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Gennaio 9, 2019
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L’autogol dell’Inter

Con la rinuncia – signorile e autolesionista – dell’Inter al ricorso sui provvedimenti post Inter-Napoli, si completa il quadro degli avvenimenti e delle relative conseguenze di quello che potrebbe diventare un clamoroso caso di scuola e che probabilmente non lo diventerà, se – com’è successo praticamente sempre – tra qualche settimana di ‘sta cosa non fregherà più nulla a nessuno.

Eppure, tutto questo percorso andrebbe davvero tenuto a mente, a uso e consumo delle varie categorie di persone interessate, dai tifosotti agli ultrà, dai bempensanti ai “non sono razzista”, dai giuristi situazionisti a quelli che “le curve sono sane”. Ricapitoliamo:

  1. scontri prima delle partita ampiamente premeditati e organizzati non da qualche nazistello assoldato alla bisogna, ma da capi della curva in persona;
  2. il morto (eh beh ragazzi, giocando alla guerra può capitare);
  3. cori razzisti allo stadio (uh-uh-uh al nero è davero poco equivocabile, diciamo così), arrivati da zone ben precise e senza grandi disapprovazioni (praticamente zero);
  4. arresti e denunce in discreta quantità (capi e soldatini, i primi molto omertosi e per nulla pentiti e i secondi più chiacchieroni, parecchi già pregiudicati o daspati, ma che sorpresa);
  5. provvedimenti ad minchiam che colpiscono – anche nelle tasche – una serie di persone che non c’entrano nulla, diciamo nella misura del 99% (ah, la giustizia sportiva);
  6. decisione della società Fc Inter, punita con una durezza e una tempestività rara, di non ricorrere contro la decisione (quella che penalizza allo stesso modo diciamo 100-200 grandissime teste di cazzo e 62.000 innocenti).

Io capisco – e apprezzo – l’Inter, la sua storia, la sua signorilità, la sua multietnicità (anche societaria), la sua enorme disponilibità nell’addossarsi quella responsabilità oggettiva che è sempre più difficile da accettare. Ma questa poteva essere l’occasione di entrare mani e piedi nel piatto e di affrontare la questione in una forma diversa, un po’ meno accomodante e un po’ più utile alla causa. Sì, ok, riempieramo lo stadio di bambini, le tv ci faranno un sacco di servizi, gireranno sui social un sacco di video e di foto, i giornali gronderanno di melassa per una iniziativa che fa tanto oratorio e che non servirà a un emerito cazzo.

La questione è invece una, una sola: quella di separare la parte sana da quella marcia, quella di premiare il tifo genuino e allontanare i facinorosi, quella di stendere un tappeto rosso al pubblico pagante e dare un calcio in culo a quello razzista, squadrista, mafioso. Bisognava fare ricorso e dire: state/stiamo facendo una cazzata. E invece no, li rinchiudiamo tutti nella stessa cella, la sciura con il fascista, il nonno con il picchiatore, il nipotino con il negriero. Massì dai, due o tre giornate e tutto sarà finito.

Peccato. Questo essere signori si rivela un discreto autogol. Invece di insegnare a quei 100-200 delinquentelli che il tifo vero è un’altra cosa, ci ritroviamo a dover spiegare ai 62.000 innocenti perchè a loro viene applicata la stessa pena di chi girava con le roncole o faceva uh-uh. Verrebbe da stare a casa tutti. In futuro, dico. Perchè io non sono quella roba là. Mi dispiace anche per la parte sana del secondo verde (95%?), ma chi è causa del suo mal pianga se stesso: neanche se me lo regalassero farei l’abbonamento al secondo verde, neanche se mi pagassero mi siederei a qualche sedile di distanza da avanzi di galera o prenderei ordini da quattro balùba. Tutti dobbiamo prendere una direzione giusta, a cominciare da lì.

Comunque tranquilli. Tra qualche domenica sarà tutto finito e vaffanculo, come è sempre accaduto dalla notte dei tempi a oggi. Avanzino i bambini, che faranno tanto colore. E ciao a tutti. Anzi: uh-uh-uh (tanto è uguale).

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Dicembre 27, 2018
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Mi fate schifo

Non volevo scrivere niente di questa robaccia  pre-durante-e-post Inter-Napoli – per enorme e insopportabile frustrazione, più che altro -, ma leggo che il presidente federale dice che, dopo lunghe riflessioni, si è deciso di far giocare regolarmente la serie A (davvero c’era qualcuno che aveva pensato di sospendere il campionato per la morte di un pluri-Daspo vittima della sua stessa violenza? No, davvero??), e leggo che il ministro degli Interni ha twittato che “a inizio anno convocherò al Viminale i responsabili di tifoserie e società di serie A e B, affinché gli stadi e i dintorni tornino a essere un luogo di divertimento e non di violenza. Vedremo di fare quello che non sono riusciti a fare altri”. E dimmi, Matteo, di preciso, che cazzo hai fatto di recente, a parte abbracciare e baciare come fosse tuo fratello uno dei peggiori capi ultrà dell’emisfero boreale, vantandotene come un bambino dell’asilo?

Ogni volta che le cose ti sembrano minimamente cambiate, in questo assurdo minuetto che è il calcio italiano fai un enorme passo indietro dopo averne fatto qualcuno in avanti, impercettibile ma che ti aveva aperto un pochino il cuore. Pensi che cose come quelle accadute ieri prima di Inter-Napoli non possano più accadere, tanto meno a Milano, e invece accadono, a Milano. Dico la prima delle pessime cose che sto per scrivere (e che è solo una selezione delle pessime cose che mi verrebbero realmente da dire): del “tifoso” morto non me ne frega niente. Non doveva essere lì, non doveva fare quello che ha fatto, insieme ad altri che sperino paghino tutto e fino in fondo. Basta con le mezze misure, le mezze parole, basta con questo ipocrita e schifoso meccanismo autoassolutivo che riguarda le cose da stadio. Basta. IO sono un tifoso, non loro. IO e le migliaia di altri come me  che allo stadio vanno a vedere la partita e a prendere cornetti Algida mezzi sciolti o caffè Borghetti a prezzi da strozzo. A me dei neonazisti che vanno in giro con coltelli e mazze ferrate non me ne frega un cazzo. Morite? Beh, diciamo un’altra pessima cosa: ve la siete andata a cercare.

Della delinquenza comune e squadrista fuori dallo stadio non c’è molto altro da dire. Non mi ha fatto impressione la morte, con quella dinamica, in quello scenario: (dico un’altra pessima cosa) cinicamente, sì, ci può stare. Del resto a me non capiterà mai di morire mentre assalto una carovana di tifosi di opposta fazione. Mi ha fatto solo impressione “via Novara”, perchè quando vado a San Siro parcheggio all’ospedale San Carlo e via Novara l’attraverso due volte. Fine dell’impressione, contento di non essere stato lì.

