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ottobre 31, 2016
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Fermate il mondo, voglio esonerare

BERGAMO, ITALY - OCTOBER 23: FC Internazionale Milano coach Frank de Boer looks on before the Serie A match between Atalanta BC and FC Internazionale at Stadio Atleti Azzurri d'Italia on October 23, 2016 in Bergamo, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Sempre più dissociato, come il centrocampo dell’Inter. Non so bene cosa scrivere di una squadra che – continuo a leggere – ha già esonerato l’allenatore pur non avendolo ancora esonerato. Lo so, è complicato. Concentriamoci, o almeno proviamoci.

Io, per esempio, che ho un cervellino medio-basso da tifosotto da divano, non ci capisco più una sega. Per dire, tipo ieri sera: non potevo scrivere nulla della partita avendo il terrore che, nella notte, l’avrebbero cacciato. Cazzo scrivo?, mi sono ripetuto per ore. Alla fine non ho scritto.

Stamattina mi sveglio e leggo che lo cacceranno dopo la partita infrasettimanale (dove e quando l’ho già letta questa cosa?),  e quindi l’affare si è aggrovigliato. Non è facile tifare per questa squadra, figuriamoci gestirla, strafiguriamoci esonerare un allenatore. E’ un casino.

La verità è che si gioca troppo spesso per potere esonerare un allenatore in santa pace.
Torniamo alla settimana scorsa. Metti di essere un uomo Suning, o un Thohir, o un Ausilio, o uno a caso (cioè uno dei precedenti tre). Tu dopo Atalanta-Inter dovresti esonerare l’allenatore, e bòn, ci sta. Ma mercoledì si gioca con il Torino. E intanto che ci pensi, perdi l’attimo. Dovevi esonerarlo domenica entro il tg delle 20, lunedì annunciare quello nuovo e via. Non l’hai fatto e bòn, devi aspettare perchè ormai non c’è più tempo.

Arrivi a mercoledì con le palle girate e mercoledì l’Inter, toh, vince. Che fai, cacci l’allenatore tipo quella volta che avevamo vinto col Real eccetera eccetera? No, non lo cacci. Poi venerdì c’era il cda. Attenzione, qui c’è un colpo di scena, una complicazione tipo Breaking Bad. Diciamolo, non lo puoi cacciare dopo una vittoria e prima di un cda. E’ un giovedì interlocutorio, a cavallo tra il barzottismo da vittoria e il daffarismo da cda. Cè fermento. Il venerdì, subito dopo il cda, forse per l’effetto di qualche champagnino, nessuno esonera nessuno: addirittura tutti dicono che l’allenatore non si tocca, siamo contentissimi, avanti così, vavavùma!

Domenica, l’Inter perde.

Ora, tu la domenica prendi l’allenatore e lo esoneri. Ma sono già le 23. L’allenatore è ancora lì in sala stampa, sono cose che potrebbe fare uno Zamparini, per dire. Quindi bòn, la domenica è fottuta. Però pace, potresti esonerarlo il lunedì.

No.

Il problema è che giovedì c’è la Coppa. No, guarda, è un inferno, non c’è il tempo di fare un cazzo. Io non ho ancora fatto il cambio dell’armadio, per dire,  perchè mi perdo a leggere notizie sull’Inter. Domani sarà martedì, ma se il lunedì nessuno smentisce che lo esonerai venerdì,  si va tutti insieme a Southlcazzo giovedì così da porterlo esonerare con comodo il venerdì. Chiaro.

E se vince in Inghilterra? Mettiamo che vince. Cosa fai? No, mettiti una mano sulla coscienza.

E se perde in Inghilterra? Mettiamo che perde. Bòn, lo esoneri. Sì, ok, ma è già venerdì. Domenica si gioca. C’è poco tempo. Non so se è il caso, oggettivamente.

Comunque vaffanculo, se rinasco faccio la segretaria di Caprotti oppure seguo il curling e solo il curling: regole precise, niente arbitri, stagioni brevi. Due scopettate e via, bocci la tua stone e la serata è fatta. Gli impegni non si accavallano e la dirigenza non si stressa. Seguire l’Inter è troppo impegnativo e io ho dieci anni più di Zanetti, sono cotto e bollito, non posso andare avanti così, mi dispiace, Juve merda.

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ottobre 27, 2016
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Si sta / come d’autunno / sugli alberi / De Boer

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Da ore, anzi, da giorni sto digitando compulsivamente De Boer su Google per informarmi sull’esonero. Se l’Inter esonera l’allenatore io lo devo sapere subito. E allora tic tic tic, a nastro. Lo faccio sul pc fisso, sul tablet e sul telefonino. Lo faccio a tavola, in ufficio, a letto, mentre passeggio, mentre mi riposo e ovviamente anche sulla tazza, luogo deputato alle ricerche più complesse e approfondite.

