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settembre 29, 2015
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Handare male

Non c’è solo la colpa oggettiva di averci fatto perdere la partita, o comunque di non avercela fatta giocare ad armi pari. C’è un’altra pesante responsabilitá ascrivibile

(ora, senza polemica, ditemi voi in quale altro blog di stampo non giuridico si usa l’aggettivo ascrivibile)

a Samir Handanovic, e cioè quella di averci negato la possibilitá di vedere come sarebbe andata a finire. Cioè, quale sarebbe stato – al netto di un pirla che provoca un rigore dopo 3 minuti e poi fa un paio di altre micidiali coglionate nella successiva mezzora – il risultato di Inter-Fiorentina secondo una sola variabile impazzita: le pensate del Mancio.

Ecco, non lo sapremo mai. In 11 contro 11, e con un portiere in serata normale, come sarebbe finita Inter-Fiorentina con (o nonostante) le trovate tecnico/tattiche del nostro brizzolato e ciuffettoso entrenador?

Il quesito è inquietante. Certo, non come “e se Lee Oswald non avesse ucciso Jfk?” o “e se Juve-Inter di Ronaldo e Juliano l’avessi arbitrata io?”. Ecco, non a questi livelli. Però ammettiamolo, il quesito è interessante. Cosa diamine sarebbe mai successo domenica sera a San Siro in una normale dinamica di partita, e cosa cazzo avrá mai portato Mancini a inventarsi quelle trovate dal gusto un po’ così, un po’ dolciastro e un po’ aromatico, tipo una canna lunga mezzo metro?

Rimarremo per sempre con il dubbio.

Al di lá delle singole disposizione tattiche (che presa una a una sono ampiamente discutibili) (ma io faccio l’ex casellante e lui fa l’allenatore, quindi avrá ragione lui, mi dico), c’è una faccenda sulla quale non mi do pace: perchè l’allenatore di una squadra che ne ha vinte 5 su 5 cambiando pochissimo, ecco, voglio dire, perchè all’improvviso fa il creativo?

Cosa c’è di peggio per una qualsiasi squadra di andare a giocare in casa di un’avversaria che ne ha vinte 5 su 5? Perchè improvvisamente è la squadra che ne ha vinte 5 su 5 a doversi adattare all’altra, a prendere contromisure quasi goffe (aumentare i centrali nel momento in cui ne hai due in meno, mettere un attaccante a fare il terzino su un avversario di presunta pericolositá)?

Ecco, la cosa di Perisic mi ha fatto impazzire. Lo metti a fare il terzino contro un “avversario pericoloso”, e poi ti lamenti? Ma figa, il giorno che giochi contro Cristiano Ronaldo o Bale cosa fai, metti sulla fascia dei newjersey, un autovelox, un fosso con i piranha, un cecchino, un drone, Montero e Pasquale Bruno, una tagliola, del filo spinato, una corsia saponata e qualche mina antiuomo?

Comunque, cazzo, non lo sapremo mai. Ed è tutta colpa tua, zuzzurellone sloveno.

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settembre 27, 2015
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Ilicic Kalicic Titanic

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No, il disastro è che abbiamo buttato via così il nostro primato e… Ah, siamo ancora in testa? No, ecco, quanto scoccia aver permesso a Milan e Juve di recuperare così tre punti e… Ah, hanno perso anche loro?

Ma allora, allora non è successo niente.

Beh, quasi niente. È l’effetto Sassuolo al contrario (che io, sia chiaro, a livello teorico ci metterei dieci firme: non una, dieci): lo scorso anno vincevamo una partita 7-0 e poi ne buttavamo nel cesso a iosa, mentre quest’anno ne vinciamo cinque con un gol di scarto e ne buttiamo nel cesso una. Con questa media si vince lo scudo con dieci punti di vantaggio, per dire.

Non la voglio fare così facile ma nemmeno disperarmi più del necessario. Mezz’ora da incubo può capitare. Prendere tre gol con due tiri può capitare. Poi, ovviamente, andando un po’ più nel profondo la galleria degli orrori si allunga, e pure quella delle preoccupazioni e delle perplessitá. Grossi casini, immani cazzate, errorini a strafottere, strane pensate di Mancini: dipende tutto dalla stupidata di Handanovic dopo tre minuti? Tutto tutto?