Due giornate a porte chiuse? Un’enorme cazzata, un’immane cazzata concettuale. IO, e con me altre decine di migliaia di tifosi, non ho fatto nulla. NOI non abbiamo fato nulla, e NOI, noi, siamo i veri tifosi. Non quelli che fanno agguati in via Novara, quelli che puncicano, quelli che ululano ai neri e si divertono un casino. NOI, non loro. E NOI dobbiamo stare a casa? L’amico di Blood & Honour fa il fenomeno, qualche centinaio di subumani fa uh-uh-uh e alla fine pagano bambini, pensionati, ragionieri, sciure? IO? Complimenti, bravi, viva il calcio, quello pulito. Si poteva chiudere solo la curva, che sarebbe stato comunque un provvedimento esagerato – la curva è mica solo merda, per carità, ci sono anche zuzzurelloni come me che vanno solo a fare il tifo per l’Inter e io gli sono grato perchè urlano e cantano più di me -. Ma l’avrei accettato di più, da tifosotto. Del resto, per me gli stadi potrebbero essere solo due rettilinei di spalti paralleli: se al posto delle curve ci fossero solo due voragini, non piangerei.

E veniamo agli ululati. Dai, sì, ditemelo ancora: volete essere liberi di insultare, certo, ok, “se Koulibaly è nero non lo posso insultare?” Certo, amico mio, certo, ma provo a spiegartelo con parole povere: se urli “Koulibaly, fai schifo, impara a giocare, tua sorella è una donna facile” è un insulto, se invece fai il verso della scimmia a un giocatore nero, amore mio, questo è razzismo, il più puro, tradizionale, atavico, schifoso, putrescente modello elementare di razzismo. Piantiamola, davvero, con questi distinguo da terza media. Il razzismo è sdoganato, tranquilli, i razzisti sono al governo qui come in buona parte del mondo. Sei razzista? E allora dillo, Cristo, dillo e non mi rompere il cazzo. Sii razzista, dichiaralo, nessuno ti dirà nulla, anzi, in certi consessi farai pure bella figura. Sii razzista senza raccontarmi delle storielle penose – una volta, i razzisti veri avevano le palle -. Il problema è che questo razzismo, come dire, è “normato”, e se c’è da sanzionare si sanziona, se c’è da pagare si paga. Tu fai uh-uh-uh, la tua squadra giocherà due giornate a porte chiuse e tre senza curva e per te, amico razzista – che sai che funziona così -, per te è tutto normale, per te va bene, ti senti contento, ti senti la vera vittima di questo sistema che punisce il razzismo e non quel pezzo di merda che ti ha venduto un biglietto a dieci volte il suo prezzo? Chi è il vero tifoso dell’Inter tra noi due, amico uh-uh? Fate pace con il vostro cervello, state a casa qualche domenica, andate al centro commerciale, tagliate le siepi, guardare la D’Urso, giocate alla playstation, fate una passeggiata con i figli, andate all’Ikea con la moglie. Queste sono le vere pene che dovrete patire, nazistelli dell’Illinois.

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Settembre 24, 2018
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Il doppio Var, le grandi seghe e la certezza del diritto

Quello che è successo in Samp-Inter andava in qualche modo analizzato e metabolizzato, e mica solo da noi tifosotti nerazzurri. La questione è importante e coinvolge tutti, dalla Juve (vabbe’) al Frosinone. E quindi tra link e controlink, status di Facebook, tweet, chat di Whatsapp, servizi tv, servizi web, raffronti, confronti, fino all’interessante comparsata tardo-serale di Rizzoli alla Domenica Sportiva (evidentemente si sono resi conto anche gli arbitri che una spiega andava data in qualche modo), la mia domenica è stata punteggiata dal Var e mi sono fatto una discreta cultura.

La prima considerazione che faccio è: seghe. Grandi seghe. Ho letto disamine incredibilmente particolareggiate sull’episodio del gol annullato a Nainggolan (che ovviamente è il vero e importantissimo nocciolo della questione), dibattiti sul fotogramma, post-scansioni del fermo immagine, ipotesi e controipotesi sull’inizio dell’azione, importanza intrinseca ed estrinseca del ruolo del singolo giocatore nell’economia dell’azione… Seghe. Affrontare in questo modo il problema equivale a partire da una evidente contraddizione: stiamo a discutere per ore, e a freddo, di una cosa che l’arbitro in campo e gli arbitri al Var devono dirimere in pochi secondi? Ci rimettiamo in modalità “fuorigioco di Turone” o “fallo di Iuliano” 3.0 e andiamo avanti per anni?

La sola cosa da capire (e da spiegare ad alcune squadre, a cominciare dall’Inter e dal Torino) è qual è il vero Var, e cosa ci possiamo e dobbiamo aspettare dal Var. Tipo, partiamo da noi. Il Var è quello di “c’è un fallo di mano sulla linea e manco mi pongo il problema”, o quello di “controllo anche i peli del culo dei giocatori in linea sul cross all’inizio dell’azione e ti annullo il gol”?

A scanso di equivoci, per me il Var è quello di Samp-Inter. Ma tutta la vita. E’ quello che ti annullano un gol e in qualche modo te lo spiegano con l’oggettività del mezzo che hanno davanti (intervista sul campo a fine primo tempo, Skriniar: “Boh, mi hanno detto che era fuorigioco, se lo dice il Var è così”. Questo è il passaggio fondamentale. Anche se la decisione è cervellotica, il Var si è espresso). E’ quello che ti ribalti sul divano al gol di Asamoah ma poi convieni che il cross era partito da fuori e bòn, ti rimetti seduto composto e riprendi a soffrire. Non può essere quello di Sassuolo-Inter, che non concepisci che non sia nemmeno venuto il dubbio sul rigore su Asamoah. Non può essere quello di Inter-Parma, perchè un pallone tolto in maniera innaturale dalla sua traiettoria a un metro dalla linea di porta non puoi non andarlo a controllare. Al netto delle spallettate del primo mese di campionato e dei nostri errori e omissioni, quanto ci è costato quel Var così diverso dal rigoroso Var di Samp-Inter?

