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marzo 19, 2016
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Marzo pazzerello

Spiace aver pareggiato prendendo un gol di culo nei minuti finali, ma è un dispiacere attenuato dal fatto che a) è giusto così e b) in questo mese di marzo, dopo i pessimi due mesi precedenti, si respira un’aria decisamente nuova. A Roma ce la siamo giocata, contro una squadra che arrivava da 8 vittorie consecutive e con cui dovremo continuare a giocarci la chimera del terzo posto. Era meglio vincere, ovvio, ma con il pareggio siamo in vantaggio negli scontri diretti ed è come se avessimo recuperato mezzo punto.

Bene così. In questo marzo pazzerello è il quinto risultato utile di fila (Inter-Juve, Inter-Palermo, Inter-Bologna, Bayern-Juve, Roma-Inter) in un clima positivo, di gol, di punti, di gioco, di umore. Peccato che finisca qui, marzo. Finisce al giorno 19, una specie di beffa per noi che avremmo pagato per abbreviare gennaio e febbraio che invece non finivano mai. E vabbè’.

Adesso recuperiamo infortunati e squalificati e prepariamoci allo sprintone delle ultime otto. E per favore, Mancio, fai pure il creativo ma non togliere più Perisic.

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marzo 18, 2016
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Belli, bravi, a casa

bayernjuve

Oggi su giornali, tv e web è andato in scena un clamoroso piagnisteo perchè l’Italia – con l’eliminazione della Lazio in Europa League, il giorno dopo quella della Juve in Champions – ha segnato l’uscita di scena stagionale dell’Italia dall’Europa del calcio. A metà marzo siamo già tutti liberi, da Bolzano a Pantelleria, tra il martedì e il giovedì, di andare al cinema o a teatro, oppure di guardare le altre, oppure di farci i cazzi nostri. Pare non andassimo così male da 15 anni.

Eppure da mercoledì notte, e a cascata sui giornali di giovedì, era stato tutto un onanismo su quanto era stata bella e brava la Juve. Eliminata, certo, ma a testa alta, un passo in più verso il top, una grande prestazione, una partita quasi perfetta, bla bla bla. Forse, grazie alla Lazio, nel giro di 24 ore abbiamo ritrovato i giusti paramenti e i corretti termini di paragone. Attraverso due partite diverse quanto vogliamo, e lasciando due impressioni diverse quanto vogliamo, Juve e Lazio hanno ottenuto lo stesso risultato: a casa, raus.

I festeggiamenti (mancavano solo i caroselli) per la grande partita della Juve a Monaco sono essi stessi il segno dell’indicibile provincialismo e della profonda mediocrità del calcio italiano. Festeggiamo la partita quasi perfetta della Juve, che esce agli ottavi di Champions. Apperò, e adesso?

Chissà se fosse successo all’Inter. Chissà se fosse successo all’Inter di dominare una partita contro un avversario completamente in bambola, di condurre tre quarti di partita per 2-0, di subire sì un torto arbitrale ma anche di sbagliare almeno quattro clamorose palle gol per andare sul 3, 4 o 5 a zero senza dover per forza aspettare che una bandierina vada su o giù in maniera corretta, e infine di prendere 4 gol in poco più di 35 minuti e di tornare a casa così, scornati e travolti sul più bello. Chissà.

Certo, mi dirà qualcuno: a voi mica sarebbe capitato, voi il mercoledì sera al massimo accendete la tv . Vero. Ma mi riferivo ai titoli, ai giudizi, alle celebrazioni. Saremmo stati catalogati come uno squadrone top dei top, o come dei poveracci che l’hanno preso in culo quattro volte in mezz’ora invece di portare a casa la partita contro il peggior Bayern mai visto negli ultimi anni?

La Juve, come la Lazio, è a casa a metà marzo. L’asterico *(però ha fatto cagare addosso il Bayern) vale quel che vale. Un ciccinino per l’onore e l’orgoglio, una sega di niente per la bacheca e per il ranking Uefa. E noi, poveri tifosotti italiani, festeggiamo un 2-4 in Champions perchè ci fa salire di un gradino.