Io, con quattro pere sul groppone, mi adombro ma voglio pensare positivo: l’Inter è sempre in testa e forse una tranvata del genere può avere un suo perchè, giusto per far capire che i sogni non si conquistano di default ma vanno sudati, e giusto per far capire a tutti – da Mancio al magazziniere – che nulla arriva per caso, nemmeno queste catastrofi della domenica sera. Intorno cambia la geografia del campionato, le favoritissime lottano per non retrocedere, le favorite vanno a fasi alterne, le attuali battistrada non si sa se dureranno. Tutto ciò è bellissimo, dopo aver visto per quattro anni la tv in bianco e nero. Barra dritta e pedalare, vincerne cinque ti consente di gestire con una relativa disinvoltura la batosta alla sesta. Il mio modesto consiglio è: vinciamone altre cinque, è la via giusta, giuro.

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settembre 24, 2015
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Partitina dopo partitina

Appartengo, relativamente ai fatti delle ultime 72 ore, alla corrente degli Interisti Tifosotti Avventisti Mughiniani del Settimo Giorno. Ecco, insomma, Mughini ha sostanzialmente ragione quando parla di noi: avevamo vinto  4 partitine e adesso, partitina dopo partitina, abbiamo vinto la quinta. Partitina. La quinta su cinque. Quello che Mughini ha omesso di dire è che tutte le cosiddette grandi, o presunte favorite, hanno giocato quasi solo delle partitine. Le non-partitine finora sono state due (Roma-Juve e Inter-Milan), e per il resto tutta la fuffa che può offrire questa insopportabile Serie A a venti squadre.

La Juve, Roma a parte, ha giocato partitone? Ma mi faccia il piacere: nel suo ormai consolidato far ca-ca-re, in 5 partite ha addirittura affrontato tre squadre che la seguono in classifica. No, dico. Eppure è riuscita nell’impresa di fare 5 punti, un punto a partita. Noi invece ne abbiamo fatti tre a partita, e non starò qui a vantarmi delle vittorie con l’Atalanta (che peraltro ha gli stessi punti della Juve, e una partita in meno), il Verona o il Carpi, ma il Milan è pur sempre il Milan e il Chievo ha il doppio dei punti della Juve. Per dire, eh?

Partitita dopo partitina, un golletto di scarto ogni volta (6 fatti, 1 subito,  saranno pure cifre sommarie e premature ma non sono cifre banali), l’Inter se ne va, resta davanti a tutte e si prepara al big match con la seconda. Nel frattempo archivia una partitina ricca di simbologie. Tipo che il Verona fa un contropiede e prende una traversa clamorosa, e che nel minuto successivo, invece di cambiare il pannolone, andiamo a segnare il gol della vittoria con l’uomo più preso di mira degli ultimi tre giorni nel mondo intero, ed ex juventino.

Qualche minuto più tardi, un tizio toscano col cognome francese, che quattro anni e mezzo fa era ancora al Pavia e ora giuoca nel Frosinone, la mette in mischia in calcio d’angolo. Alla Juve. A Torino. Al novantaduesimo. Era una partitina, volevano vin-cer-la, e invece l’han presa nel culo.

Ecco, le partitine son finite. Ne abbiamo avute un tot e le abbiamo vinte tutte (un’enorme sostanziale differenza rispetto alle ultime stagioni). Ora cominciano le partite vere e le affrontiamo da una posizione privilegiata, con l’animo leggero e un discreto entusiasmo. Che di per sè son tutte cose che fanno la differenza. Ora la questione è solo una: dimostrare a Mughini che di noi non capisce un cazzo.

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(nella foto: scusa Melo, ma metto Blanchard)

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settembre 21, 2015
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Quei fottuti geni della Pixar

A noi giovani padri degli anni ’90 e seguenti, la Pixar ha salvato la vita. Poteva essere un periodo denso di cenerentole, bianchenevi, cariche dei centouno, cerbiatti, topi e gatti vari – un periodo difficile-, e invece no, siamo stati graziati e ci si è aperto un mondo. Quando uscì Toy Story, la novitá fu interessante: si passava a un’animazione computerizzata, tridimensionale, tremendamente innovativa (c’era di mezzo Steve Jobs) e questo all’inizio bastava e avanzava per andare al cinema con convizione e senza mai guardare l’orologio  (santiddio, quando finisce?).