Il problema è solo uno: è la certezza del diritto. E in questo campionato siamo partiti male, malissimo. Cambiano la regola inserendo due paroline all’apparenza innocue ma che allargano a dismusura la zona grigia. Non te lo dicono, lo vieni a sapere in corso d’opera, te lo spiegano ma lo fanno in arbitrese e non capisci un cazzo, nel frattempo si assestano nel nuovo status quo, un giochino un po’ così di rimpallo di responsabilità – almeno così poi te lo raccontano – tra gli arbitri del Var che dovrebbero intervenire meno e l’arbitro in campo che si riprende un po’ del terreno perso lo scorso anno. In questa fase confusa si affastellano decisioni sbagliate, gol regolari annullati, gol irregolari concessi, rigori opinabili (nel sì o nel no) quando l’opinabile era stato finalmente – in gran parte dei casi, almeno – superato.

L’anno scorso il Var ha rappresentato una novità epocale. Boicottato, criticato, vilipeso (le epocali intemerate juventine), aveva portato una boccata di serenità in campo, sugli spalti, sui divani. Tutti noi, come Skriniar, dichiavamo: “Boh, ma se lo dice il Var…”. E alla fine, nonostante la lesa maestà dei rigori dati contro a chi non c’era abituato, cos’è cambiato nella scala dei valori dopo 38 partite di campionato? Niente. La Juve lo scudo l’ha vinto quasi in carrozza, com’è giusto che fosse. Circondata semmai da un’atmosfera meno sospettosa e rancorosa: il Var il suo lavoro l’aveva fatto, loro sono stati più forti del Var.

Che pessima cosa sarebbe tornare indietro, degradare il Var a soprammobile elettronico, lasciare l’arbitro in balìa dei suoi dubbi e dei suoi narcisismi, riprendere a menarsi e a insultarsi per una palla dentro o fuori, un fuorigioco visto o non visto, un calcione punito o non punito. Per me il vero Var è quello di Samp-Inter, nel bene e nel male. Quello di Inter-Parma, per dire, è una merda che il calcio non merita. In subordine, se volete fare il cazzo che vi pare, usate un solo Var, uno solo, anche quello sbagliato, ma uno, da qui alla fine. Sennò si torna ai veleni, ai retropensieri, alla banalità del male. Perchè un povero interista, dopo le ultime due partite, cosa dovrebbe mai pensare – serenamente, dico – del Var, degli arbitri, del calcio, dello sport e della Juve*? *(la Juve ce l’ho messa così, per spregio)

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Luglio 16, 2018
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Cristiano Ronaldo alla Juve: istruzioni per l’uso

Personalmente, ho eletto Cristiano Ronaldo mio giocatore preferito (interisti a parte, eh?) nel novembre 2013. Era già Cristiano Ronaldo da un pezzo, certo, aveva già vinto un Pallone d’Oro, ma non è che mi titillasse il velopendulo più di tanto. Dopo 4 Palloni d’Oro consecutivi (quelli figli del regolamento ultraridicolo introdotto nel 2010 e superato nel 2016), Messi sta per vincere il quinto in automatico tra gli sbadigli generali. Sembra tutto già deciso. Il 15 e il 19 novembre 2013, a un mese dalla tradizionale proclamazione prenatalizia, si giocano però gli spareggi europei per le qualificazioni ai Mondiali 2014.

Uno degli spareggi è Portogallo contro Svezia, CR7 contro Ibra, in palio un posto a Rio. Andata a Lisbona, gol di Cristiano Ronaldo, finisce 1-0 per il Portogallo. Ritorno a Solna quattro giorni dopo. Primo tempo, ancora gol di Ronaldo: 1-0. Secondo tempo, Ibra ne mette due in 4 minuti e ribalta il risultato: 2-1 per la Svezia. Al 74′ la Svezia è ancora in vantaggio e sogna l’impresa, ma Cristiano Ronaldo pareggia con un gol della madonna, e al 78′ parte in contropiede e segna un altro gol della madonna. 3-2 per il Portogallo, che si guadagna il Brasile. Il mondo del calcio improvvisamente si interroga: no, scusate, ma come si fa a non dare il Pallone d’Oro a uno così? E infatti glielo danno, in extremis, un Pallone d’Oro bellissimo, frutto di una specie di sollevazione popolare sommersa ma impetuosa.

Da allora ne vincerà altri tre (uno, in mezzo, di nuovo a Messi, vabbe’) per un totale di cinque. Ma il Pallone d’Oro, nella sostanza, conta quel che conta. Cristiano Ronaldo mi aveva semmai conquistato caricandosi una squadretta sulle spalle e portandola di peso al Mondiale. Ed è rimasto da allora nel mio Olimpo personale, solissimo, aggiornando via via le sue statistiche madridiste, 450 gol in 438 partite con il Real, cazzo, 450 gol in 438 partite. 450 gol, santiddio, di cui 311 in 292 partite di campionato e 105 (105!) in 101 partite di Champions. No, dico: a questo Messi gli può solo spicciare casa.

E’ un tale campione, CR7, che certe sue vicende personali – mi riferisco alla disinvolta modalità con cui ha fatto 4 figli tra madri ignote e/o surrogate (tranne l’ultimo), una robaccia alla Michael Jackson – sono trattate con una diffusa e formidabile indulgenza. Who cares? Ingravidi chiunque e come cazzo gli pare: è un cannoniere eccezionale, un atleta strepitoso, un professionista spaventoso. E adesso che viene in Italia bisognerebbe segnarsi la data sul calendario, perchè – ci piaccia o no – è un evento immane che si issa al livello che pareva irraggiungibile degli arrivi di Maradona o Ronaldo ( il nostro) e che riposiziona verso l’alto il calcio italiano nel piano cartesiano dello sport mondiale.

Il problema – porca puttana – è che lo ha preso la Juve.

Procedendo secondo la logique deductive di Clouseau, debbo ora decidere come metabolizzare il fatto che il mio calciatore preferito da oggi veste la maglia della mia squadra spreferita, la peggiore di tutte, quella che nella mia testolina di tifosotto ha la peggior reputazione di ogni tempo, la peggiore delle avversarie, il peggior posto dove poter andare, il peggio del peggio del peggio. E’ come se, dopo averla corteggiata per anni e averne parlato al bar con chiunque nel miglior modo possibile e averle scritto centinaia di lettere d’amore e aver tappezzato delle sue foto la mia cameretta, Jennifer Lawrence venisse a Pavia e si mettesse con un mio vicino di casa mafioso, drogato, truffatore, corruttore e negazionista. E juventino.

E’ terribile.

Ora, con estrema sincerità, devo dire che – a bocce ancora ferme – il sentimento che più mi frulla in corpo è la curiosità. La curiosità di vedere Cristiano Ronaldo nel campionato italiano, 38 partite da Milano a Frosinone, da Torino a Udine, e vedere se segnerà anche qui un gol a partita per i suoi quattro anni di contratto. La curiosità, anche, di valutare la gestione di un affare così spaventoso, inammortizzabile, una scommessa su un giocatore di 33 anni che ne compirà 34 già nelle prime giornate del girone di ritorno: uno splendido 34enne, per carità, il più splendido che c’è, ma pur sempre 34enne.