Quale gradino? “Scusi, dov’è la toilette?”. “In fondo a sinistra, occhio al gradino“. “Grazie”. “Si figuri”.

Certo, mi dirà ancora qualcuno: caro Settoruccio dei miei coglioni, fai uno scroll del tuo blogghetto e torna a Napoli-inter, non avevi festeggiato anche tu la sconfitta a Napoli?

Beh, c’è una bella differenza. Avevo festeggiato l’emozione di rivedere la mia squadra – una squadra in costruzione, una squadra in divenire dopo alcune stagioni del menga -, sotto 2-0, mettere alla frusta l’allora favorita del campionato e provare a rimontare, forse addirittura a vincere. Era un rincuorarsi, certo non un gioire.

Diverso è vedere la squadra che ha vinto 4 scudetti di fila e sta per vincere il quinto festeggiare un’inculata galattica in Champions, catalogarla come un upgrade. Upgrade de che? E finchè è la Juve, finchè sono gli juventini, ne hanno facoltà. Ma i giornali, le tv, i commentatori? Cioè, fatemi capire: uscire frantumati dalla Champions è un successo?

E quindi torniamo all’inizio: se questi sono i successi del nostro calcio, beh, stiamo freschi. Lo dico alla vigilia di un Roma-Inter che deciderà tutto per noi. Già un pareggio sarebbe un mezzo insuccesso, una bella sconfitta varrebbe un emerito cazzo. Meglio essere chiari dall’inizio. Sennò facciamo come la Juve, facciamo un casino per una sconfitta epocale, per un 5 maggio al cubo. E quindi altro che triplete, cara Juve, cara Italia: qui siamo concettualmente ai duecentocinquantaseiesimi di finale. Ad majora.

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marzo 17, 2016
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Mia san Gufen

Per la prima volta dalla magica notte del 6 giugno 2015, il clan dei Gufi ha ritenuto giusto riunirsi per circondare dell’opportuno calore umano la prima tappa del cammino della Juventus verso il meritato triplete. Il Barone – l’uomo il cui consumo di gel è pari al 25% del Pil della Mauritania – aveva già convocato la squadra il giorno del sorteggio degli ottavi: “Il 16 marzo tutti da me!”. E così è stato. Ci presentiamo in sei (più lui fa sette), tutti sottoposti a un minimo di scaramanzia preliminare. “Vieni vestito come il 6 giugno” “No, scusa, il 6 giugno c’erano 60 gradi, io ero venuto in maglietta e bermuda” “Ottimo, vieni in maglietta e bermuda” “Ma ci sono sette gradi sotto zero, a Torino nevica e anche a Oslo scarnebbia” “Cosa vuoi che sia una pleurite di fronte all’eternità?”

Dopo un breve momento conviviale a base di specialità lucano-bavaresi, la squadra sale al primo piano e si schiera davanti alla tv. Qui si verifica il primo intoppo cabalistico-concettuale.

“Allora, ci sediamo come il 6 giugno. Tu lì, tu lì, tu lì… e tu?”

D. deglutisce: “Io il 6 giugno ero a Macerata”

Silenzio generale.

A. estrae una banconota da 50 euro: “Don’t worry, fa’ benzina e parti”.

“Ma non ho un cazzo da  fare a Macerata”

“Ascolta, vuoi mica che passi la Juve?”

Dopo una breve trattativa, D. viene ammesso con riserva e relegato a sedersi sulla sedia più scomoda in posizione laterale rispetto allo schermo. La situazione non migliora quando il Bayern si suicida e la Juve segna al 5′ fottuto minuto. Quando al 28′ la Juve raddoppia, e il Bayern fa ca-ca-re, cala il silenzio generale.

“Quando è il sorteggio?”

“Venerdì”

Nel frattempo la Juve rischia di segnare il 3, il 4 e il 5 a zero. Per puro caso il primo tempo finisce solo 2-0 per i gobbi, ma nel Salotto dei Gufi si guarda già al prossimo futuro.

