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giugno 9, 2017
di settore
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Il G7 del Gufo Real(e)

“Tutti a casa mia il 3 giugno, tenetevi pronti. Prendete le ferie. Nel caso, licenziatevi. Avvertite già ora mogli e fidanzate. Nel caso, lasciatele. Non si accettano scuse”.

La convocazione per la gufata delle gufate, in vista del possibile Triplete della gufata estrema (dopo Juve-Benfica, 2014, eliminazione in semifinale di Europa League con finale prevista a Torino, e Juve-Barcellona, finale Champions League, Berlino 2015, cui si aggiunge come gufata interlocutoria la magica notte dei supplementari col Bayern), era stata fatta in netto anticipo, praticamente al pranzo natalizio del Clan dell’Asado 2.0, quando dopo i sorteggi degli ottavi era ormai chiaro a tutti che la Juve culattona sarebbe andata in finale senza colpo ferire. Nel frattempo si erano via via dissolte le speranze che qualcosa o qualcuno complicasse il campionato dei gobbi, così come erano durate una decina di minuti – confermando la tesi della sostanziale inutilità intrinseca delle squadre romane – le speranze che la Lazio li inculasse in Coppa Italia, vanificando almeno il Triplete.

Per cui, quasi sei mesi dopo quella convocazione fatta un po’ così, confidando intimamente che potesse non servire, il 3 giugno 2017 sei interisti coi i nervi a pezzi da altrettante diverse località della Lombardia prendono la via della casa del Barone, a cui si uniscono alla spicciolata formando una inedita formazione a sette.

“Siamo il G7 della gufata”

dice il padrone di casa fingendo ottimismo durante una frugale apericena, durante la quale i sette gufi in realtà già si ammazzano di scaramanzie.

“Scusa, due anni fa quante fette di salame avevi mangiato?”

“Otto o nove. Solo che adesso ho 349 di colesterolo e quindi preferirei…”

“Ma ti sembra il caso di formalizzarti per minchiate del genere? Qui si fa lo Storia o si muore”

“Giusto”, dice il gufo deglutendo una fetta di salame intera.

Il Barone intanto ci mostra con l’entusiasmo di un bambino perfettamente pettinato l’armamentario acquistato il giorno prima a Grazzano Visconti (Pc) al celeberrimo Festival dei Gufi, probabilmente accendendo in loco un mutuo Findomestic:

  • numero indefinito di birre artigianali 33 cl con gufo nell’etichetta
  • sottobicchieri per predette birre con il motto “bevi come un gufo”
  • decalcomanie di gufi appollaiati per l’auto
  • pigiama in seta con gufo cucito sulla patta
  • gufo artigianale scolpito in marmo di Carrara e dipinto a mano del peso di 70 kg

Il detto statuario gufo viene posizionato di fianco al televisore, a sua volta posizionato in terrazzo con emiciclo di sedie e divanetti a simulare la curva di uno stadio.

Verso le 20.15 il padrone di casa si presenta con sette birre e convoca tutti davanti al televisore per il rito della gufata. Al suono dell’inno del Madrid, uniamo al cielo le sette birre cantando in spagnolo:

“Madrid Madrid Madrid
¡Hala madrid!
Y nada más
Y nada más
¡Hala madrid!”

Un vicino di casa chiama i carabinieri, senza successo. Uno dei gufi, con le lacrime per la commozione, fa notare:

“La birra è un po’ calda”

“Riportiamola in frigo”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Sete! Le birre!”

“Vamonos!”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Eccole!”

“Ancora un po’ caldine!”

“Riportiamole in frigo!”

La scena si ripete sei volte in dieci minuti, dopo i quali due gufi avvertono i primi classici sintomi dell’infarto al miocardio. Alle 20.40 finalmente beviamo.

“Avete notato?”, faccio io per stemperare la tensione mentre a Cardiff organizzano una specie di Festivalbar prepartita.

“No”, fanno gli altri sei, di cui uno ruttando.

“Il ramo artigianale su cui è appollaiato il gufo artigianale”, dico io.

“Eh”, fanno gli altri sei macerati dalla tensione mentre cercano di leggere le formazioni.

“Guardate bene. E’ un evidente simbolo fallico”, dico io.

“Uh”, fanno gli altri sei.

“Cioè, è un cazzo! Capite? Cazzo. C-A-Z-Z-O”

“Cazzo dici?” mi fa uno dei sei.

“Non capite un cazzo”, faccio io.

“Che cazzo dovremmo capire, cazzo?”, fa un altro, in un’ormai insopportabile loop della parola cazzo.

“Ma è un evidente messaggio subliminale, dai! Tipo quelli che inseriscono nei film della Disney tra un fotogramma e l’altro, massì, non sapete proprio niente… oppure simboli fallici manifesti, dai, tipo la rupe del Re Leone che se la guardi bene è un enorme cazzo e le mamme al cinema si eccitano ed escono dalla sala e comperano il triplo dei pop corn che avrebbero voluto e…”

“Ora però basta, cazzo! Sta iniziando”, dice uno degli altri sei

“Cazzo, inizia! Cazzo!”, conferma un altro

“Ecco – dico io – vedete che il cazzo vi ha già suggestionato e…”

“Basta con quelle scritte in sovrimpressione, basta, BASTA!”. A., in piena trance agononistica, se la prende con Mediaset Premium: la partita è iniziata da soli 10 secondi e il clima è insopportabile. In più, nei primi minuti la Juve se la prende con il Real e sul terrazzo cala un preoccupato silenzio.

“E’ finita, è finita, argh!” fa uno dei gufi già in crisi nervosa, valutando il posto migliore del terrazzo da cui buttarsi senza speranza di sopravvivere. Il disfattismo sta ormai calando di brutto sull’intero terrazzo quando Cristiano Ronaldo la mette.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

Sette gufi si abbracciano come bambini dell’asilo, però pesanti tipo 80 chili. Infatti io avverto una fitta all’emitorace sinistro, dove sento distintamente sbriciolarsi quattro costole, forse cinque.

Al che mi rivolgo al Barone: “Ti spiace se chiamo il 118? Non è tanto per le costole, ma vorrei essere sicuro che non ci siano perforazioni al polmone”

“No, non è previsto dal protocollo. Puoi chiamare solo dopo le 23”.

Nel mentre Mandzukic, con una rovesciata a caso, pareggia.