Cristiano Ronaldo non mi costringerà al bipolarismo: ammirerò con fredda oggettività i suoi gol e le sue giocate, ma avrà un’orribile maglia addosso e perciò non sprecherò altre emozioni per lui. Non gli auguro infortuni, ci mancherebbe altro: al limite, di inserirsi male in una squadra di gente antipatica e invidiosa, o di condizionare all’estremo le scelte tecniche dell’allenatore o di sconvolgere gli equilibri messi in discussione per fargli posto. Nel calcio non c’è nulla di automatico e, per quanto da uomini di mondo sappiamo come possono andare le cose, la palla continuerà a essere rotonda e capricciosa anche per gente stratosferica come Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Quando fisso il soffitto e cerco di farmi una ragione di questa merda di circostanza, mi sorprendo a vedere sempre una luce in fondo al tunnel: saranno cazzi, certo, ma quanto sarà bello vederli perdere.

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Aprile 26, 2018
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Da Liverpool a Torino, lo stesso buco nero

Per capire meglio Liverpool, partirei da Torino. Leggo un simpatico pezzullo su Repubblica. E’ il 25 aprile, è festa, ci sono 200 tifosi della Juve al campo di Vinovo dove i gobbacci si allenano. Sono 200 tifosi normali, tifosotti, ragazzi, bambini. Alla frazione normal si aggiunge nel corso del pomeriggio una cinquantina abbondante di tifosi super. E quando tutti a fine giornata si affollano alla porta carraia a caccia di autografi e selfie con i giocatori che se ne tornano a casa, dietro ai 200 tifosi normali parte la contestazione dei 50 tifosi super, in un accrocchio umano che mette insieme tutti, normali e super, inconsapevoli bambini con sciarpa e adulti con anfibi.

“Tirate fuori i coglioni”.

50, forse anche 60 o 70 tifosi che da sei anni – sei scudetti (uno con record di punti, uno con zero sconfitte), tre Coppe Italia, tre Supercoppe italiane, due finali di Champions League – vivono ampiamente sopra le righe e dovrebbero baciare il culo anche all’ultimo dei magazzinieri per l’abbondanza di cui godono,  contestano la loro squadra. Se la prendono con tutti, anche con Buffon, il capitano. E benchè io consideri un dovere civile e morale prendersela periodicamente con il personaggio Buffon, la motivazione mi lascia un po’ così: “Domenica hai ringraziato uno a uno i giocatori del Napoli e non sei manco venuto a salutare la curva”.

Ecco, la curva. Per capire Roma bisogna passare anche da Torino. Così, giusto per entrare nel mood (di queste curve e di tante altre curve, la nostra non esclusa, sia chiaro). Perchè non capisco come faccia oggi uno juventino a contestare la Juve, così come non capisco come faccia oggi un romanista – nel momento più felice, gioioso, festoso, eccitante, positivo, clamoroso, orgasmatico, adrenalinico, strappacuore, strappamutande come può essere una semifinale di Champions dopo anni e anni di pezze ar culo – a partire per Liverpool pronto a fare a botte e tirare cinghiate. Pronto, già pronto, forse addirittura impaziente, i can’t wait: perchè sennò, se sei incensurato e dovresti occuparti di rimanerlo, non vai allo stadio dietro la curva degli altri prima della partita con la faccia nascosta e la cintura attorcigliata sulla mano.

Probabilmente un uomo di 53 anni e due figli morirà. Anche l’ultimo morto del calcio italiano è stato per mano di un romanista, a pochi passi dall’Olimpico. E manco giocava la Roma (era la finale di Coppa Italia di 4 anni fa, Napoli-Fiorentina, 3 maggio 2014). Questo per sottolineare il mood di cui sopra. Anzi no, aspetta, mettiamoci una seconda sottolineatura: per Daniele De Santis, condannato a 16 anni (non abbastanza, direi) per aver sparato a Ciro Esposito,  morto poi dopo settimane di agonia, la curva romanista ha esposto uno striscione ad Anfield Road. E lì fuori un uomo era stato appena preso a pugni con la fibbia della cinghia.

Ecco, la curva. Ecco, il mood.

“Romanisti, perchè stupirsi?”. Anche questo è agghiacciante, come se da qualcuno prima o poi te l’aspettassi e sì, in effetti capita davvero. Io, per esempio, ci sono rimasto parecchio male. Nella mia ingenuità da tifosotto che va allo stadio per mangiarsi il panino con la salamella e poi soffrire per 90 interminabili minuti (anche per digerire il panino con la salamella seduto in posti scomodi guardando la tua squadra che non segna mai quanto vorresti), a me sembrava che l’ambiente stadio fosse complessivamente migliorato. Non tanto, eh?, però un po’ sì. E invece bisogna tenere sempre la guardia alta e tenere sempre fermi alcuni principi, un po’ tipo il 25 Aprile (coincidenza di momenti).

Verrà forse un giorno in cui la curva sarà solo un luogo dello stadio dove si vede un po’ peggio e dove i biglietti costano un po’ meno. Oggi, per me, restano sempre un buco nero. Le curve sanno essere bellissime ed emozionanti, anche per gli scettici come me. Le curve siamo noi, lo sono anch’io, quando si tratta di condivere un folle amore per la stessa maglia e aiutare la tua squadra a giocarsela fino all’ultimo. Ma tutto quello che va oltre il tifo, il colore, la passione, i cori, le sciarpate – e cioè la violenza, le prevaricazioni, le zone franche, il fascismo, la mafia – per me resta sempre e solo un’enorme merda fumante in uno spicchio dei nostri fatiscenti stadi.

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Aprile 23, 2018
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Koulibaly, l’uomo che incasinò le cose

Non so se qualcuno si sia davvero accorto dell’evento di oggi pomeriggio: Inter e Lazio (la Roma no, è chiedere troppo: aveva giocato – e vinto, dannazione – il giorno prima) hanno disputato la loro partita in contemporanea. E’ stato un brivido durato giusto una mezz’ora: il tempo che la Lazio all’Olimpico sistemasse le cose con la Samp, poca roba, il pathos è finito presto. Mentre noi a Verona sudavamo lacrime e sangue, con Euchessina finale.

Beh, in quel breve, rilassante lasso di tempo in cui sullo 0-2 pensavo fosse più che finita, sono andato a vedermi a ritroso il calendario. Così, per  curiosità: tipo che mi intrigava sapere quand’era stata l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con Roma e Lazio, le due squadracce con cui ci contendiamo i residui posti in Champions.

