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Agosto 11, 2020
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‘o Gufo e ‘o Lione

Nella settima stagione di onorata attività, ai Gufi è toccata un’esperienza nuova: la gufata d’agosto. Aduso a esperienze invernali, primaverili e tardo primaverili, con qualche raro e stravolgente sconfinamento a giugno, il manipolo di coraggiosi antijuventini si è così dato appuntamento nella prestigiosa location baronale con un dress code del tutto inedito: viveri, bermuda e ascella pezzata. Del resto l’impresa che aspettava gli intrepidi controtifatori era tra le più ardue: sopportare una temperatura di 92 gradi Fahrenheit e sostenere appassionatamente il Lione (settimo nel campionato francese, cioè una chiavica) contro la Ronalda, squadra in maglia bianconera composta da un allenatore a caso e dieci giocatori a caso, più Lui, l’Uomo che salta più in alto di Fosbury.

Le premesse non erano delle migliori. Del gruppo di soci fondatori, reduce dalla stepitosa serata del 2019 con l’Ajax, bruciava la prima storica rinuncia di Er Monezza, in vacanza nei mari del Sud. Così come il nostro cappellano, er Pagnolada, ci mandava una cartolina da una località lontana confidando nella nostra comprensione e assicurando la sua intercessione con l’Altissimo.

Rispondevano invece alla chiama del ct Er Pomata gli altri componenti del Bilderberg della gufata: Er Condominio, Er Quadricipite e il qui presente Er Blogghe. All’appuntamento si aggiungevano via via alcune vecchie conoscenze: i fratelli M., i Dalton dell’interismo, giunti dal Piacentino, e lo Scudiero der Condominio, giunto dal Comasco dopo lungo e periglioso viaggio.

Come i re Magi, ognuno porta un dono ar Pomata: io una torta, Er Condominio e lo Scudiero un paio di meloni, Er Quadricipite un vino trasportato in una curiosa borsa termica che lo fa assomigliare a Jesus Quintana del Grande Lebowski, e i Dalton quattro pizze che mettono sul tavolo e, intortando gli altri ospiti con aneddoti e valutazioni immobiliari, si mangiano praticamente da soli lodando il pizzaiolo, dicendo Juve merda e liberando un sonoro rutto finale in Dolby stereo.

Al fischio di inizio ci scheriamo intorno alla tv cercando le migliori posizioni scaramantiche. Er Pomata posiziona gufi in ogni angolo della sala e, custodito in un prezioso scrigno, porta a Er Quadricipite lo stuzzicadenti che aveva in bocca nel 2014, quando tutto iniziò (qui la storia completa delle gufate). Breve cerimonia di consegna. Si può iniziare.

Nell’aria c’è quella puerile serenità delle occasioni migliori: nessuno crede all’impresa del Lione, ma ci spera da morire. E così, quando un imprevisto allineamento di pianeti vede la Juve subire un rigore e il rigorista metterlo con un cucchiaio, nel salone delle festa scoppia, appunto, la festa.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”

fanno i bimbi in coro, mentre Er Pomata comincia a urlare frasi sconnesse. Anzi, una frase sconnessa: “Er Cucchiaio, ahahahah, er Cucchiaio, ahahahah”, ripetuto in loop per una dozzina di minuti. Finchè, a metà del primo tempo, un primo piano del regista toglie l’uso della parola a Er Pomata.

Maxence Caqueret. Una strana creatura a metà tra Rodolfo Valentino e Attilio Fontana. Da tempo non si vedeva un uomo così pettinato in campo. Una cofana perfetta, chili di gel sparsi con sapienza. Er Pomata sprofonda in una crisi tipo invidia del pene. Continua ad alzarsi e ad andare in bagno a specchiarsi. “Non è possibile”, mormora accarezzandosi la chioma ed eseguendo alcuni ritocchi con un puntatore laser.

Quando torna al suo posto, in un atmosfera di lassismo generale, cede al nervosismo e perde il controllo: “Metti via quel cazzo di telefonino, tu al cesso ci vai quando te lo dico io, concentratevi!”. Quando il Divino sigla il pareggio trasformando il più orribilmente fantasioso dei rigori, sul salone cala una cappa di sana realismo. Ma la Juve, insomma, ne deve per sempre fare ancora due.

I 15 minuti di intervallo servono ai Dalton per affettare i due meloni, facendone sparire alcune fette. Ma nessuno mangia, il nervosismo monta e quando CR7 la mette dal limite lo spettro della remuntada inizia a incombere sulla variopinta compagnia. Però è la Juve che ci toglie dall’imbarazzo: con 30 minuti ancora a disposizione per fare qualsiasi cosa, ecco, non fa più un cazzo. Non c’è nemmeno gusto a gufare così. Ma alla fine, come rituale vuole, è festa, nonostante una Juve che non aveva bisogno di gufate. Non ci tradisce mai, ormai le siamo quasi affezionati.

(rumore di tuoni)

“Niente ragazzi, scusate, un pensiero così. Leviamo i calici, Juve merda!”, dico mentre riprendono le libagiorni. La gufata in epoca Covid ha così termine in un clima da festa delle medie. La nostra settima stagione finisce così, in gloria, come le precedenti sei. Albo d’oro: 2014 Benfica (Europa league), 2015 Barcellona, 2016 Bayern, 2017 Real, 2018 Real, 2019 Ajax, 2020 Lione. Un pugno di uomini, una grande missione.

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Febbraio 12, 2020
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La punizione di Eriksen (l’avesse tirata Ronaldo)

Se la punizione di Eriksen nel derby l’avesse tirata Cristiano Ronaldo, alla Gazzetta sarebbe successo questo:

FASE 1. ALLARME ROSSO

Il caporedattore convoca la task force CR7 composta da un titolista, uno statistico, un fisico, un laureato in scienze motorie, un aedo (in caso di assenza/ferie, un rapsode), un esperto di gossip. La task force agisce nell’immediato e imposta anche il lavoro per i due giorni a venire. Il caporedattore assegna il tema: “CR7 ha preso l’incrocio dei pali (brusio di disapprovazione) ma è stato il più bell’incrocio dei pali di sempre (applausi)“. Ok, al lavoro!

FASE 2. IL TITOLO

Per la Gazza è il momento più delicato della serata, perchè d’intesa con il grafico si deve disegnare immediatamente la prima pagina cercando di non ripetersi con le circa 500 prime pagine già dedicate a Cristiano Ronaldo dal luglio 2018 a oggi. Il caporedattore mette una mano sulla spalla del titolista che sta cercando la miglior concentrazione. “Dunque, CR7, la punizione, l’incrocio dei pali, fammi pensare…” Il titolo gli viene subito: “CR AL SETTE”. Il caporedattore lo bacia in fronte, il grafico inizia a elaborare la prima: CR7 vestito da uomo cannone si protende verso l’incrocio dei pali, raffigurato come una capitello corinzio che si sgretola.

FASE 3. L’AEDO (o il RAPSODE, all’occorrenza)

La cronaca della partita passa in secondo piano di fronte alla nuova impresa di CR7, l’incrocio dei pali più bello di sempre. In 30 righe, impaginate a parte, il cantore descrive il gesto del campione: “Il muscolo guizza quando il cervello dà l’impulso, dal garretto tornito e bronzeo si sprigiona la potenza e il dardo è scoccato…” (il trucco del mestiere del cantore è: sparala più grossa che puoi, ma usa un italiano desueto e ogni dieci parole infilaci un “guizza”, “bronzeo”, “dardo”, robe così)

FASE 4. L’ESPERTO DI GOSSIP

L’esperto di gossip può agire nell’immediato o anche il giorno successivo, scrive cose superflue che saranno tra le più lette, e nessuno le contesterà mai se saranno simpatiche e positive. Ergo: chiama la sua fonte – l’amministratore di condominio del fruttivendolo del cugino dell’agente di CR7 -, si fa dire due parole e scrive con perizia cose inconfutabili, del tipo “Georgina ha esultato dal divano di casa, mandando baci verso il televisore” e “CR7 junior, palleggiando sul tappeto, ha urlato Siuuuuuuu papà!”. Con un abile ritaglio, l’esperto di gossip ricava da una foto di famiglia del Natale 2018 un particolare dello stipite della porta del soggiorno di casa CR7, “l’incrocio dei pali sotto il quale spesso si bacia con Georgina”.

