in casa con Sassuolo, Pescara e Genoa: partite che la Snai avrà difficoltà a quotare.

E poi ci siamo noi che andiamo a Torino. Delle sette partite, forse la più difficile (o meno facile) tocca a noi. Ci arriviamo avendone vinte 11 delle ultime 13 e senza grandi alternative: in fondo, quella di non poter/dover fare calcoli può essere una situazione a suo modo virtuosa, se hai la giusta gradazione di palle. Appuntamento domani alle 18, l’orario più di merda che ci sia.

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marzo 14, 2017
di settore
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Il lodo Bacca, ovvero: l’importanza di essere vestito bene

“Per avere, al termine della gara, nel recinto di giuoco, già sostituito ed in abiti civili, protestato in maniera plateale e veemente nei confronti di un Arbitro Addizionale, avvicinandosi con atteggiamento aggressivo nei confronti del medesimo, finché non veniva trattenuto ed allontanato a forza dai dirigenti e dall’allenatore della propria squadra”, Carlos Bacca (Ac Milan) è stato squalificato per una giornata (più multa di 10mila euro).

Apperò.

Scusa, proseguo. I dirigenti Adriano Galliani e Rocco Maiorino “per avere rivolto, al termine della gara, nell’area antistante gli spogliatoi, frasi offensive nei confronti dei tesserati della squadra avversaria”, sono stati ammoniti con diffida,  mentre la società pagherà un’ammenda di 5.000 euro “per avere omesso di impedire l’ingresso nel recinto di giuoco di un dirigente non inserito nella distinta di gara” (una roba da calcio minore, sono lì che gli tremano le palle per il closing e non mettono i dirigenti in distinta). E poi mettici, negli spogliatoi, lo sgabello sfasciato e i due scudetti imbrattati col pennarello, che non costituiscono materia per il giudice sportivo ma, come dire, aggiungono un po’ di colore a quello che è successo alla fine di Juve-Milan. Cioè, per dire.

Alla fine di Juve-Inter, dove si coglieva di sicuro un bel po’ di tensione ma nessuno cercava di aggredire nessuno nè di imbrattare scudetti virtuali, succedevano comunque cose che portavano all’espulsione al 49° minuto di Perisic (diciamolo, Ivan, una cazzata) e che causavano per il medesimo una squalifica di 2 giornate “per avere ripetutamente proferito espressioni gravemente irriguardose nei confronti del Direttore di gara”. Mauro Emanuel Icardi “per avere, al termine della gara, rivolto ad un Arbitro Addizionale un’espressione ingiuriosa accompagnata da gesti, nonché per avere calciato il pallone in direzione del Direttore di gara, senza colpirlo” veniva squalificato per 2 giornate, confermate in appello (mentre a Perisic ne veniva abbuonata una).

Ora, ci sarà sicuramente qualche sfumatura leguleia che renderà tutto questo legittimo agli occhi di qualche togato con la fissa del cavillo, ma a quelli di noi normali tifosotti?

No, perchè se queste due sentenze fanno giurisprudenza, il rapporto dei giocatori con gli arbitri, addizionali e non, assume contorni normativi del tutto inediti. Per esempio, volendo mandare affanculo in relativa tranquillità un addizionale, o addirittura fare un po’ di guapparia e tentare di aggredirlo, è meglio farsi sostituire, fare una doccia e mettersi gli abiti civili. A quel punto, tu torni in campo e puoi divertirti con il tuo addizionale preferito. “Ehi, quello mi ha mandato affanculo e voleva uccidermi a mani nude”, “Ma com’era vestito?”, “In abiti civili”, “Ah vabbe’, non ti incazzare”.

Perisic, al 49° del secondo tempo, in un’atmosfera non meno provocatoria – parlando del comportamento arbitrale -, manda affanculo l’arbitro (quello vero, non l’addizionale) ma senza avere l’accortezza di farsi sostituire – qui è evidente anche l’errore di Pioli: se un tuo giocatore vuole mandare affanculo un arbitro a caso, devi sostituirlo, non ci sono cazzi. Quindi, essendo ancora in campo negli undici effettivi, viene espulso. Cornuto, mazziato, squalificato. Negli spogliatoi, Perisic fa la doccia e si mette in abiti civili. Al che va da un dirigente e, sistemandosi il nodo della cravatta, gli chiede:

“Mi scusi, posso tornare in campo a mandare affanculo il primo arbitro che trovo, fosse anche l’addizionale?”

“Ivan, scusa, ma ci sono due ordini di problemi: hanno già spento i riflettori – no, dico, ci hai messo mezz’ora a fare la doccia, e chi sei, Kim Kardashan? – e poi non è ancora ben chiara questa faccenda del mandarsi affanculo dopo la doccia. Direi di aspettare che si verifichi un caso del genere, per poter avere un precedente. Non so se mi sono spiegato”.

