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gennaio 23, 2017
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Sei partite: cioè, (quasi) niente

Sette giornate fa, la sera di Napoli-Inter, terza partita dell’era Pioli, dopo aver preso 3 pere al San Paolo eravamo undicesimi e ci avviavamo alle nostre camere da letto con una piva lunga così. La classifica, per la precisione, diceva: Juve 36, Roma e Milan 32, Atalanta Lazio e Napoli 28, Torino 25, Fiorentina e Genoa 23, Samp 22, Inter 21 (22 reti fatte, 21 subite).

Quella di stasera, due mesetti dopo, l’abbiamo ben presente: Juve 48 (una partita in meno), Roma 47, Napoli 44, Lazio 40, Inter 39, Atalanta 38, Milan 37 (una partita in meno), Fiorentina 33 (una partita in meno), eccetera.

Nel mezzo si è svolto insomma un altro campionato, perlomeno per noi. Un mini-torneo di 6 giornate in cui – unica squadra di quelle 11 iniziali – le abbiamo vinte tutte. La classifica:  Inter 18 (12 reti fatte, 2 subite), Napoli 16, Roma 15, Juve (una partita in meno) e Lazio 12, Fiorentina (una partita in meno) e Atalanta 10, Milan (una partita in meno) e Torino 5, Samp 2, Genoa 1.

Cosa è successo in questo breve di lasso di tempo? Che alcune squadre si sono dissolte (le genovesi) o fortemente ridimensionate (il Torino). Sul Milan giudizio sospeso: calendario difficilissimo rispetto al nostro (ha perso con Roma e Napoli, ha pareggiato con Atalanta e Torino) e deve ancora giocare una partita, di certo la grandeur si è un po’ crepata. Atalanta e Fiorentina si tengono bene in bolla (e la Viola deve recuperare col Pescara), ma le abbiamo riprese  e superate. E le altre?

Ecco, il punto sta nelle altre. Noi in 6 giornate abbiamo fatto il massimo ma anche le altre l’hanno più o meno fatto. Per i tre punti recuperati alla Roma, per dire, dobbiamo dire grazie alla Juve che l’ha battuta. Il Napoli avrebbe fatto 6 su 6 se non avesse pareggiato con la Fiorentina. La Lazio, che ha perso con la Juve e con noi, ha comunque vinto le altre quattro. E per recuperare tre miseri punti alla Juve (deve recuperare col Crotone, vabbe’) noi, appunto, ne abbiamo dovute vincere sei.

In pratica: ci siamo rimessi in linea di galleggiamento, ma non abbiamo risolto un cazzo.

Questo concetto mi piacerebbe fosse ben presente ai nostri baldi giovanotti, nei riguardi dei quali abbiamo recuperato vagonate di stima e di entusiasmo. Vincerne 6 di fila, anche se quasi tutte facili sulla carta, non è casuale. Negli ultimi campionati, è stato proprio sui cicli facili che abbiamo spesso lasciato le penne. Però, appunto, in mano – a parte un’autostima ritrovata – non abbiamo proprio nulla. Restano davanti a noi quattro squadre che vanno a un ritmo non molto diverso dal nostro, e ne abbiamo dietro tre che sono tutt’altro che morte. E’ un campionato a otto in cui siamo rientrati da protagonisti assoluti. Dietro, ci sono nove squadre senza più obiettivi e tre già retrocesse. E’ una Serie A più strana del solito, per niente chiusa, ma solo se si viaggia forte. Tipo adesso.

Oggi, dopo averne vinte sei di fila, saremmo per un pelo in Europa League, a cinque punti dai preliminari Champions, a 0tto punti dal secondo posto, a nove (cioè 12) dal primo. In termini relativi, relativi cioè allo sfacelo di prima, è tutto molto bello. In termini assoluti, siamo quinti, in posizione di pericolo e lontani dagli obiettivi nobili.

Cioè: non abbiamo risolto un cazzo.

A parte, certo, aver riacquistato il piacere di giocare e di vincere, di uscire dalle angosce e dalle apnee dell’autunno. Sei partite facili? Ok, ma se comprendiamo anche le prime tre (toste) partite dell’era Pioli (Milano, Fiorentina e Napoli) lo score è 7-1-1, uno score vincente, importante, che rende merito al nuovo allenatore e a un club che ha cambiato definitivamente  passo. Ora c’è il Pescara da battere e poi la Lazio dentro-o-fuori in Coppa Italia. Poi la partita che tutti aspettiamo, là dove non vince mai nessuno. Il modo migliore per fare il punto – attendibile, molto attendibile – su chi siamo e dove andiamo. Rimarranno 15 partite e noi – vada come vada al Latta Stadium – siamo comunque, indiscutibilmente un’altra squadra.

