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Febbraio 21, 2021
di settore
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Irrilevanti un cazzo

Se mi trovate un periodo più strano nell’intera storia dell’Inter, beh, mandatemi una mail e documentatemelo, carte alla mano. Astenersi perditempo. Le cose si susseguono e si accavallano di brutto mentre noi stiamo seduti sui nostri divani tipo ottovolante di Gardaland, attaccati ai braccioli mentre ne vediamo di cotte e di crude, urliamo di sconcerto e poi di gioia, discese ardite e risalite, stomaci in gola e rutti liberi, Sole 24 Ore e Gazza, gnaooooooooooom, e via verso la prossima emozione. Che alla fine ti verrebbe da dire “vabbe’, esco a fare quattro passi nudo sul cornicione”, cose così, ma poi ti viene in mente che c’è la pandemia e il coprifuoco e allora ti rimetti sul divano e ti addormenti di botto, stravolto.

Due giorni fa il nostro maggiore azionista, che sta ad alcuni fusi orari di distanza, ci ha fatto sapere così, con quelle frasi delicatamente indirette, che
noi dobbiamo concentrarci sul campo di battaglia principale, lavorare in sottrazione. Ci concentreremo sul commercio al dettaglio, e quindi chiuderemo e taglieremo le nostre attività irrilevanti in favore del commercio al dettaglio senza esitazioni“. Il noi è riferito a Suning, cioè loro. Le attività irrilevanti invece siamo noi, noi dell’Inter, la società, i giuocatori, i tifosotti tutti, qualche milionata di persone sull’ottovolante, gnaoooooooooooom, siamo in vendita, siamo primi in classifica, gnaoooooooooooom, ho voglia di vomitare, no aspetta un attimo che mi macchi il giubbotto, gnaooooooooom.

L’attività irrilevante, nel giro degli ultimi 34 giorni, ha vinto tre scontri diretti di fila in campionato, Juve-Lazio-Milan, una cosa che non capitava da anni, così, a naso, direi dieci o undici almeno. Gli scontri diretti che erano il nostro tormento infinito, la cartina di tornasole della nostra inadeguatezza, la tranvata ogni volta che ti illudevi un pochino. E invece toh, guarda che filotto. E ora che non siamo più sempre inadeguati, che beffa, siamo diventati irrilevanti.

Ma c’è un’altra dichiarazione, al pari di quella di Zhang senior, che mi piace ricordare mentre siamo qui a dominare princìpi di erezione dopo il derby. E’ il 23 dicembre, antivigilia di Natale. Già si era tutti con le palle girate per la zona rossa incombente e per la Champions appena andata a puttane, una depressione pandemico-nerazzurra che ci faceva quasi dimenticare che, battendo il Verona, avevamo appena vinto la settima di fila in campionato. Per la serie “mai una gioia” Marotta, nel prepartita, cantava il de profundis a Christian Eriksen, un giocatorino mica da ridere (no, per dire, 450 presenze e 100 gol tra Ajax e Tottenhem, più 103 in nazionale, insomma, ne abbiamo visti di peggio) (alcune centinaia, a spanne) che Conte mandava in campo fisso al 92esimo, manco fosse il cugino di Pinamonti. “Ci sono i giocatori nella lista dei trasferibili, vogliono giocare di più e cercheremo di accontentarli, li lasceremo partire per poi sostituirli. Eriksen è fra questi, ha avuto difficoltà di inserimento, non è funzionale, è un dato oggettivo. È giusto dargli la possibilità di avere più spazio altrove”.

Non funzionale. Irrilevanti. Quel delicato gergo da riunione su Zoom tra proprietario, amministratore delegato e capo del personale. Frasi che rimbalzano incontrollate fra le tre dimensioni dell’Inter – l’aziendal-cinese, la sportivo-milanese e la reality-fattuale – e a seconda dei casi svaporano, perdono consistenza o la prendono di brutto, davanti ai nostri occhi impanicati, gnaooooooooom, che non sai se sognare il diciannovesimo o immaginarti con le pezze al culo in coda alla Caritas del calcio.

Rimanendo ai dati più oggettivi: siamo contemporaneamente in vendita, irrilevanti di fronte all’attività di commercio al dettaglio, e primi in classifica in serie A con quattro punti sulla seconda, a 15 giornate dalla fine di un campionato che se me ne trovate uno più strano – l’ho già detto? Gnaaaaaaaaaaaom! – contattatemi in pvt. Quanto reggerà questa situazione? Io non lo so, non lo sa nessuno. Ma quando vedo i miei giocatori – cioè, sono di Zhang, ma per me sono rilevanti, tanto rilevanti, mica come per lui – che dopo un gol si abbracciano tutti a crocchi piramidali, quelli in campo e quelli in panchina, Conte e Oriali, il masseur e Padelli, Lukaku che esulta in italiano, ecco, queste cose qui, a me si apre il cuore, mi viene da abbracciare e leccare il televisore e mi spingo a pensare che questa accolita di giovani milionari sappia ancora distinguere il gusto dell’impresa dall’incertezza di qualche stipendio. Sappia ancora distinguere tra la possibilità di scrivere un capitolo nel libro della storia dell’Inter e l’eventualità remota ma non scartabile che quel libro magari lo portino presto in tribunale.

I tre scontri diretti vinti in un mese sono state tre partite di grande consapevolezza e di fredda determinazione, due cosette che ci mancavano da un decennio virgola qualcosa. Ora che arriveranno partite meno fascinose bisognerà tenere la barra dritta e pedalare: già il fatto di poter dire che “il campionato si vince con le piccole” è la spia di un enorme upgrade che tra i saliscendi stagionali – gnaooooooooooom! – abbiamo costruito e messo in saccoccia.

Sarebbe facile parlare oggi di Lukaku, Lautaro e Barella. Ma forse, per un senso di giustizia divina o laica che sia, bisogna prima compensare qualche insulto e qualche sospiro di sfinimento. Handa in 52 secondi ha fatto più parate decisive che nelle 52 settimane precedenti. I due più fuori dai progetti – Eriksen e Perisic, alzi la mano chi non lo ha insultato a sangue negli ultimi due mesi (alzo la mano) – sono rientrati dalla porta principale. E ricordando le tante sòle viste a San Siro ma anche l’Eto’o terzino del Triplete, mi piace pensare che Conte, Eriksen e Perisic si siano finalmente venuti incontro. Ci hanno messo un po’ ma ce l’hanno fatta. Conte rassegnato a pensare che uno come Eriksen (già descritto sopra) e uno come Perisic (che ha giocato da titolare l’ultima finale mondiale e l’ultima finale di Champions) forse è meglio farli giocare e tenere in panca qualcun altro. Eriksen e Perisic rassegnati a non giocare magari esattamente nel posto preferito, ma disposti a riprendersi una dimensione importante, a sorridere e sudare con gli altri invece che a riscaldarsi con la pettorina o a isolarsi sulla fascia.

Siamo sull’ottovolante a mille all’ora, anche noi tifosotti dobbiamo rassegnarci a non dare nulla per scontato e ad aspettarci ancora tutto – gnaooooooom! – e il contrario di tutto. Da Inter-Juve a oggi, in campionato, 14 gol fatti e uno subito. Lukaku che esulta in italiano. Eriksen che ride. Handanovic che ricorda Spalletti. Perisic che gioca per noi. Lautaro che pare Bonimba. Caro Zhang, ségnatelo: irrilevanti un cazzo.

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