Il risultato è stato sorprendente: l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Roma era stato in Inter-Roma, seconda di ritorno. L’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Lazio era stato in Inter-Lazio, ultima d’andata.

Cioè, questa formula del campionato-spezzatino ci ha tolto – praticamente sempre – il gusto del duello a distanza, quella cosa un po’ vintage e terribilmente coinvolgente del rimpallo da un campo all’altro per sapere cosa succede alla tua diretta avversaria, per vivere in real time le evoluzioni della classifica, per aumentare l’adrenalina occupandosi di due o tre partite invece che solo di una. Il triello per i due posti in Champions tra Inter, Roma e Lazio si è sempre giocato su piani sfalsati, in orari diversi, spesso in giorni diversi, a volte anche a due giorni di distanza.

Adrenalina a parte, c’è un aspetto che ogni volta mi destabilizza (e a volte mi scogliona, anche parecchio): per capire quanto vale davvero il tuo risultato, devi aspettare che tutti abbiano giocato. Magari vinci al sabato e stapperesti uno sciampagnino, ma le altre giocano il giorno dopo e se vincono è come se non fosse successo niente. O magari pareggi e perdi e ti impiccheresti al ponte dei Frati Neri, ma chissà, poi pareggiano o perdono anche le altre e tutto torna in discussione. Oppure le altre vincono e bòn,  ti senti morire dentro. Ok, nessuno ti toglie il gusto (o il disgusto) della singola partita, ma trascorsa la latenza post-match (commenti, smoccolamenti, discussioni, birre), e a meno che l’ultimo ad aver giocato sia stato proprio tu, c’è sempre un qualcosa che resta fastidiosamente in sospeso. O fascinosamente in sospeso.

Tipo oggi.

La Roma sabato vince a Ferrara, la Lazio domina in casa con la Samp e tu – in contemporanea! – sei lì che te la giochi col Chievo e alla fine in qualche modo la sfanghi. La quintultima giornata di campionato, per quanto riguarda il triello Champions, finisce con un nulla di fatto, le distanze restano invariate e c’è una partita in meno a disposizione per recuperare. E quindi?

E quindi la vittoria a Verona va bene ma non benissimo. Finchè non scendono in campo anche Juve e Napoli, e finchè non si gioca il minuto 89′, quasi 90′. Al minuto 89′ la Juve ha 4 punti di vantaggio, a 4 giornate dalla fine. Al minuto 90′, per interposto Koulibaly, la Juve ha un punto di vantaggio.

E sabato sera c’è Inter-Juve.

E’ tutto una questione di attimi e di centimetri. Se Tomovic a Verona avesse avuto una palla più vicina al gambone proteso, e se Koulibaly avesse incornato peggio e preso la traversa, sarebbe stata un’Inter-Juve con un’Inter virtualmente già condannata al quinto posto e con una Juve col match point scudetto in canna, che scialando di sarebbe anche accontentata di un pari. Inter-Juve 0-0, una roba così, addio Champions per noi e (quasi) benvenuto scudetto per loro.

E invece no.

Vedi, bisogna sempre aspettare che si giochi anche l’ultima partita per avere un quadro definito della situazione. Koulibaly ha stravolto il campionato, e mica solo quello di Napoli e Juve. Basti pensare, per esempio, a quale diverso – e inestimabile – valore assumono ora Inter-Juve e Roma-Juve, le prossime due trasferte della Gobba. Che poteva essere, a Milano, una squadra tranquilla in pieno controllo della situazione e a Roma, forse, nel peggiore dei casi, ancora in grado di gestire due risultati su tre, sempre che il Napoli non avesse mollato nel frattempo.

E invece adesso è una corrida totale, a cinque. Le prime due, le altre tre, con i cammini che si intersecano. Fottiamocene delle prime due (sognando lo Zeroplete, ovvio), vediamo le altre tre. Tra cui noi.

La Roma nell’ordine ha l’angosciato Chievo in casa (gioca sabato alle 18, prima di Inter-Juve), poi l’angosciato Cagliari in trasferta, poi l’angosciata Juve in casa e poi, all’ultima, una trasferta tranquilla a Sassuolo.

La Lazio ha una trasferta indecifrabile a Torino col Toro (sarà tranquillo, incazzato, disinteressato, interessato? boh), un’indecifrabile partita in casa con l’Atalanta (in teoria, alla caccia di un posto in Europa, quindi non neutra, ecco), una drammatica trasferta a Crotone (a meno di miracoli o apocalissi, sarà una squadra in lotta per salvarsi) e poi l”Inter.

l’Inter ha la Juve a San Siro (supergulp!), una maledetta partita a Udine (nel perdono 11 di fila per venire a rimpere il cazzo a noi, vedrai), un’innocua partita col Sassuolo (peraltro, mai fidarsi del Sassuolo) e la Lazio.

Ognuna ha i suoi problemi. Visto così, sarà un finale bellissimo, anche se fino alla penultima giornata giocato lungo i soliti piani sfalsati, che peggioreranno le cose. But, who cares? E’ così e basta. Grazie Koulibaly, adesso camminiamo rasente i muri e fantastichiamo a 360 fottuti gradi.

 

 

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Aprile 16, 2018
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I ragazzi del 93′ (ovvero: al vero gufo non piace gufare facile)

I gufi sono gufi sempre, anche se si tratta di gufare facile. E’ con questo spirito che la combriccola raggiunge la casa del Barone addì 11 aprile 2018 intorno alle ore 20 per il consueto preraduno conviviale, prima di iniziare lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, sempre quello, tra le 20.45 e le 22.40 circa (tempi regolamentari. Se serve, anche oltre).

Gufare contro la Juve in una partita di ritorno della fase finale di Champions è un dovere civico, come pagare le tasse e differenziare i rifiuti. Certo, il fatto che la Gobba all’andata avesse perso in casa per 3 pere a zero aveva tolto un po’ di pepe al nostro consueto incontro: parte dei gufi in riserva permanente si erano autoesentati con scuse puerili e nella nostra Gufation House ci siamo ritrovati così in 5: quattro gufi della primissima ora (io, A., D. e il barone) e una new entry, D., intellettuale e umanista oltrepadano antijuventino che per non confonderci chiameremo M.

L’atmosfera è molto rilassata perchè ok, certo, mai fidarsi della Juve, ma ne ha prese tre in casa da Real, orsù, diciamocelo, anzi no, non diciamocelo, ma ci siamo capiti. E infatti siamo irriconoscibili: cioè, nel prepartita di Berlino o di Cardiff c’era gente con lo stomaco chiuso e i nervi a fior di pelle, mentre stavolta sembra di essere al Cral delle Dame di San Vincenzo.