Tic tic tic “De Boer” invia.

Nella cronologia delle mie ultime cento ricerche, ci sono “Pavia meteo” (1 volta), “cimici cosa fare” (1 volta), “stasera in tv” (1 volta), “Diletta Leotta vestita” (1 volta) e “De Boer” (96 volte).

L’Inter (non è la prima volta, non sarà l’ultima) mi sta causando disturbi della personalità ormai da ore. Anzi no, da giorni. Praticamente dal primo tempo di Atalanta-Inter, tra le 15 e le 15,45 di domenica 23 ottobre, durante il quale bisteccato sul mio divano mi sentivo in imbarazzo anche con me stesso.

“Minchia se gioca l’Inter”, mi dicevo.
“Quelli nerazzurri sono gli altri”, mi rispondevo.
“Ma tu sei interista?”, mi chiedevo.
“Chi, io?”, mi rispondevo.

Erano i primi sintomi della dissociazione. Chi siamo, dove andiamo e , soprattutto, chi ci allena? No, perchè nel tardo pomeriggio di domenica De Boer era già un morto che camminava e io mi sentivo sprofondare nel limbo, quella fase di mezzo in cui hanno cacciato il tuo allenatore e quello nuovo non c’è ancora, e soprattutto tu non ne sei informato. E quindi la domenica sera spegni la luce e dici bòn, basta, fuck you, avvertitemi quando decidete, anzi no, aspetta, riaccendi.

Tici tic tic “De Boer” invia.

Esonerato, dicono. Spegni va’.

Dormo male. Lunedì mi sveglio confuso e la giornata non mi aiuta. Si concretizzava di ora in ora l’inedita formula dell’esonero punitivo: ti faccio allenare la squadra e andare in panchina con il Torino, ma sappi che ti ho già esonerato. Lo cosa non mi appariva chiara nemmeno dal punto di vista sindacale, ma la certezza era che De Boer era finito, kaputt, arrivederci e grazie per la dedizione, auguri per i nuovi impegni professionali. Su giornali, tv e web la situazione era ben chiara: De Boer è un’illusione, c’è ma non esiste più, siamo già al dopo De Boer e il nuovo allenatore sarà scelto tra uno di questi (segue lista di nuovi allenatori dell’Inter con curricula, stipendi, schermi, desiderata, curiosità).

Dormo male. Al che si arriva a martedì, quando mi sveglio tutto sudato e mi dico:

“Sono senza allenatore!”

Faccio colazione in stato catatonico, immaginandomi De Boer con la barba lunga e le occhiaie nello scompartimento di una tradotta diretta ad Amsterdam, insieme alla moglie e alle tre figlie che io non ho ancora imparato a distinguere (anche la moglie dalle figlie, per dire). Anzi no, una è vestita da pallamano. Vabbe’, le altre due e la moglie sono uguali. De Boer ha la polo dell’Inter con un buco al centro del petto: gli hanno strappato le iniziali con le forbici. Alla frontiera con la Svizzera controllano i documenti. Frank allunga i cinque passaporti. Una lacrima gli riga il viso.

Tic tic tic “De Boer esonerato” invia.

Appaiono diciassette articoli in cui De Boer viene dato per esonerato, però non lo è ancora, però fidatevi che lo esonerano a breve, questione di ore, figuratevi se tengono una ciofeca del genere. Probabilmente gli faranno fare ancora Inter-Torino, ma solo per umiliarlo.

E’ stato un brutto martedì, vissuto in empatia con De Boer. Che però vedo allenare la squadre e partecipare alla conferenza stampa, solo come un cane e rispondendo in varie lingue. E’ vivo. Esonerato, ma vivo. Sono contento per lui, ma incerto per il futuro. Vado a letto.

Dormo male. Mercoledì è il giorno della partita, che però è in secondo piano, o forse terzo. Sui giorni e sui siti leggo solo che De Boer è stato esonerato e sarà in panchina solo in quanto dipendente dell’Fc Inter fino a prova contraria, mentre il toto-allenatori si allarga a nomi mai sentiti. Altro particolare interessante è: chi esonera De Boer, e chi assume il prossimo allenatore? Non ci capisco una sega e su un foglietto a parte mi appunto le varie possibilità: Suning esonera, Thohir sceglie; Thohir esonera, Suning sceglie; Suning e Thohir esonerano, Moratti sceglie; Suning e Thohir e Moratti esonerano, Paolo Bonolis sceglie.

A metà giornata, in totale confusione, cerco su Google:

“Inter-Torino si gioca?”
“Inter-Torino rinvio”
“Inter-Torino orario”
“Inter-Torino allenatore Inter”

Al che, in pieno sbando, chiamo mia mamma, ma per non fare una figura di merda la prendo alla larga:

“Mamma, stasera guardi l’Inter?”
“Sì. Che cazzo di domanda è?”
“No, cioè, volevo vedere se ti ricordavi che c’era il turno infrasettimanale e…”

E ho messo giù prima che mi rispondesse. Boh, giocheranno davvero? De Boer è ancora a Milano? E’ ancora vivo? Le ore passano e alle 20.43 in effetti vedo iniziare regolarmente il collegamento con San Siro. Alle 20.44 inquadrano la panchina dove è seduto De Boer.