Guarda caso, càpita ancora a Torino. Dove la figura dell’arbitro addizionale assume evidentemente un’importanza centrale (accanto a quella dell’arbitro titolare, ma non c’era bisogno di sottolinearlo). Tu puoi sfasciare gli spogliatoi o fare atti di onanismo o rubare le autoradio, ma lascia stare l’addizionale. E, soprattutto, controlla come sei vestito. Del tipo che anche Icardi non si era ancora cambiato mentre insultava l’addizionale e, nel contempo, cercava di colpire l’arbitro con una pallonata tipo al campetto.

“Ehi, chi è stato?”

(silenzio)

Tra l’altro, qui si apre un fronte piuttosto particolare e che avrebbe molto a che fare con l’essenza del calcio, se non fosse che ci mettiamo lì a fare gli azzeccagarbugli dei miei coglioni. Come mai non è stato premiato il gesto tecnico di Icardi, che insulta l’addizionale e tira una pallonata verso l’arbitro, quindi un classico no look? Ma qui, in Italia, nella patria della moda, si privilegia un aspetto puramente estetico (l’abito civile) a uno prettamente tecnico (insulto più pallonata no look, una sciccheria). Massì, andiamo avanti così. Poi lamentiamoci se ci sbattono fuori dai mondiali.

“Guarda che Icardi è argentino”.

Sì, ma io ne faccio una questione generale. Domani un bambino italiano cosa capirà di questa vicenda, cosa ne trarrà? Che qui non gliene frega un cazzo a nessuno nella sua bravura, ma se sei vestito in abiti civili va bene tutto.
E per concludere io credo che il punto stia tutto qui: che questa ridicola vicenda di doppiopesismo giuridico sportivo abbia una sola vera causa, l’insopportabile influenza della lobby degli abiti civili. E andatevene tutti affanculo.

“Anche l’addizionale?”

Massì, tanto sono vestito, cazzo me ne frega?

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febbraio 10, 2017
di settore
204 commenti

Odio la Gobba (invettiva in quartine)

Nella sede juventina
hanno in mente una sol cosa
ed il gobbo il capo china
e ci pensa senza posa

Non è vincer lo scudetto
non è già giocare corto
non è più gonfiar il petto
non è mai pensar al Porto

Sono in testa nettamente
hanno pur vinto con noi
non importa proprio niente
e lo spiego adesso a voi

Se persino John Elkann
fa il tifoso da osteria
qui vi dico, porco can,
che la Gobba è da isteria

Non rilassano la mente
non si godono il primato
gli interessa solamente
l’interismo più avanzato

Siam la lor dolce ossessione
e ci sognano di notte
siam la lor maledizione
(e speriamo che vi fotte)

La cultur della sconfitta
ecco l’ultima invenzione
che a noi provoca una fitta
mentre avviamo la minzione

La sconfitta, cari gobbi,
a noi piace come a voi
qui nessun mette gli addobbi
se si perde prima o poi

Ma in Italia c’è un andazzo
che è un po’ vecchio come il mondo
(e a parlarne già m’incazzo
mica faccio il girotondo)

La Juventus, lo san tutti,
in un tempo assai recente
(e noi giù con peti e rutti
che a Torino li si sente)

con manovre assai proibite
sistemava le sue cose
e noi lì a soffrire e dire
“senza spine non son rose”

All’oscuro tutti quanti
noi, cugini, lupi e viola
si tiravano giù i santi
mentre là facean la ola

Vincer facile piaceva
(e tte credo brutte merde)
con il gobbo che rideva
ché comunque l’Inter perde

La cultur della sconfitta
infilàtela nell’ano
noi, la schiena sempre ritta,
non si andava mai lontano

La sconfitta arriva lesta
se una squadra fa i maneggi
e alle altre cosa resta?
du’ vittorie e tre pareggi

Quando v’hanno retrocessi
brutti ceffi maledetti
quelli fatti sempre fessi
han ciapà cinque scudetti

E nell’anno più fatato
mentre voi assistevate
il triplete qui è arrivato
tutto insieme, mica a rate

Quando vincere si può
l’Inter c’è (o almen ci prova)
altrimenti è un qui pro quo
e la gatta qua ci cova

Siete forti, brutti gobbi
e sarete ancor campioni
ma sappiate (è quasi un hobby)
che mi state sui coglioni

Stile zero, facce brutte
un’accolita di stronzi
qui sospettano un po’ tutte
ora chiamo anche Tom Ponzi

Elkann Nedved e Marotta
Agnellino zebra e mulo
ve la dico in una botta?
ve n’annaste a fare in culo

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febbraio 3, 2017
di settore
230 commenti