FASE 5. LO STATISTICO

E’ il compito più difficile e ingrato. Lo statistico ha davanti solo una ventina di ore per trovare quale nuovo record può avere infranto stavolta CR7, operazione che spesso richiede una notte insonne con cui verrà ricompensato con due giorni di riposo, come gli infermieri professionali. Il lavoro porta quasi sempre a molteplici spunti, alcuni da usare subito e altri da tenere disposizione in caso di nuove imprese (quindi per la partita successiva). Nel caso in esame, lo statistico partorisce le seguenti opzioni (miglior incrocio dei pali mai colpito da un giocatore portoghese nella settimana del suo compleanno; miglior punizione non vincente di un giocatore europeo nato in un isola ma residente in una città senza sbocco al mare; miglior tiro da lontano di CR7 con la nuova pettinatura) da sottoporre all’ufficio centrale.

FASE 6: IL FISICO

Il fisico trascorre la notte davanti al pc per scomporre il movimento di CR7 e trovarne ogni sintomo di perfezione. In ossequio alla serietà e alla fatica dei suoi studi, il fisico vorrebbe parametrare il tiro di CR7 in base al principio di uguaglianza tra lavoro ed energia, “la potenza misura la quantità di energia scambiata nell’unità di tempo, in un qualunque processo di trasformazione”, poi – sarà il cinquantesimo gol di Ronaldo che gli chiedono di interpretare secondo le leggi della fisica – si rompe il cazzo e va a dormire. Il mattino seguente prepara una relazione in cui, in buon italiano, stende un testo da inframmezzare con tre formulette da terza liceo e da qualche aggettivo a sensazione, “sovrumano”, “impressionante”, robe così, e spedisce. Il caporedattore su Whatsapp gli manda un cuoricino e un pollice alzato.

FASE 7. IL LAUREATO IN SCIENZE MOTORIE

Come fa Ronaldo a tirare così? Quanto bisogna essere seri professionisti per colpire un incrocio dei pali del genere? Come si arriva a 35 anni in queste condizioni? Quanto, come, dove e perchè ci si deve allenare per poter colpire gli incroci dei pali con tale perfezione? Il laureato in scienze motorie (per gli over 45, leggasi “professore di ginnastica”), amico del caporedattore, si presta da tempo con vari pseudonimi a brevi interviste sull’argomento e tiene pronti alcuni schemi che, opportunamente adattati, consentono di rispondere a tono nel giro di pochi minuti, con successo. L’importante è non dimenticare aggettivi del tipo “professionale”, “fantastico”, “meraviglioso” e concetti del tipo “talento innato” e “capacità immense”. Solo una volta, sbagliando file, il laureato in scienze motorie aveva rischiato di creare un grosso casino. Il caporedattore lo aveva richiamato con tono interrogativo: “Scusa, cosa vuole dire che non deve uscire nelle ore calde e deve bere molto?”. “Perdonami, ti ho spedito le risposte sul caldo killer”.

Comunque, la punizione l’ha tirata Eriksen e la reazione è stata questa: “Wow che mina! (sbadiglio) Oh, questo non segna mai. Ci facciamo una birra?”

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Giugno 9, 2019
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Ho visto una partita di calcio femminile. E sono ancora io

Ho appena aggiunto alle esperienze della mia vita la visione di una partita di calcio femminile. La visione completa, dall’inizio alla fine, dagli inni nazionali alle interviste post-gara. Non mi sono bevuto il cervello, Murdoch non mi ha infilato un chip sotto pelle, non sono schiavo delle mode del momento, non me ne vanterò al bar spacciandomi per espertone di calcio femminile, non ho intenzione di fare nessuna retorica su questo sport nè su questo evento che mi avvince il giusto (non molto), non sono nemmeno particolarmente coinvolto dal passato, dal presente e dal futuro del movimento. Di cui, lo confesso, mi sono sempre bellamente fottuto. Però niente, ho visto la partita Italia-Australia. Su Rai 1 c’era Linea Verde e poi il tg, su Retequattro c’era il tenente Colombo, su Rai Sport 24 il canottaggio e io no, mi sono visto Italia-Australia di calcio femminile, tutta, dall’inizio alla fine.

Oh, innanzitutto vi faccio una confidenza. Non è cambiato nulla. Mi sono specchiato e mi vedo uomo, eterosessuale, interista, progressista, podista, appassionato multisport. Lo stesso pirla di due ore prima, uguale.

Passiamo alla disamina tecnica. Boh, pensavo molto peggio. Mi immaginavo ventidue culone che facevano rinvii alla cazzo per novanta minuti, e invece in effetti è uno sport vero, calcio vero, schemi, tecnica, calci veri, pestoni, gambe tese. Certo, è un calcio giocato da donne, che non è proprio come quello giocato da uomini. Con qualche risvolto naif, tipo che al ventesimo fuorigioco fischiato alle nostre attaccanti (due gol annullati dal Var, uno per un millimicron) mi sono alzato dal divano e ho detto, rivolto al televisore:

“Minchia, non sarà il caso di dare un’occhiata ogni tanto, ogni tanto!, alla vostra cazzo di posizione e alla linea delle difensore, difenditrici, vabbe’, ci siamo capiti?”

E comunque sono i Mondiali, quindi il livello massimo, e il livello massimo di questo sport non riconosciuto dagli uomini non è affatto male. Tipo che un paio d’ore ogni 55 anni si possono anche spendere con un certo piacere. Tipo che, mediamente, i calci d’angolo li tirano meglio di Candreva e Politano. Per dire.

L’Italia ha vinto 2-1, segnando il gol vittoria al 95′, ma questo post lo avrei scritto lo stesso se avesse perso 6-0. Non salirò sul carro delle vincitrici (che seguirò con simpatia, sapendo benissimo che Italia-Australia potrebbe restare l’unica partita di calcio femminile che ho mai visto). Ma non voglio nemmeno confondermi – dopo giorni in cui ne ho lette di tutti i colori – con la folla dei detrattori.

Scusate, ma che cazzo vi ha fatto il calcio femminile?

Non vi piace? E non guardatelo. Non succede mica niente. Io adoro lo sport, ma ce ne sono moltissimi che non seguo: qualcuno non mi interessa, qualcuno non lo capisco e qualcuno mi fa cagare. E quando uno sport mi fa proprio cagare, tipo, chessò, il dressage

(e lo confesso, mi fa cagare tantissimo)

non è che ogni due ore scrivo sui social infamità o battutacce (nemmeno divertenti) sui dresseur (l’ho inventato al momento, ma magari è giusto) o sull’equitazione in generale o sul cavallo come animale sottoposto a tortura. Non lo guardo, punto. Quando alle Olimpiadi c’è il dressage, smanetto di default sul telecomando, mi chiedo quale sia l’utilità del dressage nel Terzo millennio (suppongo la stessa del Secondo: zero), mi chiedo come si possa trovare interessante un cavallo che fa tic-tic-tic con un damerino in sella, roba che neanche alla sagra del paese qui vicino troverei interessante. Ma bòn, giro, e mi guardo il tiro con l’arco o il tenente Colombo. Il dressage, nel frattempo, soppravvive alle mie paturnie. Il movimento internazionale del dressage se ne fotte di me, continuerà a prosperare e resterà sport olimpico finchè io sarò in casa di riposo, reparto non autosufficienti, e in sala tv dopo la lotta greco-romana inizierà il dressage e io dirò

“Cazzo! Gira! Gira!”

e l’operatore socio sanitario mi porterà in camera e chiamerà le mie figlie a cui dirà che “vostro padre è intemperante e disturba gli altri degenti, c’era la gara dei cavalli è…” e io gli dirò “Gara dei cavalli un cazzo, è quella merda del dressage!”, e le mie figlie gli diranno “Ci passi papà per favore”.

