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Maggio 21, 2019
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Lo zen e l’arte di cagarsi addosso per Inter-Empoli

Nel tennis, il “braccino” (in inglese choke) è una gran brutta cosa. Dal tennis club Cesano Boscone fino a Wimbledon, ha colpito milioni di giocatori nella storia. Cos’è il braccino? Stai giocando, sei in vantaggio, magari anche nettamente, e improvvisamente ti blocchi. Basta un non so che – un piccolo errore, una palla lunga di due centimentri, un nastro sfavorevole, un pensiero di troppo – e trac!, sei fottuto. Più ti avvicini alla possibile vittoria e più ti incasini, perchè il tuo cervello ormai è in pappa. Hai paura di sbagliare, e quindi sbagli. Il tuo avversario ti appare come in realtà non è, tantomeno com’era fino a mezz’ora prima, quando lo prendevi a pallate. Tipo che magari stai giocando con tuo cugino e improvvisamente lui si trasforma in Rafa Nadal. Ovviamente non è così, lui è sempre quello scarso di tuo cugino, ma la tua mente ormai allo sbando lo percepisce come un Nadal che le prenderà tutte e non ne sbaglierà mai più una, anche perchè le sbaglierai tutte tu. In quel breve lasso di tempo in cui sei preda del braccino, vorresti non aver mai giocato a tennis. Ecco, se c’è una cosa consolante nel braccino del tennista è che dura relativamente poco. Qualche minuto – basta e avanza per perdere una partita – e poi vaffanculo, perdi e bòn, vai a mangiare la pizza con tuo cugino e ci si vede alla prossima.

L’Inter il braccino ce l’ha da tipo 6-7 mesi.

Parliamo del campionato. Alla fine del girone d’andata (29 dicembre), avevamo 39 punti, a -12 dalla Juve e a -5 dal Napoli, ma a +8 sulla quinta, che era il Milan del quale parlavamo con una certa compassione. Qualche inciampo, soprattutto all’inizio, e almeno un furto con scasso (Inter-Parma). Ma avevamo vinto 12 partite su 19. C’erano tutte le condizioni per fare una seconda parte di campionato in carrozza, giocando con un piede solo, e arrivare terzi senza nemmeno accorgersene. Nella seconda parte di campionato, abbiamo invece fatto 27 punti. Abbiamo vinto 7 partite su 18 (cioè praticamente una ogni tre). E adesso siamo qui ad aspettare una partita con l’Empoli in casa manco se dovessimo giocarci con il Liverpool ad Anfield lo spareggio per evitare la radiazione dal calcio.

Prima di Capodanno, peraltro, l’Inter aveva già sofferto di un braccino specifico. Nelle due partite di Champions in cui avevamo un obiettivo vero e necessario, un obiettivo con un nome e un cognome (pareggiare a Londra, battere in casa il Psv), abbiamo fallito. Due volte su due. A casa. Non un buon segno, non un giudizio lusinghiero sul profilo della squadra. Ma ci consolava un campionato in cui invece qualcosa di buono lo stavamo facendo e la classifica dell’andata sembrava dirci una cosa: ok, la Juve la vediamo col cannocchiale, il Napoli non è lontano ma ha qualcosa in più, ma le altre si fottano, quest’anno per la Champions non ci sarà da penare fino all’ultimo secondo.

Infatti.

Nel girone di ritorno, in estrema sintesi, abbiamo fatto cagare. Tradotto in cifre: 11 punti meno dell’Atalanta, 8 del Napoli, 7 del Milan, 6 della Roma. Ci hanno rubato due punti a Firenze, ok. Ma avevamo un tale vantaggio che sarebbe bastato trasformare in vittoria uno dei tanti pareggini per essere tranquilli, nonostante le cifre di cui sopra. E invece no. Risultati da metà classifica, gioco loffio, musi costantemente lunghi.