“Argh! E’ finita!”, piagnucola uno del G7 prefigurandosi una vita di stenti dall’indomani. Una leggera brezza spira intanto a fasi alterne nella serata oltrepadana, facendo oscillare la temperatura sul terrazzo tra i 27 e i 5 gradi. Dopo essersi tolto e rimesso la felpa per 17 volte, un gufo della tribuna laterale decide di seguire il resto della partita a torso nudo. Dopo tre minuti chiede però al padrone di casa:

“Ho un principio di assideramento e una prostatite di quarto grado. Posso andare a mingere con urgenza nel tuo bagno?”

“Solo nell’intervallo”.

“Ma mancano 20 minuti”.

“Non mi cagare il cazzo e siediti”.

La tensione si taglia con il coltello e si stempera sono nel’intervallo, quando tre o quattro gufi svuotano la vescica e altri la riempiono con una nuova birretta gufa. Le cose peraltro nella ripresa si mettono progressivamente meglio.

“Gaaaaaaaaa”

“Casemirooooo!”

“L’hanno deviataaaaaa!”

“Meglio ancoraaaaaa!”

La gufata continua in un crescendo rossiniano. Al quarto gol, stremati, esultiamo con misura. Siamo pervasi da una tranquillità innaturale che cerchiamo di trascinare fino al 90′.

“Giuro, non avrei mai detto che…”

“Cazzo, stai zitto! Non è finita! Cazzo!”

“Ma mancano due minuti e sono sotto di tre gol e…”

“Si gufa fino al triplice fischio, sant’iddio”.

Al triplice fischio, diligentemente, parte la festa. Arrivano altri gufi in pellegrinaggio da paesi limitrofi. Il terazzo di trasforma in una Terrazza Martini dalla gufata galattica. Spumante a fiumi, torte, abbracci, baci, inni alla gioia. Si torna gradatamente alla normalità. Si va a pisciare senza chiedere permesso, si parla anche d’altro.

A. batte una forchettina di plastica su un bicchiere di cristallo di Boemia del 1700.

“No, volevo dirvi che per strada un giorno ho visto Laura Barriales”.

” E quindi?”

“No, è una figa esagerata. Niente, tutto qua”.

E si mette a piangere in un angolo del terrazzo mentre noi bridiamo al Real, all’Uefa e alla prossima stagione che speriamo ricca di tante soddisfazioni.

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marzo 14, 2017
di settore
87 commenti

Il lodo Bacca, ovvero: l’importanza di essere vestito bene

“Per avere, al termine della gara, nel recinto di giuoco, già sostituito ed in abiti civili, protestato in maniera plateale e veemente nei confronti di un Arbitro Addizionale, avvicinandosi con atteggiamento aggressivo nei confronti del medesimo, finché non veniva trattenuto ed allontanato a forza dai dirigenti e dall’allenatore della propria squadra”, Carlos Bacca (Ac Milan) è stato squalificato per una giornata (più multa di 10mila euro).

Apperò.

Scusa, proseguo. I dirigenti Adriano Galliani e Rocco Maiorino “per avere rivolto, al termine della gara, nell’area antistante gli spogliatoi, frasi offensive nei confronti dei tesserati della squadra avversaria”, sono stati ammoniti con diffida,  mentre la società pagherà un’ammenda di 5.000 euro “per avere omesso di impedire l’ingresso nel recinto di giuoco di un dirigente non inserito nella distinta di gara” (una roba da calcio minore, sono lì che gli tremano le palle per il closing e non mettono i dirigenti in distinta). E poi mettici, negli spogliatoi, lo sgabello sfasciato e i due scudetti imbrattati col pennarello, che non costituiscono materia per il giudice sportivo ma, come dire, aggiungono un po’ di colore a quello che è successo alla fine di Juve-Milan. Cioè, per dire.

Alla fine di Juve-Inter, dove si coglieva di sicuro un bel po’ di tensione ma nessuno cercava di aggredire nessuno nè di imbrattare scudetti virtuali, succedevano comunque cose che portavano all’espulsione al 49° minuto di Perisic (diciamolo, Ivan, una cazzata) e che causavano per il medesimo una squalifica di 2 giornate “per avere ripetutamente proferito espressioni gravemente irriguardose nei confronti del Direttore di gara”. Mauro Emanuel Icardi “per avere, al termine della gara, rivolto ad un Arbitro Addizionale un’espressione ingiuriosa accompagnata da gesti, nonché per avere calciato il pallone in direzione del Direttore di gara, senza colpirlo” veniva squalificato per 2 giornate, confermate in appello (mentre a Perisic ne veniva abbuonata una).

Ora, ci sarà sicuramente qualche sfumatura leguleia che renderà tutto questo legittimo agli occhi di qualche togato con la fissa del cavillo, ma a quelli di noi normali tifosotti?

No, perchè se queste due sentenze fanno giurisprudenza, il rapporto dei giocatori con gli arbitri, addizionali e non, assume contorni normativi del tutto inediti. Per esempio, volendo mandare affanculo in relativa tranquillità un addizionale, o addirittura fare un po’ di guapparia e tentare di aggredirlo, è meglio farsi sostituire, fare una doccia e mettersi gli abiti civili. A quel punto, tu torni in campo e puoi divertirti con il tuo addizionale preferito. “Ehi, quello mi ha mandato affanculo e voleva uccidermi a mani nude”, “Ma com’era vestito?”, “In abiti civili”, “Ah vabbe’, non ti incazzare”.

Perisic, al 49° del secondo tempo, in un’atmosfera non meno provocatoria – parlando del comportamento arbitrale -, manda affanculo l’arbitro (quello vero, non l’addizionale) ma senza avere l’accortezza di farsi sostituire – qui è evidente anche l’errore di Pioli: se un tuo giocatore vuole mandare affanculo un arbitro a caso, devi sostituirlo, non ci sono cazzi. Quindi, essendo ancora in campo negli undici effettivi, viene espulso. Cornuto, mazziato, squalificato. Negli spogliatoi, Perisic fa la doccia e si mette in abiti civili. Al che va da un dirigente e, sistemandosi il nodo della cravatta, gli chiede:

“Mi scusi, posso tornare in campo a mandare affanculo il primo arbitro che trovo, fosse anche l’addizionale?”

“Ivan, scusa, ma ci sono due ordini di problemi: hanno già spento i riflettori – no, dico, ci hai messo mezz’ora a fare la doccia, e chi sei, Kim Kardashan? – e poi non è ancora ben chiara questa faccenda del mandarsi affanculo dopo la doccia. Direi di aspettare che si verifichi un caso del genere, per poter avere un precedente. Non so se mi sono spiegato”.