“Sarà mica Ronald?”
“Scusa?”
“No, perchè questo complotto plutocratico…”

La partita ha inizio. Dopo 4 minuti ho già divorato 5 Choco Leibniz della ditta Balzen, l’alto di gamma degli Orociok. L’Inter segna addirittura un gol di culo, e mi sembra un segno preciso. Poi subisce un gol di contro-culo (difensori dell’Inter che si falciano tra di loro, attaccante del Torino che ne approfitta) e mi sembra un segno preciso.

“E’ un segno preciso!”

dico alzandomi in piedi sul divano dopo aver divorato il nono dei nove Choco Leibniz della confezione e sentendo una fitta – psocosomatica, è chiaro – all’altezza dell’appendice. A un certo punto, mentre è ormai chiaro che De Boer è fottuto – del resto tutti lo dicevano da tre giorni -, Icardi segna un gol della madonna, al quale esulto con misura.

“(farfugliamento a bassa voce con le braccia al cielo)”
“Cosa?”
“GOL!”
“Ah.”
“Ok, gol, 2-1, ok. E adesso?”

Sono in piena crisi. Dovrei scrivere un pezzo sul blog, ma che cazzo lo scrivo a fare? Abbiamo vinto ed esoneriamo l’allenatore, credo, e quindi? Oppure non lo esoneriamo, e quindi? Ho bisogno di certezze. Non ne ho. Accendo il pc, vado su Wordpress, sto per scrivere un pezzo purchessia, e anzi decido di intitolarlo “Purchessia”, ma non mi viene niente da scrivere che poi non possa essere usato contro di me. Sudo, ho freddo, mi copro, sudo. Alle due vado a dormire.

Dormo male. Giovedì, oggi, non rilascio alcuna dichiarazione a me stesso prima delle ore 16. Alle 17 decido di scrivere un pezzo e ora, prima che caccino De Boer e lo debba buttare via – il pezzo, dico – lo salvo e pubblico. Ecco, ho finito. Aspetta.

Tic tic tic “De Boer esonerato”.

Mi compare un pezzo della Gazza. Il cui tenore è: sì, ok, ha vinto con il Toro, ma vi spieghiamo le cinque ragioni per cui l’Inter dovrebbe tenere De Boer e le cinque ragioni per cui dovrebbe cacciarlo.

Cinque più cinque, dieci ragioni. Troppe. Non lo leggo. Invia.

(e chiedo all’Inter il danno biologico. Non si può andare avanti così, dai)

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ottobre 24, 2016
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Generatore di titoli su De Boer per la Gazzetta dello Sport

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Con “De Burrone” anche la Gazza, insieme al nostro caro Frank, è ormai arrivata sull’orlo del precipizio. Non pago di “Pokemon Juve”, “Wu compra”, “Pog va, Higua in” , e “Inter pfiuuuu”, il titolista di via Solferino ha imboccato il proficuo filone del gioco di parole con De Boer. Il problema è che il filone potrebbe durare due o tre giorni, e nella redazione della rosea si è già scatenato il panico da foglio bianco.

Grazie a una talpa, siamo venuti in possesso dei titoli già pronti sull’Inter. Titoli che probabilmente non vedremo mai, ma che testimoniamo la perfidia e la scarsa onestà intellettuale con cui alla Gazza trattano le cose nerazzurre. Ecco lo scottante documento.

DE BOERdanti!

Titolo nel cassetto nel caso (molto marginale, secondo i maggiori analisti) di vittoria per 5-0 sul Torino mercoledì sera.

DE BOERkina Faso

Troppo intellettuale il riferimento al significato in dialetto bambara, “la terra degli uomini integri”: più terra terra, il titolista della Gazza si riferisce alla drammatica fame di punti dell’Inter.

DE BOERdisso

Titolo nel cassetto per la partita con il Genoa, utilizzabile nel caso di gol/autogol dell’ex o di analisi sui problemi difensivi dell’Inter.

DE BOERlone

Difficile che si arrivi all’intervistone prenatalizio in cui De Boer si rivelerà una persona simpaticissima, che fa gli scherzi nello spogliatoio e ha sempre la battuta pronta.

DE BOERbero

Difficile che si arrivi all’intervistone prenatalizio in cui De Boer si rivelerà una persona molto seria, sempre concentrata sul suo lavoro e asciutto nei rapporti umani.

La porta di BranDEBOERgo

Titolo molto bello ma utilizzabile solo in caso di sorteggio con l’Herta Berlino nei sedicesimi di Europa League.

