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ottobre 31, 2018
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Sì però (stop)

Sì, però la Samp è discontinua. Sì, però la Fiorentina in trasferta vabbe’. Sì, però il Cagliari, dai, madonna. Sì, però la Spal meritava. Sì, però il Milan fa cagare. Sì, però la Lazio… Eh, dimmi, la Lazio? (silenzio)

A furia di sì però, aggiungendo le due vinte di Champions ma anche quella persa (anzi, forse soprattutto quella, a Barcellona, trasmessa in chiaro nelle case di tutti gli italiani,  perchè è servita a far capire che eravamo davvero tornati  in Champions dopo sette anni di strane destinazioni o settimane libere da qualsivoglia impegno),  l’Inter ha ottenuto un attimo di attenzione corale. Come se si fosse spento un brusio.

Solo un mese e mezzo fa si usciva cornuti e mazziati da Inter-Parma, nessuno parlava del furto epocale che avevamo subito (un fallo di mano sulla linea manco cagato dal Var) ma solo del fatto che avevamo 4 punti in 4 partite, facevamo cagare, Spalletti vattene, Icardi inutile, Brozovic ruspa, cinesi trogloditi, moriremo tutti ma prima del previsto. Passano 45 giorni e plin!, improvvisamente l’Italia si risveglia con l’Inter seconda in classifica alla pari del Napoli champagne, miglior difesa del campionato (la Juve squadra migliore dell’universo ne ha preso uno in più) e sei vittorie consecutive senza un sì però che regga anche per un 3-0 a Roma, in casa della Lazio, la squadra che doveva vendicarsi dello spareggio-Champions e che nonostante tutto è quarta in classifica. Sì, però… Non ti viene, eh?

Continuiamo a non essere molto trendy. Per dire, la Gazza di martedì dedicava tre pagine e mezzo a Lazio-Inter e due pagine a “Cristiano Ronaldo primo dei grandi attaccanti della Juventus a segnare 7  gol nelle prime 10 partite dai tempi di John Charles: insaziabile!”. Non è uno scherzo. Pur di scrivere di CR7, la Gazza ha trasformato il suo score di 7 gol in 10 partite (due in più di Pavoletti, per dire. Piatek del Genoa ne ha segnati 9, l’anno scorso Dybala era quota 11) in un’impresa strappamutande per mezzo di una statistica lisergica in cui ha considerato dieci grandi attaccanti della Juve (Dybala non c’è, quindi è una mezzasega) che nelle prime dieci giornate hanno segnato qualche gol, ok, ma non tanti quanti Cristiano a parte Charles. I prossimi capitoli: Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante che inizia con la C, Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante con quattro figli, Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante con le basette scolpite.

Noi no, diamo poco materiale. Niente casini interni, niente spalti vuoti, niente partite rubate, niente allenatori troppo simpatici, niente attaccanti che non segnano, niente difensori scarsi. In poche parole: noiosi. Segniamo poco, di solito. Vinciamo di misura, di solito. Prendiamo pochi gol (due nelle ultime sei partite, di cui uno su tiro deviato). Skriniar è il difensore su cui si sono infranti più attaccanti, Brozo è il centrocampista che ha giocato più milionate di palloni, Icardi ha il miglior rapporto palloni giocati-gol realizzati da Neanderthal a oggi. Ma queste cose non le calcola nessuno, finchè c’è da stendere il red carpet anche ai peti di CR7, i più profumati dai tempi di John Charles.

Hanno provato anche a estorcere qualcosa a Joao Mario, chessò, un po’ di livore alla Mertens, una mezza frasetta, un inclinarsi di labbro. Macchè. L’Italia ha assistito stupefetta alla sua partita e poi alla sua intervista, in un italiano sorprendentemente ricco – l’avevamo lasciato a biasciacare frasi in portoghese un annetto fa – e ancora più sorprendentemente sereno. Capolavoro di Spalletti, se ancora non gliene avessimo ascritti.

