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settembre 25, 2017
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Vedi l’Inter e dici boh

La cosa fantastica – e al tempo stesso spaventosa, a pensarci bene – di questo inizio di campionato dell’Inter è che nessuno, dico nessuno, da Zhang fino all’ultimo relitto da bar sport (e passando da figure-chiave tipo Spalletti e me, voi, noi tutti) sembra averci minimamente capito qualcosa. O meglio, sembra poter essere in grado di mettere in seria relazione la realtà (terzi in classifica quasi a punteggio pieno, miglior difesa del campionato) con il percepito (una squadraccia che mediamente gioca di merda e che salva il culo in qualche modo prima che l’arbitro fischi tre volte).

Se una cosa possiamo spremere dalle fredde cifre e da quello che si è visto finora è che l’Inter sta viaggiando pericolosamente in bilico tra gli altari e la polvere. E pericolosamente in bilico anche tra gli umori della tifoseria, ormai già borderline dopo appena sei giornate, tra la stupefatta esaltazione da zone alte della classifica e le indicibili perplessità su due terzi della rosa e, in generale, sul futuro del nostro campionato. Dopo tre partite in casa sono già partite le sentenze dei fischiatori, che rischiano di assottigliare ancora di più la rosa, quantomeno la sua sanità mentale. Ok la pazza Inter, ma qui siamo già al mezzo delirio collettivo.

E in effetti c’è da diventarci pazzi. Prendi i gol. Partiamo da quelli fatti: 12, media perfetta di 2 a partita, e fin qui tutto ok. Nove (9), cioè i tre quarti, sono stati segnati negli ultimi 20 minuti. Bene o male? Bene: la squadra ci crede fino alla fine, riesce a risolvere le partite nel finale? O male: non riusciamo mai a sbloccare, siamo lenti e inconcludenti fino a quando abbiamo l’acqua alla gola? Boh.

Quelli subiti, due (Dzeko e Verdi), dicono che siamo la miglior difesa del campionato. Ed è un dato strabiliante se pensiamo che solo su due uomini (Handanovic e l’incredibile Skriniar) oggi mettono tutti d’accordo, mentre sul resto – a cominciare da un Miranda non brillantissimo – si naviga a vista. Mentre preghiamo in tutte le lingue che la coppia centrale goda di infinita salute, abbiamo iniziato un’altra stagione con l’eterno problema degli esterni, con D’Ambrosio che diventa uomo irrinunciabile, con Nagatomo che (rumore di tuoni in sottofondo) dobbiamo ringraziare di esistere (no, sennò chi giocava in un paio di partite?). I nuovi sono eterei: Cancelo subito lungodegente, Dalbert ancora in pieno cantiere fisico e mentale (sarà veloce di gamba, ma a prendere una decisione ci mette mezz’ora). E quindi: boh.

A centrocampo siamo in un discreto marasma. Non ce n’è uno che potresti salvare al 100 per 100, non uno. Borja Valero non arriva in fondo alle partite (e anche sul durante avremmo da ridire), Vecino alterna buoni lampi a lunghe mediocrità, Gagliardini (che si era perso) deve tornare “quel” Gagliardini, così come Brozo deve tornare il Brozo che un tot di volte tutti giuriamo di aver visto, senza incaponirsi nei suoi scioperi bianchi o nei suoi ingobbimenti  a vuoto. Joao Mario è un mistero, perchè nel breve lasso di sei partite lo abbiamo visto entrare e cambiare tutto, ma anche un paio di volte giocare per gli altri. Eppure, è il centrocampo dei terzi in classifica. Boh.