Fu quattro anni dopo, con Toy Story II (1999), che mi accorsi che non era solo questione di computer. Dietro quella allora sbalorditiva tecnica c’era dell’altro. C’era della scrittura, e che scrittura. Quando un film mi piace mi sento gonfiare il petto, la sensazione fisica di essere pieno di grande cinema (almeno quello tale secondo la mia modesta opinione, de gustibus, per caritá). Ecco, durante Toy Story II – inaspettatamente – mi è capitato. Mi ricordo anche il momento: c’era una Barbie che guidava una macchina della Barbie e portava in giro il cowboy Woody in un magazzino di giocattoli. Volevo alzarmi in piedi e applaudire (figura di merda, diciamolo). Ma come, è solo un cartone, dicevo tra me e me. Eppure il petto, sì sì, lievitava. E con la Pixar mi sarebbe capitato ancora, altre volte, tante, anzi parecchie.

Quindi mi sono chiesto: chi è il fottuto genio che scrive queste storie?

Uscito dal tunnel dei doveri nei confronti dell’infanzia – leggi: portare le figlie al cinema a vedere i cartoni -, sono entrato in quello dei doveri nei confronti del cinema – leggi: vado a vedere i cartoni della Pixar per mia estrema e intima tensione e convinzione personale. E senza il minimo tentennamento. Non come quello che in edicola compra Micromega e Limes per infilarci Le Ore. No no, con trasparenza.

Dicevo: chi è il fottuto genio?

Ora, i film della Pixar non hanno tutti la stessa mano, nè nel disegno nè nella scrittura. Ci sono quelli di Brad Bird, per dire (Nemo, Ratatouille), quelli di Stanton o di Unkrich. Ma il meglio, l’eccelso fa capo a due menti, quelle di John Lasseter (il pioniere, oggi “solo” direttore creativo e super-mega-produttore) e di Pete Docter, che hanno diretto e sceneggiato i capolavori: i primi due Toy Story, Bug’s Life, Monsters & Co e Up.

E quindi sabato sera sono andato al cinema con il petto giá pronto a riempirsi per vedere Inside Out, scritto e diretto da Pete Docter, l’allievo che supera il maestro, almeno così diceva una recensione.

La scrittura, ecco. Non è solo il pensiero che sta dietro un soggetto (e qui, in Inside Out, nell’avventura  dentro il cervello di una ragazzina delle cinque emozioni che dominano l’essere umano, c’è l’ispirazione a fior di studi sulla psicologia partendo da un saggio di Darwin di un secolo e mezzo fa), ma è la ricchezza di una sceneggiatura che ti mette insieme in 90 minuti più battute riuscite che non negli ultimi sette film di Woody Allen (e io adoro Woody Allen) o nelle ultime settecento commedie italiane. Non è solo giocare con il cuoricino dello spettatore – bambino o adulto che sia, non ha importanza – sapendo di poterlo devastare con le solite tre o quattro semplici mosse, ma offrire su un vassoio un gioco di rimandi e di citazioni che ti ribalta sulla poltrona anche se sei lì seduto, almeno in apparenza.

Tutto è relativo. Per dire, c’è gente disposta a farsi tre ore di coda all’Expo al padiglione del Giappone (sì, ok, è bello) per quattro emozioncine visive. Inside Out varrebbe 48 ore di coda davanti al cinema,  con sacco a pelo e cucina da campo, tipo quando c’era da comprare il biglietto per Madrid.

E quindi lancio la mia campagna. La Pixar l’Oscar per il miglior film di animazione l’ha giá vinto varie volte,  Lasseter ne avrá una collezione (due sono suoi personali), Docter stesso ne ha vinto uno come regista di Up. Ecco, bisogna andar un po’ oltre, perchè quel che è giusto è giusto: dopo tre nomination, è giunta l’ora dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.  Viva Inside Out, viva Pete Docter, viva l’Inter, viva il cinema, viva la Juventus in B per meriti sportivi.

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settembre 20, 2015
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Arrivedooorci!

Arriverdooorci!