Guarda caso, càpita ancora a Torino. Dove la figura dell’arbitro addizionale assume evidentemente un’importanza centrale (accanto a quella dell’arbitro titolare, ma non c’era bisogno di sottolinearlo). Tu puoi sfasciare gli spogliatoi o fare atti di onanismo o rubare le autoradio, ma lascia stare l’addizionale. E, soprattutto, controlla come sei vestito. Del tipo che anche Icardi non si era ancora cambiato mentre insultava l’addizionale e, nel contempo, cercava di colpire l’arbitro con una pallonata tipo al campetto.

“Ehi, chi è stato?”

(silenzio)

Tra l’altro, qui si apre un fronte piuttosto particolare e che avrebbe molto a che fare con l’essenza del calcio, se non fosse che ci mettiamo lì a fare gli azzeccagarbugli dei miei coglioni. Come mai non è stato premiato il gesto tecnico di Icardi, che insulta l’addizionale e tira una pallonata verso l’arbitro, quindi un classico no look? Ma qui, in Italia, nella patria della moda, si privilegia un aspetto puramente estetico (l’abito civile) a uno prettamente tecnico (insulto più pallonata no look, una sciccheria). Massì, andiamo avanti così. Poi lamentiamoci se ci sbattono fuori dai mondiali.

“Guarda che Icardi è argentino”.

Sì, ma io ne faccio una questione generale. Domani un bambino italiano cosa capirà di questa vicenda, cosa ne trarrà? Che qui non gliene frega un cazzo a nessuno nella sua bravura, ma se sei vestito in abiti civili va bene tutto.
E per concludere io credo che il punto stia tutto qui: che questa ridicola vicenda di doppiopesismo giuridico sportivo abbia una sola vera causa, l’insopportabile influenza della lobby degli abiti civili. E andatevene tutti affanculo.

“Anche l’addizionale?”

Massì, tanto sono vestito, cazzo me ne frega?

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marzo 9, 2017
di settore
392 commenti

Buffonite bipolare perniciosa

Caro Gigi,

“Se deve dire delle banalità, preferisce stare zitto. Ma quando apre bocca, esprime sempre concetti interessanti” è l’attacco del pezzo che  Gazza.it dedica alla tua simpatica uscita contro l’Inter e a favore di tutto il resto. Più ancora che il tuo sproloquio, sono queste due righe – un distillato di piaggeria che manco l’Istituto Luce – a far montare un moto di ribellione che, come un brivido di dispiacere, ancora percorre il mio corpo sovrappeso.

Perciò mi picco di ricondurre il tutto a una dimensione più realistica.

E quindi, caro Gigi, innanzitutto: complimenti per i riflessi. Tornare l’8 marzo su Juve-Inter del 5 febbraio è come uscire a valanga nel secondo tempo su un cross scoccato nel primo tempo. Tutto questo getta un’ombra pesante sulle tue capacitá di reazione e dovrebbe preoccupare l’intero popolo juventino, tranne Neto, ovviamente, cui potrebbero aprirsi nuove prospettive di carriera a breve termine, e Donnarumma, a lungo termine. Sono segnali tipici dell’età che avanza e di una certa pigrizia intellettuale. Sai, tipo quelli che rimuginano una cosa 34 giorni e poi realizzano e ne parlano come se fosse accaduta dieci minuti prima. “Cazzo, è morto George Michael!”. Ecco, tipo.

Resta poi un mistero concettuale, caro Gigi, l’intervista in cui, cercando di parlare un italiano forbito e con il birignao dello stand up comedian, lecchi clamorosamente il culo all’universo mondo – il Napoli (!), Sarri,  il Real, Allegri,  Bonucci – e ti presenti come lo sportivo buon padre di famiglia che ha tifato Napoli in Champions perchè ti ha fatto sentire un uomo migliore, un uomo sano, il De Coubertin del XXI secolo, speaking words of wisdom, e poi te la prendi con noi, così, alla cazzo, giusto con quei 34 giorni di ritardo.

Sono i sintomi dell’amnesia dissociativa che, leggo su Wikipedia, si presenta in cinque forme

1) amnesia sistematizzata: in cui il paziente non ha ricordi rispetto ad una persona in particolare, specifica;

tipo attaccare l’Inter per le presunte polemiche inutili, e dimenticarsi di Moggi (o di Ceccarini, o di De Sanctis, o di – seguono 100 nomi -);

2) amnesia generalizzata: il paziente sembra incapace di ricordare tutto quanto riguarda la sua intera vita;

tipo attaccare l’Inter per l’incitamento alla pagnolada e dimenticarsi del delicato motto “boia chi molla”, o del ricorso alle tabaccherie per funzioni alternative alla vendita di articoli per fumatori, o dell’incauto ma consapevole acquisto di un diploma di maturità;

3)  amnesia continuativa: il paziente non è in grado di ricordare gli eventi successivi ad uno specifico momento, sino al presente incluso;

tipo attaccare l’Inter perchè protesta e dimenticarsi  della statistica dei rigori a favore/rigori contro dell’attentato di Sarajevo ai giorni nostri;

4) amnesia selettiva: il paziente non ricorda una serie di eventi relativi ad un determinato periodo di tempo, anche se riesce a ricordarne altri compresi nello stesso periodo;

tipo dire che non puoi stimare l’Inter e al contempo dimenticare di avere espresso concetti profondi come “meglio due feriti che un morto” o “in Italia si scansano”.

5) amnesia circoscritta: il soggetto è incapace di ricordare tutti gli avvenimenti relativi ad un periodo circoscritto della propria vita, generalmente relativi alle ore successive all’evento traumatico, dal punto di vista psicologico.

Tutto questo, in un regime democratico, non impedisce di esprimere opinioni. Ma le tue, Gigi, per noi valgono zero. Sincerità per sincerità: nemmeno noi ti stimiamo, ma proprio per niente.

E sul fatto che, con cento punti di vantaggio in campionato , ai quarti in Champions e in semifinale di Coppa Italia il tuo (vostro) primo pensiero resta l’Inter, da un lato ci lusinga e dall’altro ci preoccupa umanamente. Le ossessioni sono pericolose e alla vostra per l’Inter, all’ennesima prova provata, credo sia giunto il momento di dare un nome: la Scienza si muova, ormai è roba da Nobel.