In attacco i punti fissi sono Perisic e Icardi (che nelle ultime due partite avrà toccato tre palloni, di cui uno in difesa che sembrava Sergio Ramos. Avere Icardi e non mettergli un pallone decente, boh). Candreva – entrato come Brozo nel girone dei fischiati, da cui storicamente non è facile uscire – è sprofondato nel loop dei cross inutili e forse bisognerebbe toglierlo da lì. Sta uscendo come un gigante Eder, no dico, Eder!, l’emblema del “non è da Inter” ma che almeno ci mette una garra che tre quarti dei compagni si sognano. Poi succede che entra un ragazzo mai sentito nominare prima che lo comprassimo e San Siro prova palpiti di eccitazione. Beh, è il minimo data la situazione. Due gol a partita, l’attacco dei terzi in classifica ti perlime da morire. Boh.

E poi c’è il mister, anche lui in bilico come la squadra e tutti noi. In bilico tra le cifre che gli danno ragione e i fatti che lo mettono di fronte a un lavoro ancora lungo. In bilico tra le nozze e i fichi secchi, laddove un allenatore può limitarsi a fare il suo oppure a diventare valore aggiunto. Spalletti è geniale a non farsi capire dal mondo ma a farsi capire dalla squadra (almeno a non rinunciare mai a farlo). Il suo “smettila di scuotere la testa” detto a Brozo dalla panchina è la miglior indicazione tecnico-umana uscita dalla nostra panchina da mesi, forse anni. Facciamo come lui: crediamoci.

L’Inter di oggi è un deja-vu recentissimo: due anni fa l’inguardabile Inter manciniana arrivò fino a Natale da capolista (anche con 4 punti di vantaggio) e rischiò di girare da campione d’inverno prima di vedersi ridimensionare le sue forse eccessive ambizioni. E anche questa Inter deve decidere di che morte morire, nel senso che dietro due squadre probabilmente inarrivabili si gioca un sottocampionato che si può vincere, se l’ingranaggio si mette a funzionare davvero. Oggi siam qui a chiederci quanto pesa il culo sui nostri 16 punti, ma intanto li abbiamo messi in saccoccia. Il campionato vero sono le dieci partite contro le uniche cinque avversarie vere, e per ora siamo a punteggio pieno. Adesso andiamo a mietere il grano a Benevento: a metà ottobre, dopo la pausa, nel giro di dieci giorni il trittico Milan-Napoli-Samp dirà chi siamo davvero.

 

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settembre 17, 2017
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Eugenio Bersellini e la sua meravigliosa idea di Inter

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A noi che oggi ci lamentiamo del mercato Suning col freno a mano tirato, chissà che effetto avrebbero fatto gli eventi nerazzurri dell’estate del 1977, quando nel giro di pochi giorni l’Inter perse la finale di Coppa Italia col Milan (derby che si giocò a San Siro il 3 luglio!), in quella che fu anche la partita di addio al calcio di Sandro Mazzola, e ingaggiò come nuovo allenatore Eugenio Bersellini. Che, all’epoca, non solo era un trainer tutt’altro che trendy nei risultati e nell’immagine, ma era anche appena retrocesso in B con la sua Sampdoria in crisi sportiva e societaria, costretta a fare le nozze con i fichi secchi di una rosa ridotta all’osso, pessimo mix tra vecchie glorie e giovani di incerte speranze.

Chissà, forse fu l’estrema dignità di quel campionato, l’orgoglio sfoderato contro ogni evidenza, la quasi-rimonta del girone di ritorno vanificata proprio all’ultima giornata a conquistare il cuore del presidente Fraizzoli, che cercava un allenatore solido e senza grilli per la testa per completare la rifondazione post-Grande Inter. Mazzola aveva appena chiuso la carriera per diventare dirigente, Facchetti si apprestava a iniziare la sua ultima stagione: a fine campionato l’Inter si sarebbe ritrovata senza i nomi immensi del suo passato e ormai lanciata verso un futuro tutto da scrivere, ricco di scommesse, incognite e talenti da plasmare. Se ne stava andando un decennio vissuto così, cercando di spremere il possibile dall’eredità del recente passato e di trovare disperatamente i campioni di domani. Tutto questo mentre la Juve vinceva uno scudetto dopo l’altro e il Milan si stava preparando a prendersi quello della stella.