Vabbe’, mi sono perso. Torno alla domanda: che cazzo vi ha mai fatto il calcio femminile?

Vi posso assicurare che il calcio maschile, dopo questi pittoreschi mondiali donne, manterrà il suo ruolo dominante. Davvero. Ma da subito, eh? C’è il Mondiale Under 20 e siamo in semifinale, poi inizia l’Europeo Under 21 e abbiamo uno squadrone, poi ci sono Coppa America e Coppa d’Africa (per i feticisti del pallone), poi inizierà il ritiro dell’Inter, poi sorteggeranno il calendario del campionato – che mi hanno detto che si farà regolarmente -, poi al primo fresco inizieranno anche le coppe europee – si giocheranno anche nel 2019/20 nonostante l’ambiziosa invadenza del calcio femminile – e poi ci sarà da gufare la Juve. Resterà tutto uguale.

Quindi, ditemi, che cosa stracazzo vi ha mai fatto il calcio femminile?

In questa Italia piena di paure, si è aggiunta anche questa. Che non vorrei – anche se personalmente ne ho il fortissimo sospetto – dipendesse anche dal fatto che questa nazionale ha una capitana non caucasica e un gran numero di omosessuali in rosa. Il che farebbe tornare tutto, a livello non sportivo. A livello sportivo, invece, state tranquilli: le donne aspirano al professionismo com’è giusto che sia, ma non prenderano mai come l’ultimo panchinaro maschio della vostra squadra. E non faranno mai il posticipo di calcio femminile anche posto di Inter-Juve. Cambiate canale, usate la Gazza di questi giorni per incartare il pesce o svasare i gerani. Fottetevene, come avete sempre fatto, e come ho sempre fatto anch’io. Ma lasciate giocare a pallone le donne. Vi fanno cagare? Se ne faranno una ragione. Intanto loro sono ai mondiali e noi no – noi maschi, dico. Scrivete la vostre imperdibili battute sui social: le donne – anche in questo momento, dovunque, a qualsiasi livello – continueranno a fare sport alla faccia vostra, e con la copertura tv (e quindi la prova di esistenza in vita, e quindi anche eventuali soldi) che si guadagneranno con i risultati. Nessuno vi/ci obbiga a guardare il calcio femminile o il dressage. Cambiate canale, non sopravvalutatevi e non rompete più i coglioni.

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Aprile 29, 2019
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I Gufi tipo (cronaca in leggera differita)

Se martedì sera, con il vostro culo appiattito sul divano e con una Peroni ghiacciata in mano, vedrete in totale relax Tottenham-Ajax e non (devastati dalla tensione) Tottenham-Juve una ragione c’è, e mi pregio di raccontarvela. La ragione è che i Gufi sono vivi e lottano insieme a voi.

Diciamo intanto che la stagione 2018/19 dei Gufi era proceduta a sbalzi paurosi. In contumacia avevamo festeggiato l’eliminazione dei gobbi in Coppa Italia, che ci coglieva di sorpresa nell’intimità delle nostre reciproche case e ci toglieva l’incubo peggiore, la sia pur residuale opzione Triplete. Poi la prima riunione per Atletico-Juve, serata esaltante, e la seconda per Juve-Atletico, un drastico ritorno alla realtà (Cholo, tu quoque). In cerchio davanti alla porta di casa der Pomata, dandoci appuntamento a un’indeterminata prossima volta, guardavamo le nostre facce da funerale: “Adesso vedrai che avranno culo al sorteggio ecc. ecc.”. Sorteggio: Ajax. Poi la vincente di City-Tottenham. Vabbe’, quattro messaggi su Whatsapp ed eravamo già tutti d’accordo per sabato 1 giugno: “Dovete esserci tutti, se le donne vi fanno problemi lasciatele”, “Io porto la birra”, “Io il salame”, ecc. ecc.

Ajax-Juve: facciamo finta di niente, ce la vediamo a casa, rassegnati. Juve-Ajax, Er Pomata ha un sussulto d’orgoglio: “Stasera tutti uniti come un sol uomo a fianco dei Lancieri di Amsterdam”. Vabbe’, non deludiamolo. Mi chiama Er Quadricipite: “Andiamo insieme?”. Ok. Ci troviamo in periferia a Pavia, dove lascio la macchina con la paura di tornare e trovarla appoggiata su quattro file di mattoni. Andiamo con quella der Quadricipite, che a un certo punto, a una rotonda fa:

“Qui la sera di Atletico-Juve avevo sbagliato strada. La risbaglio”. “Ma così la allunghiamo di 30 chilometri”, faccio io allibito. “E chi cazzo se ne frega, vamos!”, ribadisce Er Quadricipite puntando il muso della Golf verso la direzione sbagliata. Quando arriviamo a destinazione, sia pure in ritardo, c’è solo Er Pomata. Er Pagnolada ha appena mandato un messaggio denso di disperazione in cui dà forfeit innalzando al Signore un potente “Juve merda”. “Niente, siamo solo noi, più Er Monnezza e Er Condominio che stanno arrivando”.

Cioè, Er Pomata, Er Monezza, Er Quadricipite, Er Condominio, Er Blogghe: la formazione tipo. Nel corso di questi cinque anni di grandi sofferenze e immani gioie ci siamo schierati in varie formazioni, fino all’apoteosi di Juve-Atletico, così numerosi che c’era anche il secondo anello. Ma quando tutto ebbe origine (Juve-Benfica, semifinale Europa League 2014, gufata per evitare la finale a Torino) eravamo proprio noi cinque, i fondatori, gli uomini del destino.

Ci guardiamo, ma non diciamo niente.

L’atmosfera è molto distesa, siamo preparati al peggio, anzi, lo diamo per scontato. Solito ricco buffet prima della partita. Parliamo del più e del meno (Inter, Juve, figa) senza nemmeno accorgerci che la partita è iniziata. Er Pomata ulula dal salone delle feste: “Venite su, barboni!”.

Il nuovo salone delle feste der Pomata – inaugurato con una doppia cerimonia laica e religiosa in occasione della prima gufata stagionale – è così composto: mobili antichi, preziosi broccati, divani e poltrone d’epoca, arazzi del Seicento inglese, lampadari di cristallo e un mostruoso televisore 180 pollici appeso al muro. Per motivi scaramantici, Er Pomata ha sconvolto l’ordine dei posti. Davanti al televisore adesso c’è un trumò veneziano, mentre poltrone e divani sono in curva. Boh, ci sediamo. Io sono tra Er Condominio e Er Quadricipite, su una sedia curule c’è Er Pomata e lontano, nel settore ospiti, Er Monnezza.

“Scusate amici – fa Er Pomata schiacciando tasti del telecomando a caso – sapete dirmi il significato di questo messaggio che talvolta mi appare in sovrimpressione e che mi scassa il cazzo?”