DE BOERghy

Titolo simpatico per sottolineare elegantemente i problemi di linea del nostro Frank: a corredo del pezzo, una scheda sugli alimenti da evitare in inverno e un estratto dal libro del dottor Mozzi.

DE BOERrata

Alternativa a DE BOERghy.

DE BOERberry

Titolo molto a rischio, perchè non gradito allo sponsor tecnico dell’Inter che fornisce la divisa sociale. Il titolista della Gazza vorrebbe più innocentemente sottolineare che il clima di merda della Pianura padana in autunno assomiglia a quello di Amsterdam e potrebbe favorire l’ambientamento di Frank.

DE BOERp!

Titolo che si riferisce al fatto che il gioco dell’Inter fa vomitare e/o blocca la digestione (ideale per le partite che si giocano domenica alle 15, ma anche alle 12,30).

DE BOERriello

Titolo non usato in occasione di Inter-Cagliari: purtroppo per la Gazza, a farci il culo è stato Melchiorri. Il titolista aveva prontamente proposto MelchiorrInter, ma è stato messo in ferie per due settimane da Monti in persona.

DE BOERqa

Titolo di forte impatto: l’Inter fa così schifo – sostiene il titolista – che bisogna stendere un velo. Accompagnato da una grafica accattivante: testa di donna con gli occhi di De Boer.

DE BOERino

Titolo non usato in occasione di Roma-Inter.

Fozza InDE BOER

Titolo da usare in caso di fiducia confermata da parte dei vertici Suning.

DE BOERraco

Titolo da usare in caso di esonero: a Frank la Gazza suggerisce così, elegantemente, di cambiare sport.

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ottobre 23, 2016
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Girarsi e non trovare nessuno

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A un certo punto – guardavo Mediaset Premium, dopopartita – quando De Boer durante l’intervista si è girato verso la sua sinistra per farsi suggerire la parola che non gli veniva in italiano, e a sinistra non c’era nessuno, e la parola gliel’ha suggerita il conduttore dallo studio, ho avuto la palpabile impressione che il destino del nostro caro – e assai confuso – Frank sia già segnato, già deciso, questione solo di dettagli, di tempi tecnici, di npassagi burocratici. Il segnale, l’ultimo, che tutto il bel castello che ci eravano trovati di fronte dopo Inter-Juve sia lì lì per crollare. O che forse è già crollato: resta un cartonato davanti, dietro è tutto una maceria.

Inter-Juve (18 settembre 2016) sembrava essere lo spartiacque della stagione: sciambola, già superata la crisi da cambio di allenatore e via, con un’autostrada davanti. De Boer era arrivato da poco più di un mese, e poco più di un mese (35 giorni) è trascorso nel frattempo da Inter-Juve. In questo lasso di tempo abbiamo giocato 7 partite, vincendone 2 (di cui una, col Southampton, con un tiro in porta), pareggiandone una e perdendone quattro, 8 gol fatti e 10 subiti. Passando quattro volte in svantaggio per primi, prendendo quattro volte gol negli ultimi 5 minuti, tenendo una media gol ridicola per una squadra che vorrebbe essere catalogata come offensiva.

Un punto nelle ultime quattro partite in campionato.

In tutto questo, siamo al 23 ottobre. Ad agosto, dopo Chievo-Inter, e anche dopo Inter-Palermo, ammantati di un lodevole deboerismo tutti noi – tifosi e tifosotti – ci auto-predicavamo pazienza e buon senso. Non giudichiamo, non rompiamo i coglioni fino a ottobre, macchè, fino a novembre, serve tempo, diamo tempo. Peccato che poi sia arrivata la sbornia di Inter-Juve, la partita che non ci aspettavamo, il segno che tutto si stava componendo con grande anticipo e che l’era Suning iniziava come meglio non ci si poteva augurare.

(sospiro)

35 giorni dopo, una cosa è purtroppo chiara: in uno score stagionale che dice 4 vinte, 2 pareggiate e 6 perse su 12 partite, la vittoria con la Juve è stata più che mai un’eccezione e la regola si è rivelata purtroppo un’altra. Che poi sarebbe la regola che avevamo messo in conto: quella di una stagione che poteva iniziare in un certo modo – con tante possibili difficoltà, quelle che sappiamo a memoria – e per la quale ci eravamo diligentemente messi nell’ordine di idee di aspettare, pazientare, prendere il tempo che ci voleva.

Oh, qui non si tratta di saltare o scendere da carri, nè di rimangiarsi cose dette o pensate. Perchè tutte le migliori intenzioni sbandano quando accadono cose che escono dai binari di tutta la nostra bella, nobile e teorica costruzione.

Tipo, il primo tempo di Atalanta-Inter.