“Questi adesso prendono il Wolfsburg, poi in semifinale il solito Real del cazzo e poi in finale…”

“… a San Siro…”

“Non dite niente. Non ditelo neanche per scherzo”

Mancano ancora 45 minuti. 45 minuti e poi niente, bòn, stop, noi saremo insultati e dileggiati, la Juve sarà ai quarti e inizierà una primavera di passione e sofferenza. A., in un angolo, trattiene a stento le lacrime guardando sul telefonino un suo selfie con Mourinho. M. – che tiene in mano lo stesso stuzzicadenti di Juve-Benfica e di Barcellona-Juve – lo abbraccia e lo accarezza, tipo la foto di Ibra con Piquè. Il Barone guarda con tristezza le sette borse del Carrefour piene di wurstel:

“Erano in offerta, ho pensato che alla fine sarebbe stato bello fare una foto tutti insieme con i wurstel in mano e…”

Scoppia in lacrime e si soffia il naso con un prezioso broccato del diciassettesimo secolo.

E’ l’inizio della fine.

Il secondo tempo inizia con la Juve che grazia ancora tre o quattro volte il Bayern. La truppa mostra segni di stanchezza e di sbandamento. Al che D., a un certo punto, con la vescica fiaccata dalle birre, fa il gesto che cambia la serata e le sorti dell’umanità:

“Scusate ragazzi, debbo orinare”. E va al cesso.

Mentre è al cesso, Lewandowski segna.

Quando esce dal cesso, tutti all’unisono gli diciamo: “Torna al cesso!”

“Ma io…”

“Cesso!”

“Ma fatemi almeno vedere il replay…”

“Torna al cesso cazzo!”, gli dice A., tipo De Falco con Schettino.

“Facciamo così – propongo io per stemperare la tensione – va al cesso solo quando attacca il Bayern”.

“Giusto”, fanno gli altri Gufi. Così, a ogni attacco del Bayern D. si alza e va al cesso. Quando Buffon rinvia D. esce dal cesso e si siede.

“Lo so – gli dico – è una vita di merda, ma mancano dieci minuti e dobbiamo tentare il tutto per tutto. Ecco, attacca il Bayern”.

“Vado, vado”.

Assedio del Bayern. Ci dimentichiamo di richiamare D. dal cesso.

“Puoi venire”.

“Figa, ho giocato dieci partite a Ruzzle, ho letto sei volte l’etichetta del Wc Net, non sapevo più cosa fare”.

“Tanto ormai è finita… aaaa…  aaa… gaaaaaaaaaaallll!”

E’ il novantesimo e i Gufi si abbracciano come bambini dell’asilo. Dalla disperazione alla gioia nel giro di diciassette minuti. Sul tappeto A. trova pezzi di legno:

“Scusa Barone, credo di avere frantumato la seduta di questa poltrona in vimini dell’Ottocento francese di valore inestimabile, sono costernato e…”

“Ma chi cazzo se ne frega! Juve merda!”

Iniziano i supplementari. Proprio quando sembra stagliarsi la lotteria dei rigori, il Bayern ne mette un altro paio. Scene di giubilo, abbracci, baci. Seguono birre, selfie, foto, wurstel. Missione compiuta.

“Siamo una squadra fortissimi!” urla il Barone, stimato professionista, con un gufo attaccato alla fronte. Nonostante quattro gol, quaranta salti e quattrocento rotolate sul tappeto, non ha un capello fuori posto.

“Posso toccarteli? In fondo lo ha fatto anche Donald Trump”.

“No, è il mio segreto. Mia san mia!”

“Mia san mia!”

Alla fine, come al termine di ogni sbornia che si rispetti, arriva la malinconia.

“Cazzo, la stagione delle gufate è già finita”.

“A meno che…”, dico io.

“A meno che?”

“A meno che non si lavori seriamente per lo Zeroplete”.

“E’ un’impresa difficilissima”.

“Sì, ma i Gufi non si fermano davanti a nulla!”