“Oh, sono le 20,44. Vabbe’ dai, andiamo”.

Saliamo stancamente le scale. Barone ci fa schierare sulle sedie secondo scaramanzia, ma senza pathos. “Dai ragazzi, 90 minuti passano in fretta, basta che questi fessi del Real non si facciano segnare un gol subito, che poi magari…”

Gol.

Sulla sala tv cala una cappa di piombo, una situazione imbarazzante in cui tutti si pentono intimamente di non essere stati abbastanza scaramantici e abbastanza concentrati. A peggiorare la situazione è D., che intorno al 15′ si addormenta e inizia a russare. A. dopo circa 30 secondi lo cazzia:

“Porca troia, dobbiamo tenere alta la soglia di attenzione!”

“Sono sveglissimo… (sbadiglio)… come gioca Tevez?”

Il nervosismo comincia a montare. Dopo alcuni minuti D. si riaddormenta russando tipo motosega. A. lo colpisce in testa con un vassoio del Settecento inglese:

“Non puoi fare così, cazzo! Dobbiamo vigilare su questa partita di mmmerda!”

“Scusate, ho avuto una settimana pesante”

“Ma che cazzo dici, è solo mercoledì! Guarda ‘sta partita!”

“… (sbadiglio) è già entrato Zalayeta?”

Gol. 0-2.

“Zalayeta?”

“Mavaffanculo va’… ti sembra nero?”

“Chiedo scusa, vado a farmi una Moka intera e me la bevo a canna”.

Il Barone gli dà il permesso per gravi motivi personali. In sala tv l’atmosfera è ormai tesissima. A., che tutto sommato fino a quel momento si era dominato, si corica per terra e guardando il soffitto urla:

“Madonna mia, ma cosa ho mai fatto? Era la partita più tranquilla del mondo e anche stasera mi toccherà bestemmiare tutti i santi del calendario”.

Al che io, dopo una veloce ricerca sul telefonino, gli mostro una foto del nostro assistente spirituale, Er Pagnolada, e A. con un riflesso pavloviano si calma.

Fine primo tempo.

Doveva essere una serata da bisboccia, bah, e invece abbiamo facce pallide e spaventate. Nessuno si alza, neanche per pisciare. La partita riprende, abbiamo ben presente che saranno 45 + recupero lunghissimi. Quando dopo 16 minuti segna Matuidi, la scena è questa, da sinistra verso destra:

1) io accartocciato tipo la posizione che si dovrebbe tenere mentre il tuo aereo ammara nell’Hudson;

2) il Barone attonito, un capello gli scende spontaneamente sulla fronte (non accadeva da 14 anni, dopo un giro sulle montagne russe a Gardaland con il nipote);

3) M., dopo alcuni secondi di silenzio, inizia a insultare Keylor Navas in italiano e poi in spagnolo, con imbarazzanti riferimenti fino a parenti di quinta generazione e ai padri fondatori del Costarica;

4) D. occhi a palla, come uno che non dorme da mesi, anzi, che non ha mai dormito in vita sua;

5) A. esprime intenti suicidi. E li motiva minuziosamente.

“Non posso tornare a casa, non posso tornare a Milano, non posso tornare su Facebook, non posso tornare a lavorare… niente, mi uccido, è più semplice. Come si chiama quel ponte mezzo diroccato…?”

“La Becca?”, dice il Barone.

“Sì. Mi uccido lì”. Poi si rivolge a me: “Ti chiedo solo questo, Sector: scrivi qualcosa di bello su di me, che riabiliti la mia figura di uomo e di sportivo, poi magari lo leggi in chiesa al funerale, tutti piangono e io sarò felice guardandovi da lassù, dove negherò fino all’inverosimile di essermi mai occupato per un solo minuto di calcio”.

“Ma così andrai all’inferno, scusa”, gli dico io cercando di ricondurlo alla ragione.

“L’inferno sarà una passeggiata de’ salute rispetto a questa serata demmerda”, mi dice abbracciandomi e singhiozzando come un bambino. Nella sua poltrona padronale anche il Barona scoppia in lacrime stringendo al petto il gagliardetto del Real, mentre D. e M. si abbracciano sul divano in silenzio.

“Beh, manca mezz’ora”, dice M.

Al che scoppiamo a piangere tutti. Trascorreremo i venticinque minuti successivi tra i singulti, guardando di tanto in tanto la partita. La nostra vita di interisti e di gufi ci scorre davanti. Prendo l’iniziativa.

“Ragazzi, ma cosa abbiamo fatto di così brutto per meritarci tutto questo? Saremo stati cattivi? Avremo (rumore di tuoni) sbagliato?”

Silenzio.

Al 90′ iniziano i preparativi per i minuti peggiori della nostra vita. A. sta scrivendo alcune lettere di addio, il Barone ha la faccia di uno che ha perso un paio d’anni di vita, D. non proferisce parola da mezz’ora e M. si lascia andare allo scoramento:

“Non posso sopportare il tempi supplementari. Tantomeno i rigori. Potrebbe venirmi un infarto”.

Tutti all’unisono ci tocchiamo i coglioni. E mentre abbiamo le mani sugli zebedei seguiamo un pallone crossato dalla destra – cioè, sarà tipo il 93′ – verso un biondino con la maglia del Real e Bruce Lee intervenire da dietro come non ci fosse un domani.

Siamo tutti in piedi, con le mani sulle palle, a osservare l’arbitro che indica il dischetto.

Rigore.

Scene di isterismo, il sala tv come al Bernabeu. E’ meraviglioso. Quando Buffon viene espulso sembra compiersi un disegno immane e clamoroso, tipo entrare in una pizzeria dove ci sono 200 persone tra cui Jennifer Lawrence che a un certo punto si alza, punta il dito verso di te e dice:

“Voglio te, gringo. Rendimi felice”.

Cala il silenzio, in sala tv come al Bernabeu. Cristiano Ronaldo sul dischetto. Tiro.

“GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAL”

Corpi maschili aggrovigliati su un prezioso tappeto Bukhara del Turmenistan, gente che bacia gufi artigianali in marmo di Carrara, che abbraccia televisori, che ulula alla finestra. Il resto è un crescendo, le interviste post-partita sono molto meglio della partita stessa, assistiamo increduli allo sgretolarsi della Juve come categoria del pensiero. Il terrore è già svanito. Si brinda e si mangia alla salute della Juventus, che in Europa non tradisce mai.

