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giugno 2, 2016
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Sindrome cinese

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Martedì 31 maggio mi sono addormentato in Italia e mercoledì 1 giugno mi sono svegliato in Cina. La cosa bella è che non avevo spostato minimamente il culo. E non ero neanche in un film tratto da un qualcosa di Stephen King. Semplicemente, la regione in cui risiedo – l’operosa Lombardia – e la lussureggiante località in cui vivo e opero – Pavia, capitale mondiale della zanzara da salasso e della nutria da riporto – si sono virtualmente popolate di pagode e di sputacchi, e soprattutto di soldi – euro, dollari e come cazzo si dice, gli yuan, unità base del Renmimbi, la moneta del popolo (musica austera in sottofondo).

E’ andata così. E’ suonata la sveglia del telefonino, ho allungato la mano verso il comodino, ho spento il plin plin plin, ho appicciato contestualmente internette, ho puntato gli occhietti ancora cisposi sul display

(ditemi voi in quale blogghe uno può permettersi di leggere aggettivi come “cisposo”)

e la Gazza a tradimento mi informava che l’Inter da lì a poco sarebbe diventata cinese.

Minchia, mi sono detto con la voce ancora cisposa.

Fast forward.

Tre ore dopo, a Casa Pavia, lo spazio multifunzionale aperto dal Pavia Calcio nel cuore di Pavia, in piazza della Vittoria sulla Zanzara, il direttore generale del Pavia (mi scuso per l’ossessivo ripetersi del toponimo Pavia)

(ditemi voi in qualche blogghe vedete utilizzata con disinvoltura la parola “toponimo”)

informava giornalisti e folto pubblico che la proprietà dimezzava seduta stante il budget a disposizione e, con esso, le ambizioni di gloria, sottolineando che ad agosto non si partirà per vincere il campionato di Lega Pro ma, se va bene, per rimanerci.

Dal 3 luglio 2014 la proprietà del Pavia è cinese, lo sanno anche i sassi.

E tutto ciò, tutto questo cinesismo assortito, piombato tra capo e collo nel giro di tre ore a un povero interista di Pavia, un uomo bucherellato dalle zanzare e morsicato delle nutrie e devastato dall’amore per la squadra del cuore sballottata nella procella globalizzata, lo trovo molto suggestivo. Anzi no, terribilmente suggestivo. Cinese per parte di squadra cittadina, e cinesizzando per parte di squadra del cuore, mi sono trovato nella giusta condizione per alzarmi di scatto tutto sudato e dire:

“La Cina è vicina e non ho un cazzo da mettermi”.

Ma addiveniamo a un più lucido esame della situazione. Nella mia situazione di cinese ad honorem, o di esperto di calcio cinese in proiezione lombarda, mi trovo nella situazione di poter offrire una personale ma responsabile risposta alla domanda:

“Ma tu ti fidi dei cinesi? E i cinesi dell’Inter saranno mica come i cinesi del Pavia?”

1) Io non mi fido di nessuno, cinesi compresi, questo lo premetto perchè poi non mi veniate a tirare la giacchetta. Anche perchè non indosso giacchette. Quindi che cazzo tirate?

2) Veniamo ai cinesi del Pavia. Ora, dopo due anni, qualche nodo è venuto al pettine. Cioè, qui a Pavia sembrava troppo bello, fin eccessivo. Molta grandeur, stipendioni, progettoni, sogni a lettere maiuscole. Solo un anno fa, in piazza, il presidente arringava la folla con promesse di Serie A e Champions League (giuro, è la verità). Però, debbo dire che i “nostri” cinesi non possono essere catalogati come degli avventurieri. Ci hanno messo i soldi, tanti (rapportati alla Lega Pro). Dal punto di vista sportivo, hanno rilevato una società arrivata ultima (in un campionato che, due anni fa, non prevedeva retrocessioni) e l’hanno portata il primo anno a sfiorare in effetti la B (eliminati al primo turno dei play off dopo un campionato sempre al vertice), il secondo anno a superare tre turni di Coppa Italia (eliminando anche il Bologna, sconfitti poi dal Verona al 90′) e a giocare un campionato tanto ambizioso quanto deludente, rifacendo la squadra a gennaio con innesti altisonanti e -purtroppo – fallimentari. Insomma, il secondo anno è andata a schifio.