“Ya-haaaaaaa!”, urla M., infrangendo una preziosa specchiera del Settecento olandese con il caricabatteria del Blackberry che stava usando come un lazo.

Il Barone guarda distrattamente la scena e mette a cuocere 170 wurstel: “Figa, vorrete mica buttarli via?”. Gli highlights scorrono a nastro: lo sporco lavoro del Gufo qualcuno lo deve pur fare.

gufibayern

 

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marzo 12, 2016
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Arriveremo a Roma

A parte quella cosa idiota e demodè di prendere a sassate un pullman dei tifosi ospiti, il resto tutto bene. Anzi no, si è infortunato Icardi, e potrebbe essere lunga, e potrebbe essere una bella sfiga proprio adesso che viene il bello. Il resto tutto bene. Beh, oddio, partita non granchè  e discreto ciapa-ciapa finale, che ti metti a guardare con insistenza l’orologio e a desiderare l’orociok. Il resto tutto bene. A parte l’ammonizione di Palacio a tempo scaduto, così scatta la squalifica e salta la prossima  (fuori Icardi e Palacio, no dico, partiamo alla grande).

Il resto tutto bene. Quarta vittoria di fila in casa in campionato  (più la fajolada alla Juve), che è comunque un sintomo che le cose si sono rimesse a correre in un certo modo. E adesso la Roma. Il campionato ce lo giochiamo sabato e quella di stasera era una pericolosa partita-ponte, di quelle che giochi pensando a quella dopo (e non si sa mai). E’ andata, e quindi festeggiamo. Con moderazione. Perchè il difficile deve ancora arrivare, ci andremo un po’ malmessi e dopo aver fatto due punti nelle ultime cinque trasferte.

Stasera importavano solo i tre punti. Lasciamo sul campo qualche pezzo, ma siamo in rincorsa. Sarà durissima, ma in novanta minuti potremmo riprenderci molto di quello che abbiamo perso nei due sciagurati primi mesi del 2016. Quelli che non hanno fantasia la definirebbero una bella sfida. Però le banalità a volte ci azzeccano.

perisic

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marzo 7, 2016
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Avanti, una alla volta

ljiajc

Sono successe tali cose negli ultimi otto giorni che in realtà sembrano otto settimane – otto mesi, forse – e siamo passati dalla sostanziale umiliazione contro la Juve di domenica scorsa alla vittoria consapevole contro il Palermo passando attraverso il folle mercoledì di Coppetta, la serata che ci ha riconciliato con il mondo pur con un finale amaro. Tutto e il contrario di tutto. A un ritmo così frenetico che a questo punto, per non uscire pazzi, è il caso di guardare solo avanti e di scordarci il (recente) passato, i pessimi primi due mesi del 2016. Mancano dieci partite e pensiamo a quelle, stop.

Da dove ripartiamo? Boh, per esempio da tre vittorie consecutive in casa in campionato (quattro se aggiungiamo la Coppetta), che sono la prima striscia positiva dai tempi lontanissimi del panettone. E da una ritrovata vena complessiva, sei gol in quattro giorni e undici facce finalmente distese, di chi ha vinto e di chi ha fatto il proprio dovere. Le cose van così veloci che non possiamo essere sicuri di nulla, ma almeno possiamo pensare – con un velato pudore – che quelli veri siamo questi qui, quelli degli ultimi quattro giorni, e che magari adesso ci rimettiamo in viaggio e chissà, recuperiamo il tempo perduto, l’autostima, le ambizioni.

Massì, scurdammoce ‘o passato. Mancano dieci giornate e ci dobbiamo provare. E volendo ridurre l’orizzonte, manca una partita (Bologna, in casa) per andare alla penultima resa dei conti (Roma, fuori) e laggiù, in quello stadiaccio nemico, giocarci ciò che ci resta di questo balzano campionato. La Roma è un esempio fulgido di quello che potremmo essere, o dovremmo fare: erano in crisi nera, si sono rimessi a pedalare, ne hanno vinte sette di fila e sono ancora lì che se la giocano e magari sognano, nonostante tutto.