50 buoni motivi per battere la Juve

  1. Perché sì
  2. Perché noi siamo il Bene
  3. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  4. Perché è la Nord che glielo chiede (ma anche altri punti cardinali, tipo tre direi)
  5. Perché siamo più italiani noi (noi cinesi) che loro (loro amerindo-sabaudo-olandesi)
  6. Perché è inaccettabile, storicamente e politicamente, la loro vocazione a uscire dall’Europa
  7. Perché sono cattivi, ma cattivi forte, che al confronto Ciro l’Immortale è Giovanni Muciaccia
  8. Perché sono brutti
  9. Perché Marchisio fa troppa pubblicità e recita come Pirlo
  10. Perché l’Anticristo della Juve si chiama Icardi
  11. Perché Icardi ce l’abbiamo noi
  12. Perché ce lo chiede l’Italia intera, tranne loro
  13. Perché ogni volta che parla Buffon, in Amazzonia un albero muore
  14. Perché checcefrega deddibbala noiciabbiamo Gabigò
  15. Perché arriviamo da sette vittorie consecutive, ma per loro sono cinque
  16. Perché 34 un par de cazzi
  17. Perché adesso basta con questa storia di contare come cavolo vogliono loro, ma dove siamo, all’asilo?
  18. Perché rimontiamo tre punti (no, per dire)
  19. Perché la Roma e il Napoli da soli non ce la fanno, non c’è niente da fare
  20. Perché un gol di Gabigol in fuorigioco a tempo scaduto sarebbe il gol definitivo
  21. Perché la vita è una cosa meravigliosa
  22. Perché, quanto a donne, noi abbiamo Wanda e loro Evelina Christillin
  23. Perché l’urlo di Zhang
  24. Perché la vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio, o quella roba lì
  25. Perché un giorno quello stadio si accartoccerà come una lattina di Sprite e prima dobbiamo sistemare le statistiche
  26. Perchè la legge dei grandi numeri (punto)
  27. Perché non stanno simpatici a nessuno, a parte gli juventini, i potenti e gli arbitri
  28. Perché a noi non piace vincere facile
  29. Perché un “sì!” unanime si leverebbe dalla pianura padana e disperderebbe il Pm10 per un mese
  30. Perché l’amore vince
  31. Perché, tra le due, l’Amore siamo noi, no, cioè, non si discute
  32. Perché le tre facce di Agnelli, Marotta e Nedved in tribuna ci rimarrebbero scolpite nella memoria come i presidenti del monte Rushmore
  33. Perché ogni volta che gioca la Juve, un decimo di coefficiente Uefa muore
  34. Perché la BBC ci sta proprio qui
  35. Perché non c’è paragone
  36. Perché vincere due volte in stagione con la Juve è come invitare a cena Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence e tutte e due accettano
  37. Perché, da qualche parte, alberga la giustizia
  38. Perché Sanremo è Sanremo
  39. Perché sarebbe un modo originale di perpetuare questa simpatica rivalità
  40. Perché presi uno a uno sono antipatici, ma presi in gruppo fanno veramente cagare
  41. Perché sono arroganti da sempre, per abitudine, dna e scelta di vita
  42. Perché si arrabbierebbero un casino
  43. Perché passerebbero alla storia per aver perso due volte con l’Inter con due allenatori diversi, di cui uno era De Boer
  44. Perché “Juve merda” è il motto dei giusti
  45. Perché Gagliardini forse volevano prenderlo loro e ci dispiace assai
  46. Perché sarebbe l’ottava vittoria di fila
  47. Perché qui si fa l’Italia o si muore
  48. Perché dicono che siamo diventati una squadra, e allora forza, su, dai
  49. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  50. Perché lo so, l’avevo già detto, ma mi sembra giusto ribadirlo

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settembre 27, 2016
di settore
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Interisti per Praga

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Che poi, stringi stringi, la cosa bella del blog è che ti fa incontrare gente che mai avresti incontrato senza un blog (non so se è chiaro il concetto). Tipo che nell’inverno del 2012 mi arriva una mail da Praga di tre ragazzi italiani che abitano là – tre ragazzi italiani e interisti – e che stanno mettendo in piedi nel loro tempo libero un servizio di guida turistica, “e quindi se vieni a Praga scrivici, faccelo sapere, ti vogliamo conoscere, ti portiamo in giro noi” e io “certo, sì, forza Inter!, grazie, grazie!” e mentre scrivo la risposta  alla loro mail penso “che simpatici, ma quando cazzo ci vado mai a Praga?”.

Nell’estate 2013, decido di andare a Praga.

Quindi mi viene in mente la mail dei tre ragazzi italiani e interisti, la cerco, pigio sul tasto replay, “no, ecco, non so se vi ricordate di me, l’anziano blogger, cioè, in in effetti verrò a Praga” e niente, ci siamo visti, mi hanno portato in giro per la città e una volta anche a cena in un ristorante per praghesi, non per turisti, dove ho mangiato cose di cui non capivo l’origine e bevuto birra e parlato di Inter. Beh, un bell’incontro, davvero bello. Siamo rimasti in contatto, naturalmente, perchè siamo italiani e interisti,  perchè magari un giorno  a Praga ci torno per correre la maratona, o per farmi un’altra vacanzina, o (seguono altre ipotesi). O magari – ahahahah – l’Inter viene a giocare a Praga, ti immagini, ahahahah.

Nel settembre 2016, l’Inter va a giocare a Praga.