I gufi mettono un’altra tacca a un ruolino di marcia fantastico: quante gioie in appena quattro anni di attività, quante gioie. Fuori piove, ci aspetta un lungo viaggio tra buche e pozzanghere, ma i nostri bidoni dell’immondizia già battono forte in attesa della nuova stagione. Sipario.

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Per non dimenticare: Archivio delle gufate

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Dicembre 28, 2017
di settore
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Viva la Rai (tu dimmi da che parte stai)

Grazie a internet ci si mette un minuto: qualche clic e un doveroso incrocio di informazioni ed ecco un raggio di luce illuminare gli oscuri e misteriori motivi per cui Giunone è incazzata con Enea, i pisani odiano i livornesi (e viceversa, ovviamente), The Joker ha un problema con Batman e Selvaggia Lucarelli ce l’ha a morte con Asia Argento (e viceversa, ovviamente).

Ma, di preciso, cos’ha mai fatto l’Inter alla Rai?

Clicco e riclicco e non trovo una cippa. L’Inter, è notorio, non gode di buona televisione. Ormai alle derive di Sky e di Premium ci abbiamo fato il callo e ne abbiamo colto (più o meno) le intime motivazioni, tra aziendalismi assortiti, retropensieri spinti e dna dei commentatori. “Molti nemici molto onore” è uno slogan destro e un po’ sinistro, ma è giusto per rendere l’idea. Lo sappiamo, bòn, nella vita c’è di peggio di qualche prostituto intellettuale e stiamo pur sempre parlando di quattro calci a un pallone. Ma la Coppa Italia 2017/18 ha aperto un nuovo scenario. Tirando in ballo la Rai, di cui ogni tanto dimentichiamo l’esistenza e che con la Coppetta invece si riappropria occasionalmente del palco principale. Sia chiaro, noi mica pretendiamo trattamenti di riguardo (per carità!) o le telecronache tifose (che sono una pagliacciata). Ma…

… di preciso, cosa abbiamo mai fatto alla Rai?

Riavvolgiamo il nastro e torniamo alla sera di Inter-Pordenone, 12 dicembre, ore 20,45. E’ chiaro a tutti che si tratta di un evento simpaticamente anomalo. Una squadra di Lega Pro che non è mai stata in A e nemmeno in B si trova a giocare 1) gli ottavi di Coppa Italia 2) con l’Inter 3) capolista in Serie A 4) a San Siro 5) in diretta 6) in chiaro 7) sulla tv di Stato. Bum! Per chi ama lo sport ci sono tutti gli ingredienti per vivere con un certo pathos la vigilia e guardare con curiosità la partita. Davide contro Golia e quanto ce n’è. Anche il nostro cuore nerazzurro batteva affettuosamente per l’avventura sopra le righe del Pordenone, figurarsi quello dell’Italia non interista. Tutti col Pordenone, chiaro, giusto così. Tutti a gufare: embe’, l’avremmo fatto anche noi per un Juventus-Giana Erminio o per un Milan-Pro Piacenza.

Un po’ meno scontato, piuttosto, che anche la Rai, col passare dei minuti, si trasformi in una specie di Tele Pordenone, schierandosi senza alcun pudore giornalistico, etico, umano, professionale e  concettuale per Davide e gufando apertamente contro Golia, augurandosi ogni cinque minuti che la partita potesse andare in un certo modo, uno solo, quello più sorprendente, più clamoroso, più apocalittico, più fantasy, più orgasmoso, che al confronto il Leicester è ‘na stronzata. Durante i rigori, al match point del Pordenone sembra di stare a Berlino nel 2006. E alla fine la delusione è palpabile quando lo spietato Nagatomo mette il duemillesimo penalty: lo staff Rai è stravolto come i quattromila pordenonesi sul terzo anello blu. Minchia, è passata l’Inter, che barba, che noia, che sfiga.

Resta il dubbio: atmosfera fastidiosa, occhei, ma come non comprendere che nella specialità del momento un uomo di sport possa nutrire una naturale simpatia per il Pordenone, per quanto essa ti sfugga tamquam dal gargarozzo e sgorghi dei microfoni copiosa come l’effetto del morbo di Montezuma? Assolti per insufficienza di prove.

Il 27 dicembre, in diretta tv in chiaro su Rai1, va in scena Milan-Inter. L’Inter nel breve volgere di 15 giorni è caduta in disgrazia e arriva in pullman con gli avvoltoi sopra, ma il Milan (una squadra barzelletta in crisi epocale) è messo molto peggio. Quindi, secondo l’algoritmo Rai, al contenuto già accattivamente della partita (no, dico: il 27 dicembre al posto della replica di “Tutti insieme appassionatamente” hai in prima serata un derby dentro-fuori di Coppa Italia. Sciambola!) bisogna aggiungere un carico artificiosamente emozionale, per fare finta che la partita interessi davvero a questa accozzaglia di non-milanesi e per creare un ambiente del genere “calcio emozionante tipo (metti un Paese a caso) e non come la nostra sbobba che però vi edulcoriamo perchè pagate il canone e noi vi vogliamo ravvivare la serata”. Ergo: va in campo una squadra disperata, con un allenatore disperato, con un pubblico disperato ad affollare gli spalti mentre piove e tira vento. Sosteniamola, no?

Telecronisti e commentatori, allo stadio e nello studio, vengono rapidamente settati sulla modalità “raccontiamo una partita di merda apprezzandone lo spirito agonistico e sottolineando in ogni occasione gli sforzi della più debole e le mancanze della più forte che magari perde e quindi yeah!”.

Non è colpa della Rai se quel mollaccione di Joao Mario ha centrato a porta vuota il corpo morto di uno dei fratelli Donnarumma invece di sfondare la rete col pallone, nè se Skriniar ha azzoppato Kalinic (che non avrebbe segnato mai) facendo entrare Cutrone (che ha segnato), nè se l’Inter da quattro partite fa sostanzialmente cagare per una serie di motivi che qui non è il caso di ripetere. Ma 120 minuti di tifo mascherato sono fastidiosi per quei poveri milioni di interisti già prostrati da Brozovic eccetera eccetera.

Il dopopartita non è stato meglio della partita. L’arrivo al microfono di Gattuso (di Gattuso!) viene salutato con salamelecchi che a Pyongyang si sognano. Poco prima, dal terreno di gioco, Thomas Villa congedava Cutrone dopo l’intervista con “ora vai a fare la doccia sennò prendi freddo”. Al che ha iniziato a scendermi sangue dal naso e, arginando l’epistassi e senza più chiedermi che cosa avesse mai fatto l’Inter alla Rai (a quel punto avevo anche i miei cazzi), ho girato su Boing.