Che oggettivamente non è accettabile. Nè da noi poveri utenti finali, nè dalla società, nè da De Boer, nè dai giocatori, nè dal dio del calcio. Così come le partite di Coppa – anche quella vinta – e altre esibizioni che ti fanno vacillare pesantemente. Stavamo per bollare frettolosamente De Boer come il nuovo Zeman, ma per essere offensiva – o addiritura troppo offensiva – una squadra dovrebbe tirare in porta un tot. Essere zemaniano e non tirare in porta è un po’ come dichiararsi un play boy e non uscire la sera.

Quindi, chi siamo?

Mah, non è ben chiaro. E finchè ce l’abbiamo poco chiaro noi, bòn, chi se ne frega? Non siamo tutti allenatori dell’Inter nel profondo delle nostre povere sinapsi, pur sapendo di non contare un’emerita cippa nell’immane disegno del destino nerazzurro? Il problema è che non ce l’hanno chiaro tutti quelli che compaiono nella distinta. Anche De Boer, sempre più in balia di se stesso e degli eventi (non si spiegherebbero certe scelte di formazione e certi cambi).

Se il problema fosse “solo” De Boer e se tutto intorno ci si muovesse nella stessa direzione, potrebbe essere solo questione di tempo, di fortuna, di sincronia. Ma intorno, a corto e lungo raggio, c’è confusione. C’è la solita maledetta aria da ammutinamento o da scoglionamento. C’è il primo tempo di Atalanta-Inter (un obbrobrio) a dirti che c’è qualcosa di pesante che non va.

Già. De Boer si gira e non c’è nessuno.

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ottobre 17, 2016
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La costruzione di Mauro Icardi (vivere da top player senza esserlo)

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al netto degli squadrismi da curva (ventunesimo secolo, anni dieci, e siamo sempre lì) e delle penose sbandate societarie, sarebbe un errore sostanziale archiviare la vicenda Icardi e i casini di Inter-Cagliari con una semplice – e doverosa, per carità – manifestazione di solidarietà al capitano. Perchè Mauro è un problema, un problema bello grosso, un problema tutt’altro che inedito, e che bisognerebbe affrontare nel suo complesso.

Mauro Emanuel Icardi Rivero, argentino, classe 1993, è oggettivamente un signor giocatore e un prospetto di levatura internazionale. Ha 23 anni, è sbarcato in Europa da ragazzo, è stato tre anni nella cantera del Barcellona, si è trasferito 18enne in Italia dove è alla sua sesta stagione in Serie A – la quinta da titolare, la quarta in una grande squadra di cui è diventato capitano già da un anno. Ha vinto una classifica cannonieri. A 23 anni ha segnato finora 64 gol in Serie A (molti alla Juventus), di cui 53 con la maglia dell’Inter.

Questo, a oggi, è Mauro Icardi.

E’ utile fissare un paletto wikipediano perchè disegna al meglio, senza fronzoli, il profilo di Maurito: un attaccante eccezionale per età, rendimento e doti tecniche, nessun dubbio, ma NON (non ancora) un top player. La tabellina della biografia si va riempiendo di cifre interessanti, ma nella casella vittorie non c’è nulla, ed è un nulla che fa la differenza. Questo non impedisce di fare di te l’oggetto del desiderio sul mercato (nessuno nasce top player, ovvio), nè a te in prima persona di venderti per quello che sei, quello che ti senti di garantire (e Maurito garantisce venti gol a stagione) o quello che prometti di diventare. Ma NON sei (non ancora) un top player.

In questo quadro, la vicenda del libro assume un significato per nulla secondario.
Mauro Icardi è un personaggio in costruzione, nel senso più letterale del termine. Intorno alle imprese sul campo – le uniche che per noi contano davvero – ha preso forma anche il resto. Un “resto” che deve essere costantemente, ossessivamente quello di un top player che (ancora) non è. Difficile non pensare che la bulimica presenza sui social non sia proprio questo: la certificazione continua di un’esistenza a un certo livello, fatta di biondone clamorose (una, diventata moglie e manager e probabilmente grand commis di tutto l’ambaradàn), di macchinoni personalizzati, di case da sogno, lettoni da sballo, piscine panoramiche, muscoli tirati, acconciature trendy. Ultimamente, anche di uno stipendio clamoroso strappato dopo lunga e spiacevole trattativa.

Nel mentre, sia chiaro, Mauro si occupa di fare bene il suo mestiere “vero”. Si allena, gioca, segna. E’ un ottimo atleta professionista, è un attaccante fortissimo. Che però è all’Inter e non vince niente. E’ il link che manca per accedere al club dei top player. Un requisito necessario. E allora la costruzione continua, per non rimanere indietro. Anzi, per essere a pari con gli altri, almeno nei contenuti accessori.