Cinque minuti dopo il sorteggio di Europa League uozzappo a raffica con Luca, uno dei tre interisti di Praga, ahahahah, roba da non credere, Inter-Sparta, ahahahah. Poi vabbe’, tra il dire il fare c’è sempre di mezzo qualcosa e io a Praga non ci vado, ma sono stracontento per i miei tre amici di Praga che l’Inter vada da loro. Come dire: se lo meritano.

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Luca, Fabio, Davide, amiconi miei: ditemi come avete reagito alla notizia.

“Ci siamo messaggiati in tempo reale, eravamo tutti al lavoro.  Per un po’ non abbiamo capito più niente, poi è subentrata la preoccupazione di trovare i biglietti. Qui c’è la regola che gli abbonati dello Sparta hanno la prelazione per 4 biglietti a testa… E noi tre siamo abbonati allo Slavia”.

Allo Slavia? E perchè?

“No, allo Sparta non si può,  è un po’ come la Juve in Italia… Vabbe’, abbiamo cercato di contattare amici di amici di amici tifosi dello Sparta per trovare qualche biglietto, ma inutilmente. Quindi siamo stati in tensione fino alla vendita ufficiale aperta a tutti il 12 settembre. Leggende metropolitane dicevano che la prelazione sarebbe cominciata alla mezzanotte. Naturalmente alle 23.30 eravamo già collegati al sito perchè ci avevano detto che i tifosi dello Sparta sarebbero stati tutti in linea e sarebbe stata un’impresa acquistare i biglietti…”

E quindi?

“Ci siamo rimasti attaccati al pc fino a quasi le 2 di notte, poi abbiamo scoperto che la vendita sarebbe cominciata alle 9”.

Mai fidarsi degli juventini, cioè, degli spartesi, spartani, quelli lì insomma.

“Allora, in preda al panico, abbiamo deciso di andare la mattina direttamente alle biglietterie dello stadio. Siamo arrivati lì di corsa, pensando che ci sarebbe stata gente a dormire con le tende. Ma non abbiamo trovato nessuno”.

Come, nessuno?

“Nessuno. In un minuto abbiamo acquistato i biglietti… anzi, ci hanno detto che potevamo comprarne anche 100 se volevamo. Il fatto è che non abbiamo tenuto conto della flemma tipica dei cechi, che non sono invasati come noi, e del fatto che avessero messo prezzi quattro volte più cari del normale”.

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Come sono i praghesi, sportivamente parlando?

“Il calcio, insieme all’hockey, è lo sport più seguito in Repubblica Ceca. I praghesi, e in generale i cechi, hanno un carattere un po’ più tranquillo del nostro e seguono il calcio con più distacco. Diciamo che non ne parlano tutti i giorni come noi”.

E le tifoserie?

“Ci sono anche qui, alcune sono un po’ più estreme di altre. Una è appunto quella dello Sparta Praga, motivo per cui, non essendo riusciti a comprare biglietti per il settore riservato alla tifoseria ospite, abbiamo optato per la tribuna centrale visto che vorremmo vivere la partita serenamente… In generale, però, le famiglie vanno ancora allo stadio e la partita di calcio, allo stadio come al bar, è una buona scusa per i cechi per bersi quei 2 o 3 litri di birra in compagnia…”

Ah, quanti ricordi. A proposito, ri-raccontatemi come vi siete conosciuti. Io la storia la so già, ma vorrei farla conoscere a quei quattro cazzoni che leggono il blog. Ecco, sentite cosa vuol dire essere interisti.

“Arriviamo da tre città italiane differenti, non ci conoscevamo prima di trasferirci qui. Ci siamo conosciuti in uno sportbar di Praga andando a vedere l’Inter”.

Sportbar: luogo pieno di birre, generi alimentari e di televisori accesi sulle più varie partite.

“Non essendoci molti tifosi dell’Inter a Praga (e tuttora non ce ne capacitiamo), ci ritrovavamo sempre in pochi. Anzi, spesso davanti al televisore del bar che trasmetteva l’Inter c’eravamo solo noi tre. Fino al 2011 abbiamo frequentato lo sportbar contemporaneamente migliore e peggiore di Praga, nel senso che c’era un’atmosfera da partita bellissima, ma la qualità in generale era davvero bassa e si trovava nella via più malfamata del centro. Nel 2011, quando l’hanno chiuso, siamo sprofondati in una specie di lutto. Anzi, abbiamo collegato la crisi dell’Inter alla chiusura del nostro Sportbar che ci portava così bene. Lui e le nostre mille scaramanzie”.

Raccontatele, una a una. Ho parecchio spazio.

“Ordinare sempre lo stesso cibo per anni (anche se non ci piaceva) e quando per puro caso uno di noi mancava alla partita, gli altri ordinavano anche per lui”.

Cioè, se eravate in due…

“…ordinavamo per tre”.

Ah. Tipo: eravate in due, ordinavate tre hamburger e tre birre. E vi portavano tre hamburger e tre birre.

“Sì”.

Ah.

