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maggio 16, 2016
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Buffon, ovvero: l’insostenibile leggerezza della Gazza

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Buongiorno.

(brusio)

Una équipe di…

(forte brusio, accenno di applauso)

Una équipe di…

(voce maschile dal fondo) “…scienziati dell’Università di Sassuolo”

(forte brusio, risate soffocate)

Non la caccio fuori solo perché mi sento particolarmente fragile.

(silenzio)

Una équipe di scienziati… No, debbo essere sincero. Una équipe di giornalisti della Gazzetta dello Sport…

(forte brusio)

(altra voce maschile dal fondo) “Cos’è questo brusio? La Gazza fa testo, non facciamo gli schizzinosi”

Infatti, sono d’accordo. Dicevo: una équipe di giornalisti della Gazzetta  dello Sport…

(silenzio)

ha stabilito che Gianluigi Buffon è il più forte giocatore italiano di tutti i tempi.

(maschio dalle prime file) “Ahahahahahahahahahahah, stratosferico. No, dai, non ci credo… ahahahahahahahahah, ma che sostanze hanno assunto? Ahahahahahahahah, santa madonna”

Venga.

“Mi scusi, davvero. È stato l’istinto. Non volevo, ma…”.

28 le va bene?

“Grazie, non me lo aspettavo”.

Bene. Domande?

(voce maschile) “Ma si riferisce a Sportweek di due sabati fa?”

Sì, ma non mi sono ancora dato pace. Altro?

(voce femminile dal fondo) “Lei è d’accordo con questa bizzarra tesi, professore?”

Naturalmente la trovo del tutto discutibile per non dire balzana e…

(vola un reggiseno)

Non per fare polemica, ma di solito non lo lancia a fine lezione?

“(sospiro) Volevo giuocare la carta a sorpresa”

Glielo appoggio qui, lo può riprendere alla fine. Dunque, affrontiamo l’argomento con una tecnica innovativa e costruttiva. Non limitiamoci a…

(voce maschile dal fondo) “… a dire che è una cazzata”

(brusio, risolini)

…a demolire l’impianto del ragionamento gazzettesco. No, noi dobbiamo motivare. Adesso a turno diciamo un giocatore che è meglio di Buffon. Un giocatore che è meglio di Buffon oggettivamente. Per esempio, lei.

(ripiegando “Sport & Scommesse”) “Ero distratto. Può ripetere?”

“Non puoi mancare di rispetto al professore!”

“Zitta, troia!”

(forte brusio, insulti, sedie che si spostano)

Esca.

(rumore di passi)

Venga qui. (sottovoce) Va per caso alla Snai?

(sottovoce) “Ovvio”

(sottovoce) Volevo giocare la finale di Coppa Italia delle isole Faroer.

(sottovoce) “Intende la finale di Coppa Faroer”

(sottovoce). Sì, semplificazione corretta. Ecco 5 euro. Mi giochi un combo con “primo tempo no goal” e “partita sospesa per vento”.

(sottovoce) “Ok, arrivederci”.

Dunque, dicevamo?

(maschio in prima fila) “Va bene, inizio io. Io dico Zoff. Buffon non è nemmeno il primo dei portieri, come minimo è il secondo”.

Molto bene. Altri?

(femmina nel mezzo) “Beh, io  gli metterei davanti anche i Palloni d’oro, no?”

Tesi interessante. Quindi?

“Rivera e Roberto Baggio tutta la vita. Paolo Rossi vabbe’, potremmo parlarne, però è simpatico, e fateli voi sei gol in un Mondiale. Poi c’è quel tamarro di Cannavaro”

(voce maschile poco distante) “Posso spezzare una lancia a favore di Gigi Buffon?”

Sì, ma faccia in fretta.

“Il Pallone d’Oro a Cannavaro è un po’ anche di Buffon”

Sì, anche di Zaccardo se è per quello. Rimaniamo ai fatti, vi prego. Altri?

(voce maschile dalle prime file): “No, volevo ricordare che c’è gente che di Mondiali ne ha vinti due. Minimo ci metterei Meazza. Ma minimo, eh?”