Sempre più difficile, ora. C’è da mantenere questo mood, che è mica facile. Ma è così bello, porca puttana. Dai ragazzi, il dorato mondo delle statistiche ci ha appena accolto nel suo club: non deludiamolo. Un giorno magari ci ricorderanno come la squadra migliore del girone d’andata tranne le prime quattro giornate: se avete un amico alla Gazza mettetegli la pulce nell’orecchio, please.

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ottobre 26, 2018
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“A riveder le stelle”, step two

Se Barcellona-Inter fosse stata una partita di basket, con tutte quelle palle perse, avremmo preso minimo 40 punti. Sai, quelle partite in cui la squadra di casa, mentre sugli spalti la gente balla già da un pezzo, a 30 secondi dalla fine completa tutte le rotazioni possibili mettendo il ragazzino sedicenne del vivaio, e tutti applaudono estasiati mentre in campo cercano di far fare al bimbo un tiro da tre prima della sirena. Quelle partite lì.

Ma era calcio, non basket, per fortuna. La squadra leggermente impanicata era la nostra – toh, un pallone: cosa faccio?, lo perdo, vabbe’, ora provo riprenderlo – , alla fine non ha perso di 40 ma di 2, avendo anche rischiato di pareggiare in corso d’opera e comunque non sfigurando. Fa parte del “riveder le stelle”. Non eravano a Qarabag, a Saint Etienne, a Beer Sheva, a Southampton… eravamo al Camp Nou pieno come un uovo, avevamo davanti una squadra blaugrana ed erano tutti cazzi nostri. Finalmente, se mi posso permettere. Finalmente.

Prenderne due a Barcellona contro una squadra che fa il 64 per cento di possesso palla e dentro un catino che ribolle e nel campo più largo lungo e impietoso che esista, è “riveder le stelle”. Uscirne vivi è “riveder le stelle”. E’ stato un rito di passaggio che abbiamo atteso per sette lunghi anni, trascorsi a sbadigliare sui divani e smoccolare dai posti più improbabili. O c’è forse qualcuno che preferiva passeggiare a Stjarnan e vivere felice?

Questo – cioè, quello di ieri sera – è il calcio che abbiamo rinconquistato e che ci compete. Aver capito di essere (ancora) un po’ impreparati di testa e di gamba per certi livelli è un salutare bagno di realismo: vincere a Ferrara e vincere a Barcellona no, non è la stessa cosa, se qualcuno avesse pensato il contrario. Infatti abbiamo perso, e abbiamo perso perchè gli altri sono stati migliori, a tratti di parecchio. Ci manca la personalità e l’abitudine a quel grado di difficoltà: è la ragione per cui eravamo mediamente impanicati e perdevamo palloni e subivamo gli eventi. Ma la cosa bella è che eravamo lì, al Camp Nou, eravamo noi. Ci hanno battuti ma non piallati. Torniamo con zero punti ma avendo respirato un’aria diversa. E’ già qualcosa, avendo finalmente rivisto le stelle.

Ora, dopo tre partite tra le stelle della Champions, avendone vinte due e avendo perso la più inavvicinabile, con una classifica che ci sorride e per la quale – chessò, tipo dopo Sassuolo-Inter – avremmo firmato in bianco centomila volte e per qualsiasi cifra, il gioco si fa piuttosto duro. Inizia “A riveder le stelle, step two“, che sarà non meno difficile della partita di Barcellona. Dove, in fondo, non avevamo nulla da perdere. D’ora in poi, invece, di cose da perdere ne avremmo a bizzeffe. Per esempio, oltre alla credibilità riacquistata, un vantaggio di cinque punti quando ce ne sono ancora nove in palio.

Dimostrare di aver ripreso legittimamente posto tra le stelle sarebbe proprio una bella cosa. Non perdere col Barça a San Siro, non perdere – che figata – a Londra (e con ciò qualificarsi), non distrarsi col Psv… Usciamo dallo step one in discreto spolvero, con l’entusiasmo di chi dopo sette anni di limbo non ha fatto disastri e ha sistemato le cifre. Continuare a riveder le stelle è il claim dei prossimi due mesi: un piano B no, non esiste.