“Vuoi passare al 4K?”

“Certo che vuoi passare al 4K, dammi ‘sto cazzo di telecomando. Ma dove vivi, a Vinovo?”, fa un già nervosissimo Er Monnezza. A parte questo, regna una certa serenità. Addirittura, quando CR7 segna l’1-0 mi scappa una frase oggettivamente precisa e soggettivamente densa di significati: “Beh, non cambia niente, no?”

Ci guardiamo, ma non diciamo niente.

Al gol di Van de Beek invece diciamo alcune cose, non tutte riferibili, zompando tutti e cinque abbracciati e provocando sull’antico palazzo der Pomata l’effetto di un terremoto del 4,5 in Pakistan. “Tranquilli, c’è una piccola lesione al muro maestro, ma domani chiamo qualche moldavo a controllare”.

Fine primo tempo. Er Pomata impartisce le solite istruzioni dell’intervallo: “Chi deve bere, mangiare, pisciare, cacare, telefonare, eseguire esercizi ginnici, sistemare pratiche, scrivere articoli, sedare disordini, fare acquisti on line, prenotare vacanze, assoldare prostitute, insomma, lo faccia entro l’inizio del secondo tempo”. Er Condominio: “Posso dormire?” “Sì, ma solo 15 minuti”.

Al fischio dell’arbitro siamo di nuovo tutti assiepati. E il giovane Ajax comincia a) a fare un culo pazzesco alla Juve e b) a sbagliare molti gol, le quali cose fanno salire la pressione a tutti. Alla terza occasione fallita da Ziyech, Er Monnezza si libra in tuffo sotto il televisore macchiandosi di razzismo territoriale e cacciando un urlo bestiale: la mitica forbicina portafortuna, che da Juve-Benfica porta sempre in tasca, lo ha infilzato in zona parainguinale. “Scusa, Pomata, credo di essermi trafitto l’arteria femorale, se chiamassimo il 118 con tempestività potrei evitare il dissanguamento”. “Non rompere il cazzo proprio adesso, ti do uno straccio per tamponare la ferita, non hai mai visto Rambo?”.

Il tempo di sedersi e De Ligt inzucca il gol del 2-1. Scoppia un delirio che dura un paio di minuti, al termine del quale ci accorgiamo che Er Quadricipite ha un’espressione seria e spaventata. “Che c’è, avevi scommesso la casa sulla combo Juve qualificata-no goal?” “No, credo di avere ingoiato lo stecchino”. Cioè il moncherino di stuzzicadenti che tiene in bocca dalla sera di Juve-Benfica. “Ah vabbe’, cazzate”. “Scusa Pomata, posso recarmi un attimo al più vicino ospedale per sottopormi a una lavanda gastrica? Magari torno in tempo per le interviste del dopopartita, oltre a evitare una peritonite”. “Ma sei fuori? Ti do un Gaviscon”.

Al 79′ l’Ajax segna il 3-1. In piena trance agonistica, mi alzo, apro la finestra e lancio un urlo tipo Tarzan. Er Pomata fa di corsa tutta la stanza tipo Tardelli ai Mondiali ’82 e prende in pieno il bicchiere che Er Condominio aveva appoggiato per terra. Il bicchiere schizza contro il termofisone in ghisa prussiana e niente, non si scheggia nemmeno.

“In hoc signo vinces”, dice Er Condominio abbracciando Er Pomata. Si mettono a piangere.

Io sto ancora urlando frasi sconnesse alla finestra. Mentre sento qualcuno dire “porca troia, annullato” perdo l’equilibrio e cado dal primo piano direttamente sul tetto della macchina der Pomata. “Annullato, cazzo”, dice lui affacciandosi e guardando verso di me. “Scusa, hai la Kasko vero?”, gli faccio contrito. “Ci guardo dopo, vieni su che manca ancora un casino”. “Credo di avere riportato una leggera commozione cerebrale e di essermi rotto alcune costole e almeno un femore. Se chiamassimo il 118? Facciamo ricucire l’arteria al Monnezza e mi faccio dare un’occhiata”. “Torna su subito, cazzo, ho l’acqua ossigenata ma la prendo dopo”.

La partita finisce con sollievo generale, compreso quello della Juve presa piacevolmente a pallonate per un numero indefinito di minuti. Al piano terra partono i baccanali. La quinta stagione di successi va in archivio con una spaghettata celebrativa e un gelato che er Pomata ritrova in fondo al frigo: c’era ancora attaccato il prezzo, in lire. Ma nessuno dice niente per non turbare l’atmosfera di festa. La Juve non ci ha tradito nemmeno questa volta. Se non fosse che la odiamo, quasi la ameremmo.

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Luglio 16, 2018
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Cristiano Ronaldo alla Juve: istruzioni per l’uso

Personalmente, ho eletto Cristiano Ronaldo mio giocatore preferito (interisti a parte, eh?) nel novembre 2013. Era già Cristiano Ronaldo da un pezzo, certo, aveva già vinto un Pallone d’Oro, ma non è che mi titillasse il velopendulo più di tanto. Dopo 4 Palloni d’Oro consecutivi (quelli figli del regolamento ultraridicolo introdotto nel 2010 e superato nel 2016), Messi sta per vincere il quinto in automatico tra gli sbadigli generali. Sembra tutto già deciso. Il 15 e il 19 novembre 2013, a un mese dalla tradizionale proclamazione prenatalizia, si giocano però gli spareggi europei per le qualificazioni ai Mondiali 2014.

Uno degli spareggi è Portogallo contro Svezia, CR7 contro Ibra, in palio un posto a Rio. Andata a Lisbona, gol di Cristiano Ronaldo, finisce 1-0 per il Portogallo. Ritorno a Solna quattro giorni dopo. Primo tempo, ancora gol di Ronaldo: 1-0. Secondo tempo, Ibra ne mette due in 4 minuti e ribalta il risultato: 2-1 per la Svezia. Al 74′ la Svezia è ancora in vantaggio e sogna l’impresa, ma Cristiano Ronaldo pareggia con un gol della madonna, e al 78′ parte in contropiede e segna un altro gol della madonna. 3-2 per il Portogallo, che si guadagna il Brasile. Il mondo del calcio improvvisamente si interroga: no, scusate, ma come si fa a non dare il Pallone d’Oro a uno così? E infatti glielo danno, in extremis, un Pallone d’Oro bellissimo, frutto di una specie di sollevazione popolare sommersa ma impetuosa.

Da allora ne vincerà altri tre (uno, in mezzo, di nuovo a Messi, vabbe’) per un totale di cinque. Ma il Pallone d’Oro, nella sostanza, conta quel che conta. Cristiano Ronaldo mi aveva semmai conquistato caricandosi una squadretta sulle spalle e portandola di peso al Mondiale. Ed è rimasto da allora nel mio Olimpo personale, solissimo, aggiornando via via le sue statistiche madridiste, 450 gol in 438 partite con il Real, cazzo, 450 gol in 438 partite. 450 gol, santiddio, di cui 311 in 292 partite di campionato e 105 (105!) in 101 partite di Champions. No, dico: a questo Messi gli può solo spicciare casa.

E’ un tale campione, CR7, che certe sue vicende personali – mi riferisco alla disinvolta modalità con cui ha fatto 4 figli tra madri ignote e/o surrogate (tranne l’ultimo), una robaccia alla Michael Jackson – sono trattate con una diffusa e formidabile indulgenza. Who cares? Ingravidi chiunque e come cazzo gli pare: è un cannoniere eccezionale, un atleta strepitoso, un professionista spaventoso. E adesso che viene in Italia bisognerebbe segnarsi la data sul calendario, perchè – ci piaccia o no – è un evento immane che si issa al livello che pareva irraggiungibile degli arrivi di Maradona o Ronaldo ( il nostro) e che riposiziona verso l’alto il calcio italiano nel piano cartesiano dello sport mondiale.