“Sempre gli stessi posti, sempre la stessa strada per andare allo sportbar, sempre arrivando nel giusto ordine.Tipo che ci chiamavamo prima di arrivare al bar per vedere se gli altri erano già dentro… e nel caso il terzo fosse stato in anticipo, si sarebbe dovuto fermare, aspettare gli altri e farli passare avanti”.

Vi adoro.

“E bere due caffe allo sportbar durante tutte le partite. Ti assicuriamo che in Europa non c’è un caffè peggiore”.

Dai, si dice sempre così del proprio sportbar.

“No no, è vero. Al nostro sportbar, non è uno scherzo, avevano solo 3 tazzine piccole”.

E le usavate voi.

“Solo noi. Tanto che quando abbiamo vinto la Champions ce le hanno regalate e non ne avevano più. Per dirti quanto era buono, persino i camerieri non si capacitavano che lo ordinassimo ogni volta.  Alla fine siamo stati obbligati a raccontargli delle nostre scaramanzie perchè temevamo che ci vedessero come dei disadattati, e probabilmente ci avranno visto così anche dopo…”.

O cazzo, e ora che il vostro sportbar è chiuso?

“Praga non è più la stessa da quel giorno. Ora ogni settimana è una lotta per farci trasmettere l’Inter e credo che ristoranti italiani e sportbar di Praga non ci sopportino più,  ogni volta li chiamiamo per assicurarci che ci  facciano vedere la partita, poi il teatrino delle scaramanzie…”.

Com’è, siete tesi per giovedì?

“Fabio sarà più in tensione di tutti, perchè entro questa settimana è fissata la data di nascita del suo primo figlio… il biglietto ce l’ha, ma potrebbe non vedere la partita o scappare prima della fine. Sperava che l’Inter a Praga non fosse il 29, ma prima o dopo, e invece… e comunque non sappiamo per cosa sia più sotto stress”.

Come va “Turisti per Praga”? Io lo consiglio a chiunque vada a Praga, girare la città con voi è veramente una figata.

“Tutto bene, grazie. Anche la nostra agenzia è nata grazie all’Inter e con l’Inter. In pratica abbiamo deciso di iniziare questo progetto la sera della vittoria della Coppa intercontinentale contro il grande Mazembe”.

No, cioè, siete dei modelli di vita.

“Durante i festeggiamenti, ci è venuta questa idea e dal giorno dopo abbiamo cominciato a lavorarci su. E dopo un paio di anni di lavoro l’abbiamo inaugurata nel 2013. Diciamo che è nata per la nostra passione per Praga e dalla passione per l’inter che ci ha fatto incontrare e frequentare sempre più spesso. Di anno in anno stiamo crescendo e siamo molto contenti del progetto. Abbiamo avuto anche vip tra i nostri clienti”.

Tipo?

“Tipo te. E anche un premio Nobel”.

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Così mi fate arrossire, dai.

“Cerchiamo sempre di migliorarci e creare qualcosa che sia sempre fatto su misura per gli italiani, guardando sempre alle esigenze dei clienti che ci contattano. Per il futuro i progetti sono tanti: consolidarci qui a Praga, creando tour diversi dai classici (che comunque proponiamo) ed entrando nel mercato di altre lingue (abbiamo cominciato da poco tour in inglese)”.

Olandese no? Metti che arriva De Boer.

“Boh, ci pensiamo. Piuttosto, uno dei nostri sogni è quello di creare una piattaforma in altre città europee che segua sempre la nostra filosofia. Ci vorrà tempo e anche fortuna, ma ci vogliamo credere”.

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Sentite, diteci due cose sullo Sparta. No, perchè abbiamo preso una tranvata da quattro israeliani e adesso abbiamo tanta paura.

“Il livello del campionato ceco non è elevatissimo, a parte 2 o 3 squadre – e una è proprio lo Sparta, purtroppo – le altre non potrebbero giocare in serie A. Lo Sparta oggi può essere paragonata a una squadra di metà classifica in Italia, ma se azzecca la partita non è affatto male”.

Ha appena perso il derby, però.

“Sì, non è nel momento migliore… ha perso il derby con lo Slavia per 2-0 (in casa) e l’allenatore è stato esonerato. Fra i giocatori, sicuramente il migliore è Rosicky, che è tornato quest’anno”.

Però ha 60-65 anni.

“È spesso infortunato, ma se è in serata buona è davvero bravo. Non male anche l’attaccante Lafata e il centrocampista Frydek”.

Minchia, sto tremando di brutto.

“Non dimentichiamoci che lo Sparta ha vinto tre Mitropa cup, addirittura più del Milan”.

Vi amo, di un amore virile.

“Quando vieni a Praga a farti dieci birre e la maratona?”

Le due cose non sono proprio compatibili ma potrei pensarci. Forza Inter, abbasso la crisi degli sportbar, Juve e Sparta merda.