(altra voce maschile, masticando chewingum) “No, dico, e quel tizio che ha segnato centomila gol e gli hanno intitolato una fermata della metro?”

Intende Silvio Piola?

“Sì, bravo”

(voce femminile dal fondo) “Ehi, rispetta il signor professore. È mica tuo fratello”

“Taci, illusa”

“Argh! Come ti permetti?”

(forte brusio, tentativo di aggressione)

Vi prego. Altri?

(tizio con la sciarpa rossonera) “Su Sportweek stesso si dice che il giocatore italiano con più titoli è Paolo Maldini. No, dico. Se posso, ci aggiungerei Franco Baresi”

(tizio con la sciarpa nerazzurra) “Cerco di trattenermi, professore. Mi limito alla Grande Inter e ai Mondiali del Messico. Facchetti. Ci aggiungo Mazzola, visto che il collega ha aggiunto Franco Baresi”.

(tizio con la sciarpa bianconera) “Io…”

(ululati, insulti, lancio di oggetti)

“Ehi, un po’ di fair play!”

(rumori, tentativi di linciaggio, intemperanze verbali)

“Boniperti e… argh!”

Lasciatelo stare, vi prego. Altri?

(tizio con la sciarpa granata) “A quelli del Grande Torino, mi consenta, Buffon manco gli lucidava le scarpe. Dico Valentino Mazzola, come minimo. E se posso continuare nel filone non-mainstream…”

Prego.

“… Ci metto anche Totti e ovviamente Gigi Riva, che il Lesster gli fa un baffo”

(voce maschile dal fondo) “Lei-ce-ster”

“Lesster, gnuránt!”

(forte brusio, accenno di rissa)

Va bene, sta per finire l’ora. Qualcuno ha tenuto il conto?

(voce maschile dal fondo) “Quindici”.

Bene. Buffon è il sedicesimo giocatore italiano della storia. Arrivederci.

(voce femminile dal fondo) “Professore, la sua brutalità è il valore aggiunto della mia vita”

(vola un reggiseno)

No, scusi, ma lei quanti reggipetti ha?

“(sospiro) Oggi c’erano i saldi da Tezenis”

Arrivederci.

(voce maschile) “Professore, è finito il campionato: è contento?”

Sono sempre contento quando finisce il campionato.

(voce femminile dal fondo, sospirando) “E’ il segno del tempo che passa”

(voce maschile di fianco) “Che passa invano”

(accenno di rissa, subito sedato)

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maggio 9, 2016
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Sprazzi di Inter

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Cioè, trovatemi voi una squadra più intellettualmente impegnativa dell’Inter. Per dire: con una giornata di anticipo – quindi, dandovi 7 giorni di tempo in più per rimuginare il senso di una stagione – ci scodella il risultato definitivo e noi tifosotti restiamo lì come quelli della Mascherpa, incapaci di emettere un giudizio definitivo.

Quarto posto in campionato.

Che è il miglior risultato degli ultimi cinque anni. Più una semifinale di Coppa Italia persa ai rigori.  Apperò. E quindi cosa facciamo? Come ci poniamo? Quanto siamo soddisfatti? O quanto siamo delusi? Quanto è pieno o vuoto il nostro bicchiere?

La risposta è: boh.

Sarebbe il caso di fare una media ponderata di questi ultimi cinque anni, tutti zero tituli, in cui il massimo che abbiamo saputo fare è arrivare quarti in campionato e/o in semifinale di Coppa Italia. E quando c’era pure l’Europa, bei tempi, agli ottavi di Champions o di Europa League.

Quindi potremmo anche essere abbastanza contenti.

Però è anche vero che Mancini ha avuto a disposizione molto di più rispetto a chi lo ha preceduto. E parlando proprio di quest’anno, molto molto di più. Ogni tanto mi sveglio di notte tutto sudato pensando a cosa avevano rifilato al povero Mazzarri. D’accordo, lui era un testone e poi è anche piovuto e tutto è andato a ramengo. Però poverino, e poverini noi, a farci forza a vicenda sussurrando che M’Vila non aveva le gambe così storte e Kuzmanovic non era così male e Osvaldo non era pirla come dicevano tutti.