Non si sono nascosti, anzi, hanno frequentato il salotto politico della città, accolti da sindaco con fascia tricolore, voglio dire, e l’Università come sponsor e partner per un progetto di formazione sportiva. Hanno portato la Cucinotta e Schwarzenegger (che poi si è defilato, appena in tempo) a girare un film cinese a Pavia, che è una cosa anche concettualmente strepitosa (il film si chiama Magic Card, guardate pure su YouTube). Hanno portato a Pavia allenatori cinesi a imparare il mestiere. Hanno proposto di costruire un nuovo stadio (l’edilizia è il core business del fondo cinese cui fa capo la società), trovando un certo interesse del tipo “noi non vi rompiamo i coglioni su terreni licenze ecc. ecc. però sono cazzi vostri”, e infatti per un po’ ne hanno parlato e poi più. Hanno aperto in piazza della Vittoria sulla Zanzara un negozio su due piani, una specie di Pavia Store che vende anche prodotti del territorio: una cosa visibile, vera, tangibile e probabilmente un po’ sproporzionata (cioè, io non è che un giorno sì e uno no vado all’Inter Store, voglio dire, figurati al Pavia Store).

Insomma, le cose le fanno. Magari un po’ così, ma le fanno, le hanno fatte, probabilmente ne faranno ancora. Sì, un po’ così, ecco: esonerano allenatori qualificati ai play off alla penultima di campionato, per esempio. O fanno piazza pulita di interi management nel giro di mezza estate. O esonerano altri due allenatori, quello del girone d’andata e quello con cui avevano rifatto la squadra per il girone di ritorno. Prendono nazionali maltesi, ex nazionali cechi, gente così. Prendono anche punti di penalizzazione perchè non versano i contributi in tempo. Riportano la gente allo stadio, molta. Ma quest’anno – siccome non vinci, siccome giochi di merda, siccome fai casini su casini – è finita con i cori contro e tanti saluti.

3) Veniamo ai cinesi dell’Inter. Tra Pavia e Inter e relativi cinesi va fatta la relativa tara e la relativa proporzione. A Milano sbarcano cinesi di un enormissimo gruppo commerciale e finanziario, presieduto da uno degli uomini più liquidi della Cina e quindi del mondo. A Pavia i cinesi sono venuti a sperimentare, a Milano – all’Inter – i cinesi vengono per fare subito business, che vuole anche dire vincere (sennò il business viene male).

Storcere il naso, per gente che da due anni è indonesiana, fa un po’ ridere. E fa un po’ ridere anche su scala internazionale, perchè siamo qui a invidiare quotidianamente squadre in mano a sceicchi e magnati vari e poi, all’arrivo dei cinesi, ci guardiamo smarriti. Questo purtroppo è il calcio, bellezza. E dico purtroppo perchè sono anziano, non sono nativo del calcio 2.0 che cambia mani e dimensioni e asset come io mi cambio le mutande. Nato e cresciuto con presidenti milanesi, adesso mi fa un’enorme impressione diventare cinese due anni dopo essere diventato indonesiano. Ma è un passaggio necessario, non vedo alternative. In Italia ce ne sono poche, e nessuna al livello che sogniamo noi.

Ah, non secondario: in tutto questo noi, noi tifosotti, cosa possiamo fare?

Il cambiamento vero c’è stato due anni fa (nel frattempo non è morto nessuno e l’Inter esiste ancora). Ora c’è un upgrade, certo, un upgrade bello pesante. Posso giusto sperare che il nuovo assetto all chinese sia perlomeno un po’ più duraturo. Non ho voglia di affrontare ogni due anni un cambio di proprietà e di etnia, non ce la posso fare. Voglio un bel progetto

(tutti dicono progetto)

e voglio volare alto, tornare a mordere il culo alla Juve, tornare a sentire la musichetta deciempiooooooooons, insomma, tornare a guardare dall’alto verso il basso la stragrande maggioranza dell’umanità pallonara. E lo dico adesso, ammantandomi di una superficialità che quasi mi fa paura, ma bauscizzandomi il giusto: che siano euro, dollari o Renminbi, l’importante è ci siano. E che il nerazzurro domini il mondo. Io, nel mio piccolo, sarò interista anche con un presidente della Cayman e con la retrocessione in Eccellenza per bancarotta supercazzola fraudolenta: è una debolezza che sento di potermi permettere. Perché l’Inter ci sarà sempre, e una cosa resterà chiara fino alla notte dei tempi: Juve melda.

 

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