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Marzo 7, 2020
di settore
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Dead championship walkin’

Buongiorno dalla zona gialla, dove si vive sospesi. Quasi come l’Inter, che in ciò che resta di quello un tempo noto come il Campionato italiano di Serie A non gioca dall’ormai lontanissimo 16 febbraio, quando si era ancora felici (beh, insomma, avevamo perso), ci si assembrava liberi e tutt’al più si schifavano quegli sfigati dei cinesi. Però non voglio qui parlare di coronavirus – di cui mi occupo per altri motivi h24, e perchè sposo in pieno la linea Klopp – ma di calcio.

Il campionato è finito da un pezzo, o forse fa finta di continuare in attesa di terminare all’improvviso (al primo magazziniere che risulterà positivo). Il calcio ha già dato il peggio di sè (è stato più semplice chiudere scuole e università di tutta Italia che fermare quattro balùba che giuocano a palla) e adesso prova a darsi un contegno, in maniera spaventosamente tardiva. Pagliacciate a parte, sei giorni fa la tifoseria che ha sede nella zona attualmente più virulenta d’Europa ha potuto percorrere due volte l’Italia da nord a sud, mentre io in contemporanea subivo occhiate diffidenti da vecchiette in coda alla cassa. Il calcio esce da questa vicenda a pezzi, per senso della realtà, etica morale, misura, ragione, fair play, per tutto.

Ah già, non si doveva parlare di coronavirus. Parliamo di calcio. Ma quale? E’ calcio questo? E’ calcio un Juve-Inter a porte chiuse? E’ calcio rinviare partite a spicchi, far giocare alcuni senza tifo e alcuni con, non dichiarare piani B per nulla (dai recuperi fino all’ipotesi peggiore, quella di fermare tutto), litigare anche sull’unica misura seria praticabile (partite in chiaro e ognuno a casa sua a guardarsela) sei giorni dopo aver fatto viaggiare frotte di tifosi da nord verso sud?

Il campionato è finito di fatto nell’ultima giornata giocata regolarmente, cioè nel rispetto del calendario e con pari opportunità e condizioni. Dopo – pagliacciate a parte, che resteranno nei secoli dei secoli – è iniziato un altro sport, il calcio (più o meno) a porte chiuse, che forse meriterebbe una classifica a parte. La distanza fisica, in campo e sugli spalti, è un concetto irreale. Hanno inventato un’altra disciplina e manco ce l’hanno detto. Ma ce ne accorgeremo domani sera, guardando un Juve-Inter in cui ci divertiremo un sacco a sentire le madonne di Conte e Sarri e le onomatopee di Lukaku e Bonucci, i calci al pallone e fischi nitidi dell’arbitro. Non vedo l’ora.

Sarò anche vittima dell’amarezza (ho qui davanti i miei tre biglietti di Inter-Sassuolo di domani, acquistati con entusiasmo a fine gennaio) o distratto da ben altre preoccupazioni (in zona gialla non è che si viva proprio proprio proprio rilassati), ma questi ultimi 20 giorni di calcio impermeabili ai fatti della vita sono stati una roba schifosa. Mi piacerebbe pensare che adesso si gioca e si volta pagina. Ma quale pagina? L’emergenza (quella vera) continua, e questo calcio sarà un altro calcio rispetto a quello che ci piace. Juve-Inter – una partita inimmaginabile senza pubblico – sarà un’esperienza estrema. Il campionato del Titanic chissà se arriverà sano e salvo a maggio. Boh, siamo tutti sospesi. E vorrei urlare Juve merda*, ma in questo vuoto l’eco è proprio fastidiosa.

(* comunque vincere al Latta Stadium sarebbe un bel modo di tornare a un’anormale normalità, cioè molto meglio di niente)

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