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luglio 12, 2015
di settore
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Fenomenologia del non competitivo

Niente, è più forte di me. Quando vado a una non competitiva non riesco ad arrivare presto, non ce la faccio. Se le partenze sono tra le 8 e le 9, io arrivo alle 9 meno cinque. Se invece, come stamattina, sono tra le 7,30 e le 8,30 io arrivo alle 8,31. È come se avessi un orologio biologico che mi dice: è una NON competitiva, ragazzo, e NON c’è alcuna ragione per cui tu debba arrivare presto. Potrei svegliarmi alle 5, niente, figurati, sarebbe lo stesso, arriverei comunque alle 8,31. Non solo: stamattina entro in un paese di 1600 abitanti e mi perdo. Per fortuna vedo un podista di bianco vestito avanzare dal nulla e mi sporgo dal finestrino tipo Oler Togni:

“Scusa, collega, mi dici dove santiddio ci si iscrive a questa non competitiva dei mie due zebedeos?”

“Guarda, devi tornare indietro, girare a destra, poi sempre avanti, ma… ma…”

“Ma?”

“Ma tu sei Settore!”

“Settoreh, sì”.

“Settore!”

“Sì, Settoreh, il podista etiopo-vogherese che…”

“Settore l’interista, grande, forza Inter”

Cazzo, mi ero completamente dimenticato dell’Inter. Il fatto è che siamo in luglio e sono concentrato sul recupero della condizione podistico-esistenziale. Parcheggio e mi fiondo al banchetto delle iscrizioni dove una signora in bilico sul climaterio mi pone di fronte a una questione burocratica mai affrontata prima.

“Lei è tesserato o non tesserato, bel giovane?”

“In che senso? Certo che sono tesserato”.

“Tesserato a cosa?”

“Fidal”.

“No Fidal”.

“Uisp”.

“No Uisp”.

“Ikea Family, Fidaty, Nespresso club, Carrefour Ambassador Lounge, Inter club Pavia Nerazzurra…”

“No, lei è tesserato Fiasp?”

“No”.

“Allora deve iscriversi tra i non tesserati”.

“Guardi, farei qualsiasi cosa, sono le 8,35 e debbo correre per 22 fottuti chilometri e sono giá partiti tutti. Dove si trova lo sportello non tesserati?”

“Sono io”.

Sto per lanciarmi su di lei tipo Antonio Inoki ma mi trattengo e mi iscrivo tra i non tesserati del cazzo. Quindi parto. Mi accorgo che dietro di me arrivano altri due ritardatari, quindi sono terzultimo. Ma procedo comunque angosciato: e se si dimenticano di me, se se ne vanno tutti, se smantellano i ristori e io muoio di stenti e mi ritrovano tra 300 anni in un anfratto e mi espongono come Oetzi nel museo contadino e le scolaresche mi verranno a vedere e poi andranno a casa a raccontare di avere visto una mummia col Garmin?

Quando poi arrivo al cartello della divisione dei percorsi, a sinistra 12 km e a destra 22, si innesca l’ormai consueto meccanismo per cui tra una scelta di buon senso (facciamone 12 e andiamo a casa) e una estrema (facciamone 22 e vaffanculo) il podista umanista agonista che corre una non competitiva sceglierá sempre la più estrema.

Una persona normale vede una freccia con scritto 12 km, il podista umanista agonista legge “12 km, non sarai mica così mentecatto a girare a sinistra? Chi sei, la principessa sul pisello? Ma vergognati diobono”. E dove c’è la freccia con scritto 22 km, il podista umanista agonista legge “Imbocca la strada verso il regno dei cieli, fratello. All’ arrivo troverai Scarlett Johansson, 42 vergini o un abbonamento primo anello arancio (opzioni non cumulative)”.

Il resto vien da sè. A parte il tremendo olezzo di due porcilaie, la corsetta è organizzata alla grande, cinque ristori, che comfort!, al quinto un ragazzotto mi fa la doccia con la canna, “Tutto?”, “No, solo la testa, amico”, e al ristoro finale, il sesto, vassoi di fette di anguria fresche su cui mi avvento tipo Poldo Sbaffini. E mentre sono lì che mangio anguria come un bambino, mi godo l’ingannevole effetto delle endorfine che – dopo 22 km sotto il sole – ti fanno sentire molto più vivo di quando sei partito.

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