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agosto 19, 2016
di settore
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Viva viva la Serie A

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(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

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giugno 2, 2016
di settore
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Sindrome cinese

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Martedì 31 maggio mi sono addormentato in Italia e mercoledì 1 giugno mi sono svegliato in Cina. La cosa bella è che non avevo spostato minimamente il culo. E non ero neanche in un film tratto da un qualcosa di Stephen King. Semplicemente, la regione in cui risiedo – l’operosa Lombardia – e la lussureggiante località in cui vivo e opero – Pavia, capitale mondiale della zanzara da salasso e della nutria da riporto – si sono virtualmente popolate di pagode e di sputacchi, e soprattutto di soldi – euro, dollari e come cazzo si dice, gli yuan, unità base del Renmimbi, la moneta del popolo (musica austera in sottofondo).

E’ andata così. E’ suonata la sveglia del telefonino, ho allungato la mano verso il comodino, ho spento il plin plin plin, ho appicciato contestualmente internette, ho puntato gli occhietti ancora cisposi sul display

(ditemi voi in quale blogghe uno può permettersi di leggere aggettivi come “cisposo”)

e la Gazza a tradimento mi informava che l’Inter da lì a poco sarebbe diventata cinese.

Minchia, mi sono detto con la voce ancora cisposa.

Fast forward.

Tre ore dopo, a Casa Pavia, lo spazio multifunzionale aperto dal Pavia Calcio nel cuore di Pavia, in piazza della Vittoria sulla Zanzara, il direttore generale del Pavia (mi scuso per l’ossessivo ripetersi del toponimo Pavia)

(ditemi voi in qualche blogghe vedete utilizzata con disinvoltura la parola “toponimo”)

informava giornalisti e folto pubblico che la proprietà dimezzava seduta stante il budget a disposizione e, con esso, le ambizioni di gloria, sottolineando che ad agosto non si partirà per vincere il campionato di Lega Pro ma, se va bene, per rimanerci.

Dal 3 luglio 2014 la proprietà del Pavia è cinese, lo sanno anche i sassi.

E tutto ciò, tutto questo cinesismo assortito, piombato tra capo e collo nel giro di tre ore a un povero interista di Pavia, un uomo bucherellato dalle zanzare e morsicato delle nutrie e devastato dall’amore per la squadra del cuore sballottata nella procella globalizzata, lo trovo molto suggestivo. Anzi no, terribilmente suggestivo. Cinese per parte di squadra cittadina, e cinesizzando per parte di squadra del cuore, mi sono trovato nella giusta condizione per alzarmi di scatto tutto sudato e dire:

“La Cina è vicina e non ho un cazzo da mettermi”.

Ma addiveniamo a un più lucido esame della situazione. Nella mia situazione di cinese ad honorem, o di esperto di calcio cinese in proiezione lombarda, mi trovo nella situazione di poter offrire una personale ma responsabile risposta alla domanda:

“Ma tu ti fidi dei cinesi? E i cinesi dell’Inter saranno mica come i cinesi del Pavia?”

1) Io non mi fido di nessuno, cinesi compresi, questo lo premetto perchè poi non mi veniate a tirare la giacchetta. Anche perchè non indosso giacchette. Quindi che cazzo tirate?

2) Veniamo ai cinesi del Pavia. Ora, dopo due anni, qualche nodo è venuto al pettine. Cioè, qui a Pavia sembrava troppo bello, fin eccessivo. Molta grandeur, stipendioni, progettoni, sogni a lettere maiuscole. Solo un anno fa, in piazza, il presidente arringava la folla con promesse di Serie A e Champions League (giuro, è la verità). Però, debbo dire che i “nostri” cinesi non possono essere catalogati come degli avventurieri. Ci hanno messo i soldi, tanti (rapportati alla Lega Pro). Dal punto di vista sportivo, hanno rilevato una società arrivata ultima (in un campionato che, due anni fa, non prevedeva retrocessioni) e l’hanno portata il primo anno a sfiorare in effetti la B (eliminati al primo turno dei play off dopo un campionato sempre al vertice), il secondo anno a superare tre turni di Coppa Italia (eliminando anche il Bologna, sconfitti poi dal Verona al 90′) e a giocare un campionato tanto ambizioso quanto deludente, rifacendo la squadra a gennaio con innesti altisonanti e -purtroppo – fallimentari. Insomma, il secondo anno è andata a schifio.

Non si sono nascosti, anzi, hanno frequentato il salotto politico della città, accolti da sindaco con fascia tricolore, voglio dire, e l’Università come sponsor e partner per un progetto di formazione sportiva. Hanno portato la Cucinotta e Schwarzenegger (che poi si è defilato, appena in tempo) a girare un film cinese a Pavia, che è una cosa anche concettualmente strepitosa (il film si chiama Magic Card, guardate pure su YouTube). Hanno portato a Pavia allenatori cinesi a imparare il mestiere. Hanno proposto di costruire un nuovo stadio (l’edilizia è il core business del fondo cinese cui fa capo la società), trovando un certo interesse del tipo “noi non vi rompiamo i coglioni su terreni licenze ecc. ecc. però sono cazzi vostri”, e infatti per un po’ ne hanno parlato e poi più. Hanno aperto in piazza della Vittoria sulla Zanzara un negozio su due piani, una specie di Pavia Store che vende anche prodotti del territorio: una cosa visibile, vera, tangibile e probabilmente un po’ sproporzionata (cioè, io non è che un giorno sì e uno no vado all’Inter Store, voglio dire, figurati al Pavia Store).

