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ottobre 31, 2017
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Una gara a chi resiste di più

Di riffa, di raffa e di culo, partita dopo partita, mese dopo mese, l’Inter di Spalletti si è issata dove nemmeno Mourinho era arrivato: 29 punti in 11 partite, laddove il Vate ne aveva messi insieme solo 28 nell’anno che ci portò dove mai nessuno era riuscito nei secoli dei secoli. Nelle prime 11 partite del campionato 2009/10 quella meravigliosa squadra (cui ancora ripensiamo sospirando come sciampiste o arrazzandoci come adolescenti in ormone) ne vinse nove (tra cui il derby-orgasmo dello 0-4 a fine agosto, e anche un bel 3-1 al Napoli in casa), ne pareggiò una (col Bari in casa alla prima di campionato, 1-1, ci inchiappettò tale Kutuzov) e ne perse una (a Marassi, Samp-Inter 1-0, gol del Pazzo che si fece poi perdonare in primavera segnando i gol-scudetto in Roma-Samp). Prendeva forma la squadra che avrebbe vinto tutto, passando da partite meravigliose ad altre molto meno, tipo – per dire – un’Inter-Palermo che si vinceva 4-0 nel primo tempo e che al 70′ eravamo 4-3, prima che il Principe sistemasse ogni cosa.

Sapendo come sarebbe continuata quella storia, possiamo fin d’ora risparmiarci qualsiasi paragone. Prendiamo solo atto che questa bizzarra Inter, nelle prime 11 giornate di un campionato altrettanto bizzarro, ha fatto meglio di quella macchina perfetta. Magari ci fossero analogie, magari. Perchè l’Inter di Mourinho con 28 punti era prima con 7 punti di vantaggio sulla seconda (era la Juve), mentre l’Inter di Spalletti con 29 punti è seconda a -2 dal Napoli e a +1 dalle terze, Juve e Lazio. E virtualmente a +2 sulla quinta, la Roma, che deve recuperare una partita in trasferta (dove vince da 11 partite consecutive). Semplificando: con 28 punti Mourinho aveva 7 punti sulla seconda, con 29 punti Spalletti ha 2 di vantaggio sulla quinta, cioè sull’Europa League.

Cioè, è spaventoso.

Questo campionato sarà una guerra di nervi, una gara a chi esce pazzo per ultimo. Praticamente: gli scontri diretti decideranno quasi tutto e quindi apriti cielo, ma le partite che potremmo genericamente classificare “demmerda” (una ventina, tipo) verranno giocate con il cuore in gola, perchè perdere punti con le piccole sarà un mezzo suicidio. E anche con le squadre della terra di mezzo sarà durissima, perchè saranno in corsa per un unico obiettivo (uno strapuntino – uno di numero – per l’Europa League) e vi si aggrapperanno con le unghie.

Cioè, sono già nervoso.

L’Inter, in queste 11 partite, ci ha dato finora il più incredibile dei segnali: che brilliamo negli scontri diretti (vinto a Roma, vinto il derby, usciti indenni a Napoli), ci divertiamo nelle partite “di mezzo” (bene con la Fiorentina, benissimo con la Samp) e facciamo ca-ca-re con le piccole (il Benevento ancora si mangia i gomiti, fatica immane col Genoa, discreto spavento a Verona).

Cioè, non si capisce più un cazzo.

Quindi, essendo questo un andazzo ormai assodato e con una robusta base statistica, nell’aspettare con enorme preoccupazione il ritorno con il Benevento potete però ipotecare le vostre case e giocare alla Snai il combo 2 fisso+no goal per la partita di Torino con la Juve, una formalità che non ci dovrà distrarre dalla iper-delicata Spal-Inter di gennaio. Del resto è il campionato più bello del mondo e non possiamo farci niente.

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ottobre 24, 2017
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Inter Football Culo 3 – Sampdoria 2

MILANO. L’Inter Football Culo ha battuto 3-2 la Sampdoria e, graziata dagli avversari, si porta in testa alla classifica per una circostanza fortunata: le altre infatti giocano domani. La squadra di Spalletti ha saputo sfruttare una giornata particolarmente jellata dei blucerchiati, che tirando tre volte hanno fatto solo due gol, e nel contempo hanno beneficiato di un culo spropositato, evitando una miracolosa quanto meritata rimonta  degli ospiti e segnando tre gol e sbagliandone trentacinque, quando in altre circostanze avrebbero potuto legittimamente fallire tutte e trentotto le occasioni che le sono state concesse da un avversario particolarmente sfortunato nell’insieme.