 

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febbraio 10, 2017
di settore
204 commenti

Odio la Gobba (invettiva in quartine)

Nella sede juventina
hanno in mente una sol cosa
ed il gobbo il capo china
e ci pensa senza posa

Non è vincer lo scudetto
non è già giocare corto
non è più gonfiar il petto
non è mai pensar al Porto

Sono in testa nettamente
hanno pur vinto con noi
non importa proprio niente
e lo spiego adesso a voi

Se persino John Elkann
fa il tifoso da osteria
qui vi dico, porco can,
che la Gobba è da isteria

Non rilassano la mente
non si godono il primato
gli interessa solamente
l’interismo più avanzato

Siam la lor dolce ossessione
e ci sognano di notte
siam la lor maledizione
(e speriamo che vi fotte)

La cultur della sconfitta
ecco l’ultima invenzione
che a noi provoca una fitta
mentre avviamo la minzione

La sconfitta, cari gobbi,
a noi piace come a voi
qui nessun mette gli addobbi
se si perde prima o poi

Ma in Italia c’è un andazzo
che è un po’ vecchio come il mondo
(e a parlarne già m’incazzo
mica faccio il girotondo)

La Juventus, lo san tutti,
in un tempo assai recente
(e noi giù con peti e rutti
che a Torino li si sente)

con manovre assai proibite
sistemava le sue cose
e noi lì a soffrire e dire
“senza spine non son rose”

All’oscuro tutti quanti
noi, cugini, lupi e viola
si tiravano giù i santi
mentre là facean la ola

Vincer facile piaceva
(e tte credo brutte merde)
con il gobbo che rideva
ché comunque l’Inter perde

La cultur della sconfitta
infilàtela nell’ano
noi, la schiena sempre ritta,
non si andava mai lontano

La sconfitta arriva lesta
se una squadra fa i maneggi
e alle altre cosa resta?
du’ vittorie e tre pareggi

Quando v’hanno retrocessi
brutti ceffi maledetti
quelli fatti sempre fessi
han ciapà cinque scudetti

E nell’anno più fatato
mentre voi assistevate
il triplete qui è arrivato
tutto insieme, mica a rate

Quando vincere si può
l’Inter c’è (o almen ci prova)
altrimenti è un qui pro quo
e la gatta qua ci cova

Siete forti, brutti gobbi
e sarete ancor campioni
ma sappiate (è quasi un hobby)
che mi state sui coglioni

Stile zero, facce brutte
un’accolita di stronzi
qui sospettano un po’ tutte
ora chiamo anche Tom Ponzi

Elkann Nedved e Marotta
Agnellino zebra e mulo
ve la dico in una botta?
ve n’annaste a fare in culo

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febbraio 3, 2017
di settore
230 commenti

50 buoni motivi per battere la Juve

  1. Perché sì
  2. Perché noi siamo il Bene
  3. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  4. Perché è la Nord che glielo chiede (ma anche altri punti cardinali, tipo tre direi)
  5. Perché siamo più italiani noi (noi cinesi) che loro (loro amerindo-sabaudo-olandesi)
  6. Perché è inaccettabile, storicamente e politicamente, la loro vocazione a uscire dall’Europa
  7. Perché sono cattivi, ma cattivi forte, che al confronto Ciro l’Immortale è Giovanni Muciaccia
  8. Perché sono brutti
  9. Perché Marchisio fa troppa pubblicità e recita come Pirlo
  10. Perché l’Anticristo della Juve si chiama Icardi
  11. Perché Icardi ce l’abbiamo noi
  12. Perché ce lo chiede l’Italia intera, tranne loro
  13. Perché ogni volta che parla Buffon, in Amazzonia un albero muore
  14. Perché checcefrega deddibbala noiciabbiamo Gabigò
  15. Perché arriviamo da sette vittorie consecutive, ma per loro sono cinque
  16. Perché 34 un par de cazzi
  17. Perché adesso basta con questa storia di contare come cavolo vogliono loro, ma dove siamo, all’asilo?
  18. Perché rimontiamo tre punti (no, per dire)
  19. Perché la Roma e il Napoli da soli non ce la fanno, non c’è niente da fare
  20. Perché un gol di Gabigol in fuorigioco a tempo scaduto sarebbe il gol definitivo
  21. Perché la vita è una cosa meravigliosa
  22. Perché, quanto a donne, noi abbiamo Wanda e loro Evelina Christillin
  23. Perché l’urlo di Zhang
  24. Perché la vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio, o quella roba lì
  25. Perché un giorno quello stadio si accartoccerà come una lattina di Sprite e prima dobbiamo sistemare le statistiche
  26. Perchè la legge dei grandi numeri (punto)
  27. Perché non stanno simpatici a nessuno, a parte gli juventini, i potenti e gli arbitri
  28. Perché a noi non piace vincere facile
  29. Perché un “sì!” unanime si leverebbe dalla pianura padana e disperderebbe il Pm10 per un mese
  30. Perché l’amore vince
  31. Perché, tra le due, l’Amore siamo noi, no, cioè, non si discute
  32. Perché le tre facce di Agnelli, Marotta e Nedved in tribuna ci rimarrebbero scolpite nella memoria come i presidenti del monte Rushmore
  33. Perché ogni volta che gioca la Juve, un decimo di coefficiente Uefa muore
  34. Perché la BBC ci sta proprio qui
  35. Perché non c’è paragone
  36. Perché vincere due volte in stagione con la Juve è come invitare a cena Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence e tutte e due accettano
  37. Perché, da qualche parte, alberga la giustizia
  38. Perché Sanremo è Sanremo
  39. Perché sarebbe un modo originale di perpetuare questa simpatica rivalità
  40. Perché presi uno a uno sono antipatici, ma presi in gruppo fanno veramente cagare
  41. Perché sono arroganti da sempre, per abitudine, dna e scelta di vita
  42. Perché si arrabbierebbero un casino
  43. Perché passerebbero alla storia per aver perso due volte con l’Inter con due allenatori diversi, di cui uno era De Boer
  44. Perché “Juve merda” è il motto dei giusti
  45. Perché Gagliardini forse volevano prenderlo loro e ci dispiace assai
  46. Perché sarebbe l’ottava vittoria di fila
  47. Perché qui si fa l’Italia o si muore
  48. Perché dicono che siamo diventati una squadra, e allora forza, su, dai
  49. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  50. Perché lo so, l’avevo già detto, ma mi sembra giusto ribadirlo

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dicembre 30, 2016
di settore
339 commenti

Tifare Porto sin da quando si era gufi

Una buona programmazione è il segreto di ogni impresa che si rispetti. E’ con questo spirito che il Clan dell’Asado 2.0 – una specie di Gruppo Bilderberg dell’interismo, nonchè holding di riferimento dei Gufi, di cui il Clan riunisce i soci fondatori – si è ritrovato nei giorni scorsi a Pavia, capitale della nutria e della zanzara, per l’assemblea annuale. Presenti tutti e quattro i componenti, i Beatles del tifo nerazzurro: Er Monnezza, Er Pagnolada, Er Pomata ed Er Blogghe, in ordine di età dal più giovane al più anziano.