Il capitale umano di quest’anno, al netto di qualche approssimazione, non l’ha avuto a disposizione nessuno degli altri allenatori di questi disgraziati cinque anni. Dopo anni di Inter “a togliere”, Mancini ha avuto il privilegio di “aggiungere”. Addirittura, di scegliere. Certo, nel limite della nostra essenza (perchè, ahinoi, non siamo più di prima fascia) e delle nostre possibilità (buone, non illimitate). Però ha scelto, dato indicazioni, segnato priorità. Non ha avuto tutto, ma parecchio.

E quindi questo quarto posto è: abbastanza rispetto alle quattro stagioni precedenti, ma poco rispetto alle possibilitá di quest’anno. Possibilitá reali, non teoriche. Le possibilità che ci si erano prospettate fino a Natale, in un campionato condotto anche con 4 punti di vantaggio, con un titolo d’inverno sfumato negli ultimi 90′ del girone d’andata, prima che sfumasse anche il culo e, soprattutto, prima che tornasse la Juve.

È un campionato da 6. Perché l’alunna Inter non si è sempre impegnata fino in fondo, e di fronte ai compiti più impegnativi spesso se l’è fatta addosso. In compenso ha dato segnali di vita e qualche sprazzo di genio e di talento. Da qui ripartiamo, dagli sprazzi migliori. Con il Mancio, in particolare, non si potrà più essere così indulgenti. Dopo questo campionato, anche noi possiamo permetterci di avere un pochino di puzza sotto il naso. Un pochino.

 

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maggio 2, 2016
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Non tifo Leicester (si chiama invidia)

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What about the contracted British pronunciation of place names like “Worcester,” “Gloucester,” and “Leicester”? As you know, the names of those English cities are much easier to say than to write. They sound like WOOS-ter (with the “oo” of “wood”), GLOSS-ter, and LESS-ter.

Ora, il problema – per quanto mi riguarda – era sempre stato Worcester. Provate voi ad andare a comprare la salsa Worcester (pronunciata all’italiana, Uorcèster, o Uòrcester, che fa anche più figo) pronunciandola all’inglese: “Buongiorno, ha la salsa Uh-ster?” “Ehhhh? Mai avuta, provi dai cinesi, oppure in Svizzera”. “Ma scusi, vedo la bottiglietta”. “Ah, la Uorcéster. Uster? Ma parla come mangi, santiddio”.

Quando nel corso di una lezione di inglese, in età ormai ampiamente adulta, conobbi il segreto della pronuncia di queste tre città, fui avvinto da un totale senso di smarrimento. A me Lèicester, pronunciato all’italiana, con l’accento sulla prima e, non dispiaceva affatto come parola, anzi, era proprio bella. Lesster no, non mi piaceva. Per me esisteva solo Lester Piggot, il fantino, o Lester Young, il jazzista. La città di Lester non mi piaceva, preferivo Lèicester, aveva un che di antico.

Quindi, dovevo resettare. Lesster, lesster, lesster.

Confesso tutto questo per distinguermi culturalmente e sportivamente dal lessterismo delle ultime ore. Ora, al netto della simpatia per Ranieri e dell’empatia con un italiano che vince lo scudetto in Inghilterra con una squadra che non lo aveva mai fatto prima in culo ai vari Manchester eccetera eccetera – quindi, al netto di una forte simpatia e di una forte empatia -,  che cazzo c’entriamo noi con il Leicester?

Mi trovo circondato da gente che parla del Leicester come se lo seguisse da sempre, come se non aspettasse altro che lo scudetto dei Leicester, come se il Leicester fosse per osmosi la sua rivincita personale, sportiva, sociale, esoterica, umana e filosofica.

Osmosi de che?

E’ che noi – noi italiani, intendo – siamo fatti così. Tra poco inizierà la fase più divertente del nostro zelighismo intellettuale: le Olimpiadi. Spunteranno come funghi persone – anche tra i vostri amici più cari – che per quattro anni vedete occuparsi solo di calcio ed esprimersi con suoni gutturali, e che d’improvviso saranno esperti di tutto, dal taekwondo alla vela classe Soling.