Ecco, fu in questo bel quadretto che Eugenio Bersellini fece il suo ingresso nella storia dell’Inter.

Era quel che oggi, così estraneo ai modi e ai i lussi estremi del suo stesso mondo, catalogheremmo come un proletario. Montanaro della val di Taro, lombardo ad honorem per una modesta carriera da calciatore quasi tutta giocata tra Brescia, Monza e Busto Arsizio, portava pure male i suoi anni (ne aveva 41 quando arrivò a Milano, ne dimostrava almeno dieci di più) ed era uno di quelli che se poteva (quasi sempre) andava in panchina in tuta, a fasciare le sue forme da ex sportivo e a sottolineare che lui la domenica era lì per lavorare e non per vestirsi della festa. Il nuovo mister dell’Inter aveva allenato “solo” Lecce, Cesena e Sampdoria, ma era già per tutti il “sergente di ferro”: per i modi sbrigativi – così apparentemente lontani dalla sua timidezza e dai suoi modi pacati -, il decisionismo, l’attenzione straordinaria alla preparazione fisica, la tendenza a non farsi impietosire da niente e da nessuno quando c’era da andare in ritiro, anche a lungo.

Ecco quel che cercava Fraizzoli: proprio un sergente di ferro, dopo i tanti brav’uomini (Invernizzi, Masiero, Chiappella) o monumenti del passato (Herrera, Suarez) che si erano avvicendati in panca dopo il glorioso scudetto del 1970/71, senza riuscire a evitare gli sprofondi (tanti quarti e quinti posti, addirittura un nono) di un rinnovamento a tratti poco coraggioso e a tratti inadeguato ai tempi e alle qualità degli avversari. Bersellini, anni più tardi, raccontò quel che chiese alla società: tempo, soprattutto. Tempo per un programma serio di ricostruzione, anche senza grandi nomi, per tornare a essere competitivi lanciando i giovani e un nuovo spirito nerazzurro.

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Bersellini cominciò con quel che c’era (non tantissimo) più i primi due acquisti a sua immagine e somiglianza: un ragazzo molto magro e dai grandi numeri, Altobelli, e un jolly totale, Scanziani. Dopo due giornate, giusto per far capire l’andazzo, lanciò in prima squadra il 19enne Baresi. Finì con un quinto posto e vincendo in rimonta la Coppa Italia con il Napoli, all’Olimpico, una finale che la Rai manco trasmise in diretta: gol di Restelli pareggiato da Spillo, risolve Bini che la mette a tre minuti dalla fine. Per noi il primo titolo dopo sette anni. Pochi giorni dopo inizieranno i Mondiali di Argentina: ci andrà un solo interista, per dire com’eravamo messi (Bordon, portiere di riserva).

L’anno dopo la triade Bersellini-Beltrami-Mazzola completa la rifondazione, pescando ancora in provincia e nel vivaio: arrivano Beccalossi e Pasinato, la coppia Altobelli-Muraro affila le punte. Ma sarà una stagione difficile: quarti in campionato (colpa anche delle tre sconfitte nelle ultime tre giornate), eliminati ai quarti di finale in Coppa delle Coppe dal Beveren e in Coppa Italia dalla Juve. Mentre l’altra metà di Milano, nel salutare Rivera, festeggia ahinoi lo scudo.