Uh, lo dico in allegria, cosciente che prima o poi, come a Stanlio e Ollio, capiterá di bucare dopo un metro o di finire in un vascone di cemento fresco. Ma intanto, che diamine, godiamoci il piacere di dire Arrivedooorci! a quelli che restano indietro e ci vedono partire, da soli e belli freschi, come non ci capitava da un quinquennio. Step by step siamo in testa da un mese, e se il primato dopo Atalanta e Carpi aveva un peso ora, dopo Milan e Chievo, ne ha un altro. Giusto per rimanere nell’oggettivitá, ecco, tenendo a bada pulsioni ormai sopite e svolazzi che – con 34 giornate e 8 mesi di campionato davanti – sono sempre e rigorosamente prematuri. Ma mi sento come Ollio, al volante del mio trabiccolo, che dico Arrivedooorci! ai miei vicini di casa tanto tanto simpatici ma (rumore di tuoni) juventini. Arrivedooorci ragazzi, il più tardi possibile.

Dopodichè, nell’esaminare di pura pancia la partita di Verona, mi sovvengono alcuni minuti finali da Orociok e qualche fisiologica minchiata sparsa, ma anche una sensazione di soliditá che ci riporta a momenti felici e quel gusto un po’ spaccone per il futbol abastansa bailado che fino a pochi mesi fa non ci potevamo permettere. 4 partite sono pochissime per dire che produciamo l’essenziale e subiamo poco, però il momentaneo effetto Arrivedooorci! me lo fa pensare, così, cautamente, sommessamente, prima di forare – che capiterá – o dei vasconi di cemento fresco, che troveremo.

Poi, insomma, quei piccoli particolari che ti confortano, ecco. Tipo che vedere in campo Melo, Medel e Kondogbia (primo tempo extralusso, per me) ti fa capire che il sacrificio di Kovacic aveva un senso non solo economico. Questa è una squadra che aveva bisogno muscoli e coglioni, in un bilanciamento che non saprei dire ma che va bene così: ora ne abbiamo in maggior quantitá degli uni e degli altri, e pazienza se vedremo meno veroniche e meno triplette agli islandesi.

Poi ho telefonato all’Iffsh, segnaladogli questa cosa: abbiamo battuto 1-0 il Chievo che ha battuto 3-1 l’Empoli che ha battuto 2-1 l’Udinese che ha battuto 1-0 la Juve. Loro mi hanno detto “grazie della segnalazione, gringo” e mi hanno comunicato che, in base a questi risultati, batteremo la Juve tipo 7 a 2, oppure 14 a 4. “Posso giocarmi l’over?”, ho chiesto. “A tuo rischio e pericolo”, mi hanno risposto, poi hanno messo giù mentre gli dicevo Arrivedoorci!

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settembre 18, 2015
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Lo scopriremo solo vivendo

Perdersi un derby da capo a piedi (ero pur sempre in uno stadio lombardo a vedere una partita tra due squadre lombarde) (Cremonese-Pavia, però) (e non per diletto), un derby non qualunque, il derby che ti porta  in testa alla classifica da soli dopo 5 anni, è una cosa brutta in sè, ma porta anche dei vantaggi. Il più evidente è che per me la nuova Inter è un inedito, e domenica con il Chievo – sia pure in un orario di merda – mi godrò per la prima volta i Perisic, i Melo, i Telles, i Ljajic come fossero al debutto, e mi perfonderò di assoluto, tipo quando ti imbatti in un vecchio film del tuo regista preferito e non lo avevi mai visto prima, ed è bellissimo perchè te lo godi e gli altri no, non allo stesso modo almeno, perchè l’hanno già visto, e tu invece te ne stai lì assorto e gli altri no, tu ti stupisci e gli altri no, no, no ennò.

(mi indoro la pillola a cinque giorni da quel buco nero. In realtà sono devastato come un 15enne che ha dovuto rinunciare a XFactor per andare a vedere il saggio di flauto dolce del cuginetto di sette anni alla sagra del paese)

Detto questo, la settimana si è intellettualmente e tecnicamente complicata. No, perchè domenica notte (mentre cercavo ailàitz della partita come un tossico in riserva) mi godevo la grafica della classifica, la bellezza di quell’architettura che ci vede primi in alto a sinistra e la Juve molto in basso a destra, otto punti sotto, e stavo bene. Poi, appunto, la settimana si è articolata secondo un’altra realtà – virtuale o meno, lo scopriremo solo vivendo -, con la Juve del-punto-in-tre-partite che fa un’impresona in casa di quei vacui del City, con la Roma che non ne becca sette dal Barcellona ma dimostra di avere imparato la lezione, del Napoli che in campionato fa ca-ca-re e che in Europa League fa il calcio champagne.