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Ottobre 9, 2017
di settore
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Quando il calcio passava da Biscardi

aldo-biscardi-maggio-2010

Prima che Zuckerberg nel Terzo Millennio aprisse le porte di un immenso Bar Sport globale a qualche miliardo di persone, inventando una cosa oggettivamente fichissima e mettendo nel contempo le basi per la più devastante catastrofe cultural-intellettuale da Adamo ed Eva a oggi (il mio pensiero vale uno, come quello di un nazista dell’Illinois o di uno juventino revisionista, e no, non c’è un cazzo da fare), Aldo Biscardi nel 1980 fece una cosa molto più modesta ma, per i mezzi e le menti di allora, di un certo qual impatto: nel Bar Sport portò qualche telecamera e vi invitò una ristretta cerchia di persone – calciatori, dirigenti, giornalisti, opinionisti, politici, uomini di sport, uomini di mondo, celebrità – e con la formula open (bevete e fate caciara quanto vi pare, non c’è problema) ne fece uno spettacolo scomposto e a suo modo irrinunciabile. Irrinunciabile per il pubblico a casa, assetato di sangue e liti e polemicone senza scadenza, ma anche per gli stessi protagonisti, che facevano la fila per trovare spazio e visibilità nel lunedì sera di Rai3, dove si rigiocavano le partite del giorno prima al netto degli errori arbitrali, ci si accapigliava di brutto e poi bòn, ci si teneva qualcosa in canna per il lunedì successivo.

La morte sistema sempre le cose e tutti diventiamo più buoni a ripercorrere le gesta del de cuius, ma la coralità con cui oggi tutti parlano di Aldo Biscardi come di un grande innovatore lascia pensare che la cosa sia piuttosto vera. Lo riconosce tra gli altri Aldo Grasso, uno con cui in vita volarono i coltelli e che sul Corriere.it si arrende all’evidenza che Biscardi alla fine abbia avuto ragione: “Riconosco che è stato l’inventore del calcio parlato, non importa se a spese della grammatica”. L’analisi critica di Biscardi, del resto, è tutta un fiorire di ma e però, e forse è per questo che stasera lo piangiamo o rimpiangiamo un po’ tutti, compresi quelli che non lo sopportavano ma (ecco il ma) lo guardavano sempre. Che lo snobbavano ma non si sottraevano all’invito.

Prima di diventare la stanca replica di se stesso, cercando di rimanere impermeabile ai costumi che cambiavano e agli innumerevoli tentativi di imitazione che sputtanavano il format, Biscardi ha vissuto una ventina d’anni da vero e proprio Gran maestro del calcio in tv. Gran maestro nel senso di cerimoniere, non di manovratore. Anzi, lui lasciava molto fare: la formula originaria del suo Processo, che lo vedeva come giudice super partes tra difesa e accusa, gli consentiva di accendere micce e aspettare che la discussione esplodesse senza nemmeno doversi preoccupare che qualcuno alla fine dimostrasse di avere ragione. Cosa importava? L’esigenza principe era far spettacolo, provocare risse verbali (mitica la sua frase “Non accavallatevi, parlate solo due o tre per volta”), trascinare le tensioni ad libitum (qualcuno prima o poi calcolerà le ore dedicate al gol annullato a Turone, un numero astronomico). Lui era lì a interpretare il giudice e il vigile, a fare gesti teatrali, dire cose cerimoniose, violentare l’italiano, imbeccare i contendenti, chiamare la pubblicità e l’applauso in una successione che appariva ansiogena ma che era il frutto di un pensiero.

E poi gli piaceva mostrare medaglie al valore. Perchè il livello sarà stato infimo, a volte, ma al Processo intervennero presidenti della Repubblica: Pertini, tre ore di collegamento dalla Val Gardena, e Ciampi, che gli diede il la per la campagna dell’inno da far cantare ai giocatori. E poi presidenti del Consiglio (tipo Andreotti), tutta l’intellighenzia sportiva e non del Bel paese e, tra i tanti, anche personaggi che mai avresti immaginato sentir parlare di calcio, tipo Carmelo Bene. E niente, tu stavi lì disturbato e rapito, non eri mediamente d’accordo con il 99 per cento delle opinioni espresse e magari ti sentivi ferito nella tua intelligenza ogni 15 secondi da quei quattro balùba, ma il lunedì ti mettevi davanti alla tv per non perdersi un secondo di quello che poteva succedere, perchè qualcosa succedeva sempre.

Il merito di Biscardi fu quello di aver sempre lavorato senza rete, sempre in diretta, preparandosi un canovaccio ma poi tirando avventurosamente le fila anche di fronte agli ossi più duri da gestire: la diretta è stata la forza del programma e per gestire quel marasma, per dargli in qualche modo una forma, ci voleva molto mestiere e un gran pelo sullo stomaco. Nel suo ecumenismo si è anche legato a personaggi di dubbio gusto, da un Berlusconi che chiamava quando gli pareva come fosse casa sua a un Moggi che l’Aldone tra un ammiccamento e l’altro ha aiutato a costruirsi un’immagine sornione e simpatica quando invece, nell’ombra, manovrava già di brutto (e, dicono, qualche volta gli dettava la scaletta). Gli davano anche del bieco maschilista, per via di quelle vallette quasi mute che ingentilivano il panorama ma non intervenivano praticamente mai. Soprammobili. Ma loro, le vallette, hanno poi rivelato che lui era gentile e paterno e però perfezionista e quindi premetteva: “Parla solo se sei sicura di non dire castronerie”. E non era facile, esere sicure.

Ma Biscardi è sopravvissuto a tutto. Anche a un processo intentatogli dagli arbitri, la sua controparte naturale, in cui il giudice lo aveva assolto perchè sostanzialmente riconosceva che il programma era tutto fuorchè una cosa seria. E può permettersi, nell’ora della sua morte, di passare alla storia come il primo vero influencer in tema di moviola in campo, un suo pallino da sempre, invocata ogni volta a gran voce nello scetticismo generale. Curiosamente, lui che basava il suo programma sull’uso del Moviolone (una moviola che ingrandiva l’immagine e non ci si capiva francamente un cazzo, ma tutti la vedevano come un’innovazione che internet al confronto è una cagata), aveva anticipato con una visione nitida il concetto del Var. Ma se ai suoi tempi avessero introdotto il Var, il suo Processo – privo di materia prima – sarebbe morto di stenti, no? Invece il Var è arrivato 30 anni dopo le prime intemerate di Biscardi e va bene così: l’uomo che ha allungato il calcio (che fino ad allora si spegneva con la Domenica sportiva) di 24 ore, fino al lunedì notte, meritava una carriera lunga, prestigiosa e candidamente fondata sulla nostra vacuità.

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