Ma l’Inter di Bersellini aveva preso forma. Quella del campionato 1979/80 è una squadra che ha ormai metabolizzato il credo berselliniano, un calcio poco estetico (a parte il Becca), nuovo, diverso, frenetico, totale, che può permettersi di reggere grazie a una preparazione atletica maniacale rispetto alla media italiana di quei tempi. Nessuna follia sul mercato: al mister basta innestare su un impianto giovane un jolly esperto con molto sale in zucca (Caso) e un centrale di difesa stagionato (Mozzini) con cui dar cambio adeguato a Bini e Canuti. E’ un’Inter fresca, simpatica, molto lombarda, un cocktail di atletismo e di talento. Parte sparata in campionato e in quel magico autunno assesta una spallata a tutto e tutti: nel giro di quindici giorni 2-0 al Milan con la magica doppietta di Beccalossi e 4-0 alla Juve con i gol, tutti nel secondo tempo, di Altobelli (3) e Muraro. Sarà una cavalcata solitaria, con un finale di pura amministrazione di un enorme vantaggio e di un carburante ormai quasi finito. Il gol scudetto (il 27 aprile, terzultima giornata, Inter-Roma 2-2) lo segna Mozzini, a 2′ dal termine, con una ciabattata dal limite nemmeno tirata con il suo piede: un gol enormemente simbolico di cos’era quell’Inter e di cos’era Bersellini.

Io c’ero, seduto sulla gradinata opposta, l’odierno primo blu, un ragazzotto che esulta al suo primo scudetto dal vivo, abbraccia suo zio e gli rompe gli occhiali. Lo zio che oggi compie 90 anni, tu guarda gli scherzi del tempo.

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Niente sarà più come prima. Fu l’ultimo campionato senza stranieri. Fu, soprattutto, il campionato del calcio scommesse, degli arresti a bordo campo, delle maxi squalifiche, del Milan in serie B, della Juve incredibilmente preservata, della verginità perduta di un movimento che si scoprì sporco oltre ogni immaginazione. Uno scandalo che non sfiorò l’Inter e i suoi uomini tutti di un pezzo, da Fraizzoli a Bersellini, personaggi d’altri tempi, sempre e comunque.

Prima di andarsene, dopo cinque anni spesi bene, Bersellini non riuscì più a spingere l’Inter oltre l’aurea mediocritas in campionato (ancora un quarto e un quinto posto), ma arrivò a un passo dalla finale di Coppa dei Campioni (sconfitti nel doppio confronto dal Real) e a vincere un’altra Coppa Italia (contro il Torino) salutandoci alzando un trofeo. Tornerà a Genova a completare il lavoro (una Coppa Italia anche lì), lascerà un gran ricordo di sè anche a Torino sponda granata. A noi lascia quello di uno scudetto strepitoso, vinto contro ogni logica contemporanea sotto la guida di un tipo tosto, grassottello, stempiato e – diremmo oggi – terribilmente cazzuto. La terra (e il prato sopra) le sia lieve, mister.

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settembre 11, 2017
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Se il trucchetto del dubbio non funziona più

Breve storia vera. Anche se ho la ragionevole sensazione che non ve ne fregherà un cazzo, vi debbo raccontare che due settimane fa mi sono trovato in una drammatica situazione: avevo urgente bisogno di un reggilibri. No, ma mica uno a caso: ne volevo uno carino, tipo quelli visti in vacanza in cento diversi negozi di stronzate alto di gamma, acquisti sempre abortiti nell’ineluttabile evidenza di non poter farcelo far stare, il reggilibri, nel già stipato trolley a misura di Easy Jet. Ho così trascorso due giorni a macerarmi: dove posso trovare in Italia, vicino a me, negozi di stronzate alto di gamma forniti di reggilibri carini tipo quelli là? Finchè – perchè non ci ho pensato prima? – ho fatto la cosa più ovvia: ho digitato “reggilibri” su Amazon e mi si è aperto un mondo. E per l’ennesima volta nel corso degli ultimi dieci-dodici anni almeno, relativamente a qualsiasi questione in cui internet e derivati c’entrassero almeno di sguincio,  ho fatto tra me e me la stessa considerazione: quanta fatica inutile si faceva, prima?

Cioè: tipo il Var. No?