E’ stato quindi Er Blogghe, tintinnando su un bicchiere di cristallo, a prendere la parola e leggere la breve relazione sull’atttività dell’anno, che si è risolta con una sola gufata immediatamente a segno, un 100% di efficacia che ha inorgoglito il Clan:

“La notte di Bayern-Juve dello scorso 16 marzo, pur tormentata in maniera indicibile, passa di diritto tra i nostri migliori ricordi”.

(applausi)

“Avevamo bisogno di una serata così, immediatamente risolutiva, dopo la stagione delle gufate 2015 che tanto ci aveva segnato negli spiriti e nei corpi”.

(brusio)

“Come non ricordare la gufata di Dortmund, così carica di speranze e con la Juve che nel ritorno vince 3-0 in trasferta alla faccia nostra”.

(leggero brusio)

“Come non ricordare la gufata di Monaco, un drammatico 0-0 preceduto da un rito propiziatorio fatto a Cremona, durante l’assemblea di fondazione di questo clan”.

(brusio)

“E come non ricordare la doppia gufata di Juve-Real, andata e ritorno, inculati doppiamente. Noi gufi, intendo”

(forte brusio, singulti)

“Quattro gufate a vuoto, la sinistra sensazione di avere già smarrito il nostro fluido, la Juventus che va in finale… Ricordate, amici, quei terribili momenti?”

(silenzio. Er Pomata si asciuga una lacrima, confortato da Er Pagnolada. Er Monnezza si tocca i coglioni)

“Poi, però, dopo tanto soffrire, il 6 giugno 2015, una notte indimenticabile…”

(forte brusio)

“…la gufata collettiva nel nostro luogo di elezione, la casa del Barone, e il trionfo della nostra giusta causa…”.

(applausi, ululati)

“… e a Monaco di Baviera la conferma che tanto cercavamo!”

(applausi, tutti in piedi)

“Posso portare il vino?”, dice il cameriere mentre osserva quattro uomini adulti abbracciarsi senza alcun motivo plausibile.

“Dichiaro chiusa l’assemblea annuale. Porti pure il vino, buon uomo”.

“Chi assaggia?”

“Lui”, diciamo in tre indicando Er Pomata.

Inizia quindi un estenuante rito. Er Pomata assaggia e respinge diciassette vini diversi, adducendo i motivi più disparati, del tipo “non avverto quella sapidità leggera e piacevole dovuta alla presenza di sali minerali che normalmente percepisco nelle zone laterali anteriori della lingua”. Al che Er Monnezza ordina due brik di Tavernello.

“Er Pomata, cazzo, non possiamo perdere altro tempo. A parte che ho una fame fottuta, ma dobbiamo anche rinnovare il rito preventivo della gufata spirituale”.

Er Pomata estrae quindi il gagliardetto del Porto e lo sistema al centro del tavolo. Er Pagnolada, con aria solenne,  impone le mani. Poi tutti imponiamo le mani sulle mani già imposte della nostra guida spirituale. Che ci impone amorevolmente un fioretto che, ovviamente, abbiamo rispettato nel frattempo.

“Ok, quel che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Potete portare le portate, e mi scuso per il giuoco di parole”.

Seguono cena, momenti conviviali, convenevoli, ricordi, selfies, attenta disamina sulla situazione dell’Fc Inter Milano. Poi il brindisi finale, in portoghese stretto. La vita del gufo non è affatto facile, ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare. Juve merda, un buon 2017 a tutti tranne che a loro, forza Inter, viva la libertà di espressione, vive la difference.

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aprile 6, 2016
di settore
137 commenti

Chi tutor e chi no

Due premesse, altrettanto sincere: 1) la Juventus vincerà lo scudetto, secondo un legittimo verdetto sportivo, al di là delle partite in più giocate da Bonucci e da quelle saltate da Higuain; 2) la somma di certi indizi costituisce una prova e, più in generale, fa girare i coglioni.

Ok, detto questo. Mi ero già arcistufato di ragionare sulla testa di Bonucci e sulle mani di Higuain – machemmefrega?, ho già i miei cazzi con Santon e Nagatomo e nella quotidiana conta dei punti di distacco – quando ieri, sul fare del pomeriggio, ho letto la dichiarazione di Rizzoli:

“Bonucci non mi ha dato nessuna testata. Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea. Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Non c’è stata testa contro testa, le immagini non danno il senso vero di quel che è successo. Ci fosse stata la testata, non mi sarei limitato al cartellino giallo”.

Che non è una dichiarazione: è una confessione. Non solo sua, ma della classe arbitrale e del sistema calcio.

Nel contesto di una serie di considerazioni oggettive e giuste (è ovvio che la testata non c’è stata: ci fosse stata, sarebbe stato come se Materazzi avesse chiesto scusa a Zidane per averlo importunato a colpi di zigomo), la puntualizzazione Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea è di una enormità clamorosa. Cioè, praticamente Bonucci ha un tutor e gli altri no.

Higuain (comportamento oggettivamente grave nei confronti di un arbitro) viene sanzionato con il tariffario in mano. Bonucci ha il tutor che lo allontana dal giudice di linea perchè non ecceda con le proteste. Praticamente Rizzoli, l’arbitro, ha fatto quello che doveva fare Buffon, il capitano. Che umanamente e sportivamente è anche una cosa carina – dai, sù, non esagerare, sennò sono cazzi -, ma che nella realtà dei fatti non esiste proprio.

Facciamo un paragone terra terra. E’ come se Higuain avesse parcheggiato in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e gli fa la multa. Beh, giustissimo, c’è pure il cartello grosso così. Poi però gli dice: mi accenda un po’ i fari, uh, lo stop a sinistra non funziona. Dia un colpo al gas? Uh, che fumo nero. Tergicristalli? Cos’è, quattro o cinque anni che non li cambiamo? Favorisca il libretto, vediamo un po’ la revisione… E sono quattro giornate.

Ora è Bonucci che parcheggia in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e ha già in mano il blocchetto ma gli fa: guarda, amico mio, meglio che la sposti. Bonucci lo guarda male, e allora il vigile gli fa: cià, vabbe’, dammi le chiavi che te la sposto io.

A me l’arbitro-tutor teoricamente mica dispiace, eh? Sarebbe un discreto passo di umanizzazione del calcio, un tentativo di insegnare il galateo a questa banda di imbecilli con le pettinature creative e le braccia istoriate. Ma il problema non è questo. Il problema è che gli arbitri facciano tutti la stessa cosa: o il vigile stronzo, o il tutor comprensivo. La stessa cosa e sempre, per 38 giornate, uguale uguale. O stronzi o tutor.

Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Questa è una frase da tutor, da vecchio zio comprensivo (so’ ragazzi). Esagerare semplicemente nelle protesta significa essere spinti via dall’arbitro (dall’arbitro!) prima di “aggredire” il giudice di linea e poi, non pago, mettersi a brutto muso con l’arbitro stesso? Se questo semplicemente, cos’è complicatamente? Mettere degli elettrodi ai testicoli dell’arbitro mentre gli fai waterboarding?

Se per Higuain sono state giustamente – giustamente, lo sottolineo – applicate  le norme, è evidente che con Bonucci c’è stato un atteggiamento diverso. Con un tutor, forse Higuain non avrebbe fatto la scenata a Irrati, che non poteva che costargli l’espulsione. Con un tutor, forse Sarri non sarebbe stato espulso per aver detto un’opinione (“stai arbitrando male”!), laddove spesso – qualche volte sì, qualche volta no – non si sanzionano i vaffanculo e le teste spianate a pochi centimetri dalla tua.

fallo_bonucci

Quanto a Irrati, io sono favorevole. A cosa? A Irrati. Cioè, mi piacciono un casino queste storie. Mi ricordano il tenente Colombo quando alla fine tira le fila del caso, elenca stranezze e coincidenze, si gratta la testa e ti smonta il delitto perfetto. Irrati è contemporaneamente l’arbitro di Higuain espulso, l’arbitro di Bonucci non espulso per un’entrata indifendibile su Destro, e il giudice di linea da cui Rizzoli distoglie Bonucci. Non è fantastico? Irrati tutta la vita.

Bonucci non fu espulso in Bologna-Juve (o almeno ammonito, che già era un mezzo favore) per il fallo su Destro, quindi giocò la partita successiva con l’Inter e in quella partita segnò. Anche l’Inter non ha il tutor, ma questa è una storia vecchia come il mondo. Chissà, magari Allegri avrebbe fatto giocare Rugani e Rugani in trance agonistica avrebbe fatto una tripletta. O magari no. Perchè le conseguenze di certe cose devi anche vederle in prospettiva, e magari relazionarle, sommarle, o moltiplicarle. Sono gli indizi e le prove che, come dicevo all’inizio, alla lunga fanno girare i coglioni. E benchè l’abitudine ci anestetizzi, è eticamente e civilmente giusto non reprimere ma lasciare che girino.

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marzo 18, 2016
di settore
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Belli, bravi, a casa

bayernjuve

Oggi su giornali, tv e web è andato in scena un clamoroso piagnisteo perchè l’Italia – con l’eliminazione della Lazio in Europa League, il giorno dopo quella della Juve in Champions – ha segnato l’uscita di scena stagionale dell’Italia dall’Europa del calcio. A metà marzo siamo già tutti liberi, da Bolzano a Pantelleria, tra il martedì e il giovedì, di andare al cinema o a teatro, oppure di guardare le altre, oppure di farci i cazzi nostri. Pare non andassimo così male da 15 anni.

Eppure da mercoledì notte, e a cascata sui giornali di giovedì, era stato tutto un onanismo su quanto era stata bella e brava la Juve. Eliminata, certo, ma a testa alta, un passo in più verso il top, una grande prestazione, una partita quasi perfetta, bla bla bla. Forse, grazie alla Lazio, nel giro di 24 ore abbiamo ritrovato i giusti paramenti e i corretti termini di paragone. Attraverso due partite diverse quanto vogliamo, e lasciando due impressioni diverse quanto vogliamo, Juve e Lazio hanno ottenuto lo stesso risultato: a casa, raus.

I festeggiamenti (mancavano solo i caroselli) per la grande partita della Juve a Monaco sono essi stessi il segno dell’indicibile provincialismo e della profonda mediocrità del calcio italiano. Festeggiamo la partita quasi perfetta della Juve, che esce agli ottavi di Champions. Apperò, e adesso?

Chissà se fosse successo all’Inter. Chissà se fosse successo all’Inter di dominare una partita contro un avversario completamente in bambola, di condurre tre quarti di partita per 2-0, di subire sì un torto arbitrale ma anche di sbagliare almeno quattro clamorose palle gol per andare sul 3, 4 o 5 a zero senza dover per forza aspettare che una bandierina vada su o giù in maniera corretta, e infine di prendere 4 gol in poco più di 35 minuti e di tornare a casa così, scornati e travolti sul più bello. Chissà.

Certo, mi dirà qualcuno: a voi mica sarebbe capitato, voi il mercoledì sera al massimo accendete la tv . Vero. Ma mi riferivo ai titoli, ai giudizi, alle celebrazioni. Saremmo stati catalogati come uno squadrone top dei top, o come dei poveracci che l’hanno preso in culo quattro volte in mezz’ora invece di portare a casa la partita contro il peggior Bayern mai visto negli ultimi anni?

La Juve, come la Lazio, è a casa a metà marzo. L’asterico *(però ha fatto cagare addosso il Bayern) vale quel che vale. Un ciccinino per l’onore e l’orgoglio, una sega di niente per la bacheca e per il ranking Uefa. E noi, poveri tifosotti italiani, festeggiamo un 2-4 in Champions perchè ci fa salire di un gradino.

Quale gradino? “Scusi, dov’è la toilette?”. “In fondo a sinistra, occhio al gradino“. “Grazie”. “Si figuri”.

Certo, mi dirà ancora qualcuno: caro Settoruccio dei miei coglioni, fai uno scroll del tuo blogghetto e torna a Napoli-inter, non avevi festeggiato anche tu la sconfitta a Napoli?

Beh, c’è una bella differenza. Avevo festeggiato l’emozione di rivedere la mia squadra – una squadra in costruzione, una squadra in divenire dopo alcune stagioni del menga -, sotto 2-0, mettere alla frusta l’allora favorita del campionato e provare a rimontare, forse addirittura a vincere. Era un rincuorarsi, certo non un gioire.

Diverso è vedere la squadra che ha vinto 4 scudetti di fila e sta per vincere il quinto festeggiare un’inculata galattica in Champions, catalogarla come un upgrade. Upgrade de che? E finchè è la Juve, finchè sono gli juventini, ne hanno facoltà. Ma i giornali, le tv, i commentatori? Cioè, fatemi capire: uscire frantumati dalla Champions è un successo?

E quindi torniamo all’inizio: se questi sono i successi del nostro calcio, beh, stiamo freschi. Lo dico alla vigilia di un Roma-Inter che deciderà tutto per noi. Già un pareggio sarebbe un mezzo insuccesso, una bella sconfitta varrebbe un emerito cazzo. Meglio essere chiari dall’inizio. Sennò facciamo come la Juve, facciamo un casino per una sconfitta epocale, per un 5 maggio al cubo. E quindi altro che triplete, cara Juve, cara Italia: qui siamo concettualmente ai duecentocinquantaseiesimi di finale. Ad majora.