Mauro così si costruisce un’altra cosa che non ha, una storia. O, volendo essere generosi, che non possiede ai livelli in cui può diventare minimamente interessante per l’universo mondo. La fa scrivere su un libro, perchè un’autobiografia sullo scaffale lo mette agli stessi livelli di Ibra, Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona eccetera. Non ha vinto nulla, ma un libro racconta la sua vita. Quindi è un personaggio. Il meccanismo virtuale è sempre più palese.

Detto tutto ciò, che il caso Icardi scoppi adesso, e per tre pagine di un libro, ha un vago retrogusto di grottesco. Mauro Icardi è un problema da un po’. Un dolce problema – nel senso che è un giocatore che ci piace da morire, un centravanti giovane e ambizioso che segna con regolarità, un bel ragazzo che ha saputo chiudere con un cerchio perfetto una storia sentimentale da enciclopedia del gossip – ma pur sempre un problema.

Affidargli a 22 anni la fascia di capitano è stata una bellissima cosa. E togliergliela per un regolamento di conti con la Curva, in cui la Curva grazie alle piazzate di Zanetti e Ausilio si è trovata di default dalla parte della ragione, sarebbe stata grossa cazzata.

Se c’era un momento in cui togliergliela, quasi per giusta causa, proviamo a ripensare alla lunga estate delle wandanarate, degli ammiccamenti con altre squadre perchè suocera intendesse, delle trattative cravattare per il ritocco all’ingaggio. Ecco, in quelle quattro o cinque settimane da cavallo tra luglio e agosto Mauro Icardi non è stato un gran capitano. E avendo in squadra, per dire, uno che ha 100 presenze nella sua nazionale e ha vinto due Coppe America in due anni, o un altro che ha messo la fascia 10 volte nel Brasile, si poteva anche pensare a un’alternativa senza offendere nessuno.

Avanti con Maurito, dunque, finchè si può. Bene così. Augurarci che ci serva da lezione, vabbe’, è pure troppo: abbiamo gli armadi pieni di lezioni mai imparate. L’Inter si interroghi un po’ sul modo in cui affronta i suoi problemi, anche quelli dolci. Domenica lo spettacolo è stato pessimo. E il percorso che ci ha portati fin qui non dev’essere stato migliore. Nessuno ha letto le bozze di un libro di uno come Mauro Icardi, nessuno si è premurato di chiedergli due cose, di dargli un consiglio, fare un paio di accertamenti… (sospiro)

E’ finita quasi a tarallucci e vino, con le scuse, i buoni sentimenti, i fioretti per il futuro. Si poteva evitare tutto ‘sto casino? Uh, pazienza. Però Inter, che brutta figura. Mauro Icardi non è nè Ibra nè Keith Richards, ma un centravanti social che a 23 anni ha dovuto riempire a forza il libro della sua vita. E tu lo lasci solo?

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ottobre 17, 2016
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Fahrenheit 451 (dei danni della cultura, o del trattenersi dallo scrivere)

La storia di quest’ultimo weekend interista sembra un po’ “Pulp fiction”: che lo guardi, resti avvinto e tecnicamente ti diverti un casino (bisogna dirlo, siamo sanguinolenti e spassosi), ma se devi mettere insieme i pezzi della storia non capisci bene da dove si parte. La narrazione circolare di Inter-Cagliari e degli eventi che l’hanno accompagnata  è un enorme casino, dove nessuno ha ragione e tutti hanno torto: ma chi ha fatto la cazzata originale che ha innescato l’effetto domino della merda che in breve ha coinvolto tutti (Icardi, Curva Nord, società, squadra e pure noi tifosotti che non c’entriamo proprio niente) in una splendida domenica di metà ottobre?

La mia teoria è che tutto parte dal libro, e che se “Sempre avanti” non fosse mai stato scritto avremmo vinto 5-0 con il Cagliari e trascorso il resto della domenica con l’espressione stampata in faccia di chi si è fatto una gigantesca canna o ha fatto petting di terzo grado con Beyoncé Knowles.

Allora, partiamo dal libro. Hanno già detto cani e porci che (farsi) scrivere un’autobiografia a 23 anni  senza aver combinato sostanzialmente un cazzo nella vita è un’operazione – come dire – un pochino eccessiva. E’ verissimo. Chi ti si incula, Mauro? Noi ti vogliamo bene, sei il nostro capitano e il nostro centravanti, sei un eccellente giocatore e tutti confidiamo in te per il nostro comune futuro. La casella “zero” alla voce trofei non è  colpa tua, ci mancherebbe, però devi tenerne conto. Perchè se vinciamo la Coppa Italia cosa scrivi, la Treccani?  E poi quel sottotitolo, “La mia storia segreta”, riferito a uno che non ha nessun segreto, un ragazzo che ha un concetto della sua stessa privacy molto blando, che ci ammorba di tweet e di selfie da una vita, foto sul balcone, nel lettone, con i bimbi, senza bimbi… ma santa madonna, Mauro, magari avessi dei segreti, magari!