L’Inter si è portata in vantaggio al 15° con Skriniar, lesto a ribattere in rete un suo tiro respinto da Puggioni che gli ricapita sui piedi grazie a una botta di culo. Al 29° Perisic intercetta fortunosamente un rinvio sbagliato di Puggioni e tira da 140 metri con una palombella che per buona sorte si indirizza verso lo specchio della porta, ma poi incoccia nel palo e bòn, non può andare sempre bene. Al 34° Icardi raddoppia con un destro fortunoso, perchè novantanove volte su cento chi la prende in quel modo colpisce il venditore di cornetti al secondo blu. L’Inter insiste (ha culo, la Samp non si oppone) e colpisce un secondo palo con Icardi al 40°, molto fortunato a trovarsi da solo a incornare in mezzo all’area un cross da destra ma colpevole a non metterla facile. Finisce così il primo tempo sul 2-0, con un’Inter fortunata ad avere affrontato la peggior Samp della stagione.

Nella ripresa, i blucerchiati sono sfortunati in avvio e nel loro momento migliore vengono puniti da Icardi, fortunato a deviare in rete un cross di Perisic al termine di un’azione casuale. E’ proprio il croato a colpire fortunosamente la traversa poco dopo, con un tiro a cazzo che poteva finire al secondo verde e invece ha preso il legno. L’Inter sembra poter dilagare, ma fortunatamente ritorna con i piedi per terra: un minuto dopo la traversa di Perisic segna la Samp con Kowalski, Wozniacki, un nome così. A quel punto esce la Samp, che dal possibile 18-0 con pieno merito trova il modo di tornare in partita. Sfortunata la squadra di Giampaolo a segnare una sola volta, finisce 3-2 e un’Inter culattona come poche altre volte può tirare un sospiro di sollievo.

Con questo culo nulla le è precluso, le altre sono avvertite. Il saldo dei pali a favore/pali contro resta ancora nettamente positivo per i nerazzurri, sempre baciati dalla buona sorte. Il balbettante finale con la Samp, dopo una partita rinunciataria degli avversari, la dice lunga sulla reale dimensione della compagine di Spalletti.

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ottobre 22, 2017
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L’Inter, Nathaniel Creswick e il rosicone medio

vecino

Allora, ricapitoliamo: come abbiamo rubato stavolta? Pali a favore (nuova statistica inaugurata con e per l’Inter: i pali a favore, mmmh) proprio no, culo a favore nella norma, gioco di merda meno del solito: panico tra opinionisti e rosiconi. Arriviamo dunque al “se non c’era Handanovic”, cugino di primo grado del “se non c’era Icardi” di una settimana prima: che sotto un certo punto di vista è vero, ovviamente, ma sotto un altro diventa una considerazione vagamente grottesca. Cioè, tutto sommato giocare con un portiere e un centravanti, regolarmente tesserati e pagati e coperti con i versamenti previdenziali, è un diritto che non si nega a nessuno. Certo, se poi uno ce li ha buoni e/o particolarmente in forma è un problema per gli altri. Ma funziona così da quando il 24 ottobre 1857 a Sheffield Nathaniel Creswick fondò la prima squadra di calcio della storia (l’ho letto su Wikipedia 30 secondi fa gugolando “Calcio (giuoco)”).

Dunque, resta la questione fresca di giornata: l’Inter ha fatto catenaccio e si è portata a casa il suo bel culo intatto, bella forza, siamo capaci anche noi.

Certo, opinionisti e rosiconi avrebbero preferito un bel 4-2-4 tipo quello di Ventura in Spagna, e beh, ovvio, sarebbe stata tutt’altra partita (per il Napoli e per i rosiconi, savasandìr). O si poteva fare un po’ di turn over in difesa e lasciar fuori, per dire, Skriniar e Handanovic per risparmiarli in vista della Samp. Anche perchè, diciamocelo, è dai tempi di Nathaniel Creswick che se la squadra 1 va a fare visita a una squadra 2 che è a punteggio pieno e segna in media 3 gol a partita, la squadra 1 se ne fotte e si affida al Fato per evitare di caricarsi di eccessive sovrastrutture tecniche, tattiche ed esistenziali. Eggià.