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marzo 17, 2016
di settore
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Mia san Gufen

Per la prima volta dalla magica notte del 6 giugno 2015, il clan dei Gufi ha ritenuto giusto riunirsi per circondare dell’opportuno calore umano la prima tappa del cammino della Juventus verso il meritato triplete. Il Barone – l’uomo il cui consumo di gel è pari al 25% del Pil della Mauritania – aveva già convocato la squadra il giorno del sorteggio degli ottavi: “Il 16 marzo tutti da me!”. E così è stato. Ci presentiamo in sei (più lui fa sette), tutti sottoposti a un minimo di scaramanzia preliminare. “Vieni vestito come il 6 giugno” “No, scusa, il 6 giugno c’erano 60 gradi, io ero venuto in maglietta e bermuda” “Ottimo, vieni in maglietta e bermuda” “Ma ci sono sette gradi sotto zero, a Torino nevica e anche a Oslo scarnebbia” “Cosa vuoi che sia una pleurite di fronte all’eternità?”

Dopo un breve momento conviviale a base di specialità lucano-bavaresi, la squadra sale al primo piano e si schiera davanti alla tv. Qui si verifica il primo intoppo cabalistico-concettuale.

“Allora, ci sediamo come il 6 giugno. Tu lì, tu lì, tu lì… e tu?”

D. deglutisce: “Io il 6 giugno ero a Macerata”

Silenzio generale.

A. estrae una banconota da 50 euro: “Don’t worry, fa’ benzina e parti”.

“Ma non ho un cazzo da  fare a Macerata”

“Ascolta, vuoi mica che passi la Juve?”

Dopo una breve trattativa, D. viene ammesso con riserva e relegato a sedersi sulla sedia più scomoda in posizione laterale rispetto allo schermo. La situazione non migliora quando il Bayern si suicida e la Juve segna al 5′ fottuto minuto. Quando al 28′ la Juve raddoppia, e il Bayern fa ca-ca-re, cala il silenzio generale.

“Quando è il sorteggio?”

“Venerdì”

Nel frattempo la Juve rischia di segnare il 3, il 4 e il 5 a zero. Per puro caso il primo tempo finisce solo 2-0 per i gobbi, ma nel Salotto dei Gufi si guarda già al prossimo futuro.

“Questi adesso prendono il Wolfsburg, poi in semifinale il solito Real del cazzo e poi in finale…”

“… a San Siro…”

“Non dite niente. Non ditelo neanche per scherzo”

Mancano ancora 45 minuti. 45 minuti e poi niente, bòn, stop, noi saremo insultati e dileggiati, la Juve sarà ai quarti e inizierà una primavera di passione e sofferenza. A., in un angolo, trattiene a stento le lacrime guardando sul telefonino un suo selfie con Mourinho. M. – che tiene in mano lo stesso stuzzicadenti di Juve-Benfica e di Barcellona-Juve – lo abbraccia e lo accarezza, tipo la foto di Ibra con Piquè. Il Barone guarda con tristezza le sette borse del Carrefour piene di wurstel:

“Erano in offerta, ho pensato che alla fine sarebbe stato bello fare una foto tutti insieme con i wurstel in mano e…”

Scoppia in lacrime e si soffia il naso con un prezioso broccato del diciassettesimo secolo.

E’ l’inizio della fine.

Il secondo tempo inizia con la Juve che grazia ancora tre o quattro volte il Bayern. La truppa mostra segni di stanchezza e di sbandamento. Al che D., a un certo punto, con la vescica fiaccata dalle birre, fa il gesto che cambia la serata e le sorti dell’umanità:

“Scusate ragazzi, debbo orinare”. E va al cesso.

Mentre è al cesso, Lewandowski segna.

Quando esce dal cesso, tutti all’unisono gli diciamo: “Torna al cesso!”

“Ma io…”

“Cesso!”

“Ma fatemi almeno vedere il replay…”

“Torna al cesso cazzo!”, gli dice A., tipo De Falco con Schettino.

“Facciamo così – propongo io per stemperare la tensione – va al cesso solo quando attacca il Bayern”.

“Giusto”, fanno gli altri Gufi. Così, a ogni attacco del Bayern D. si alza e va al cesso. Quando Buffon rinvia D. esce dal cesso e si siede.

“Lo so – gli dico – è una vita di merda, ma mancano dieci minuti e dobbiamo tentare il tutto per tutto. Ecco, attacca il Bayern”.

“Vado, vado”.

Assedio del Bayern. Ci dimentichiamo di richiamare D. dal cesso.

“Puoi venire”.

“Figa, ho giocato dieci partite a Ruzzle, ho letto sei volte l’etichetta del Wc Net, non sapevo più cosa fare”.

“Tanto ormai è finita… aaaa…  aaa… gaaaaaaaaaaallll!”

E’ il novantesimo e i Gufi si abbracciano come bambini dell’asilo. Dalla disperazione alla gioia nel giro di diciassette minuti. Sul tappeto A. trova pezzi di legno:

“Scusa Barone, credo di avere frantumato la seduta di questa poltrona in vimini dell’Ottocento francese di valore inestimabile, sono costernato e…”

“Ma chi cazzo se ne frega! Juve merda!”

Iniziano i supplementari. Proprio quando sembra stagliarsi la lotteria dei rigori, il Bayern ne mette un altro paio. Scene di giubilo, abbracci, baci. Seguono birre, selfie, foto, wurstel. Missione compiuta.

“Siamo una squadra fortissimi!” urla il Barone, stimato professionista, con un gufo attaccato alla fronte. Nonostante quattro gol, quaranta salti e quattrocento rotolate sul tappeto, non ha un capello fuori posto.

“Posso toccarteli? In fondo lo ha fatto anche Donald Trump”.

“No, è il mio segreto. Mia san mia!”

“Mia san mia!”

Alla fine, come al termine di ogni sbornia che si rispetti, arriva la malinconia.

“Cazzo, la stagione delle gufate è già finita”.

“A meno che…”, dico io.

“A meno che?”

“A meno che non si lavori seriamente per lo Zeroplete”.

“E’ un’impresa difficilissima”.

“Sì, ma i Gufi non si fermano davanti a nulla!”

“Ya-haaaaaaa!”, urla M., infrangendo una preziosa specchiera del Settecento olandese con il caricabatteria del Blackberry che stava usando come un lazo.

