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maggio 2, 2016
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Non tifo Leicester (si chiama invidia)

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What about the contracted British pronunciation of place names like “Worcester,” “Gloucester,” and “Leicester”? As you know, the names of those English cities are much easier to say than to write. They sound like WOOS-ter (with the “oo” of “wood”), GLOSS-ter, and LESS-ter.

Ora, il problema – per quanto mi riguarda – era sempre stato Worcester. Provate voi ad andare a comprare la salsa Worcester (pronunciata all’italiana, Uorcèster, o Uòrcester, che fa anche più figo) pronunciandola all’inglese: “Buongiorno, ha la salsa Uh-ster?” “Ehhhh? Mai avuta, provi dai cinesi, oppure in Svizzera”. “Ma scusi, vedo la bottiglietta”. “Ah, la Uorcéster. Uster? Ma parla come mangi, santiddio”.

Quando nel corso di una lezione di inglese, in età ormai ampiamente adulta, conobbi il segreto della pronuncia di queste tre città, fui avvinto da un totale senso di smarrimento. A me Lèicester, pronunciato all’italiana, con l’accento sulla prima e, non dispiaceva affatto come parola, anzi, era proprio bella. Lesster no, non mi piaceva. Per me esisteva solo Lester Piggot, il fantino, o Lester Young, il jazzista. La città di Lester non mi piaceva, preferivo Lèicester, aveva un che di antico.

Quindi, dovevo resettare. Lesster, lesster, lesster.

Confesso tutto questo per distinguermi culturalmente e sportivamente dal lessterismo delle ultime ore. Ora, al netto della simpatia per Ranieri e dell’empatia con un italiano che vince lo scudetto in Inghilterra con una squadra che non lo aveva mai fatto prima in culo ai vari Manchester eccetera eccetera – quindi, al netto di una forte simpatia e di una forte empatia -,  che cazzo c’entriamo noi con il Leicester?

Mi trovo circondato da gente che parla del Leicester come se lo seguisse da sempre, come se non aspettasse altro che lo scudetto dei Leicester, come se il Leicester fosse per osmosi la sua rivincita personale, sportiva, sociale, esoterica, umana e filosofica.

Osmosi de che?

E’ che noi – noi italiani, intendo – siamo fatti così. Tra poco inizierà la fase più divertente del nostro zelighismo intellettuale: le Olimpiadi. Spunteranno come funghi persone – anche tra i vostri amici più cari – che per quattro anni vedete occuparsi solo di calcio ed esprimersi con suoni gutturali, e che d’improvviso saranno esperti di tutto, dal taekwondo alla vela classe Soling.

“Cazzo, hai visto il fioretto ieri sera?”

A bbello, fioretto de che? Ma tu la sai la differenza tra fioretto, spada e sciabola?

“Dunque, la sciabola… (silenzio)”

Due mesi fa tutti – tutti! – parlavano della scarsa organizzazione delle polizie francesi e belghe, e soprattutto della incomunicabilità tra intelligence in Europa (ho visto gente che non sa fare due più due discutere di intelligence come fossero reincarnazioni di Edgar J. Hoover). Poi, improvvisamente, il silenzio. Due settimane fa sentivo fare disquisizioni sulle trivellazioni a gente che sa distinguere giusto la benzina dal gasolio quando va a fare il pieno.

“No, perchè le concessioni, le miglia, il futuro energetico…”

Descrivimi una piattaforma petrolifera.

“Dunque, c’è il mare, no?, ok, e poi tu ci metti due tralicci… (silenzio)”

Il lessterismo è figlio di tutto questo, ne sono certo. Noi abbiamo bisogno di una moda ogni 15 giorni, massimo un mese. Poi la cambiamo. Quindi, fino a metà maggio tutti vi romperanno il cazzo su quanto è bello il Leicester (peccato questo accavallarsi con il Crotone, sennò ci sarebbe stato il Crotone: ma vuoi mettere “Leicester” e “Crotone”? Naaaa), poi all’incirca dal 16 maggio subentrerà qualcos’altro. Non siamo in grado di resistere di più, perchè poi ci annoiamo.

Il Leicester è una bella storia, bellissima. E noi sospiriamo guardandola da qua, con un pizzico di invidia per una gioia così violenta e liberatoria. Però stop, morta lì. Non siamo di Leicester. Io sono di Voghera, forzatamente trapiantato a Pavia. Voghera non è la Leicester della Lombardia. Pavia nemmeno, è piena di zanzare e di nutrie. Il Pavia ha la maglia simile a quella del Leicester, però è il Lega Pro e ultimamente fa cagare.

Io non dico: non gioite per il Leicester. Anzi, gioisco anch’io. Dico solo: rilassatevi, voi non siete di Leicester e del Leicester, non lo siete mai stati e non lo sarete mai. Lo so che è triste, ma è così.

Mi rivolgo dunque a chi sa ancora distinguere se stesso dal Leicester. Ecco, in questi 15 giorni di vita leissteriana, toglietevi qualche soddisfazione. Al tifoso del Leicester che avrete di fianco in treno, in mensa, al bar, al cinema, a Gardaland, all’Esselunga o durante una gang bang, fate qualche domanda trabocchetto. Così, per valutare la caducità del lessterismo. Di che colore è la maglia del Leicester? Mi dici tre giocatori del Leicester (Vardy non vale) (come sarebbe a dire “chi è Vardy?”)? Mi dici dov’è approssimativamente Leicester (nord, centro, sud, più o meno)?

Poi, se volete fare i fighi: chi è il presidente del Leicester?

Questa è difficile: Vichai Srivaddhanaprabha. Che è l’unica cosa che mi rende davvero interessante il Leicester, a parte la simpatia, l’empatia eccetera. E cioè: è possibile che un miliardario dell’estremo oriente compri una squadra in occidente e la porti allo scudetto. E allora viva il Leicester, lunga vita al Leicester e Juve merda, prima che si diventi tutti esperti di (in ordine di tempo) amministrazioni comunali romane o milanesi, riforme costituzionali, dressage, tiro a volo double trap o presidenti americani donna e/o col riporto.

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