Ora, nello scenario dell’opinionista, del rosicone e dell’opinionista-rosicone si apre uno squarcio inquietante. Perchè è apparso evidente anche al più lisergico degli anti-interisti che lo 0-0 di Napoli ha portato con sè alcune valutazioni oggettivamente difficili da scalfire. A Roma l’avevamo sfangata con un culo soprannaturale, col Milan se non ci fosse stato Icardi avremmo perso 0-2 (calcolo matematico ottenuto sottraendo i gol segnati da Icardi al risultato omologato dalla Figc), ma col Napoli tutta Italia ha assistito allo spettacolo – invero preoccupante – di una squadra che senza sottrarsi al ritmo del Napoli ci ha giocato agonisticamente alla pari, che avrà anche alzato un muro ma ha tirato 11 volte in porta e battuto 7 corner. Un’Inter con poche amnesie e palle costantemente sguainate, ribaltando uno schema che a fasi alterne ci ammorba da anni. Un’Inter molto squadra, come non è mai stata in tempi recenti, al netto delle sue tante imperfezioni, per merito di un allenatore che ha avuto un impatto formidabile sulle abitudini e sulle predisposizioni delle nostre mammolette nere e blu.

E’ chiaro che nessun interista, spossato da sette anni post-Triplete che avrebbero sfiancato anche un facocero innamorato, metterebbe oggi – anche oggi – una mano sul fuoco per questa Inter così dichiaratamente fuzzy, ma forse per trascorrere qualche oretta senz’ansia possiamo limitarci a leggere le cifre di queste prime nove partite, cioè praticamente un quarto di campionato: siamo imbattuti, abbiamo la miglior difesa, abbiamo fatto 7 punti in 3 scontri diretti, abbiamo fatto 4 punti in due delle tre trasferte più difficili del campionato.

Questo cosa vuol dire? In linea generale, poco o nulla. Arrivare nelle prime quattro continua a rimanere un obiettivo ampiamente a rischio, perchè mancano giusto quelle 29 partite da giocare e perchè le altre non stanno lì a guardarsi allo specchio. La Roma ha vinto le ultime 11 trasferte consecutive, anche la Lazio in questo campionato è a 4 su 4… due esempi poco casuali per dire che sono cazzi, concetto un po’ rude ma che speriamo Spalletti faccia passare nel segreto degli spogliatoi e della sala mensa.

Per noi, invece, questo secondo posto vuol dire tanto. L’accoppiata culo-brutto gioco ci aveva servito su un piatto d’argento il paragone con l’Inter del Mancini-2, quella che andò in fuga prima di Natale e poi, a conferma di un andazzo superiore alle proprie possibilità, crollo a metà strada e terminò maluccio. Ma le ultime due partite (la tenacia di inseguire fino all’ultimo la vittoria col Milan, l’elevatissima densità complessiva dimostrata con il Napoli) ci proiettano in una nuova dimensione, dove i valori intrinseci possono contare anche di più di quelli tecnici tout court. Da qua alla Juve, il prossimo esamone epocale, ci sono partite che non possiamo sbagliare, a cominciare dalla Samp martedì, la Samp – touch your balls – con cui l’anno scorso iniziò la fine. Il rosicamento che si sente attorno è quasi meglio del rumore dei nemici.

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ottobre 16, 2017
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Le cose semplici

A volte il calcio ti si semplifica davanti all’improvviso, come quando a scuola ti facevano dividere numeratore e denominatore e scoprivi che una roba spaventosa tipo quarantaquattro centotrentaduesimi in realtà era uguale a un terzo. E nella sera del derby, del record d’incasso, della gente (amica o nemica) che ti aspetta al varco della verifica, provi a tirare le somme di una partita pazza e difficile da interpretare e – nella consueta ricerca dei meriti tuoi e dei demeriti altrui, degli eventi determinati e del culo eventuale – improvvisamente ti si semplifica il quadro.

