Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

dicembre 10, 2017
di settore
366 commenti

Non perdiamo mai

Il momento più bello della partita è stato il dopo-partita. Quando alle domande dei cronisti avrebbero tutti potuto rispondere soddisfatti di averla sfangata (0-0 in casa della Juve, di sicuro non sono due punti persi, non lo sono mai stati) e invece non lo ha fatto nessuno, da Spalletti all’ultimo dei giocatori arrivato a tiro di microfono. Tutti a sottolineare – a confessare, quasi – che va tutto bene, ovvio, ma che avrebbero potuto fare meglio e osare di più. Ed è tutto positivo – il punto, la consapevolezza, la sincerità – ed è tutto vero – l’impresa ma anche quel passo indietro rispetto a Napoli, dove fu uno 0-0 un po’ più spavaldo con i Sarri-boys nel loro momento migliore. Bello, bene: se non ci si accontenta si ragiona da capolista, da squadra vera.

Il punto va pesato e soppesato. Abbiamo portato a casa uno 0-0 all’Allianz Fragile Stadium dove a) la Juve segnava da 44 partite consecutive e b) dove la Juve vince tipo 16-17 partite a campionato. Un pareggio che ci mantiene imbattuti, vitali e lanciati dopo 16 giornate. Imbattuti con i tre peggiori scontri diretti giocati in trasferta, cinque punti e un solo gol subito. Imbattuti e con la miglior difesa del campionato, che peraltro è la base essenziale per restare imbattuti. Quindi imbattuti razionalmente, non a cazzo: e 16 partite sono tante, quasi metà torneo.

C’è anche l’altro lato della medaglia, parlandone da vivi (cioè imbattuti): dopo l’incasellabile vittoria di Roma, partita folle se ce n’è una, e il confortante pareggio di Napoli (il nostro primo figurone quanto a solidità), è arrivato questo pareggio a Torino che dà molte conferme e segna anche alcune distanze. La Juve ha fatto meglio e di più, non ha vinto perchè non ha segnato (avendo il quadruplo delle occasioni) ma esce comunque molto sollevata dal trittico Napoli-Champions-Inter che la rilancia a tutti i livelli, mentale e anche fisico. L’Inter deve fare tesoro del bello e del brutto di questo pareggio, soprattutto del brutto: che non avremmo segnato probabilmente mai anche con 90′ altri minuti a disposizione, che se ci neutralizzano i nostri sbocchi naturali non abbiamo mai armi sufficienti per cambiare il corso delle cose e che a difendere siamo strepitosi ma per vincere – e restare in vetta, e fronteggiare la concorrenza di quattro squadre che non mollano quasi mai – bisogna imporsi. Anche a Torino, anche con la Juve.

E’ bello poter fare tutti ‘sti discorsi, no? Fare un po’ i malmostosi dopo un pareggio a Torino, che statisticamente è una mezza vittoria. Rimproverare alla squadra un atteggiamento un po’ troppo passivo contro la vincitrice degli ultimi sei scudetti.  Forse è il segno, il sintomo di un’ambizione che riaffiora prepotente e che contagia tutto l’ambiente. Spalletti chiude l’intervista dicendo che non ci manca niente, che siamo a livello della Juve, che avevamo le loro stesso possibilità di vincere o di non perdere: ecco, dobbiamo pensare così tutti, dal campo al bar sport. Ma non per stare sopra le righe: no, per inseguire un obiettivo che ci compete.

Stavamo tornando quelli che non vincono mai, oggi siamo quelli che non perdono mai. Che è uno straordinario upgrade. Imbattuti nel campionato più equilibrato e livellato verso l’alto degli ultimi (boh, chi si ricorda?) anni. L’affollamento in vetta può essere il miglior stimolo a non distrarsi, ora che entriamo nella sempre pericolosa zona panettone. Non si respirava un’aria così frizzante da sette stagioni almeno:  grazie ragazzi, e ricordatevi di osare, chè a noi ci piacete un casino quando lo fate.

share on facebook share on twitter

dicembre 3, 2017
di settore
215 commenti

Visti da Torino

Un’Inter come sempre poco sportiva ha infierito su un Chievo incompleto (mancavano Castro, Hetemaj, Radovanovic, Eriberto, Marazzina, Cristiano Ronaldo e Messi) vincendo 5-0 al termine di una sterile quanto irritante prestazione d’attacco: solo 5 gol, appunto, a fronte di 37 tiri in porta, un misero 13,5% che deve far riflettere Spalletti e l’intera società. Cioè, non la società Inter, Zhang, Thohir, Tronchetti Provera, quelli lì. No: la società nel suo complesso, le coscienze, il singolo cittadino, De Coubertin, Malagò, Gentiloni, Dio. Il pandoro è in crisi e l’arroganza del panettone ha prevalso, facendosi giuoco di un clima natalizio orribilmente calpestato nei suoi valori più pregnanti.

L’Inter si è presentata all’appuntamento priva di Miranda, Gagliardini e Vecino ma Spalletti, prudentemente, li ha sostituiti con altri giocatori. Una mossa ai limiti del regolamento che alla lunga sortirà i suoi frutti.

Dopo un sostanziale predominio tattico degli ospiti, la squadra a barre nerazzurre è passata in vantaggio al 23′ con Perisic in circostanze eticamente inaccettabili: tiro di Santon che non segna da mille anni, respinta di uno strupefatto Sorrentino, Perisic non aspetta che l’avversario si rialzi e la mette dentro. I maestri del calcio si rivoltano nei loro sepolcri. Il Chievo non demorde e agisce genialmente come Muhammad Alì con Foreman a Kinshasa (l’altro mena, lui assorbe) ma poi cede al 38′: Icardi scorrettamente ruba palla e si invola, finta una prima volta il tiro (senza rispetto per l’avversario) e poi la mette sul secondo palo, molto vicino al palo, quindi praticamente un palo a favore, eh, ci risiamo.