Noi invece siamo quelli che, in testa al campionato con 4 punti di vantaggio, abbiamo fatto 12 punti nelle successive 11 partite in cui non ci siamo fatti mancare nulla, dalle crisi di panico con il Carpi ai tre gol presi dai gonzi e cinque in due tranche dai gobbi, senza colpo ferire. Potremmo tenere seminari su “L’arte di incularsi un campionato: strategie e sprofondi morali”, ma anche un corso di aggiornamento su “Rimettersi in piedi nel giro di tre giorni”, why not? Mancano dieci giornate, da giocare una per volta, cercando di trarne il meglio. Io ci voglio credere. Anche perchè di perdere interesse per il campionato due, tre o quattro mesi prima che finisca, diciamolo, mi sarei anche rotto i coglioni.

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marzo 3, 2016
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Revenants

Dopo il primo rigore, e ancora più dopo il secondo, era chiaro che Carrizo non ne avrebbe mai parato uno. Quindi l’unico modo di vincere era andare ad oltranza, ed esauriti i giocatori avrebbe cominciato a tirare chiunque – Gabriel Garko, Don Livio  Falzaga, Mal dei Primitives, Uto Ughi, Pat Rafter,  Raffaele Sollecito, Gennaro Capuozzo, Bob Sinclair, Gianni Ciardo, Alessandro Cecchi Paone, Jimmy il Fenomeno, Nathan Falco Briatore, Benito Urgu, Francesco Ingravallo, Bugs Bunny, Michele Pecora, Psy, Ciccio Formaggio, Gaetano Quagliariello, Lou Castel, Tito Stagno, Engelbert Humperdinck – e Carrizo non avrebbe parato uguale, ma qualcuno poteva tirare fuori, ecco.

Che poi, ovvio, mica è colpa di Carrizo (il colpo di genio sarebbe stato mettere dentro Handa come terzo cambio, ma stavamo perdendo i pezzi), che tra l’altro aveva evitato un finale grottesco – la squadra che si distrae collettivamente al 121′ e la Juve che segna, santa madonna -. No, era solo per sottolineare uno dei tanti simbolismi di questa partita in cui hai fatto trenta ma non trentuno, che è un po’ il nostro marchio di fabbrica attuale. E la sera che ne fai tre alla Juve, la strapazzi come raramente è accaduto nella storia e provochi  milioni di riempimenti di Linidor all’unisono, ecco, niente, poi tutto sfuma così, con dei rigori tirati a porta vuota e tu che prendi la traversa non abbastanza di sguincio.

Così, sdraiato per terra davanti al televisore, dopo la più bella e tesa e sudata e passionale partita degli ultimi cinque anni e mezzo, più che altro mi sono incazzato. Perchè, rimanendo ai soli ultimi due mesi, se avessimo giocato ogni partita con la metà della voglia e del furore di questa sera chissà dove saremmo. E invece abbiamo visto cose che noi interisti umanisti ci gira il cazzo.

Perchè, amici, perchè? Bisognava giocare il ritorno di una partita partendo da tre gol sotto per tirar fuori – finalmente – i coglioni? Bisognava farsi scherzare da Juve (due volte) e Milan per trovare le motivazioni per ripartire? Bisognava far due punti in tre partite con Sassuolo, Carpi e Verona per arrivare una sera piovosa a pensare che sì, perchè non provare a inculare i gobbi?

Nel giro di tre giorni abbiamo dato il peggio e il meglio contro gli stessi avversari. Incredibile come l’Inter che quasi comicamente, domenica sera, gestiva lo svantaggio a Torino, il mercoledì abbia giocato una partita all’arrembaggio per 120 minuti. Come se la stessa compagnia di attori avesse girato “Alex l’ariete” la domenica e “Revenant” il mercoledì.

Ecco, sì: redivivi. Adesso rimanete così – vivi – per i prossimi due mesi e mezzo. Avete un po’ di nostre incazzature da purgare e un terzo posto  che, giocando così, non è impossibile. Basta volerlo davvero, tipo Inter-Juve addì 2 marzo 2016 in Milano.

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