Il problema – porca puttana – è che lo ha preso la Juve.

Procedendo secondo la logique deductive di Clouseau, debbo ora decidere come metabolizzare il fatto che il mio calciatore preferito da oggi veste la maglia della mia squadra spreferita, la peggiore di tutte, quella che nella mia testolina di tifosotto ha la peggior reputazione di ogni tempo, la peggiore delle avversarie, il peggior posto dove poter andare, il peggio del peggio del peggio. E’ come se, dopo averla corteggiata per anni e averne parlato al bar con chiunque nel miglior modo possibile e averle scritto centinaia di lettere d’amore e aver tappezzato delle sue foto la mia cameretta, Jennifer Lawrence venisse a Pavia e si mettesse con un mio vicino di casa mafioso, drogato, truffatore, corruttore e negazionista. E juventino.

E’ terribile.

Ora, con estrema sincerità, devo dire che – a bocce ancora ferme – il sentimento che più mi frulla in corpo è la curiosità. La curiosità di vedere Cristiano Ronaldo nel campionato italiano, 38 partite da Milano a Frosinone, da Torino a Udine, e vedere se segnerà anche qui un gol a partita per i suoi quattro anni di contratto. La curiosità, anche, di valutare la gestione di un affare così spaventoso, inammortizzabile, una scommessa su un giocatore di 33 anni che ne compirà 34 già nelle prime giornate del girone di ritorno: uno splendido 34enne, per carità, il più splendido che c’è, ma pur sempre 34enne.

Cristiano Ronaldo non mi costringerà al bipolarismo: ammirerò con fredda oggettività i suoi gol e le sue giocate, ma avrà un’orribile maglia addosso e perciò non sprecherò altre emozioni per lui. Non gli auguro infortuni, ci mancherebbe altro: al limite, di inserirsi male in una squadra di gente antipatica e invidiosa, o di condizionare all’estremo le scelte tecniche dell’allenatore o di sconvolgere gli equilibri messi in discussione per fargli posto. Nel calcio non c’è nulla di automatico e, per quanto da uomini di mondo sappiamo come possono andare le cose, la palla continuerà a essere rotonda e capricciosa anche per gente stratosferica come Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Quando fisso il soffitto e cerco di farmi una ragione di questa merda di circostanza, mi sorprendo a vedere sempre una luce in fondo al tunnel: saranno cazzi, certo, ma quanto sarà bello vederli perdere.

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Aprile 29, 2018
di settore
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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Aprile 26, 2018
di settore
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Da Liverpool a Torino, lo stesso buco nero

Per capire meglio Liverpool, partirei da Torino. Leggo un simpatico pezzullo su Repubblica. E’ il 25 aprile, è festa, ci sono 200 tifosi della Juve al campo di Vinovo dove i gobbacci si allenano. Sono 200 tifosi normali, tifosotti, ragazzi, bambini. Alla frazione normal si aggiunge nel corso del pomeriggio una cinquantina abbondante di tifosi super. E quando tutti a fine giornata si affollano alla porta carraia a caccia di autografi e selfie con i giocatori che se ne tornano a casa, dietro ai 200 tifosi normali parte la contestazione dei 50 tifosi super, in un accrocchio umano che mette insieme tutti, normali e super, inconsapevoli bambini con sciarpa e adulti con anfibi.

“Tirate fuori i coglioni”.

50, forse anche 60 o 70 tifosi che da sei anni – sei scudetti (uno con record di punti, uno con zero sconfitte), tre Coppe Italia, tre Supercoppe italiane, due finali di Champions League – vivono ampiamente sopra le righe e dovrebbero baciare il culo anche all’ultimo dei magazzinieri per l’abbondanza di cui godono,  contestano la loro squadra. Se la prendono con tutti, anche con Buffon, il capitano. E benchè io consideri un dovere civile e morale prendersela periodicamente con il personaggio Buffon, la motivazione mi lascia un po’ così: “Domenica hai ringraziato uno a uno i giocatori del Napoli e non sei manco venuto a salutare la curva”.

Ecco, la curva. Per capire Roma bisogna passare anche da Torino. Così, giusto per entrare nel mood (di queste curve e di tante altre curve, la nostra non esclusa, sia chiaro). Perchè non capisco come faccia oggi uno juventino a contestare la Juve, così come non capisco come faccia oggi un romanista – nel momento più felice, gioioso, festoso, eccitante, positivo, clamoroso, orgasmatico, adrenalinico, strappacuore, strappamutande come può essere una semifinale di Champions dopo anni e anni di pezze ar culo – a partire per Liverpool pronto a fare a botte e tirare cinghiate. Pronto, già pronto, forse addirittura impaziente, i can’t wait: perchè sennò, se sei incensurato e dovresti occuparti di rimanerlo, non vai allo stadio dietro la curva degli altri prima della partita con la faccia nascosta e la cintura attorcigliata sulla mano.

Probabilmente un uomo di 53 anni e due figli morirà. Anche l’ultimo morto del calcio italiano è stato per mano di un romanista, a pochi passi dall’Olimpico. E manco giocava la Roma (era la finale di Coppa Italia di 4 anni fa, Napoli-Fiorentina, 3 maggio 2014). Questo per sottolineare il mood di cui sopra. Anzi no, aspetta, mettiamoci una seconda sottolineatura: per Daniele De Santis, condannato a 16 anni (non abbastanza, direi) per aver sparato a Ciro Esposito,  morto poi dopo settimane di agonia, la curva romanista ha esposto uno striscione ad Anfield Road. E lì fuori un uomo era stato appena preso a pugni con la fibbia della cinghia.

Ecco, la curva. Ecco, il mood.

“Romanisti, perchè stupirsi?”. Anche questo è agghiacciante, come se da qualcuno prima o poi te l’aspettassi e sì, in effetti capita davvero. Io, per esempio, ci sono rimasto parecchio male. Nella mia ingenuità da tifosotto che va allo stadio per mangiarsi il panino con la salamella e poi soffrire per 90 interminabili minuti (anche per digerire il panino con la salamella seduto in posti scomodi guardando la tua squadra che non segna mai quanto vorresti), a me sembrava che l’ambiente stadio fosse complessivamente migliorato. Non tanto, eh?, però un po’ sì. E invece bisogna tenere sempre la guardia alta e tenere sempre fermi alcuni principi, un po’ tipo il 25 Aprile (coincidenza di momenti).

Verrà forse un giorno in cui la curva sarà solo un luogo dello stadio dove si vede un po’ peggio e dove i biglietti costano un po’ meno. Oggi, per me, restano sempre un buco nero. Le curve sanno essere bellissime ed emozionanti, anche per gli scettici come me. Le curve siamo noi, lo sono anch’io, quando si tratta di condivere un folle amore per la stessa maglia e aiutare la tua squadra a giocarsela fino all’ultimo. Ma tutto quello che va oltre il tifo, il colore, la passione, i cori, le sciarpate – e cioè la violenza, le prevaricazioni, le zone franche, il fascismo, la mafia – per me resta sempre e solo un’enorme merda fumante in uno spicchio dei nostri fatiscenti stadi.

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Aprile 16, 2018
di settore
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I ragazzi del 93′ (ovvero: al vero gufo non piace gufare facile)

I gufi sono gufi sempre, anche se si tratta di gufare facile. E’ con questo spirito che la combriccola raggiunge la casa del Barone addì 11 aprile 2018 intorno alle ore 20 per il consueto preraduno conviviale, prima di iniziare lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, sempre quello, tra le 20.45 e le 22.40 circa (tempi regolamentari. Se serve, anche oltre).

