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Ottobre 31, 2021
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Piccole missioni crescono

A metà tra la partita che avrebbe potuto significare qualcosa e invece no – Inter-Juve – e una doppietta di trasferte in cui la settimana prossima ci giocheremo molto, moltissimo, forse tutto – Sheriff e Milan – avevamo due partite da vincere, punto, e l’abbiamo fatto abbastanza serenamente. Che l’impresa non fosse proprio priva di insidie ce lo dimostrano i nostri amiconi della Juve, che avevano due partite “facili” come le nostre e le hanno perse entrambe, sprofondando in una crisi di risultati e di autostima che Maifredi a confronto era Kim Jong-un.

Contro l’Empoli (che è a pari alla Juve, per dire) e l’Udinese abbiamo giocato due match non banali, creando circa duemila palle gol e soprattutto non prendendone nessuno. Zero gol subiti per due partite di seguito, dopo che nelle precedenti 11 ci era successo 10 volte. D’accordo, non giocavamo contro Haaland e Lewandowski, ma è un piccolo traguardo che va celebrato.

Era dalla metà di settembre che non si vincevano due partite di fila. In più arrivavamo da un pessimo parziale di 5 punti nelle ultime 4, cioè tipo la Juve, cioè una merda. Se ne poteva uscire solo facendo sei punti in due partite e l’abbiamo fatto. Niente di epico, per carità, ma darsi una missione e portarla a termine crea fiducia. E noi di quella abbiamo bisogno.

Davanti a noi si stagliano, a dire la verità, non una ma due doppiette. Prima, Sheriff più Milan (entrambe in trasferta). Poi, Napoli più Shakhtar (entrambe in casa). In mezzo, la pausa per le nazionali con tutto ciò che ne consegue in termini di stanchezza, stress e noia (la nostra). Il mese di novembre se ne andrà via così, in attesa di altre due doppiette, prima morbide (Venezia più Spezia) e poi micidiali (Roma e Real, entrambe in trasferta). E forse proprio dopo la partita col Real, la sera di Sant’Ambrogio, avremo un’idea precisa di cosa saremo e dove andremo. Prima, bisogna solo cercare di andare dritti al punto. Cioè non fare come la Juve.

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Ottobre 25, 2021
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E’ proprio da questi particolari

Se l’Inter all’89’ non avesse preso il gol di Rodrygo a causa di un abbiocco generale, la classifica del girone sarebbe Sheriff 6, Inter 5, Real Madrid 4, Shakhtar 1: oh, niente di che, ma saremmo un pochino meno angosciati e l’onere di dover rincorrere la qualificazione spetterebbe ai galactios, mica a noi.

Se l’Inter all’89’ non avesse preso il gol su rigore di Dybala a causa di una prevaricazione indebita dall’addetto al Var, la classifica della serie A sarebbe Napoli e Milan 25, Inter 20, Juventus 14: oh, niente di che, ma saremmo un pochino meno lontani dalla vetta e avremmo tenuto la Juve qualche piano più in giù, oltre ad avere dato un segnale importante a noi stessi e al campionato: la Juve è ‘sta robaccia qui, ok, va bene, ma l’abbiamo battuta e siamo belli contenti.

E invece no. Campionato e Champions alla fine si risolvono anche su piccoli particolari come questi, tipo partite buttare nel cesso a un minuto dalla fine per motivi più o meno dipendenti dalla nostra volontà. Nel caso di Inter-Juve, la nostra volontà c’entra poco nello specifico minuto 89, ma c’entra un pochino di più negli 88 precedenti, trascorsi a non-chiudere una partita tenuta quasi costantemente sotto controllo, un’Inter-Juve che stavamo vincendo tranquilli grazie a un unico tiro, con Szczęsny che ha riconsegnato intonsa la divisa al magazziniere facendo risparmiare due euro di tintoria alla Exor.

Questa storia dei particolari inquieta un pochino. Solo questione di dettagli? Con un po’ di culo saremmo messi meglio? E’ tutta un’impressione, aspettiamo che la ruota giri? Oppure siamo quelli che fanno trenta (tipo dare buona impressione di sè per 88 minuti) e mai trentuno? Niente di che, niente di che… però, come recita la saggezza popolare, cento niente ammazzano ‘o ciuccio. E noi, ecco, un po’ ciucci lo siamo.

La settimana prossima ci giochiamo Champions (in Transninrsrininstistria, guarda te cosa ci doveva capitare) e campionato (derby) e questa settimana abbiamo due partite (Empoli e Udinese) da vincere per arrivarci di buon umore. Che forse ci manca un po’. Come lo saremmo stati battendo i gobbi con un tiro. E invece siamo qui con il broncio, l’Aia, la Cia, il complotto plutocratico eccetera.

A me questa Inter fa una strana impressione: non è brutta, non è debole, non è noiosa, non è scontata, non è inferiore a nessuno. E quindi cos’é. Boh. Cerchi di definirla andando per esclusione, più che cercando un aggettivo che ancora non c’è. L’Inter deve darsi un’identità precisa, tocca al suo allenatore (ancora troppo creativo con i cambi) e a ciascuno dei suoi giocatori (il tasso di cinismo è da alzare con urgenza). Altrimenti un’Inter che vince una partita sì e una no, non batte la squadre del suo livello e si mantiene costantemente in bilico tra il paradiso e l’apocalisse potrà essere solo eterea. Non benissimo, e neanche bene.