Cosa è successo dal 29 dicembre in poi? Bah, niente di che. Il nuovo dirigente più alto in grado assunto a metà stagione con un ingresso in società morbido tipo scazzottata di Bud Spencer e Terence Hill (mezz’ora e aveva già messo fuori rosa l’uomo della Provvidenza rivelatosi lacero e bollito); un attaccante croato – peraltro mediamente impresentabile – offerto a la qualunque e rimasto in carico con palpabile entusiasmo; un capitano degradato che per due mesi marca visita millantando malanni smentiti della società con simpatici comunicati ufficiali (“non ha un cazzo”); partite giocate senza attaccanti di ruolo; un impatto in Europa League che il Tenerone al confronto era Chuck Norris; un capitano degradato (vedi sopra) che al rientro sprizza vitalità a ogni poro e impiega il tempo libero a fare foto porno-soft con la moglie procuratrice, e nel mentre realizza un suggestivo bilancio di tre gol su rigore in sei mesi; no, niente di che.

Con tutto questo, e con tutto il braccino che vogliamo mettere in conto, abbiamo il match point in casa contro una squadra – l’Empoli che tremare il mondo fa – che è la peggiore del campionato come rendimento in trasferta (8 punti, ne ha perse 12 su 18 con 2 gol subiti a partita), mentre l’Inter-mozzarella in casa non ha subito gol 10 volte su 18, per dire. Nelle ultime sette partite Inter ed Empoli hanno fatto lo stesso numero di punti, 10. L’Empoli arriva da tre vittorie consecutive (come il Milan), questo è vero. Ma è l’Empoli, santa madonna. E noi siamo l’Inter.

Già.

Ma non c’è folklore, in tutto questo. Non c’è pazza Inter. Siamo all’apoteosi di un pessimo campionato a livello ambientale. Nell’anno che sembrava aver rimesso qualcosina al posto giusto (la Champions riguadagnata, una squadra tutt’altro che perfetta ma apparentemente costruita con un minimo di criterio, un allenatore che poteva plasmarla in continuità di lavoro) ci siamo ri-trasformati nel solito cantiere perenne, una Salerno-Reggio Calabria del calcio che ama complicarsi la vita. Per andare in Champions basta vincere con l’Empoli. Il fatto che questa cosa – vincere in casa con l’Empoli – appaia a molti un’enormità, ecco, è come ammettere che abbiamo il braccino prima ancora di metterci in maglietta e pantaloncini. Un caso clinico, etico e morale, prima ancora che calcistico.

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Maggio 10, 2019
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Il paradosso di Warwick

Nel 1976 Adriano Panatta trionfò agli Internazionali di Roma battendo Vilas in finale, ma al primo turno rischiò l’impossibile vincendo al tie break del terzo set con Warwick, dopo avergli annullato 11 match point (sei sul 5-2, tre sul 5-4 e gli ultimi due al tie break: stavano 6-4 per Warwick e Panatta fece gli ultimi quattro punti). Il mese dopo vinse il Roland Garros, battendo Borg ai quarti e Salomon in finale, ma superò il primo turno battendo 12-10 al quinto set tale Utka, cui annullò un match point con una veronica.

No, era per dire che le vicende del Liverpool e (soprattutto) del Tottenham, finaliste in Champions dopo un percorso – diciamo così – accidentato, non sono certo un inedito nella storia dello sport. I loro gironi eliminatori (i più duri in assoluto, al limite della crudeltà) sono stati come i primi turni di Panatta: qualificati a parità di differenza reti per numero di gol segnati, è come fossero passati al tie break annullando qualche match point. L’Inter è il Warwick di Roma ’76: ha avuto un’infinità di palle per chiudere la partita e si è suicidata sull’ultima. E il Napoli è l’Utka di Parigi ’76: ad Anfield al 93′ ha avuto con Milik l’occasione di vincere il match, ma l’ha sbagliata.