Gufare contro la Juve in una partita di ritorno della fase finale di Champions è un dovere civico, come pagare le tasse e differenziare i rifiuti. Certo, il fatto che la Gobba all’andata avesse perso in casa per 3 pere a zero aveva tolto un po’ di pepe al nostro consueto incontro: parte dei gufi in riserva permanente si erano autoesentati con scuse puerili e nella nostra Gufation House ci siamo ritrovati così in 5: quattro gufi della primissima ora (io, A., D. e il barone) e una new entry, D., intellettuale e umanista oltrepadano antijuventino che per non confonderci chiameremo M.

L’atmosfera è molto rilassata perchè ok, certo, mai fidarsi della Juve, ma ne ha prese tre in casa da Real, orsù, diciamocelo, anzi no, non diciamocelo, ma ci siamo capiti. E infatti siamo irriconoscibili: cioè, nel prepartita di Berlino o di Cardiff c’era gente con lo stomaco chiuso e i nervi a fior di pelle, mentre stavolta sembra di essere al Cral delle Dame di San Vincenzo.

“Oh, sono le 20,44. Vabbe’ dai, andiamo”.

Saliamo stancamente le scale. Barone ci fa schierare sulle sedie secondo scaramanzia, ma senza pathos. “Dai ragazzi, 90 minuti passano in fretta, basta che questi fessi del Real non si facciano segnare un gol subito, che poi magari…”

Gol.

Sulla sala tv cala una cappa di piombo, una situazione imbarazzante in cui tutti si pentono intimamente di non essere stati abbastanza scaramantici e abbastanza concentrati. A peggiorare la situazione è D., che intorno al 15′ si addormenta e inizia a russare. A. dopo circa 30 secondi lo cazzia:

“Porca troia, dobbiamo tenere alta la soglia di attenzione!”

“Sono sveglissimo… (sbadiglio)… come gioca Tevez?”

Il nervosismo comincia a montare. Dopo alcuni minuti D. si riaddormenta russando tipo motosega. A. lo colpisce in testa con un vassoio del Settecento inglese:

“Non puoi fare così, cazzo! Dobbiamo vigilare su questa partita di mmmerda!”

“Scusate, ho avuto una settimana pesante”

“Ma che cazzo dici, è solo mercoledì! Guarda ‘sta partita!”

“… (sbadiglio) è già entrato Zalayeta?”

Gol. 0-2.

“Zalayeta?”

“Mavaffanculo va’… ti sembra nero?”

“Chiedo scusa, vado a farmi una Moka intera e me la bevo a canna”.

Il Barone gli dà il permesso per gravi motivi personali. In sala tv l’atmosfera è ormai tesissima. A., che tutto sommato fino a quel momento si era dominato, si corica per terra e guardando il soffitto urla:

“Madonna mia, ma cosa ho mai fatto? Era la partita più tranquilla del mondo e anche stasera mi toccherà bestemmiare tutti i santi del calendario”.

Al che io, dopo una veloce ricerca sul telefonino, gli mostro una foto del nostro assistente spirituale, Er Pagnolada, e A. con un riflesso pavloviano si calma.

Fine primo tempo.

Doveva essere una serata da bisboccia, bah, e invece abbiamo facce pallide e spaventate. Nessuno si alza, neanche per pisciare. La partita riprende, abbiamo ben presente che saranno 45 + recupero lunghissimi. Quando dopo 16 minuti segna Matuidi, la scena è questa, da sinistra verso destra:

1) io accartocciato tipo la posizione che si dovrebbe tenere mentre il tuo aereo ammara nell’Hudson;

2) il Barone attonito, un capello gli scende spontaneamente sulla fronte (non accadeva da 14 anni, dopo un giro sulle montagne russe a Gardaland con il nipote);

3) M., dopo alcuni secondi di silenzio, inizia a insultare Keylor Navas in italiano e poi in spagnolo, con imbarazzanti riferimenti fino a parenti di quinta generazione e ai padri fondatori del Costarica;

4) D. occhi a palla, come uno che non dorme da mesi, anzi, che non ha mai dormito in vita sua;

5) A. esprime intenti suicidi. E li motiva minuziosamente.

“Non posso tornare a casa, non posso tornare a Milano, non posso tornare su Facebook, non posso tornare a lavorare… niente, mi uccido, è più semplice. Come si chiama quel ponte mezzo diroccato…?”

“La Becca?”, dice il Barone.

“Sì. Mi uccido lì”. Poi si rivolge a me: “Ti chiedo solo questo, Sector: scrivi qualcosa di bello su di me, che riabiliti la mia figura di uomo e di sportivo, poi magari lo leggi in chiesa al funerale, tutti piangono e io sarò felice guardandovi da lassù, dove negherò fino all’inverosimile di essermi mai occupato per un solo minuto di calcio”.

“Ma così andrai all’inferno, scusa”, gli dico io cercando di ricondurlo alla ragione.

“L’inferno sarà una passeggiata de’ salute rispetto a questa serata demmerda”, mi dice abbracciandomi e singhiozzando come un bambino. Nella sua poltrona padronale anche il Barona scoppia in lacrime stringendo al petto il gagliardetto del Real, mentre D. e M. si abbracciano sul divano in silenzio.

“Beh, manca mezz’ora”, dice M.

Al che scoppiamo a piangere tutti. Trascorreremo i venticinque minuti successivi tra i singulti, guardando di tanto in tanto la partita. La nostra vita di interisti e di gufi ci scorre davanti. Prendo l’iniziativa.

“Ragazzi, ma cosa abbiamo fatto di così brutto per meritarci tutto questo? Saremo stati cattivi? Avremo (rumore di tuoni) sbagliato?”

Silenzio.

Al 90′ iniziano i preparativi per i minuti peggiori della nostra vita. A. sta scrivendo alcune lettere di addio, il Barone ha la faccia di uno che ha perso un paio d’anni di vita, D. non proferisce parola da mezz’ora e M. si lascia andare allo scoramento:

“Non posso sopportare il tempi supplementari. Tantomeno i rigori. Potrebbe venirmi un infarto”.

Tutti all’unisono ci tocchiamo i coglioni. E mentre abbiamo le mani sugli zebedei seguiamo un pallone crossato dalla destra – cioè, sarà tipo il 93′ – verso un biondino con la maglia del Real e Bruce Lee intervenire da dietro come non ci fosse un domani.

Siamo tutti in piedi, con le mani sulle palle, a osservare l’arbitro che indica il dischetto.

Rigore.

Scene di isterismo, il sala tv come al Bernabeu. E’ meraviglioso. Quando Buffon viene espulso sembra compiersi un disegno immane e clamoroso, tipo entrare in una pizzeria dove ci sono 200 persone tra cui Jennifer Lawrence che a un certo punto si alza, punta il dito verso di te e dice:

“Voglio te, gringo. Rendimi felice”.

Cala il silenzio, in sala tv come al Bernabeu. Cristiano Ronaldo sul dischetto. Tiro.

“GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAL”

Corpi maschili aggrovigliati su un prezioso tappeto Bukhara del Turmenistan, gente che bacia gufi artigianali in marmo di Carrara, che abbraccia televisori, che ulula alla finestra. Il resto è un crescendo, le interviste post-partita sono molto meglio della partita stessa, assistiamo increduli allo sgretolarsi della Juve come categoria del pensiero. Il terrore è già svanito. Si brinda e si mangia alla salute della Juventus, che in Europa non tradisce mai.