“Cazzo, hai visto il fioretto ieri sera?”

A bbello, fioretto de che? Ma tu la sai la differenza tra fioretto, spada e sciabola?

“Dunque, la sciabola… (silenzio)”

Due mesi fa tutti – tutti! – parlavano della scarsa organizzazione delle polizie francesi e belghe, e soprattutto della incomunicabilità tra intelligence in Europa (ho visto gente che non sa fare due più due discutere di intelligence come fossero reincarnazioni di Edgar J. Hoover). Poi, improvvisamente, il silenzio. Due settimane fa sentivo fare disquisizioni sulle trivellazioni a gente che sa distinguere giusto la benzina dal gasolio quando va a fare il pieno.

“No, perchè le concessioni, le miglia, il futuro energetico…”

Descrivimi una piattaforma petrolifera.

“Dunque, c’è il mare, no?, ok, e poi tu ci metti due tralicci… (silenzio)”

Il lessterismo è figlio di tutto questo, ne sono certo. Noi abbiamo bisogno di una moda ogni 15 giorni, massimo un mese. Poi la cambiamo. Quindi, fino a metà maggio tutti vi romperanno il cazzo su quanto è bello il Leicester (peccato questo accavallarsi con il Crotone, sennò ci sarebbe stato il Crotone: ma vuoi mettere “Leicester” e “Crotone”? Naaaa), poi all’incirca dal 16 maggio subentrerà qualcos’altro. Non siamo in grado di resistere di più, perchè poi ci annoiamo.

Il Leicester è una bella storia, bellissima. E noi sospiriamo guardandola da qua, con un pizzico di invidia per una gioia così violenta e liberatoria. Però stop, morta lì. Non siamo di Leicester. Io sono di Voghera, forzatamente trapiantato a Pavia. Voghera non è la Leicester della Lombardia. Pavia nemmeno, è piena di zanzare e di nutrie. Il Pavia ha la maglia simile a quella del Leicester, però è il Lega Pro e ultimamente fa cagare.

Io non dico: non gioite per il Leicester. Anzi, gioisco anch’io. Dico solo: rilassatevi, voi non siete di Leicester e del Leicester, non lo siete mai stati e non lo sarete mai. Lo so che è triste, ma è così.

Mi rivolgo dunque a chi sa ancora distinguere se stesso dal Leicester. Ecco, in questi 15 giorni di vita leissteriana, toglietevi qualche soddisfazione. Al tifoso del Leicester che avrete di fianco in treno, in mensa, al bar, al cinema, a Gardaland, all’Esselunga o durante una gang bang, fate qualche domanda trabocchetto. Così, per valutare la caducità del lessterismo. Di che colore è la maglia del Leicester? Mi dici tre giocatori del Leicester (Vardy non vale) (come sarebbe a dire “chi è Vardy?”)? Mi dici dov’è approssimativamente Leicester (nord, centro, sud, più o meno)?

Poi, se volete fare i fighi: chi è il presidente del Leicester?

Questa è difficile: Vichai Srivaddhanaprabha. Che è l’unica cosa che mi rende davvero interessante il Leicester, a parte la simpatia, l’empatia eccetera. E cioè: è possibile che un miliardario dell’estremo oriente compri una squadra in occidente e la porti allo scudetto. E allora viva il Leicester, lunga vita al Leicester e Juve merda, prima che si diventi tutti esperti di (in ordine di tempo) amministrazioni comunali romane o milanesi, riforme costituzionali, dressage, tiro a volo double trap o presidenti americani donna e/o col riporto.

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maggio 1, 2016
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Che Dominika bestiale

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L’Inter ha avuto un buon impatto con la partita: un uomo anziano, dopo sette minuti, scherza la difesa con un triangolo scolastico, balla il geghegè davanti ad Handa che fa il limbo e si corica, fa un cucchiaio che sembra un mestolone da marmitta militare e bòn, è finita.