E alcune cose sono (sembrano, almeno) davvero semplici, tipo che se fai viaggiare veloce il pallone è più facile creare le occasioni per vincere, o che se i tuoi davvero forti sono in palla per gli altri sono cazzi, o che se crossi bene magari qualcuno la mette, o che se un giocatore abbraccia un giocatore avversario in area – che sia il primo minuto o il novantesimo, che quello resista stoicamente o cada come una pera matura – è rigore, benchè per cent’anni di questi falli ne abbiano fischiato uno su venti, o forse uno su cinquanta, merito di un televisorino che sta cambiando le abitudini degli arbitri. Meglio (per restare in tema): le sta semplificando.

Eppoi è così semplice, a volte, avere un centravanti che a 24 anni ne ha già messi 80 in 134 partite con la tua maglietta nera e azzurra, un centravanti che avrà i suoi difetti (dai troppi selfie ai troppi tatuaggi alle troppe biografie alle troppo ingombranti dinamiche famigliari) ma è un giocatore da leccarsi i baffi, nonostante – e qui andiamo nel complicato, quando sarebbe così bello semplificare – la curva non lo riconosca e una parte della tifosotteria ogni tanto lo ritenga scarso, non decisivo, un lusso inutile, palesemente inferiore a (segue nome di attaccante qualsiasi di squadra medio/alta qualsiasi a livello del primo e del secondo mondo calcistico).

Eppure, semplificando, l’azione del secondo gol dice tante cose: Icardi che strappa un pallone a centrocampo e si invola verso l’area dove segna con un gesto spettacolare e strepitosamente fine, per interposto cross di Perisic che nel giro di due secondi e cinque metri si libera di un avversario, guarda di sottecchi dov’è il centrattacco e gliela mette sul piede volante.

No, dico: i due più buoni, non a caso. I due che una parte del popolo nerazzurro avrebbe giubilato volentieri: per non vedere più lui e la bionda (Icardi) o per un presunto pacchetto di milioni da reinvestire non si sa bene come (Perisic). E invece no, sono qui e lottano insieme a noi, tiè.

Resta ancora una cosa da semplificare: l’eloquio di Spalletti. Ma è un’impresa superiore alle capacità umane, forse a Certaldo nel 2375 troveranno la stele di Rosetta di Spalletti e i posteri sbobineranno a colpo sicuro. Ma non è importante, davvero. A me piace sentirlo parlare e non capire: in un certo modo, è rassicurante. Resto con i miei dubbi e le mie certezze, non devo interpretare nulla, vado a dormire senza ansia da prestazione: è bellissimo.

Sabato c’è Napoli-Inter, cioè la prima contro la sorprendente seconda, che ha vinto a Roma ma perchè ha avuto un culo spaziale e che ha vinto il derby ma perchè il Milan sostanzialmente fa cagare. Se perderemo, magari male, ci saranno i caroselli, perchè siamo ormai a metà ottobre, le giornate si accorciano e noi siamoancora  troppo davanti, troppo fortunati, troppo positivi, troppo brutti ma vincenti, troppo sereni per essere anche simpatici. Se non perderemo, vabbe’, si vedrà (ma il merito potrebbe essere della legge dei grandi numeri). Comunque non importa: anche Kim Jong un avrebbe firmato per 22 punti in 8 partite, da qui in poi sono tutti sedicesimi di finale e la nostra forza sta nel gruppo e soprattutto in Nagatomo.

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ottobre 9, 2017
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Quando il calcio passava da Biscardi

aldo-biscardi-maggio-2010

Prima che Zuckerberg nel Terzo Millennio aprisse le porte di un immenso Bar Sport globale a qualche miliardo di persone, inventando una cosa oggettivamente fichissima e mettendo nel contempo le basi per la più devastante catastrofe cultural-intellettuale da Adamo ed Eva a oggi (il mio pensiero vale uno, come quello di un nazista dell’Illinois o di uno juventino revisionista, e no, non c’è un cazzo da fare), Aldo Biscardi nel 1980 fece una cosa molto più modesta ma, per i mezzi e le menti di allora, di un certo qual impatto: nel Bar Sport portò qualche telecamera e vi invitò una ristretta cerchia di persone – calciatori, dirigenti, giornalisti, opinionisti, politici, uomini di sport, uomini di mondo, celebrità – e con la formula open (bevete e fate caciara quanto vi pare, non c’è problema) ne fece uno spettacolo scomposto e a suo modo irrinunciabile. Irrinunciabile per il pubblico a casa, assetato di sangue e liti e polemicone senza scadenza, ma anche per gli stessi protagonisti, che facevano la fila per trovare spazio e visibilità nel lunedì sera di Rai3, dove si rigiocavano le partite del giorno prima al netto degli errori arbitrali, ci si accapigliava di brutto e poi bòn, ci si teneva qualcosa in canna per il lunedì successivo.