Dunque, dove sta la verità?

Ecco, restando nel campo della conclusioni  premature, da domani e fino al 4 ottobre (15 giorni appena) ci saranno quattro giornate di campionato che ci diranno qualcosa in più. Senza scontri epocali, sarà comunque per tutti un mini-ciclo superconcentrato in cui l’asticella delle difficoltà è destinata ad alzarsi. Più o meno, il mix è uguale tra partite morbide e altre meno, o molto meno. A settima giornata conclusa, faremo il punto. E poi, dopo la pausa per la Nazionale, ci ritroveremo  per un’ottava giornata, 17-18 ottobre, in sè molto pepata: Inter-Juve, Torino-Milan, Napoli-Fiorentina. Ecco, la sera del 18 ottobre, con otto giornate alle spalle, sarà una classifica interessante. La prima, vera, polposa, significativa classifica.

Nel frattempo vediamo come si modella la Serie A. Noi, per esempio, siamo una capolista effimera o facciamo molto sul serio? Andiamo sul campo della seconda a vedere di che pasta siamo fatti, orsù, e niente scherzi (e niente supponenze, soprattutto). E la Juve, in un drammatico scontro salvezza con il Genoa, ci faccia sapere se quest’anno si abbassa la quota scudetto o si alza la quota retrocessione.

keisuke

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settembre 11, 2015
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La Grande Pennezza, la Grande Vincezza

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C’era un raccattapalle nero dietro la Vinci, un ragazzotto magro e alto 1,90 abbondanti che faceva sembrare Robertina ancora più minuta (1,63 di pura normalitá) mentre lei gli allungava l’asciugamano. Poi l’inquadratura passava dall’altra parte, dove la Serenona faceva fatica a tenere a bada il suo proverbiale pandorone,  che ogni tanto rimaneva fuori dalla gonnellina e appariva maestoso – immane – nella sua rotonditá, quel che poeticamente chiamavano lombo e che a me ricorda piuttosto un mappamondo, una coppia di gluteux maximus strepitosi che hanno avuto il loro ruolo da assoluti protagonisti in 21 titoli dello Slam e 70 milioni di montepremi, due muscoli enormi e guizzanti,  il culone più vincente della storia dello sport e che Iddio lo benedica, in barba a chi pensa che si possa vincere solo se si è magre e con poche tette, eggiá, proprio.

Ma Serena stasera non era solo glutei e bicipiti, era un fascio di nervi da tenere a bada di fronte all’occasione più clamorosa della sua carriera (un Grande Slam da vincere con il più morbido dei tabelloni di fronte, la Vinci e poi la Pennetta, tzè, un compitino elementare) e che si è sciolta come una sciampista quando il donnino dall’altra parte ha fatto la cosa più intelligente che potesse farla dopo aver perso male il primo set: lavorarla ai fianconi, metterla in ambasce, sfinirla di rovesci slice, una squisitezza tecnica che ormai fa solo lei, la panda di Taranto, lei e il suo tennis antico, un po’ inadeguato, ma che per la sua unicitá può rompere gli schemi a chiunque.

In crisi di identitá e di risultati, Roberta Vinci ha cambiato vita, ha lasciato il doppio (da numero 1) e si è ricostruita da singolarista senza snaturarsi. Il risultato è questo, una partita pazzesca nella giornata più incredibile del tennis femminile italiano e, mi sbilancio, in uno dei pomeriggi che fanno la storia dello sport femminile italiano.

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Perchè un paio d’ore prima Flavia Pennetta aveva macinato la Halep (di solito è la Halep che macina quelle come la Pennetta) e questa meravigliosa giornata dei paradossi si è compiuta, voilá, due italiane ultratrentenni in finale allo Us Open e tutto ciò è di una bellezza irresistibile, straordinaria, totale. Battere la più forte in casa, strapazzare la n. 2 al mondo e giocarsi – tra azzurre, tra pugliesi – la finale.

Quello che ha fatto la Pennetta non è meno clamoroso del capolavoro della Vinci (che ha avuto un culo epocale nel tabellone, poi compensato con l’impresona). Ha saputo tornare forte (anzi, più forte) dopo un infortunio grave, ha saputo mantenersi per un decennio al vertice, ha saputo addirittura rimanere vigile e lucida nonostante il fidanzamento con quel personaggione di Fogna.

