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Agosto 22, 2020
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Ricominciamo (‘nata vota)

Non era un sogno irraggiungibile. Era un obiettivo raggiungibile, da giocarsi ad armi pari con un avversario tosto. Considerazione che paro paro valeva anche per il Siviglia. E infatti alla fine ha deciso un piede mosso d’istinto, epilogo randomico di una partita spigolosa e non necessariamente bella come lo sono molte finali. Se Lukaku avesse messo il 3-2 in contropiede avremmo urlato a sfinimento e saremmo qui a fare festa senza pensare troppo all’estetica, anzi, forse saremmo ancora sul balcone con le birre e i tricche tracche. Invece Romelu – nella serata in cui eguaglia Ronaldo e allunga il suo record di gol in Europa League – fa il re Mida al contrario e decide (per il Siviglia) l’ultima partita stagionale, quella che ci avrebbe consentito di spolverare la bacheca dopo nove stagioni. Niente, ci sarà qualcosa di simbolico anche in questo: l’Uomo dell’anno diventa per un quarto d’ora un disastro ambulante. Ma ti possiamo solo dire grazie, Romelu, nient’altro.

Il Siviglia vince la sua sesta coppa in sei finali nell’arco di 14 anni, specialista Uefa/Europa League per eccellenza, e forse anche questo ha contato. Non si sono mai persi (noi sì), hanno gestito l’ansia e il nervosismo (noi meno): anche senza strafare potevamo vincere 5-4, abbiamo perso 3-2. E’ il calcio, la palla è rotonda, a volte una rovesciata alla cazzo ti finisce su un piede e vaffanculo.

Si potrebbe rimuginare per ore sulla partita, non fosse che Conte davanti ai microfoni si è lasciato andare alla seconda sparata contro la società nel giro di 20 giorni, stavolta andando anche oltre nei toni drammatici e nei temi. Ha parlato al passato, ha ringraziato, ha detto cose inequivocabili. Ha buttato lì tre o quattro questioni misteriose, qualche frase enigmatica ma inquietante (la famiglia, la famiglia!), e poi tanti saluti. La finale persa con il Siviglia è passata in archivio nel giro di un’ora. Potevamo fare ragionamenti sul giudizio definitivo da dare alla stagione, potevamo organizzarci mentalmente a ripartire da lì, da una finale persa ma pur sempre finale, aria che non respiravamo da un tot. E invece bòn, forse siamo già senza allenatore.

Conte ha aspettato di finire il campionato per fare la prima sparata, e poi di finire la coppa per fare la seconda, probabilmente anche se l’avessimo vinta. Saranno contenti gli anti-contiani e quelli che consideravano una sfregio avere assunto un ex gobbo. A me, in questo momento, deprime un po’ l’idea di dover ricominciare un’altra volta daccapo, o quasi. Al netto di questioni filosofico-sportive generali che rispetto ma non del tutto condivido, e al netto di un suo talebanismo professionale a volte dannoso, a Conte riconosco il merito di averci riportato a un livello decoroso: secondi in campionato e finalisti di Europa League, due cose che non lasceranno traccia negli albi d’oro ma che ci hanno riportato a calcisticamente a galla dopo anni di sprofondo. Adesso, dunque, si ricomincia? A che prezzo? E con chi?

Indietro non si torna, mi veniva da dire fino a un’ora fa. Secondi in campionato, finalisti in Europa League, semifinalisti in Coppa Italia: in mano non ci resta niente ma è una base importante. Adesso torna tutto in discussione. Tra pochi giorni si ricomincia, non c’è la solita estate di mezzo per rimettere insieme i cocci. Vado a dormire amareggiato per la coppa e preoccupato per il futuro. Ci credevo, sentivo che ci avremmo provato seriamente, la sentivo già mia. Sognavo Messi che comprava casa anche a Pavia, così, per starsene un po’ fuori dai coglioni. Neanche una nutria ai piedi del letto mi distrarrà dal fissare il soffitto nella penombra alla ricerca di un’illuminazione e di un perchè. Forza Inter (sospiro).