La morte sistema sempre le cose e tutti diventiamo più buoni a ripercorrere le gesta del de cuius, ma la coralità con cui oggi tutti parlano di Aldo Biscardi come di un grande innovatore lascia pensare che la cosa sia piuttosto vera. Lo riconosce tra gli altri Aldo Grasso, uno con cui in vita volarono i coltelli e che sul Corriere.it si arrende all’evidenza che Biscardi alla fine abbia avuto ragione: “Riconosco che è stato l’inventore del calcio parlato, non importa se a spese della grammatica”. L’analisi critica di Biscardi, del resto, è tutta un fiorire di ma e però, e forse è per questo che stasera lo piangiamo o rimpiangiamo un po’ tutti, compresi quelli che non lo sopportavano ma (ecco il ma) lo guardavano sempre. Che lo snobbavano ma non si sottraevano all’invito.

Prima di diventare la stanca replica di se stesso, cercando di rimanere impermeabile ai costumi che cambiavano e agli innumerevoli tentativi di imitazione che sputtanavano il format, Biscardi ha vissuto una ventina d’anni da vero e proprio Gran maestro del calcio in tv. Gran maestro nel senso di cerimoniere, non di manovratore. Anzi, lui lasciava molto fare: la formula originaria del suo Processo, che lo vedeva come giudice super partes tra difesa e accusa, gli consentiva di accendere micce e aspettare che la discussione esplodesse senza nemmeno doversi preoccupare che qualcuno alla fine dimostrasse di avere ragione. Cosa importava? L’esigenza principe era far spettacolo, provocare risse verbali (mitica la sua frase “Non accavallatevi, parlate solo due o tre per volta”), trascinare le tensioni ad libitum (qualcuno prima o poi calcolerà le ore dedicate al gol annullato a Turone, un numero astronomico). Lui era lì a interpretare il giudice e il vigile, a fare gesti teatrali, dire cose cerimoniose, violentare l’italiano, imbeccare i contendenti, chiamare la pubblicità e l’applauso in una successione che appariva ansiogena ma che era il frutto di un pensiero.

E poi gli piaceva mostrare medaglie al valore. Perchè il livello sarà stato infimo, a volte, ma al Processo intervennero presidenti della Repubblica: Pertini, tre ore di collegamento dalla Val Gardena, e Ciampi, che gli diede il la per la campagna dell’inno da far cantare ai giocatori. E poi presidenti del Consiglio (tipo Andreotti), tutta l’intellighenzia sportiva e non del Bel paese e, tra i tanti, anche personaggi che mai avresti immaginato sentir parlare di calcio, tipo Carmelo Bene. E niente, tu stavi lì disturbato e rapito, non eri mediamente d’accordo con il 99 per cento delle opinioni espresse e magari ti sentivi ferito nella tua intelligenza ogni 15 secondi da quei quattro balùba, ma il lunedì ti mettevi davanti alla tv per non perdersi un secondo di quello che poteva succedere, perchè qualcosa succedeva sempre.

Il merito di Biscardi fu quello di aver sempre lavorato senza rete, sempre in diretta, preparandosi un canovaccio ma poi tirando avventurosamente le fila anche di fronte agli ossi più duri da gestire: la diretta è stata la forza del programma e per gestire quel marasma, per dargli in qualche modo una forma, ci voleva molto mestiere e un gran pelo sullo stomaco. Nel suo ecumenismo si è anche legato a personaggi di dubbio gusto, da un Berlusconi che chiamava quando gli pareva come fosse casa sua a un Moggi che l’Aldone tra un ammiccamento e l’altro ha aiutato a costruirsi un’immagine sornione e simpatica quando invece, nell’ombra, manovrava già di brutto (e, dicono, qualche volta gli dettava la scaletta). Gli davano anche del bieco maschilista, per via di quelle vallette quasi mute che ingentilivano il panorama ma non intervenivano praticamente mai. Soprammobili. Ma loro, le vallette, hanno poi rivelato che lui era gentile e paterno e però perfezionista e quindi premetteva: “Parla solo se sei sicura di non dire castronerie”. E non era facile, esere sicure.