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gennaio 15, 2017
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L’ebbrezza del budino

A un certo punto ho ceduto e, intorno al sessantesimo minuto, ho mangiato un budino dell’Esselunga. Non si è trattato del convulso triturare l’Orociok, ma di una tranquilla degustazione di un surrogato. Uno sfizio, più che una necessità. Il Chievo conduceva ancora 1-0 contro ogni logica e io non riuscivo né ad arrabbiarmi né a farmi salire l’ansia. Affondavo il cucchiaino nel budino, portavo alla bocca e facevo schioccare la lingua. E’ probabile che durante la degustazione, che ho effettuato in totale concentrazione – quindi chiudendo gli occhi durante l’ingoio -, mi sia addirittura perso uno dei 400 tiri in porta di questa partita assurda, dominata restando in svantaggio fino al 69′, costretti alla rimonta pur giocando con un’imbarazzante superiorità. Avessi avuto i Choco Leibniz, non li avrei aperti. Ero impaziente, non ansioso. Doveva solo entrare quella fottuta palla, bastava una volta su venti tentativi, un inghippo statistico più che tecnico. Alla fine è successo.

Sono sensazioni antiche, quelle di non inquietarsi troppo sullo 0-1 a mezz’ora dalla fine perchè sai che prima o poi la vinci, non può andare in un altro modo perché sarebbe troppo assurdo. E quindi va bene così, ti godi il contesto, un attacco che produce, un centrocampo che galoppa (Kondo è recuperato, Gagliardini è fortissimo, tanto che di Brozo non senti la mancanza) e la placida convizione di essersi ormai ritrovati. A 18 giornate dalla fine, comincia il recupero del tempo perduto. Forza Inter, forza Viola.

 

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gennaio 8, 2017
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Specularmente a ritroso (ovvero: investire 5 euro)

Erano anni e anni che non vincevamo quattro partite di fila. Precisamente, uno (e qualche giorno). Era successo a fine 2015, nell’autunno dorato del Mancio ancora sorridente – come noi, del resto – e degli 1-0 straordinariamente ripetitivi per i fegati altrui: battemmo Bologna, Roma, Torino e Udinese – sempre loro – in una serie che culminò con il primato in classifica con 4 punti di vantaggio. Al che accadde che un amico (si chiama Gigi) mi chiamò al telefono per dirmi che davano l’Inter a 5 per la vittoria dello scudetto e che gli sembrava il caso che giocassimo 20 euro. Non mi soffermo sul seguito della storia (dell’Inter e dei miei fottuti 20 euro), ma allargo il campo e dico che si trattò in realtà di una splendida serie di sette partite, 6 vinte e una persa a Napoli  facendo un secondo tempo da paura. Poi niente, sul far del Natale io giocai i 20 euro sognando di incassarne 100 qualche mese dopo e l’Inter, per ringraziarmi della fiducia, smise d’amblè di giocare, a partire dalla magica notte di Melo e della Lazio, di Jovetic e del Mancio, e una storia va a puttane, sapessi andarci ioooooooooo.

Un anno e un mese scarso dopo ecco rifare una serie di 4 partite vincenti – Genoa, Sassuolo, Lazio, Udinese – che mi stimolano una riflessione parellela. Si tratta in realtà (punteggiata dalle ultime tragiche esibizioni europee, ma quelle vanno calcolate correttamente a parte) di una abbastanza splendida serie di otto partite in campionato, di cui 6 vinte, una pareggiata (bene, col Milan) e una persa (demmerda, col Napoli).

Sono le otto partite senza De Boer.

Non parliamone più. Lo fanno di continuo loro, i nostri beniamini, dal capitano Icardi che ricorda “il clima insostenibile” al morituro Jovetic che mentre prepara la valigia ancora non si capacita del perchè non lo faceva giocare nemmeno lui. E insomma, si capisce come se la passasse il povero Frank ad di là delle sue colpe. Ma De Boer è il passato, lo è ormai definitivamente se lo score è questo: via lui abbiamo quasi sempre vinto, non abbiamo quasi mai perso e, dopo un primo periodo di adattamento alla nuova guida, la squadra ne prende meno e ne mette di più. Lo dicono i numeri.

Ora, nessuno di noi può dire come proseguirà questa storia. Se si chiuderà qui o se davanti a un calendario molto invitante proseguirà. Io posso solo confessare di avere ricevuto (ma prima di Udinese-Inter, non dopo: prima) la telefonata del mio amico (si chiama Gigi) (sì, lo stesso dell’anno scorso) che mi ha chiamato per dirmi che danno l’Inter vincente in campionato a 65 e che gli sembra il caso di puntare 10 euro, 5 a testa. E tutto questo mi titilla una suggestione, quella di poter leggere questa storia specularmente a ritroso, che non so bene cosa voglia dire ma mi piace come formula. Nel senso che un anno e venti giorni fa la serie si infranse contro il nulla  che ne seguì, mentre mi piacerebbe assai che ora questa serie – partita dal nulla che l’ha preceduta – ora cresca e si moltiplichi.

Ma tutto questo è così fatuo, amici, così caduco, così appeso al filo dei garretti dei nostri incostanti beniamini (sospiro)… E poi non chiedetelo a uno che sta per sacrificare 5 euro sull’altare del più cazzone degli obiettivi. Credendoci, tra l’altro.

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