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Agosto 18, 2020
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Fino alla finale

In due mesi un concentrato di emozioni – le più diverse – che si solito sono contenute in una stagione intera. Il calcio del dopo lockdown è stato questo: irreale e poi quasi normale, avendo fatto il callo all’assenza di pubblico. Incredibile – nel senso di non credibile – e poi incredibile, in quel senso lì. Un tutto, persino troppo, dopo il vuoto assoluto. Due mesi che sembrano due anni, ma sono inconfutabilmente due mesi, 60 giorni, una manciata di settimane.

Due mesi e quattro giorni fa giocavamo un’altra semifinale, quasi impossibile, e mi ricordo – visto che poi l’impresa si era rivelata assolutamente possibile – l’incazzatura per avere rinunciato così a una finale di Coppa Italia contro la Juve, visto che di finali non ne giocavamo da 9 anni. Un mese e mezzo fa ero in Toscana sul cocuzzolo di un colle e mi sputtanavo metà dei giga mensili per vedere Inter-Bologna sul telefonino, in un climax al contrario che mi ha portato ad un passo dal lanciare il Samsung in un altoforno e dal disdire Dazn e lo stesso contratto telefonico fino alla settima generazione, per poi sparire e cibarmi di bacche. Meno di un mese fa giocavamo con la Fiorentina la partita della resa definitiva in campionato, uno 0-0 che – non accadde, ma solo per un eccesso di relax – consegnava lo scudo alla Juve con quattro giornate di anticipo, con la lista degli sprechi che ci faceva roteare gli zebedei a mille.

Proprio con la Fiorentina – alzi la mano chi ci avrebbe giocato 5 euro alla Snai – finiva un’Inter e ne iniziava un’altra. Era il 22 luglio. Del 2020, sì. Non sembra passato un pezzo? Vabbe’, quella sera di 27 giorni fa abbiamo spento la tv e ci siamo coricati guardando il soffitto e pensando che, per il terzo campionato di fila, saremmo probabilmente arrivati quarti. E invece tre vittorie di fila in campionato, secondo posto, miglior risultato dal 2011. E poi tre vittorie di fila in Europa League, finalissima. Non è meraviglioso?

Nelle 10 partite post Bologna (8 vinte e due pareggiate) mettici in mezzo la qualunque – partite ottime, partite discrete e partite demmerda -, compreso un clamoroso sfogo di Antonio Conte le cui conseguenze non sono ancora del tutto definite. Sta di fatto che, tirando le somme, la nostra stagione si protrarrà fino al 21 agosto (quasi un anno da quando era iniziata, Inter-Lecce 4-0, 26 agosto 2019) per giocarci una finale (non capitava da nove anni) europea (non capitava dal 2010, dal Triplete).

Ogni altra considerazione, prospettiva, previsione ecc. ecc. sarebbe in questo momento del tutto fuori luogo. E dire quanto siamo stati bravi buoni e belli contro il Botafogo Donetz potrebbe essere un onanismo a perdere. Fermiamoci qua e ricarichiamo per l’ultima volta le pile. A definire la stagione dell’Inter manca ancora una partita, e i bilanci si tireranno solo venerdì notte. Resta solo da fare una cosa: ringraziare i ragazzi per avere protratto le nostre emozioni fino al penultimo giorno disponibile e avvertire Christopher Nolan che questo tempo denso e compresso della stagione Covid meriterebbe una sceneggiatura delle sue.

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Agosto 11, 2020
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‘o Gufo e ‘o Lione

Nella settima stagione di onorata attività, ai Gufi è toccata un’esperienza nuova: la gufata d’agosto. Aduso a esperienze invernali, primaverili e tardo primaverili, con qualche raro e stravolgente sconfinamento a giugno, il manipolo di coraggiosi antijuventini si è così dato appuntamento nella prestigiosa location baronale con un dress code del tutto inedito: viveri, bermuda e ascella pezzata. Del resto l’impresa che aspettava gli intrepidi controtifatori era tra le più ardue: sopportare una temperatura di 92 gradi Fahrenheit e sostenere appassionatamente il Lione (settimo nel campionato francese, cioè una chiavica) contro la Ronalda, squadra in maglia bianconera composta da un allenatore a caso e dieci giocatori a caso, più Lui, l’Uomo che salta più in alto di Fosbury.

Le premesse non erano delle migliori. Del gruppo di soci fondatori, reduce dalla stepitosa serata del 2019 con l’Ajax, bruciava la prima storica rinuncia di Er Monezza, in vacanza nei mari del Sud. Così come il nostro cappellano, er Pagnolada, ci mandava una cartolina da una località lontana confidando nella nostra comprensione e assicurando la sua intercessione con l’Altissimo.