Ma Biscardi è sopravvissuto a tutto. Anche a un processo intentatogli dagli arbitri, la sua controparte naturale, in cui il giudice lo aveva assolto perchè sostanzialmente riconosceva che il programma era tutto fuorchè una cosa seria. E può permettersi, nell’ora della sua morte, di passare alla storia come il primo vero influencer in tema di moviola in campo, un suo pallino da sempre, invocata ogni volta a gran voce nello scetticismo generale. Curiosamente, lui che basava il suo programma sull’uso del Moviolone (una moviola che ingrandiva l’immagine e non ci si capiva francamente un cazzo, ma tutti la vedevano come un’innovazione che internet al confronto è una cagata), aveva anticipato con una visione nitida il concetto del Var. Ma se ai suoi tempi avessero introdotto il Var, il suo Processo – privo di materia prima – sarebbe morto di stenti, no? Invece il Var è arrivato 30 anni dopo le prime intemerate di Biscardi e va bene così: l’uomo che ha allungato il calcio (che fino ad allora si spegneva con la Domenica sportiva) di 24 ore, fino al lunedì notte, meritava una carriera lunga, prestigiosa e candidamente fondata sulla nostra vacuità.

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ottobre 5, 2017
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Il Var, impetuoso al tramonto, salì sulla Juve e dietro una tendina di stelle

Sì, lo so, avrei potuto far finta di  interessarmi un po’ di più della questione catalana o del sempiterno problema della vendita delle armi negli Stati Uniti, ma la lettura più istruttiva della giornata è stata di gran lunga l’intervista dell’ex arbitro Roberto Rosetti alla Gazza. Rosetti è il responsabile del progetto Var in Italia e quindi, dato il suo incarico, ha detto un sacco di cose ovvie  sul Var (che è una svolta epocale, che è perfettibile ma va già benissimo, che il calcio ne uscirà migliore ecc. ecc.), ma approfittando della pausa ha anche tirato una riga e fornito un sacco di cifre sulle prime sette giornate di campionato. Cifre legate in modo diretto o presunto al Var. Cifre, porca miseria, molto interessanti.

Intanto, quanti episodi ha preso in esame il Var nelle prime 69 partite di campionato? L’avreste mai detto? 309 (182 gol, 83 sospetti rigori, 44 altre cose),  circa 44 per ogni giornata. Non tutte le volte il gioco si è fermato: nella maggior parte dei casi gli addetti al Var non hanno chiamato l’arbitro perchè l’azione andava bene così. Un tot di volte, invece, il gioco è stato fermato eccetera eccetera. Quante decisioni ha cambiato il Var? 21 (su 309), cioè in media 3 per ognuna di queste prime 7 giornate. 288 volte è stata confermata la decisione della terna arbitrale.

Queste cifre suggeriscono un po’ di cose: che arbitri e collaboratori non sono stati delegittimati da questa nuova diavoleria e anzi fanno mediamente bene il loro lavoro, che il calcio non sta diventando nè pallanuoto nè baseball e che, al netto di qualche lungaggine (in due casi, tra cui Inter-Spal, il Var si è piantato come un qualsiasi pc tipo ctrl+alt+canc), il meccanismo è già piuttosto efficiente: o qualcuno per caso preferiva 21 errori in più (domanda retorica: ci torno più avanti)? Altri numeri: il tempo medio di revisione a gioco fermo di un’azione sospetta è inferiore al minuto, il tempo medio di recupero dopo il 90′ è aumentato rispetto allo scorso campionato di 19 secondi. Inezie.

Ma le altre cifre fornite sono, sotto un certo aspetto, al limite dello sbalorditivo. Rispetto allo scorso campionato, i falli fischiati sono diminuiti (da 260 a 203), le ammonizioni sono diminuite (da 313 a 245,  quelle per proteste da 27 a 20), le espulsioni sono diminuite (da 24 a 15, quelle per gioco violento da 9 a 6). Minchia, è tutto diminuto (tranne il cornetto Algida, una mia vecchia battaglia). Ma guarda caso i rigori sono aumentati, e mica di poco: da 20 a 34, quasi il doppio. Scusate la pedanteria, ma riussumo e sottolineo: diminuiscono falli, ammonizioni ed espulsioni, praticamente raddoppiano i rigori.