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ottobre 23, 2018
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Icardi feat. Vecino

Dopo quelle mille-duemila visioni del gol del derby su ogni possibile device, sono addivenuto alla seguente considerazione tecnico-tattica: è chiaro che Vecino ha una specie di X Factor. Non passerà alla storia del calcio – nè di quello italiano nè di quello uruguagio – ma noi ne conserveremo sempre un ricordo nitido e affettuoso, quasi barzotto. Non lo troveremo mai ai vertici delle statistiche – se non di qualche categoria esoterica – ma per noi sarà sempre quello che la mette e la rimette, portatore sano della garra charrua, qualunque cosa essa sia. L’Inter,  quella attuale, non ha fatto (ancora) niente per essere un po’ Beatles, ma Vecino – che poteva essere un Pete Best qualsiasi – è una reincarnazione calcistica di Ringo Starr, l’uomo sbagliato al posto giusto, almeno a spot. Però siccome gli spot aumentano di numero, è chiaro che questo Vecino – torno alla seconda riga – ha l’X Factor.

Vecino al minuto 92′ di Inter-Milan non voleva fare il best cross ever dell’era post tiplete, ma l’ha fatto. A passargli il pallone, male, era stato Candreva. Trovo tutto questo straordinariamente simbolico. Candreva passa un pallone molle e rimbalzante – quasi inutile, mancando un minuto alla fine di un derby sfigato che dovevamo vincere e stavamo pareggiando 0-0 – a Vecino, stretto tra un milanista e la linea di fondo, e Vecino con quel pallone fa quello che a Candreva non è riuscito in tre stagioni e diciassettemila tentativi:

il best cross ever.

E’ chiaro che l’X Factor qui si mescola sapientemente con l’audacia, lo sperindìo e una determinante dose di culo. Ma ci sta, porco cane. Agli home visit del traversone, Candreva si sarebbe presentato con la forza dell’esperienza e degli studi balistici, ma la giuria avrebbe sbadigliato al quarto calcione e avrebbe scelto Vecino perchè un cross così non si era mai visto. E non lo vedremo mai più, sia chiaro. Però è bastato, ha avuto la sua funzione, il suo successo, il suo deflagrante effetto. Perchè è planato dritto sulla testa di Mauro Icardi, un altro con l’X Factor, categoria goleador solista uomo over (the top).

Ora, qui dobbiamo soffermarci su un particolare fondamentale. Il best cross ever poteva finire in fallo laterale (in tal caso, qualche decina di migliaia di persone allo stadio e qualche milione sul divano avrebbero gratuitamente mandato affanculo Vecino: pensate a quanto è labile il confine tra la garra charrua e la merda totale) se Maurito non fosse stato là al centro dell’area a incornarlo. Anzi, di più: se il finto indolente Maurito (per alcuni interisti, nonostante tutto, il peggior centravanti del campionato italiano) non avesse seguito il pallone molle di Candreva a Vecino e poi il pallone eretto e parabolico di Vecino verso il centro dell’area – verso di lui, più o meno – eseguendo un cambio di direzione che al 92′ avresti anche la facoltà di non fare – per stanchezza, sfiducia, scoglionamento, distrazione, frustrazione dopo aver toccato 15 palloni in 90 minuti -, eppure lo fai.

E così altrochè Ringo e Maurito: Vecino e Icardi diventano i Lennon-McCartney dell’inculata torrida ai poveri cugini, un gol della madonna al 92′ di un derby ingiustamente destinato allo 0-0, che libidine. E come per Lennon e McCartney, non sai bene dove inizino i meriti dell’uno e finiscano quelli dell’altro in un gol che è a doppia firma, anche se a metterla è solo uno. Tra John e Paul era finita male (How do you sleep?), ma qui si parla di pallone, roba più easy. Questo gol al Milan è un tale accrocchio di X Factor singoli e di fortunati eventi assortiti che probabilmente non ne vedremo più uno così. Vabbe’, però è stato bello. E Mauro e Matias riposano tranquilli: a non dormire, questo è chiaro, sono i milanisti.

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