Il colpo di coda di queste due ragazze, che l’etá vorrebbe al declino e che invece si giocheranno uno Slam, è il miglior messaggio che potesse arrivare dallo sport: sei seria, hai talento, hai fame, hai testa? E allora avanti, per te c’è sempre posto. Adesso vinca la migliore, sapendo che tutte e due lo sono.

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settembre 5, 2015
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Fogna il fenomeno

US Open tennis

Se in previsione della sua dipartita decidesse di donare il suo corpo alla Scienza, forse un giorno sapremo cosa c’era nella testa di Fognini, uno che indifferentemente può perdere con il più loffio dei pallettari o prendere a pallate Murray (in Davis) o Nadal (poche ore fa, in uno slam, all’Open degli Stati Uniti), giocare al massimo dell’ispirazione oppure macerarsi nei suoi tormenti interiori ed esteriori, perdere la pazienza con gente che lo sa e va apposta lì a provocarlo e cascarci, pluff, come un boccalone. Se non donerà il suo corpo alla Scienza rimarremo col dubbio, che poi è la cosa più bella. Senza certezze, idealizzeremo per sempre quel pirla di Fognini di cui racconteremo, al bar o ai nipotini, che era un gran giocatore e un gran coglione all’unisono, e tu dovevi prenderlo com’era e bòn, pazienza, genio e sregolatezza a percentuali variabili, più spesso sbilanciate verso la sregolatezza, perchè sennò sarebbe stato nei top ten in pianta stabile, e nemmeno troppo in basso.

Ora, naturalmente, possiamo fare tutti i distinguo del caso. Quel Murray in Davis, fuori casa e sulla terra e non esattamente al massimo della forma, non era il vero-vero-vero Murray. E il Nadal di oggi – un agonista se ce n’è uno ma ormai logoro nelle giunture e forse anche un po’ di testa – non è il Nadal di tre, cinque o nove anni fa. E poi Nadal è il giocatore che sta più sul cazzo di tutti a Fognini, e qualche settimana fa glielo ha detto in faccia, nella finale di Amburgo, che lui e suo zio gli hanno rotto le palle, amen. Quindi, voglio dire, c’è una predisposizione morale ad azzannargli il collo, un po’ com’era per Agassi con Becker. Però battere Nadal in cinque set a in uno Slam, davanti a 23mila persone, e batterlo rimontando due set (per la precisione: eravamo 6-3 6-4 3-1 per Nadal), è un po’ come battere Gebreselassie allo sprint in una maratona dopo averlo raggiunto al quarantesimo. E battere Nadal facendo 70 (settanta!) punti vincenti è come battere la nazionale Usa di basket schiacciando dieci volte in testa al cristone nero che gioca da centro. E’ un’impresa della madonna, ecco.

E il game giocato sul 4-4 del quinto set, sant’iddio, è una roba che vedi ad anni alterni, quattro vincenti e gioco a zero, sbam!, Fogna che lancia missili e Nadal che manco li rincorre più. E non per sfinimento, no: perché non li avrebbe presi nessuno, nessuno, manco Tiramolla. Tant’è che al match point Fognini non esulta: aveva vinto nel game precedente, stravinto, l’ultimo punto – un errore gratuito di Nadal –  è stata una cazzata a confronto del climax precedente.

Ora, questo potrebbe essere il post più inutile della storia. Un post a scadenza immediata. Dopo aver triturato Nadal a forza di colpi vincenti da fondocampo (roba da non vedere, a volte, la pallina) e di attacchi conclusi con mano fatata, Fognini potrebbe benissimo perdere con quel damerino di Feliciano Lopez e vaffanculo, perchè Fognini è così e basta. E guarda, sinceramente, dopo una partita così ci starebbe perdere (anche male, dico) quella dopo perchè è difficile – forse impossibile – replicare un’impresa del genere, dal peso specifico immane, tecnico e psicologico. Quindi Fogna, in anticipo, te absolvo e ti ringrazio per stanotte. Sei di Arma di Taggia e sei interista, due motivi sufficienti per volerti bene e aspettare un’altra roba del genere, prima o poi: giorni, mesi, anni o forse mai, ma – giuro – non me ne frega niente. Fognini-Lopez può finire in due modi, per me: abbracciare e leccare ululando lo schermo della tv o mandare affanculo quel tamarro in campo per l’ennesima occasione sprecata. No problem: a me quelli che tertium non datur, in fondo, piacciono da morire.