Insomma, le cose le fanno. Magari un po’ così, ma le fanno, le hanno fatte, probabilmente ne faranno ancora. Sì, un po’ così, ecco: esonerano allenatori qualificati ai play off alla penultima di campionato, per esempio. O fanno piazza pulita di interi management nel giro di mezza estate. O esonerano altri due allenatori, quello del girone d’andata e quello con cui avevano rifatto la squadra per il girone di ritorno. Prendono nazionali maltesi, ex nazionali cechi, gente così. Prendono anche punti di penalizzazione perchè non versano i contributi in tempo. Riportano la gente allo stadio, molta. Ma quest’anno – siccome non vinci, siccome giochi di merda, siccome fai casini su casini – è finita con i cori contro e tanti saluti.

3) Veniamo ai cinesi dell’Inter. Tra Pavia e Inter e relativi cinesi va fatta la relativa tara e la relativa proporzione. A Milano sbarcano cinesi di un enormissimo gruppo commerciale e finanziario, presieduto da uno degli uomini più liquidi della Cina e quindi del mondo. A Pavia i cinesi sono venuti a sperimentare, a Milano – all’Inter – i cinesi vengono per fare subito business, che vuole anche dire vincere (sennò il business viene male).

Storcere il naso, per gente che da due anni è indonesiana, fa un po’ ridere. E fa un po’ ridere anche su scala internazionale, perchè siamo qui a invidiare quotidianamente squadre in mano a sceicchi e magnati vari e poi, all’arrivo dei cinesi, ci guardiamo smarriti. Questo purtroppo è il calcio, bellezza. E dico purtroppo perchè sono anziano, non sono nativo del calcio 2.0 che cambia mani e dimensioni e asset come io mi cambio le mutande. Nato e cresciuto con presidenti milanesi, adesso mi fa un’enorme impressione diventare cinese due anni dopo essere diventato indonesiano. Ma è un passaggio necessario, non vedo alternative. In Italia ce ne sono poche, e nessuna al livello che sogniamo noi.

Ah, non secondario: in tutto questo noi, noi tifosotti, cosa possiamo fare?

Il cambiamento vero c’è stato due anni fa (nel frattempo non è morto nessuno e l’Inter esiste ancora). Ora c’è un upgrade, certo, un upgrade bello pesante. Posso giusto sperare che il nuovo assetto all chinese sia perlomeno un po’ più duraturo. Non ho voglia di affrontare ogni due anni un cambio di proprietà e di etnia, non ce la posso fare. Voglio un bel progetto

(tutti dicono progetto)

e voglio volare alto, tornare a mordere il culo alla Juve, tornare a sentire la musichetta deciempiooooooooons, insomma, tornare a guardare dall’alto verso il basso la stragrande maggioranza dell’umanità pallonara. E lo dico adesso, ammantandomi di una superficialità che quasi mi fa paura, ma bauscizzandomi il giusto: che siano euro, dollari o Renminbi, l’importante è ci siano. E che il nerazzurro domini il mondo. Io, nel mio piccolo, sarò interista anche con un presidente della Cayman e con la retrocessione in Eccellenza per bancarotta supercazzola fraudolenta: è una debolezza che sento di potermi permettere. Perché l’Inter ci sarà sempre, e una cosa resterà chiara fino alla notte dei tempi: Juve melda.

 

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maggio 16, 2016
di settore
308 commenti

Buffon, ovvero: l’insostenibile leggerezza della Gazza

buffon

Buongiorno.

(brusio)

Una équipe di…

(forte brusio, accenno di applauso)

Una équipe di…

(voce maschile dal fondo) “…scienziati dell’Università di Sassuolo”

(forte brusio, risate soffocate)

Non la caccio fuori solo perché mi sento particolarmente fragile.

(silenzio)

Una équipe di scienziati… No, debbo essere sincero. Una équipe di giornalisti della Gazzetta dello Sport…

(forte brusio)

(altra voce maschile dal fondo) “Cos’è questo brusio? La Gazza fa testo, non facciamo gli schizzinosi”

Infatti, sono d’accordo. Dicevo: una équipe di giornalisti della Gazzetta  dello Sport…

(silenzio)

ha stabilito che Gianluigi Buffon è il più forte giocatore italiano di tutti i tempi.

(maschio dalle prime file) “Ahahahahahahahahahahah, stratosferico. No, dai, non ci credo… ahahahahahahahahah, ma che sostanze hanno assunto? Ahahahahahahahah, santa madonna”

Venga.

“Mi scusi, davvero. È stato l’istinto. Non volevo, ma…”.

28 le va bene?

“Grazie, non me lo aspettavo”.

Bene. Domande?

(voce maschile) “Ma si riferisce a Sportweek di due sabati fa?”

Sì, ma non mi sono ancora dato pace. Altro?

(voce femminile dal fondo) “Lei è d’accordo con questa bizzarra tesi, professore?”