Nel secondo tempo la musica non cambia. Perisic sigla il 3-0 al 57′ in un festival della disonestà: approfitta di un malinteso tra i difensori del Chievo, prende palla e invece di restituirla la tiene, attende l’uscita di Sorrentino e tira di sinistro dove lui non può prenderla, da vero bullo: un inutile, irritante sfoggio di brutalità. Il colmo lo si raggiunge tre minuti dopo: Candreva si invola sulla destra senza aspettare i difensori in maglia gialla, crossa al centro dove Skriniar scivola, la palla gli colpisce la testa e finisce rocambolescamente in rete. Il Var, naturalmente, tace. Il quinto gol arriva al 90′, nonostante il Chievo avesse chiesto di non recuperare e quindi, calcolando il coefficiente Istat, la partita potesse considerarsi già finita e comunque nel semestre bianco certe cose non si possono fare.

Niente a che vedere con il calcio champagne di Sarri o con i capolavori tattici di Allegri e Di Francesco: l’Inter continua un campionato al di là delle proprie possibilità e dei parametri del buon costume, confidando in un complotto plutocratico e atomistico e in una buona stella che non sembra non tramontare mai. Li attendiamo qui, allo Juventus Stadium, confidando di poter giocare ad armi pari: senza pali, senza Var, senza culo, l’Inter è un piccolo punto nell’universo del calcio. Senza Icardi, senza Perisic, senza Candreva, senza Handanovic, senza Borja Valero, senza Brozovic, senza D’Ambrosio, senza Skriniar, senza Santon, senza Ranocchia, senza Joao Mario, beh, con il Chievo non sarebbero proprio esistiti.

share on facebook share on twitter

dicembre 1, 2017
di settore
109 commenti

Sant’Antonio

Quello tra i calciatori e la beneficenza è, per dirla alla Facebook, un rapporto complicato. Ci sono esempi (non tantissimi) più o meno clamorosi – dall’apertura diretta del portafoglio fino alla gestione di progetti ad hoc o fondazioni – che si perdono in un mare magnum di generica e giovanile indifferenza: l’argomento è complicato, si presta al populismo e non si può nemmeno pretendere che le sorti del mondo dipendano dalla propensione alla bontà dei campioni dello sport, ma l’immagine media del calciatore e del suo conto corrente a sei-sette zeri è più legata al macchinone, alla figa, all’attico, al privée e al braccio stratatuato che non al fin di bene, ordinario o patinato che sia.

Poi ti arriva tra capo e collo una bella storia da Norcia – una storia reale, di sofferenza vera, di gente normale, di generosità senza effetti speciali – e ne apprezzi la concretezza, la semplicità di tirare una riga tra due punti e unirli.

Norcia fino all’anno scorso era una città ricca di monumenti e anche di calcio, una delle più classiche sedi di ritiro estivo del centro Italia. Poi arrivano i terremoti del 2016 e cambia tutto: il 24 agosto il paese trema e si inginocchia, ancora di più il 26 ottobre (quando crolla gran parte della chiesa di San Salvatore) e il 30 ottobre, il tragico giorno del colpo di grazia, una spaventosa scossa di magnitudo 6,5 alle 7,41 del mattino: il sisma cancella la secolare storia di Norcia, crollano la basilica di San Benedetto e il suo campanile settecentesco, crollano le chiese di Santa Maria Argentea, di Sant’Agostino, di Santa Rita e San Francesco, della Madonna Addolorata; cedono porzioni delle mura e dei torrioni medievali, il Palazzo Comunale, la Castellina. Norcia, quella Norcia, non c’è più.

Sei mesi dopo, è un lunedì di maggio, Antonio Candreva nel suo giorno di riposo lascia Milano e va in visita alla zona di Norcia per incontrare i ragazzi delle scuole. Norcia la conosce bene, ci è stato in ritiro con la Ternana e con la Lazio. La mattina la trascorre nel capoluogo, poi si sposta nella frazione di Ancarano dove pranza con i bambini e con la piccola comunità sfollata dopo il sisma. Un incontro che deve essergli rimasto nel cuore perchè Candreva decide di dare il suo contributo alla ricostruzione regalando ai bambini di Ancarano un campo da calcio. La struttura sportiva sorgerà nell’ambito del progetto «Casa Ancarano» che funzionerà come ricovero, mensa e servizi e sarà realizzata grazie alle donazioni di alcuni privati. Il campo sarà inaugurato a maggio 2018, un anno dopo l’incontro con i terremotati. Candreva, ovviamente, taglierà il nastro.

Tra il calciatore Candreva e il suo gesto di generosità c’è molta coerenza. Candreva è un giocatore che sorride poco e suda molto. Talentuoso e sgusciante, è pur sempre un operaio, umanamente l’antitesi del mondano. Come Bartali, ha il naso triste come una salita. E l’occhio malinconico. Gli puoi rimproverare qualche soluzione pretenziosa e qualche cross sbilenco, ma non l’impegno. Un impegno che va al di là dell’ordinario e che nei momenti di scarsa vena lo porta a peggiorare la sua situazione, a prendersi qualche fischio di troppo, perchè è uno che non si nasconde, che insiste, anche nei cross sbilenchi, costi quel che costi. Ci mette la faccia.

Ha fatto un bel gesto, straordinario, significativo, senza fronzoli. Il calciatore regala un campo di calcio. Il ragazzo triste regala un sorriso. Complimenti Antonio, è proprio da questi assist che si giudica un giocatore.

share on facebook share on twitter