Rosetti commenta: meno falli, ammonizioni ed espulsioni perchè i giocatori, positivamente condizionati dal nuovo strumento, ci stanno più attenti e protestano meno. Bergomi, sul Corriere sempre di oggi, aggiunge: ci può essere un positivo riflesso sul gioco e sui gol, perchè i difensori sono più “prudenti” e lasciano  qualche centimetro in più agli attaccanti. Bene, siamo tutti contenti.

Curiosamente, nessuno fa la domanda-clou: scusate, ma se tutto il resto è diminuito perchè i rigori sono quasi raddoppiati? Già, perchè? Aggiungo un dato altrettanto clamoroso, la democratizzazione del penalty: a oggi, in 7 giornate hanno già avuto un rigore a favore 15 squadre e ne hanno avuto almeno uno contro ben 18 squadre. Tutte, tranne Inter e Roma. Delle statistiche della Roma non so un cazzo, ma su quelle dell’Inter sono abbastanza ferrato. L’Inter, storicamente massacrata nel dare/avere dei rigori, in questa benedetta stagione ne ha già battuti 3 (2 confermati dal Var) e non se ne è visto fischiare neanche uno contro. La Juve 2 a favore e 2 contro, incredibile.

Ora, queste cifre ci offrono dati oggettivi e conducono a qualche considerazione soggettiva ma molto attendibile. Il Var non è la perfezione assoluta (il Toro avrebbe un paio di cose da dire, per esempio) ma chi potrebbe stroncarlo se – dati alla mano – ha corretto una ventina di errori e ha decisamente rasserenato il clima in campo e sugli spalti?

Già, chi?

Il fatto che la Juve sia rimasta da sola a fare la guerra al Var sta ormai valicando i confini del patetico. Il dirigente squalificato per avere insultato il Var è l’apoteosi, la risata che li seppellisce. Un grottesco episodio che arriva dopo le avvelenate dichiarazioni del capitano, dell’allenatore e degli opinionisti-tifosi piazzati ad arte in tutte le trasmissioni mainstream per combattere una guerra di retroguardia, per cercare di diffondere disperatamente il messaggio che il Var fa schifo quando i fatti, purtroppo per loro, dicono l’esatto contrario.

La Juve ha perso domenica scorsa i primi punti del suo campionato, in un campo in cui solitamente passeggiava sotto l’occhio compiaciuto degli avversari e quest’anno no, nonostante due dei giocatori di casa li abbia già comprati (uno ha pure segnato). Dopo sei vittorie ha pareggiato nonostante il Var proprio in quella partita abbia mostrato una grossa e fisiologica falla, perchè è comunque manovrato da esseri umani che se decidono di vedere braccio e non spalla bòn, la decisione è presa e vaffanculo. La Juve è seconda in classifica con sei vittorie e un pareggio in casa dell’Atalanta e quindi potrebbe elegantemente dire che, con 19 punti su 21, non è che il Var le abbia cambiato granchè la vita. E invece no, sono sette giornate che si muovono scomposti, che si agitano sulle poltrone, che vomitano bile ed esprimono uno sconcerto così genuino e sincero che dice più di mille articoli e centomila ore di inchieste tv.

Il Var non ha cambiato nulla sui valori del campionato: dopo sette giornate ai primi sei posti ci sono le migliori sei (il Milan arranca, ma il Var non c’entra una sega) e agli ultimi sei posti ci sono le peggiori sei. Il Var ha cambiato però una cosa importante: che la situazione dubbia ha una seconda chance, ha la possibilità di essere rivista. Alla Juve di tutto questo non frega un emerito cazzo, anzi, si sente crollare la terra sotto i piedi: preferiva godere del beneficio del dubbio (nel dubbio, ti do il rigore/gol/fallo a favore; nel dubbio, non ti do il rigore/gol/fallo contro) e che gli altri si inculassero. Ecco, questa cosa è cambiata. E il fatto (temporaneo, provvisorio, culattone ed etereo finchè volete) che Juve e Inter siano alla pari dopo sette giornate, imbattute, con sei vittorie e un pareggio, spiega moltissime cose. Per la Juve (che resta la più forte e la favorita del campionato, anche con il Var) l’Inter è un’intrusa, come il Var. E adesso che le loro ossessioni sono salite a due, io spero – spero ardentemente – che prima o poi escano pazzi.

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