Naturalmente la trovo del tutto discutibile per non dire balzana e…

(vola un reggiseno)

Non per fare polemica, ma di solito non lo lancia a fine lezione?

“(sospiro) Volevo giuocare la carta a sorpresa”

Glielo appoggio qui, lo può riprendere alla fine. Dunque, affrontiamo l’argomento con una tecnica innovativa e costruttiva. Non limitiamoci a…

(voce maschile dal fondo) “… a dire che è una cazzata”

(brusio, risolini)

…a demolire l’impianto del ragionamento gazzettesco. No, noi dobbiamo motivare. Adesso a turno diciamo un giocatore che è meglio di Buffon. Un giocatore che è meglio di Buffon oggettivamente. Per esempio, lei.

(ripiegando “Sport & Scommesse”) “Ero distratto. Può ripetere?”

“Non puoi mancare di rispetto al professore!”

“Zitta, troia!”

(forte brusio, insulti, sedie che si spostano)

Esca.

(rumore di passi)

Venga qui. (sottovoce) Va per caso alla Snai?

(sottovoce) “Ovvio”

(sottovoce) Volevo giocare la finale di Coppa Italia delle isole Faroer.

(sottovoce) “Intende la finale di Coppa Faroer”

(sottovoce). Sì, semplificazione corretta. Ecco 5 euro. Mi giochi un combo con “primo tempo no goal” e “partita sospesa per vento”.

(sottovoce) “Ok, arrivederci”.

Dunque, dicevamo?

(maschio in prima fila) “Va bene, inizio io. Io dico Zoff. Buffon non è nemmeno il primo dei portieri, come minimo è il secondo”.

Molto bene. Altri?

(femmina nel mezzo) “Beh, io  gli metterei davanti anche i Palloni d’oro, no?”

Tesi interessante. Quindi?

“Rivera e Roberto Baggio tutta la vita. Paolo Rossi vabbe’, potremmo parlarne, però è simpatico, e fateli voi sei gol in un Mondiale. Poi c’è quel tamarro di Cannavaro”

(voce maschile poco distante) “Posso spezzare una lancia a favore di Gigi Buffon?”

Sì, ma faccia in fretta.

“Il Pallone d’Oro a Cannavaro è un po’ anche di Buffon”

Sì, anche di Zaccardo se è per quello. Rimaniamo ai fatti, vi prego. Altri?

(voce maschile dalle prime file): “No, volevo ricordare che c’è gente che di Mondiali ne ha vinti due. Minimo ci metterei Meazza. Ma minimo, eh?”

(altra voce maschile, masticando chewingum) “No, dico, e quel tizio che ha segnato centomila gol e gli hanno intitolato una fermata della metro?”

Intende Silvio Piola?

“Sì, bravo”

(voce femminile dal fondo) “Ehi, rispetta il signor professore. È mica tuo fratello”

“Taci, illusa”

“Argh! Come ti permetti?”

(forte brusio, tentativo di aggressione)

Vi prego. Altri?

(tizio con la sciarpa rossonera) “Su Sportweek stesso si dice che il giocatore italiano con più titoli è Paolo Maldini. No, dico. Se posso, ci aggiungerei Franco Baresi”

(tizio con la sciarpa nerazzurra) “Cerco di trattenermi, professore. Mi limito alla Grande Inter e ai Mondiali del Messico. Facchetti. Ci aggiungo Mazzola, visto che il collega ha aggiunto Franco Baresi”.

(tizio con la sciarpa bianconera) “Io…”

(ululati, insulti, lancio di oggetti)

“Ehi, un po’ di fair play!”

(rumori, tentativi di linciaggio, intemperanze verbali)

“Boniperti e… argh!”

Lasciatelo stare, vi prego. Altri?

(tizio con la sciarpa granata) “A quelli del Grande Torino, mi consenta, Buffon manco gli lucidava le scarpe. Dico Valentino Mazzola, come minimo. E se posso continuare nel filone non-mainstream…”

Prego.

“… Ci metto anche Totti e ovviamente Gigi Riva, che il Lesster gli fa un baffo”

(voce maschile dal fondo) “Lei-ce-ster”

“Lesster, gnuránt!”

(forte brusio, accenno di rissa)

Va bene, sta per finire l’ora. Qualcuno ha tenuto il conto?

(voce maschile dal fondo) “Quindici”.

Bene. Buffon è il sedicesimo giocatore italiano della storia. Arrivederci.

(voce femminile dal fondo) “Professore, la sua brutalità è il valore aggiunto della mia vita”

(vola un reggiseno)

No, scusi, ma lei quanti reggipetti ha?

“(sospiro) Oggi c’erano i saldi da Tezenis”

Arrivederci.

(voce maschile) “Professore, è finito il campionato: è contento?”

Sono sempre contento quando finisce il campionato.

(voce femminile dal fondo, sospirando) “E’ il segno del tempo che passa”

(voce maschile di fianco) “Che passa invano”

(accenno di rissa, subito sedato)

buffon2

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