Quanta fatica inutile ha fatto l’Inter, prima del Var? E’ una domanda che oggi possiamo fare serenamente, senza complottismi e pianginismi, guardando semplicemente alla Storia e alle prime tre giornate di questo campionato, in cui con il Var ci sono stati assegnati due rigori che gli arbitri non ci avevano dato. Due rigori decisivi, perchè entrambi hanno sbloccato il risultato. Chissà se avremmo 9 punti senza il Var? Boh, forse sì, forse no.

Si tratta, sia chiaro, di due tipici rigori “da Var”. Non due clamorosi errori dell’arbitro, ma due rigori oggettivamente difficili da vedere, border line, quasi superiori all’umana percezione (come essere sicuri al 100% e in una frazione di secondo del contatto ai danni di Icardi, o dell’esatto punto del fallo su Joao Mario a cavallo della riga?). Più che legittimo pensare che l’arbitro non fosse in grado di prendere la giusta decisione. Addirittura, che l’arbitro proprio non li potesse vedere correttamente.  E quindi? Ora c’è il Var, prima non c’era. Bene, fine discussione?

No, per niente. Il punto è proprio lì, in quella zona grigia che sta tra la percezione e la decisione dell’arbitro. Chiamiamolo “dubbio”. Ecco, nel dubbio, all’Inter i due rigori non erano stati dati. E non è una questione da poco, questa. Non è prendere una decisione sbagliata, ma non prendere una decisione corretta. La sfumatura è importante, ma l’effetto è uguale. Quante centinaia di partite, quante decine di campionati sono stati determinati o condizionati pesantemente dai dubbi? Da rigori, per esempio, che “nel dubbio” non hanno dato a noi, a volte sistematicamente (nel 2013/14 un solo rigore nell’intero campionato, 21 rigori in tutto negli ultimi 5)? O da rigori che, nel dubbio, non sono stati dati contro la Juve -tanto per fare nomi e cognomi -? O, nel dubbio,  a suo favore?

Tre partite non sono nulla in confronto all’eternità. Ma due rigori a favore dell’Inter nelle prime tre giornate di campionato sono un fatto epocale, e due rigori contro la Juve sono un fatto apocalittico. Lo si capisce dalle reazioni scomposte dell’emisfero gobbo nei confronti del Var, una lesa maestà di cui faticano ancora a capacitarsi. Reazioni scomposte che arrivano mentre la Juve ha 9 punti in tre partite: cioè ha sempre vinto, ha rimediato al Var con la sua forza, così, semplicemente segnando più gol dei rigori contro. Certo, si è presa qualche piccolo, relativissimo spavento e ha fatto un pochino di fatica in più. Il giocare ad armi pari ti fa pagare qualche prezzo.

Con tutti i suoi attuali (e provvisori, si spera) difetti, il Var può arrivare a un risultato immane: eliminare la zona grigia del dubbio con una oggettività inoppugnabile. Eliminare i rigori dati o non dati così, una po’ alla cazzo di cane, tipo i falli di confusione, approfittando della vaghezza della situazione. Tenendo la media di queste prime tre giornate, alla fine potrebbero ballare diverse decine di gol, tra rigori dati e non dati a ragion veduta. Certo che la Juve è nervosa: lo sarei anch’io se sapessi che la distanza dagli inseguitori un pochino si accorcia, e che sono finiti i chiodi da spargere sulla strada.

Il Var non risolverà il campionato (la Juve, ribadisco, è a punteggio pienissimo nonostante il Var), ma da subito sistema un po’ di cose. Mette tutti sullo stesso piano e rasserena gli animi (non avremo più “dubbi” su cui incancrenirci per semestri). Il resto, tranquilli, è tutto come prima: la palla è rotonda, bisogna segnare dei gol, possibilmente uno in più degli altri. Ma il sistema dell’aiutino è già tutto crepato, e quello degli alibi pure. Eggià, sarà meno frustrante anche perdere, a volte: senza il dubbio che sarebbe potuta andare diversamente se (segue lamentela), si potranno mandare affanculo anche i propri beniamini con una soddisfazione e una serenità che per decenni a noi tifosotti è stata negata.

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