Insomma, Maurito – primo errore -: non pago di essere il centravanti e il capitano dell’Inter, non pago della tua storia d’amore coram populo con biondona e famiglia-monstre, non pago della fatwa degli argentini, non pago delle macchinone e del contrattone… non pago di tutto questo, dovevi proprio (farti) scrivere un libro? Per raccontare cosa, a parte ‘sti due dettagli di non grandissimo conto?

E arriviamo al secondo errore. L’episodio di Reggio Emilia nella vita – poniamo – di Maradona è mezza riga (“una volta mi hanno madato a cagare”), ma nella breve e scarna storia di Mauro Icardi vale tre pagine. Chissà se la ricostruzione del “tira la maglia, riprendi la maglia, ri-tira la maglia, mandiamoci tutti affanculo” è giusta o sbagliata: un dettaglio marginale, stiamo parlando di Sassuolo-Inter e di Icardi contro la Curva, mica dell’incontro di Teano. Ma quel passaggio “(…) sono pronto ad affrontarli uno a uno. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo”, santa madonna, ma come ti è venuto in mente? Caro Mauro, la Curva per me è sotto lo zero e a tutti capita di dire qualche stronzata: ma poi bisogna scriverla su un libro, per forza?

E siamo al terzo errore. Che è quello di rivangare da bulletto, con sottolineature postume, un episodio spiacevole: una mossa sbagliata, in assoluto. Scriverla nera su bianco e farla stampare su qualche migliaio di copie di un pur inutile libro è una grossa stronzata. Sicuro, proprio sicuro che la storia non fosse da far leggere a qualcuno, prima? Qualcuno in società? Non è mica censura: è buon senso. Giusto per avere un consiglio: a 23 anni si fanno un sacco di minchiate – tipo (farsi) scrivere un’autobiografia.

Bòn, il libro esce. Alcuni giorni dopo la Curva Nord reagisce. Alcuni giorni dopo. Comunicato quasi notturno nella serata di sabato, a rendere impossibile qualsiasi spiegazione o mediazione prima della partita, che è domenica alle 15. Perchè ormai è deciso, non ci sono alternative, non ce ne devono proprio essere: si sente già il rumore degli anfibi, allo stadio deve andare in scena per forza la contestazione, non ci sono cazzi, tutti devono sapere, tutti devono vedere, tutti devono partecipare, perchè il reato di lesa curva è  ben più grave di qualsiasi cosa, anche di incularsi una partita importante con un avversario abbordabile. E’ l’errore numero quattro.

Ma alla Curva, in fondo, di Inter-Cagliari che gliene frega? L’importante è segnare il territorio, manifestarsi in vita e regolare un conto da sempre in sospeso con il capitano. A cui chiede di lasciare la fascia (mecojoni!) e a cui riserva un trattamento coi fiocchi: striscioni durissimi (uno postumo, dopo la partita, davanti a casa), contestazione, fischi. Icardi gioca male e sbaglia un rigore. Nesso di causalità tutto da dimostrare, direbbe l’avvocato della Curva. Il resto dello stadio (ah già: va sempre spiegato che la Curva è una parte dello stadio, perchè poi c’è il resto dello stadio, e poi c’è il resto del popolo interista, parliamo di milioni) sostiene il Capitano, lo applaude dopo un rigore sbagliato, un evento più unico che raro. No, per dire che situazione c’era (e che situazione ci sarà).

Ma ora dobbiamo fare un passo indietro, alle due e mezza del pomeriggio. Incredulo davanti alla tv, Mediaset Premium, vedo inquadrare Zanetti con un inconsueto tremolio allo zigomo.

E’ incazzato?, mi chiedo.

Sì. Dice che saranno presi provvedimenti. Lo dice rispondendo a un’innocente domanda che richiedeva un’innocente risposta (tipo “Un episodio spiacevole, ma ne parleremo con più calma domani, ora abbiamo una partita da vincere, forza Inter”), una banalità paracula come se ne dicono a badilate prima e dopo qualsiasi partita. No, lui risponde secco: sì, di sicuro, e bla bla bla con il suo accento argentino meno buonista e suadente del solito. In pratica, mezz’ora prima della partita, con gli striscioni ancora  da stendere, i fischi ancora da fischiare, la merda ancora da spargere, la partita ancora da perdere, il vicepresidente dell’Inter dice al mondo che ha ragione la Curva (non “i tifosi”, come dice lui: la Curva, perchè la questione era ed è tra Curva e Icardi, i “tifosi” – io, per esempio – non c’entravano un emerito cazzo) e che Icardi è un grosso coglione.