fognini

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settembre 1, 2015
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Che al mercato per Mancio comprò

Una cosa non saprei spiegare bene adesso, al bar, se qualcuno mi ponesse la questione: qual è l’esatto motivo per cui un anno fa Mazzarri (e noi con lui) doveva fare le nozze coi fichi secchi (M’Vila, Osvaldo, un penoso Vidic, un Palacio malconcio per mesi e mesi a venire) e oggi Mancini è stato accontentato in quasi tutto (e noi con lui) in un mercato che per noi non era così scoppiettante dai tempi d’oro del decennio scorso?

Non ho spiegazioni tecniche, contabili, finanziarie, strategiche e filosofiche, se non due: l’anno scorso il Fair play ci rompeva sostanzialmente le palle e Mazzarri – io ho letto il suo libro con attenzione e queste cose le so – si era mentalmente e fisicamente prestato (dietro lauto compenso, beninteso) a replicare a Milano la sua attivitá di valorizzatore delle (talvolta) modeste rose a sua disposizione; un giochino che lo eccitava ben più di un trofeo,  un attitudine a metá tra il fachiro e il grande pensatore, il gusto di poter andare a fine anno dal suo presidente e tirare una riga sotto l’elenco dei giocatori, “ecco, l’anno scorso valevano tot e ora valgono tot, e in più siamo arrivati X in campionato e al turno Y nelle coppe, quindi dimmi che sono il più bravo”.

L’anno scorso era chiaro che ci sarebbe voluto un esorcista, più che un allenatore. E infatti Mazzarri fece appena in tempo a bere il vino novello, senza nemmeno arrivare ai primi panettoni di tardo autunno. Arrivò il Mancio, ottenne quattro giocatori che avrebbero fatto comodo anche al fachiro di San Vincenzo e che furono utilissimi a centrare l’ottavo posto, ovvero l’ottavo in ordine d’importanza tra gli obiettivi minimi di una qualsiasi Inter che si rispetti, “evitare i preliminari di Coppa Italia”, mecojoni.

Ma poi, perchè dovrei andare al bar e spiegare ‘sta cosa? Me ne sto a casa a rimirare le colonne delle entrate e delle uscite e, intimamente, esulto e mi eccito.

Uscite. Podolski, Obi, Jonathan, Taider, Felipe, Campagnaro, Kuzmanovic, Andreolli. E fin qui, voglio dire, arrivederci e grazie. Hernanes per me è una liberazione, simbolo di un’Inter incompiuta e inconcludente, giocatore che non ci ha mai risolto un cazzo. Leggo: era l’unico davvero di classe. Ecco, il solito giocatore da asterisco: *però è di classe. Tzè, non lo rimpiangerò e credo che non cambierá il destino dei gobbi. Peccato averlo dato a loro, certo, ma ritengo un successo aver trovato una squadra disposta a pagarcelo. Kovacic è stato un sacrificio pesante ma ben retribuito: era così ovvio che fosse l’unico ad avere mercato ad alto livello che io, un tifosotto senza nè arte nè parte, ci scrissi un post il 15 giugno dandolo per venduto: ho sbagliato solo i tempi, non i modi. Shaqiri è stato una sorpresa, un mese fa ci ero rimasto maluccio ma adesso, con i nomi dei sostituti davanti, ho giá ampiamente metabolizzato.

Entrate. Jovetic, Kondogbia, Perisic, Miranda, Murillo, Felipe Melo, Telles, Montoya, Ljajic, Biabiany (e Santon, rispetto al fachiro).

No, cioè, storciamo il naso?

Adesso cambia tutto. È ufficiale che abbiamo altre ambizioni, è naturale che adesso l’allenatore non faccia più lo sperimentare o il finto tonto. Relativamente a un campionato italiano di livello medio basso e relativamente al fatto che la Juventus fará meno punti degli anni scorsi,

ecco,

relativamente a tutto questo, che ci piaccia o no, che ci sbalestri o meno, ce la dobbiamo giocare.

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