Rispondevano invece alla chiama del ct Er Pomata gli altri componenti del Bilderberg della gufata: Er Condominio, Er Quadricipite e il qui presente Er Blogghe. All’appuntamento si aggiungevano via via alcune vecchie conoscenze: i fratelli M., i Dalton dell’interismo, giunti dal Piacentino, e lo Scudiero der Condominio, giunto dal Comasco dopo lungo e periglioso viaggio.

Come i re Magi, ognuno porta un dono ar Pomata: io una torta, Er Condominio e lo Scudiero un paio di meloni, Er Quadricipite un vino trasportato in una curiosa borsa termica che lo fa assomigliare a Jesus Quintana del Grande Lebowski, e i Dalton quattro pizze che mettono sul tavolo e, intortando gli altri ospiti con aneddoti e valutazioni immobiliari, si mangiano praticamente da soli lodando il pizzaiolo, dicendo Juve merda e liberando un sonoro rutto finale in Dolby stereo.

Al fischio di inizio ci scheriamo intorno alla tv cercando le migliori posizioni scaramantiche. Er Pomata posiziona gufi in ogni angolo della sala e, custodito in un prezioso scrigno, porta a Er Quadricipite lo stuzzicadenti che aveva in bocca nel 2014, quando tutto iniziò (qui la storia completa delle gufate). Breve cerimonia di consegna. Si può iniziare.

Nell’aria c’è quella puerile serenità delle occasioni migliori: nessuno crede all’impresa del Lione, ma ci spera da morire. E così, quando un imprevisto allineamento di pianeti vede la Juve subire un rigore e il rigorista metterlo con un cucchiaio, nel salone delle festa scoppia, appunto, la festa.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”

fanno i bimbi in coro, mentre Er Pomata comincia a urlare frasi sconnesse. Anzi, una frase sconnessa: “Er Cucchiaio, ahahahah, er Cucchiaio, ahahahah”, ripetuto in loop per una dozzina di minuti. Finchè, a metà del primo tempo, un primo piano del regista toglie l’uso della parola a Er Pomata.

Maxence Caqueret. Una strana creatura a metà tra Rodolfo Valentino e Attilio Fontana. Da tempo non si vedeva un uomo così pettinato in campo. Una cofana perfetta, chili di gel sparsi con sapienza. Er Pomata sprofonda in una crisi tipo invidia del pene. Continua ad alzarsi e ad andare in bagno a specchiarsi. “Non è possibile”, mormora accarezzandosi la chioma ed eseguendo alcuni ritocchi con un puntatore laser.

Quando torna al suo posto, in un atmosfera di lassismo generale, cede al nervosismo e perde il controllo: “Metti via quel cazzo di telefonino, tu al cesso ci vai quando te lo dico io, concentratevi!”. Quando il Divino sigla il pareggio trasformando il più orribilmente fantasioso dei rigori, sul salone cala una cappa di sana realismo. Ma la Juve, insomma, ne deve per sempre fare ancora due.

I 15 minuti di intervallo servono ai Dalton per affettare i due meloni, facendone sparire alcune fette. Ma nessuno mangia, il nervosismo monta e quando CR7 la mette dal limite lo spettro della remuntada inizia a incombere sulla variopinta compagnia. Però è la Juve che ci toglie dall’imbarazzo: con 30 minuti ancora a disposizione per fare qualsiasi cosa, ecco, non fa più un cazzo. Non c’è nemmeno gusto a gufare così. Ma alla fine, come rituale vuole, è festa, nonostante una Juve che non aveva bisogno di gufate. Non ci tradisce mai, ormai le siamo quasi affezionati.

(rumore di tuoni)

“Niente ragazzi, scusate, un pensiero così. Leviamo i calici, Juve merda!”, dico mentre riprendono le libagiorni. La gufata in epoca Covid ha così termine in un clima da festa delle medie. La nostra settima stagione finisce così, in gloria, come le precedenti sei. Albo d’oro: 2014 Benfica (Europa league), 2015 Barcellona, 2016 Bayern, 2017 Real, 2018 Real, 2019 Ajax, 2020 Lione. Un pugno di uomini, una grande missione.

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