Questo è l’errore numero cinque, non meno grave degli altri.  Un errore che sarà ripetuto nelle ore successive da Ausilio, paro paro. Si trattava solo di salvare le apparenze, è chiaro che avessero tutti i diritti di essere incazzati. Ma delegittimare a mezz’ora dalla partita il proprio capitano, già annunciando provvedimenti contro di lui, e nel contempo dare ragione a una frangia del tifo con cui hai tutti i diritti di tenere i rapporti che vuoi ma senza dare la netta e insopportabile impressione di temerla o di esserne condizionato, santiddio, è una roba che non si può nè vedere nè sentire. Cinesi, strategie globali, marketing universale, e in certe cose restiamo all’Abc.

Cosa succederà ora? Boh, se queste sono le premesse… Abbiamo un centravanti e capitano sostanzialmente esautorato, una Curva intellettualmente impresentabile, una società che non si formalizza a pestare merde. Ah, poi ci saremmo anche noi: no, per dire, noi che cavolo c’entriamo in tutto questo? E ci sarebbe anche la squadra, cui tocca giocare una partita in un’atmosfera inaccettabile e surreale, che se fossi stato un pochino più cinico dopo le parole di Zanetti mi fiondavo alla Snai e mi giocavo la tredicesima sul 2. Forse De Boer è pure contento, in questo caos: i suoi cambi lisergici saranno passati un po’ sotto silenzio, occupato com’era il mondo a prendere appunti sugli striscioni e a guardave come reagiva Maurito.

Nel frattempo con Palermo, Bologna e Cagliari in casa abbiamo fatto due punti, il Milan è secondo e la Juve è a un anno luce. Vabbe’, ma noi abbiamo altro a cui pensare: a quale provvedimento sarà preso contro il capitano, per esempio, un provvedimento che sarà in automatico un successo della Curva, perchè così ha impostato il discorso l’Fc Inter in persona. Bella roba, capolavoro tattico e filosofico. A prenderlo in culo è solo il tifosotto medio, l’unico che si è accorto che al termine di questa divertente e variegata domenica autunnale siamo undicesimi a pari con il Bologna.

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ottobre 5, 2016
di settore
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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ottobre 3, 2016
di settore
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Il dietro e il davanti

romainter

Tu, tifosotto, non ti puoi incazzare se nella partita che perdi a Roma con la Roma (dove non vinci in campionato da 8 anni e dove l’ultima vittoria fu sei anni e mezzo fa, in Coppa Italia, il primo pezzo del Triplete) hai creato 7-8 palle gol vere, nitide, qualcuna gigantesca: le partite per cui vai a dormire incazzato sono altre, non questa. L’aggettivo giusto sulla strada verso la branda  è “preoccupato”, o forse “perplesso”, perchè in questa partita che a tratti sembrava una scazzottata di “Altimenti ci arrabbiamo” – occasioni di qua e di là a ripetizione – le chance concesse alla Roma sono almeno una decina, qualcuna clamorosa. Una partita che poteva finire in tanti mondi, una specie di 1X2 lungo novanta minuti, con una palla impazzita che pareva quella della roulette. Una partita che, secondo la statistica e il buon senso del padre di famiglia, è difficile da vincere se tu ti dai un gran daffare ma spalanchi la tua porta agli avversari per una decina di volte. O hai molto culo, o non la vinci.

La seconda che hai detto.

La partita di Roma, in questo tormentato inizio di stagione, segna per l’Inter un momento topico: una netta, importante differenza di rendimento tra i reparti. Finora avevamo fatto partite buone, discrete, modeste o disastrose a tutto tondo. Giusto qualche sfumatura, ma non così significativa. A Roma no, non può essere fatta la stessa pagella alla difesa, al centrocampo o all’attacco. O ancora meglio, all’Inter davanti e all’Inter dietro.

L’Inter davanti funziona. E dove ancora non funziona, o magari fa momentaneamente  cilecca, sai che il meglio della tua squadra è lì, e te lo dicono i fatti, te lo dicono i numeri, te lo dicono le facce. L’Inter, l’Inter davanti, a Roma poteva vincere. Certo, metterne una su 7-8 è una media terribilmente bassa. Ma il gioco c’è, produce, crea, mette in condizione di.

L’Inter  dietro non funziona. Roma-Inter poteva finire 7-4, 5-5, 6,7, 8-2. In ognuno dei risultati ipotetici, pensare che la nostra difesa potesse in qualche modo sfangarla sarebbe quantomeno disonesto. A Roma partita allucinante di Murillo, sulle fasce le solite incertezze, Handanovic ha fatto tre miracoli e tre miracoli sono tanti, sono tre quasi gol. In questo confronto tra due squadroni molto fuzzy,  il ventre molle era il nostro.

Quindi, andiamo a dormire inquieti, ecco, inquieti. Un punto nelle ultime tre partite, tra campionato e coppa, ci riportano per terra dopo le tre vittorie consecutive in campionato. Roma ci ha detto delle cose, De Boer ne faccia tesoro. E anche Ausilio o chi per lui: per dirla alla Bersani, bisogna riempire i buchi del groviera.

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