I gufi mettono un’altra tacca a un ruolino di marcia fantastico: quante gioie in appena quattro anni di attività, quante gioie. Fuori piove, ci aspetta un lungo viaggio tra buche e pozzanghere, ma i nostri bidoni dell’immondizia già battono forte in attesa della nuova stagione. Sipario.

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Per non dimenticare: Archivio delle gufate

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Dicembre 28, 2017
di settore
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Viva la Rai (tu dimmi da che parte stai)

Grazie a internet ci si mette un minuto: qualche clic e un doveroso incrocio di informazioni ed ecco un raggio di luce illuminare gli oscuri e misteriori motivi per cui Giunone è incazzata con Enea, i pisani odiano i livornesi (e viceversa, ovviamente), The Joker ha un problema con Batman e Selvaggia Lucarelli ce l’ha a morte con Asia Argento (e viceversa, ovviamente).

Ma, di preciso, cos’ha mai fatto l’Inter alla Rai?

Clicco e riclicco e non trovo una cippa. L’Inter, è notorio, non gode di buona televisione. Ormai alle derive di Sky e di Premium ci abbiamo fato il callo e ne abbiamo colto (più o meno) le intime motivazioni, tra aziendalismi assortiti, retropensieri spinti e dna dei commentatori. “Molti nemici molto onore” è uno slogan destro e un po’ sinistro, ma è giusto per rendere l’idea. Lo sappiamo, bòn, nella vita c’è di peggio di qualche prostituto intellettuale e stiamo pur sempre parlando di quattro calci a un pallone. Ma la Coppa Italia 2017/18 ha aperto un nuovo scenario. Tirando in ballo la Rai, di cui ogni tanto dimentichiamo l’esistenza e che con la Coppetta invece si riappropria occasionalmente del palco principale. Sia chiaro, noi mica pretendiamo trattamenti di riguardo (per carità!) o le telecronache tifose (che sono una pagliacciata). Ma…

… di preciso, cosa abbiamo mai fatto alla Rai?

Riavvolgiamo il nastro e torniamo alla sera di Inter-Pordenone, 12 dicembre, ore 20,45. E’ chiaro a tutti che si tratta di un evento simpaticamente anomalo. Una squadra di Lega Pro che non è mai stata in A e nemmeno in B si trova a giocare 1) gli ottavi di Coppa Italia 2) con l’Inter 3) capolista in Serie A 4) a San Siro 5) in diretta 6) in chiaro 7) sulla tv di Stato. Bum! Per chi ama lo sport ci sono tutti gli ingredienti per vivere con un certo pathos la vigilia e guardare con curiosità la partita. Davide contro Golia e quanto ce n’è. Anche il nostro cuore nerazzurro batteva affettuosamente per l’avventura sopra le righe del Pordenone, figurarsi quello dell’Italia non interista. Tutti col Pordenone, chiaro, giusto così. Tutti a gufare: embe’, l’avremmo fatto anche noi per un Juventus-Giana Erminio o per un Milan-Pro Piacenza.

Un po’ meno scontato, piuttosto, che anche la Rai, col passare dei minuti, si trasformi in una specie di Tele Pordenone, schierandosi senza alcun pudore giornalistico, etico, umano, professionale e  concettuale per Davide e gufando apertamente contro Golia, augurandosi ogni cinque minuti che la partita potesse andare in un certo modo, uno solo, quello più sorprendente, più clamoroso, più apocalittico, più fantasy, più orgasmoso, che al confronto il Leicester è ‘na stronzata. Durante i rigori, al match point del Pordenone sembra di stare a Berlino nel 2006. E alla fine la delusione è palpabile quando lo spietato Nagatomo mette il duemillesimo penalty: lo staff Rai è stravolto come i quattromila pordenonesi sul terzo anello blu. Minchia, è passata l’Inter, che barba, che noia, che sfiga.

Resta il dubbio: atmosfera fastidiosa, occhei, ma come non comprendere che nella specialità del momento un uomo di sport possa nutrire una naturale simpatia per il Pordenone, per quanto essa ti sfugga tamquam dal gargarozzo e sgorghi dei microfoni copiosa come l’effetto del morbo di Montezuma? Assolti per insufficienza di prove.

Il 27 dicembre, in diretta tv in chiaro su Rai1, va in scena Milan-Inter. L’Inter nel breve volgere di 15 giorni è caduta in disgrazia e arriva in pullman con gli avvoltoi sopra, ma il Milan (una squadra barzelletta in crisi epocale) è messo molto peggio. Quindi, secondo l’algoritmo Rai, al contenuto già accattivamente della partita (no, dico: il 27 dicembre al posto della replica di “Tutti insieme appassionatamente” hai in prima serata un derby dentro-fuori di Coppa Italia. Sciambola!) bisogna aggiungere un carico artificiosamente emozionale, per fare finta che la partita interessi davvero a questa accozzaglia di non-milanesi e per creare un ambiente del genere “calcio emozionante tipo (metti un Paese a caso) e non come la nostra sbobba che però vi edulcoriamo perchè pagate il canone e noi vi vogliamo ravvivare la serata”. Ergo: va in campo una squadra disperata, con un allenatore disperato, con un pubblico disperato ad affollare gli spalti mentre piove e tira vento. Sosteniamola, no?

Telecronisti e commentatori, allo stadio e nello studio, vengono rapidamente settati sulla modalità “raccontiamo una partita di merda apprezzandone lo spirito agonistico e sottolineando in ogni occasione gli sforzi della più debole e le mancanze della più forte che magari perde e quindi yeah!”.

Non è colpa della Rai se quel mollaccione di Joao Mario ha centrato a porta vuota il corpo morto di uno dei fratelli Donnarumma invece di sfondare la rete col pallone, nè se Skriniar ha azzoppato Kalinic (che non avrebbe segnato mai) facendo entrare Cutrone (che ha segnato), nè se l’Inter da quattro partite fa sostanzialmente cagare per una serie di motivi che qui non è il caso di ripetere. Ma 120 minuti di tifo mascherato sono fastidiosi per quei poveri milioni di interisti già prostrati da Brozovic eccetera eccetera.

Il dopopartita non è stato meglio della partita. L’arrivo al microfono di Gattuso (di Gattuso!) viene salutato con salamelecchi che a Pyongyang si sognano. Poco prima, dal terreno di gioco, Thomas Villa congedava Cutrone dopo l’intervista con “ora vai a fare la doccia sennò prendi freddo”. Al che ha iniziato a scendermi sangue dal naso e, arginando l’epistassi e senza più chiedermi che cosa avesse mai fatto l’Inter alla Rai (a quel punto avevo anche i miei cazzi), ho girato su Boing.

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Giugno 9, 2017
di settore
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Il G7 del Gufo Real(e)

“Tutti a casa mia il 3 giugno, tenetevi pronti. Prendete le ferie. Nel caso, licenziatevi. Avvertite già ora mogli e fidanzate. Nel caso, lasciatele. Non si accettano scuse”.

La convocazione per la gufata delle gufate, in vista del possibile Triplete della gufata estrema (dopo Juve-Benfica, 2014, eliminazione in semifinale di Europa League con finale prevista a Torino, e Juve-Barcellona, finale Champions League, Berlino 2015, cui si aggiunge come gufata interlocutoria la magica notte dei supplementari col Bayern), era stata fatta in netto anticipo, praticamente al pranzo natalizio del Clan dell’Asado 2.0, quando dopo i sorteggi degli ottavi era ormai chiaro a tutti che la Juve culattona sarebbe andata in finale senza colpo ferire. Nel frattempo si erano via via dissolte le speranze che qualcosa o qualcuno complicasse il campionato dei gobbi, così come erano durate una decina di minuti – confermando la tesi della sostanziale inutilità intrinseca delle squadre romane – le speranze che la Lazio li inculasse in Coppa Italia, vanificando almeno il Triplete.