Il Barone guarda distrattamente la scena e mette a cuocere 170 wurstel: “Figa, vorrete mica buttarli via?”. Gli highlights scorrono a nastro: lo sporco lavoro del Gufo qualcuno lo deve pur fare.

gufibayern

 

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giugno 10, 2015
di settore
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Lo zen e l’arte di gufare la Juventus

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Tifare contro non è ‘na passeggiata de salute. L’organizzazione di una notte da gufi presuppone capacitá logistiche, etiche, morali e sostanziali che non tutti hanno a disposizione nel proprio bagaglio umano. E una pertinacia pervicace (in subordine, va benissimo anche una pervicacia pertinace) fuori dal comune, che sappia fare tesoro delle esperienze negative e gettare il cuore oltre l’ostacolo nell’occasione giusta, quella definitiva. Tifare contro non è barbarie, se di mezzo c’è la Juve. Non è sedersi in gruppo di fronte a un televisore tra peti, rutti, grugniti e onomatopee: è un rito che vive di precisioni, di ricorrenze, di speranze, di scaramanzie e di valutazioni esoteriche.

Per Juventus-Barcellona i gufi si riuniscono in una lussureggiante localitá dell’Oltrepo pavese in una formazione inedita a otto, schierandosi col 4-1-2-1: quattro gufi fondatori della prima ora (io,  L., A. e M.), un gufo alla seconda presenza (Abc.), due gufi fratelli tra di loro, esordienti  e ospiti provenienti da una federazione forestiera (F&M), un gufo al debutto (D.). Due gufi si presentano con maglietta da riposo della societá occasionalmente avversaria della Juve (io e L.) mentre M. indossa un paio di slip del Barcellona acquistati alcuni anni fa nell’aeroporto della simpatica cittá catalana. Per certificarlo, abbassa i bermuda fino alle ginocchia, evidenziando un discreto pacco. Una scena che, alle ore 19, anticipa il carico di tensione e di imbarbarimento che ci attende al varco.

Dopo una cena frugale consumata sotto il portico (salame, prosciutto, mozzarella, pomodoro, olive, formaggi, uova, birra, pane), i gufi salgono al primo piano in sala tv, dove si dispongono in ordine tutt’altro che casuale su poltrone e divano. E qui, per chi pensa che gufare sia una cosa semplice, vale la pena soffermarsi sul primo rito scaramantico della serata:

la riproposizione filologica e geostazionaria della magica serata di Juve-Benfica.

A me e L. va sostanzialmente bene, perchè ci basta riprendere lo stesso posto, uno in fianco all’altro. A., invece, deve trafiggersi il costato con una pin a forma di forbici (con cui si era gravemente ferito durante Juve-Benfica), mentre M. deve tener stretto tra i premolari uno stuzzicadenti (lo stesso di un anno fa, in quel magico Primo maggio. M. se lo mette in bocca nonostante microbi e batteri siano visibili a occhi nudo). I gufi esordienti o alla seconda presenza sono esentati da questi pericolosi riti.

I gufi titolari si scambiano una sguardo atterrito. La fantastica notte di Juve-Benfica (eliminazione con 0-0 a Torino nella semifinale di una competizione la cui finale si sarebbe disputata a Torino) (una specie di doppio filotto, di mega strike, di cinque più uno al Superenalotto) era stata seguita da una serie di altre gufate culminate miseramente: Dortmund, Monaco (una gufata in contumacia, anticipata, con un esorcismo in un ristorante del Cremonese) e soprattutto Madrid, con riunione dei gufi a Milano, la capitale morale, finita malissimo, con l’umore sotto i tacchi e l’ormai ingestibile, quasi travolgente convinzione che quella squadra di culattoni avrebbe fatto il triplete alla faccia nostra, di gufi e di interisti, argh!

“Concentráti, dai!”

Inizia la partita, Mascherano fa un paio di pirlate, ma alla prima azione dall’altra parte è

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaal!

Otto uomini corpulenti saltano come grilli e si abbracciano come koala. È un momento di intensa felicitá che però dura poco. M. ci guarda spaventato:

“Ho perso lo stecchino!”

No! Nel giro di quattro decimi di secondo, otto uomini carponi cercano uno stuzzicadenti mezzo mangiato su un pavimento scuro. Sembra una moschea alle cinque del pomeriggio. Uno dei fratelli guarda fuori dalla finestra e vede uno storno migrare tra le rossastre nubi:

“L’avrá preso lui?”

Lorenzo estrae dall’armadio una spingarda appartenuta a un quadrisnonno, ma non trova le munizioni. La partita è giá al venticinquesimo del primo tempo quando finalmente M. trova lo stecchino:

“Eccolo!”

“Oleeeeee!”, fanno gli altri sette in coro. La scaramanzia è salva, il Barcellona sbaglia un gol ogni due minuti, le cose sembrano mettersi bene, anzi, sempre meglio, e quando tutti vanno a bere un tè caldo si arriva alla seconda, durissima fase della scaramanzia.

“Mantenere le posizioni”.

L. non ammette deroghe.

“Scusa, mi scappa una pisciata atroce”.

“Tienila”.

“Io sto morendo di sete”.

“Cazzi tuoi, bevi dopo”.

“Debbo fare una telefonata”.

“Consegnami il cellulare, lo riavrai dopo le 23”.

“Posso accendere la luce?”.

“Si sta al buio”.

“Posso posare lo stecchino durante l’intervallo?”

“Ma sei fuori? Mastica, ma non deglutire”.

Il secondo tempo è una stillicidio. Mancano 45 minuti, 44, 43… Poi segna Morata e sul Gufodromo cala una cappa di disfattismo che ci ammazza. Per fortuna dura poco.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Sono momenti carichi di stress. La regia inquadra una placida coppia di anziani tifosi bianconeri. A. cede alla tensione: “Muori, troia!”, poi scoppia a piangere. M. si trafigge la lingua da parte a parte con lo stecchino e si esprime farfugliando. Assistiamo in raccoglimento le ultime fasi della partita. Fino alla festa finale, l’apoteosi, il gol a tempo scaduto. La certezza. No, la Certezza.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Si chiude con foto, selfie, abbracci, brindisi, un’esplosione social. Su un terrazzo, al fresco, la luna rossa, spossati ma felici.

“Ma chi prende l’Inter?”

Silenzio. Non è serata per domande difficili. La missione è compiuta, ad Ausilio pensiamo domani. Anzi, dopodomani. Nel calcio – ogni tanto – c’è una giustizia: magari bisogna aspettarla fino al 6 di giugno, ma alla fine arriva.

“Ehi, ora posso pisciare?”

Nonostante quattro gol, cento abbracci, diciassette brindisi e quarantadue telefonate, L. non ha un capello fuori posto.

“In fondo a destra, ma metti le pattine”.

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