Cioè, al settimo minuto (e qualche secondo) di solito le partite iniziano, ma la nostra è finita. Di solito le partite si rimediano, ma la nostra è irrimediabile e i nostri sono irrimediabilmente decisi a non rimediarla. Il primo tempo è una roba oscena tipo City-Real al quadrato, quelle partite nelle quali ti chiedi come mai hai eletto il calcio a tuo sport preferito e non, chessò, la lotta greco-romana. L’Inter è molle come un Certosino. Mi prende un abbiocco clamoroso che di solito domino, ma che stavolta assecondo.

“Oh – penso nel dormiveglia diagonale sul divano – magari mi addomento, poi mi sveglio e stiamo 1-1 e sono contento e bòn”.

Non accade.

Nel secondo tempo, dove mettiamo insieme alcune occasioni davvero eccitanti, che al confronto Don Matteo 10 è Breaking Bad, a un certo punto prendo una decisione: giro sul 64.

“Vaffanculo. 64”, dico brandendo il telecomando come una banderilla.

Il 64 è il mio canale jolly. L’Inter fa cagare? Non c’è un cazzo in tv? Ho 10 minuti di relax? Fa troppo caldo/troppo freddo per uscire? H0 5 minuti liberi? Non ho voglia di andare a fare la spesa? Vado a correre, anzi no, vado tra un quarto d’ora? Il tg non è ancora iniziato? Lazio-Inter è la prima causa di impotenza nell’uomo?

Giro sul 64.

Fanculo Inter, giro sul 64. 64 forever, diobono. E mi trovo nel bel mezzo di Cibulkova-Radwanska. Cioè, l’ambientazione è una roba alla Stephen King, quelle cose che guardi e riguardi e non ci capisci un cazzo. E’ domenica, quindi è la finale? No, è il primo turno di Madrid. Primo turno? Roba da matti. Fa un freddo becco, le due sono belle bardate. La telecamera allarga: in uno stadio da 10mila spettatori ce ne saranno sì e no 2-300. No dico, Cibulkova-Radwanska. Mica Torti-amico di Torti. Incredibile.

‘Spetta che giro. Sempre 1-0 per la Lazio.

Vai sul 64 santa madonna. La Cibulkova sta 6-4 5-3, poi va in pappa come spesso le accade, la Cibulkova ha le paturnie e la Radwanska vince il secondo al tie break. Questa sì che è una partita eccitante, mica quella fetecchia di Lazio-Inter.

L’Inter (sospiro).

Preso dal rimorso, giro su Lazio-Inter. Noto un frenetico forcing da parte dei miei beniamini, una roba che farebbe addormentare un bambino con le coliche. Poi vedo un esagitato, pettinato come Rodolfo Valentino, che cerca di spezzare i legamenti a uno della Lazio nel bel mezzo dell’area. Matthew McConaughey, fin lì molto sbilanciato verso di noi – quando le partite non contano più un cazzo, allora si sbilanciano -, non può esimersi dal fischiare il rigore, espellere Rodolfo Valentino e chiederne l’estradizione in Colombia con rogatoria internazionale e firma in questura.

Tira Candreva, gol, spogliarello, merda, 2-0.

A quel punto mi metto nella posizione del loto sul divano, mi concentro e mi dico:

“Non incazzarti, guarda cosa fa la Cibulkova”.

La Cibulkova, che è l’Antonella Clerici slovacca – cioè, un tipino slanciato -, fa il contrario dell’Inter: messa sotto, ha un sussulto e la mette in culo alla testa di serie numero 2. 6-3 al terzo e via, a casa, torna in Polonia. Certo che la Cibulkova è sfigata: fa questo po-pò di partita e non la vede nessuno, nè a Madrid nè sul 64, perchè erano tutti a guardare il concerto del Primo maggio o Lazio-Inter.

Ma io no, cara Dominika dal lombo ubertoso e dal culo basso. No, voglio dire, se per caso lasci il tuo fidanzato-hipster-allenatore, potresti fare un pensierino su di me, il tuo fan della pianura padana, l’unico uomo che pur di non guardare l’Inter farse schifo (molto molto schifo) ha guardato te nella tundra spagnola fare a fettine quella spocchiosetta di Agnieszka o come cazzo si scrive.

Juve merda l’avevo già detto? No? Vabbe’, allora Juve merda.

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