Per cui, quasi sei mesi dopo quella convocazione fatta un po’ così, confidando intimamente che potesse non servire, il 3 giugno 2017 sei interisti coi i nervi a pezzi da altrettante diverse località della Lombardia prendono la via della casa del Barone, a cui si uniscono alla spicciolata formando una inedita formazione a sette.

“Siamo il G7 della gufata”

dice il padrone di casa fingendo ottimismo durante una frugale apericena, durante la quale i sette gufi in realtà già si ammazzano di scaramanzie.

“Scusa, due anni fa quante fette di salame avevi mangiato?”

“Otto o nove. Solo che adesso ho 349 di colesterolo e quindi preferirei…”

“Ma ti sembra il caso di formalizzarti per minchiate del genere? Qui si fa lo Storia o si muore”

“Giusto”, dice il gufo deglutendo una fetta di salame intera.

Il Barone intanto ci mostra con l’entusiasmo di un bambino perfettamente pettinato l’armamentario acquistato il giorno prima a Grazzano Visconti (Pc) al celeberrimo Festival dei Gufi, probabilmente accendendo in loco un mutuo Findomestic:

  • numero indefinito di birre artigianali 33 cl con gufo nell’etichetta
  • sottobicchieri per predette birre con il motto “bevi come un gufo”
  • decalcomanie di gufi appollaiati per l’auto
  • pigiama in seta con gufo cucito sulla patta
  • gufo artigianale scolpito in marmo di Carrara e dipinto a mano del peso di 70 kg

Il detto statuario gufo viene posizionato di fianco al televisore, a sua volta posizionato in terrazzo con emiciclo di sedie e divanetti a simulare la curva di uno stadio.

Verso le 20.15 il padrone di casa si presenta con sette birre e convoca tutti davanti al televisore per il rito della gufata. Al suono dell’inno del Madrid, uniamo al cielo le sette birre cantando in spagnolo:

“Madrid Madrid Madrid
¡Hala madrid!
Y nada más
Y nada más
¡Hala madrid!”

Un vicino di casa chiama i carabinieri, senza successo. Uno dei gufi, con le lacrime per la commozione, fa notare:

“La birra è un po’ calda”

“Riportiamola in frigo”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Sete! Le birre!”

“Vamonos!”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Eccole!”

“Ancora un po’ caldine!”

“Riportiamole in frigo!”

La scena si ripete sei volte in dieci minuti, dopo i quali due gufi avvertono i primi classici sintomi dell’infarto al miocardio. Alle 20.40 finalmente beviamo.

“Avete notato?”, faccio io per stemperare la tensione mentre a Cardiff organizzano una specie di Festivalbar prepartita.

“No”, fanno gli altri sei, di cui uno ruttando.

“Il ramo artigianale su cui è appollaiato il gufo artigianale”, dico io.

“Eh”, fanno gli altri sei macerati dalla tensione mentre cercano di leggere le formazioni.

“Guardate bene. E’ un evidente simbolo fallico”, dico io.

“Uh”, fanno gli altri sei.

“Cioè, è un cazzo! Capite? Cazzo. C-A-Z-Z-O”

“Cazzo dici?” mi fa uno dei sei.

“Non capite un cazzo”, faccio io.

“Che cazzo dovremmo capire, cazzo?”, fa un altro, in un’ormai insopportabile loop della parola cazzo.

“Ma è un evidente messaggio subliminale, dai! Tipo quelli che inseriscono nei film della Disney tra un fotogramma e l’altro, massì, non sapete proprio niente… oppure simboli fallici manifesti, dai, tipo la rupe del Re Leone che se la guardi bene è un enorme cazzo e le mamme al cinema si eccitano ed escono dalla sala e comperano il triplo dei pop corn che avrebbero voluto e…”

“Ora però basta, cazzo! Sta iniziando”, dice uno degli altri sei

“Cazzo, inizia! Cazzo!”, conferma un altro

“Ecco – dico io – vedete che il cazzo vi ha già suggestionato e…”

“Basta con quelle scritte in sovrimpressione, basta, BASTA!”. A., in piena trance agononistica, se la prende con Mediaset Premium: la partita è iniziata da soli 10 secondi e il clima è insopportabile. In più, nei primi minuti la Juve se la prende con il Real e sul terrazzo cala un preoccupato silenzio.

“E’ finita, è finita, argh!” fa uno dei gufi già in crisi nervosa, valutando il posto migliore del terrazzo da cui buttarsi senza speranza di sopravvivere. Il disfattismo sta ormai calando di brutto sull’intero terrazzo quando Cristiano Ronaldo la mette.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

Sette gufi si abbracciano come bambini dell’asilo, però pesanti tipo 80 chili. Infatti io avverto una fitta all’emitorace sinistro, dove sento distintamente sbriciolarsi quattro costole, forse cinque.

Al che mi rivolgo al Barone: “Ti spiace se chiamo il 118? Non è tanto per le costole, ma vorrei essere sicuro che non ci siano perforazioni al polmone”

“No, non è previsto dal protocollo. Puoi chiamare solo dopo le 23”.

Nel mentre Mandzukic, con una rovesciata a caso, pareggia.

“Argh! E’ finita!”, piagnucola uno del G7 prefigurandosi una vita di stenti dall’indomani. Una leggera brezza spira intanto a fasi alterne nella serata oltrepadana, facendo oscillare la temperatura sul terrazzo tra i 27 e i 5 gradi. Dopo essersi tolto e rimesso la felpa per 17 volte, un gufo della tribuna laterale decide di seguire il resto della partita a torso nudo. Dopo tre minuti chiede però al padrone di casa:

“Ho un principio di assideramento e una prostatite di quarto grado. Posso andare a mingere con urgenza nel tuo bagno?”

“Solo nell’intervallo”.

“Ma mancano 20 minuti”.

“Non mi cagare il cazzo e siediti”.

La tensione si taglia con il coltello e si stempera sono nel’intervallo, quando tre o quattro gufi svuotano la vescica e altri la riempiono con una nuova birretta gufa. Le cose peraltro nella ripresa si mettono progressivamente meglio.

“Gaaaaaaaaa”

“Casemirooooo!”

“L’hanno deviataaaaaa!”

“Meglio ancoraaaaaa!”

La gufata continua in un crescendo rossiniano. Al quarto gol, stremati, esultiamo con misura. Siamo pervasi da una tranquillità innaturale che cerchiamo di trascinare fino al 90′.

“Giuro, non avrei mai detto che…”

“Cazzo, stai zitto! Non è finita! Cazzo!”

“Ma mancano due minuti e sono sotto di tre gol e…”

“Si gufa fino al triplice fischio, sant’iddio”.

Al triplice fischio, diligentemente, parte la festa. Arrivano altri gufi in pellegrinaggio da paesi limitrofi. Il terazzo di trasforma in una Terrazza Martini dalla gufata galattica. Spumante a fiumi, torte, abbracci, baci, inni alla gioia. Si torna gradatamente alla normalità. Si va a pisciare senza chiedere permesso, si parla anche d’altro.

A. batte una forchettina di plastica su un bicchiere di cristallo di Boemia del 1700.

“No, volevo dirvi che per strada un giorno ho visto Laura Barriales”.

” E quindi?”

“No, è una figa esagerata. Niente, tutto qua”.

E si mette a piangere in un angolo del terrazzo mentre noi bridiamo al Real, all’Uefa e alla prossima stagione che speriamo ricca di tante soddisfazioni.

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