Se ci aggiungiamo l’Eintracht, cui abbiamo steso un tappeto rosso negli ottavi di Europa League e sconfitto ai rigori in semifinale dal Chelsea, le suggestioni degli incroci del destino con l’Inter sono parecchie. Abbiamo regalato la qualificazione al Tottenham, potevamo esserci noi in finale a Madrid? Abbiamo sbagliato un rigore all’andata con l’Eintracht, potevamo esserci noi a Londra a giocarci la finale ai rigori?

Ehm, no.

Curiosamente, nell’anno in cui siamo tornati in Champions, mai come adesso possiamo dire di avere sperimentato le differenze. Che sono enormi. Poteva l’Inter post-vacanze di Natale (mobbing Perisic, Icardi degradato che sparisce per due mesi e si dà al porno, ecc. ecc.) essere protagonista del percorso del Tottenham cui abbiamo ceduto il posto? Cioè, tipo battere due volte il Dortmund, passare i quarti con il City andando a segnare tre gol a Manchester, e poi fare la pazzesca rimonta con l’Ajax andando a segnarne altri tre ad Amsterdam?

No.

E probabilmente non avrebbe passato nemmeno i quarti di Europa League con il Benfica, per non dire della semifinale con il pur malmostoso Chelsea. Probabilmente non avremmo messo insieme cinque rigoristi nemmeno per tentare la lotteria a Stanford Bridge. Ma questa in fondo era la Coppa di ripiego. Torniamo a quella vera. Nella Champions, dagli ottavi in poi, cosa avrebbe mai potuto fare l’Inter? Non la più che dignitosa Inter autunnale. No, quella delle due partite con l’Eintracht. O quella di Inter-Bologna, o di Cagliari-Inter, o di Inter-Lazio, o di Udinese-Inter?

Le partite che ci sono rimaste negli occhi e nel cuore degli ultimi due mesi di questa folle e meravigliosa Champions 2019 (le quattro pazzesche semifinali, ma anche City-Tottenham, Bayern-Liverpool, Juve-Ajax, Psg-United, Atletico-Juve e – sì, ammettiamolo – Juve-Atletico), parlando di Inter, ci restituiscono solo paragoni impietosi. Nell’anno della Champions riguadagnata, la Champions si è mostrata anche terribilmente distante dai nostri standard. Del resto non puoi pensare, a questi livelli, di stare fuori dai giochi per sette anni e rientrare come se nulla fosse. Questo, ovviamente, al netto delle differenze tecniche tra le rose dei singoli club. Differenze, anche queste, enormi.

L’Inghilterra, dopo anni sincopati, porta quattro club nelle due finali, un record. E nelle quattro – incredibile – non ci sono i due Manchester (passi lo United, stagione un po’ così, ma il City è in testa al campionato con 95 punti). Noi – l’Italia, intendo – quest’anno siamo stati la Juve, che vince il campionato con mille punti di vantaggio ma in Champions tra ottavi e quarti sbaglia completamente tre partite su quattro; la Roma, che non passa gli ottavi con il Porto; Inter e Napoli sfigate al sorteggio e sfigatissime nel verdetto dei gironi, ma poi pessime nell’approccio in Europa League alle prime difficoltà. Un velo pietoso su Milan e Lazio.

Ne dobbiamo mangiare di pastasciutta. Per ora, da calciofili, nell’inquieta attesa di Inter-Chievo (sì, proprio così: l’inquieta attesa di Inter-Chievo), godiamoci la bellezza altrui. La bellezza, la tecnica, l’intensità, la voglia, la fame, le palle, le gigantesche palle altrui. Tipo il Liverpool che ne fa 4 al Barcellona senza Salah, o tipo il Tottenham che ne fa tre all’Ajax senza Kane. Cioè, sarebbe come se noi giocassimo le partite più importanti e più impossibili della stagione senza Icardi*.

(*adoro chiudere i pezzi buttando lì un tema che fa incazzare).

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