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Ottobre 25, 2021
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La enculada

La enculada (dallo spagnolo encular, ricevere prima o poi una fregatura) è sempre da mettere in conto con la Juve, se non si vuole essere etichettati come fottutissimi ingenui. La enculada è sempre in agguato per motivi tecnici o extra tecnici, tattici o extra tattici, etnici o extra etnici, ambientali o extra ambientali: bisogna vigilare fino all’ultimo secondo di gioco – sempre che la partita non si sia già messa di riff o di raffa sulla strada per Torino – perchè una regola non c’è, e nemmeno una extraterritorialità o una moratoria: la enculada è sempre in agguato dal primo al novantesimo più recupero, e diventa tanto più possibile – a volte, probabile – tanto più ci si avvicina alla fine della partita e i giochi sono ancora aperti. Ci sono due condizioni notorie e ineluttabili: 1) la Juve non è mai morta; 2) nel caso, c’è sempre un modo per resuscitarla.

Quello di Denzel Dumfries era fallo? Tecnicamente, sì. Quello di Denzel Dumfries era una fallo da Var? Tecnicamente no (quindi, rileggetevi il punto 2 e fatevene una ragione, anime candide). Fatto sta che vincevamo e invece abbiamo pareggiato. Bleah.

Se la differenza l’ha fatta un fallo che poteva benissimo non essere rilevato (l’arbitro non aveva fischiato, probabilmente perchè non l’aveva ritenuto tale. Cioè, parliamone), credo sia più produttivo parlare anche di quello che manca a questa Inter, a prescidere da questa ennesima enculada. Ai suoi problemi strutturali, ora che – dopo un quarto di campionato e metà del gironcino di Champions – si comincia a essere assistiti da una solida base statistica.

Su 12 partite, ne abbiamo vinte solo 6, che è un bottino dignitoso ma non esattamente da schiacciasassi. Solo due volte su 12 non abbiamo subito gol (due come le volte in cui non ne abbiamo segnati noi). In queste 12 partite, forse l’unica mezza impresa è stata andare a vincere a Firenze (tenendo conto della storica difficoltà del campo e del buon momento dei viola). Per il resto, in 4 partite contro pari grado (o superiori) abbiamo fatto 2 punti (perso con Real e Lazio, pareggiato con Atalanta e Juve). Potremmo aggiungerci anche la trasferta con lo Shakhtar, in quanto partita importante, e il ruolino non migliorerebbe: 5 partite, 3 punti.

Ecco, al netto dell’incazzatura di subire un rigore all’89’ con la Juve (stesso minuto del gol preso dal Real: sarà un caso?), sarebbe forse meglio preoccuparsi per il profilo di una squadra che – allo stato attuale – è perfettamente rappresentata dalle sue classifiche: in alto ma già lontana dalla vetta in campionato, totalmente in bilico (more solito) in Champions. Una squadra che non dura 90 minuti, quasi mai, se non quelle volte in cui si diverte a prendere a pallonate l’avversario scarso. Una squadra forte con i deboli e deboluccia con i forti: non perchè sia inferiore, ma perchè a un certo punto si perde. Con la Juve (come col Real) ha avuto la partita in mano a lungo, ma non abbastanza.

Il fallo di Dumfries è piuttosto simbolico di questa nuova Inter. Là dove c’era Hakimi oggi sgroppa sulla fascia un simpatico incrocio tra Daley Thompson, Chuck Norris e il mitico Villa, e la differenza a volte la puoi dover scontare. Ci stiamo cercando di autoconvincere che siamo più o meno come quelli dello scorso anno – ci sono stati giorni in cui il mantra era “anzi, siamo più forti!” – ma è con la personalità che abbiamo fatto un notevole passo indietro. E lì c’è da lavorare parecchio, se vogliamo difendere davvero quella coccardina cucita sulla nostra vezzosa divisa pitonata.

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Ottobre 16, 2021
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SetTorino (scusate, mi ero dimenticato di tirarmela un po’)

Il mio nuovo libro* io non l’ho ancora nè visto nè toccato nè annusato, e in realtà uscirebbe il 22 ottobre, ma è già al Salone di Torino e tipo domenica mattina, cioè domani insomma, dovrò andare là per vederlo, toccarlo e annusarlo (ammesso che quelli dello stand della Hoepli non chiamino la security) (cioè, nessuna polemica, lo farei anch’io se uno che non ho mai visto prima annusasse i miei libri).

* Il libro si chiama “1908 Fc Inter – Le storie” (Hoepli) e l’abbiamo scritto in cinque, ma qui me la tiro solo io per pura compensazione. Se lo cercate in rete e negli store on line il mio nome non compare, perchè sono il quinto in ordine alfabetico e nel campo autori a seconda dei siti vengono caricati solo due, tre o quattro autori al massimo, e il quinto svapora nell’etere. Cioè, se mi fossi chiamato Aorti o Borti sarei stato il primo. Oppure se mi fossi chiamato Corti, Dorti o Eorti sarei il secondo. Oppure se mi fossi chiamato Forti o Gorti sarei il terzo. Invece mi chiamo Torti e amen. A scuola ho avuto qualche beneficio (quando interrogavano in ordine alfabetico, a parte quei prof creativi che partivano dall’ultimo), in letteratura debbo dire che è un problema. Comunque la copertina certifica la mia presenza, ancorchè nel secondo anello. E’ un bel libro di 500 e passa pagine, il testo supera abbondantemente il milione di battute, e 300mila sono mie.

Le foto sono state scattate a Torino, giuro.

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