Settore Inter blog

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luglio 22, 2015
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Fermate il precampionato, voglio scendere

No, non ho scritto niente di Inter-Bayern. E vi faccio una confidenza: non scriverò niente del resto della tournée in Cina, e poi del trofeo Tim eccetera eccetera. No, lo dico perchè c’è chi mi scrive affranto (stai bene? mi devo preoccupare? dove cazzo sei finito? mando una mail alla Sciarelli? ti sei bevuto il cervello? la vuoi piantare con questa minchia di corsa?) e c’è chi diffonde le ipotesi più fantasiose: che in realtà sia morto alcuni anni fa (al posto mio sta scrivendo un vero casellante della barriera di Agrate), che sia diventato juventino o, addirittura, che sia diventato donna e stia attualmente accompagnando come ghost writer l’ex Bruce Jenner in un ciclo di conferenze negli Stati Uniti dal titolo “Identità di gender, cambi di sesso e strategie di calciomercato”.

No, niente di tutto questo.

Il punto è uno solo: ma cosa si può scrivere di partite così? Seriamente, dico. Di cosa mai mi dovrei preoccupare (o per cosa mai mi dovrei esaltare) il 22 di luglio? Cioè, ti distrai un attimo e scopri che la squadra che stava facendo gli addominali a Riscone adesso è in campo con il Bayern, e poi il Milan , il Real e sailcazzo chi. No, dai. Io sono ancorato a vecchi schemi, quando il ritiro precampionato era il ritiro precampionato – ti allenavi tutto il giorno e la sera giocavi a scopa d’assi – e quando il precampionato era una serie di amichevoli progressivamente meno innocue, e non la farsa di adesso: si passa dalla rappresentativa del Sud Tirolo al Bayern nel giro di tre o quattro giorni cambiando continente, e bisognerebbe pure scriverne? Scriverne seriamente, ri-dico. E quelli sono più avanti e noi più indietro (o viceversa), e stiamo lavorando da poco, e la squadra è ancora in divenire, e (seguono altre duemila considerazioni-tipo). No, grazie.

(sospiro)

Non sopporto il calcio che non vale niente. Aspetto un calcio che valga i tre punti, o che valga una qualificazione, un passaggio del turno, una roba così. Il resto è una sega colossale che non mi attizza neanche un po’, una specie di calcio-wrestling in cui si fa finta di farsi del male, tanto l’ingaggio è giù incassato e della coppa in palio non gliene frega niente a nessuno. Non mi diverte, non mi interessa. Voglio un minimo di occhi di tigre, di ‘sta farsa non voglio vedere niente. Oppure, se la vedo (e le vedrò, per carità, perché la maglia nerazzurra su sfondo verde è un nutrimento per l’anima, la mia almeno), la guardo come un vecchio film di cui conosco il finale, o come una replica estiva di un qualcosa che non ho mai visto oppure non ricordo, ma il cui epilogo (bello o brutto che sia, si ammazzano o si sposano, qualcuno fugge o qualcuno torna) non mi sposta di un millimetro.

Non lo reggo più il fake. Tra calciomercato e precampionato, il periodo inizio giugno-fine agosto è per me la morte civile. Almeno si potesse tornare ai vecchi tempi, quando la preparazione avveniva al riparo da occhi indiscreti e da ingaggi favolosi per partite improbabili. Ecco, funzionava più o meno così.

Prima amichevole: Inter-Bar caffè Adler Riscone di Brunico 18-0. Simpatica sgambata dei nerazzurri, apparsi già piuttosto in palla, con la squadra amatoriale di Riscone. Sette gol di Icardi, osannato dai tifosi, di cui uno segnato con il pube. Da segnalare il palo colpito in mischia da Fritz Kostner detto Strudel, corpulento centravanti 42enne del Riscone, titolare dell’omonima pasticceria di via Ottone Huber (chiusa il lunedì): una distrazione dei centrali interisti gli ha consentito di deviare di coscia un cross proveniente dalla trequarti e che sembrava destinato a perdersi sul fondo. Kostner è poi uscito in barella, tra gli applausi dei 400 presenti, per la maggior parte provenienti da Bressanone.

Seconda amichevole: Inter-Spartak Brunico 12-1. Simpatica seconda sgambata dei nerazzurri, apparsi discretamente in palla, contro la formazione dello Spartak Brunico militante nel campionato di Seconda categoria dell’Alto Adige. Cinque gol di Palacio, di cui uno segnato con una rabona da metà campo. Funzionano gli automatismi a centrocampo tra Kondogbia e Kovacic, almeno nei 4 minuti in cui i due sono rimasti contemporaneamente in campo. Applausi scroscianti per il gol di Nico Knapp, veloce esterno dello Spartak, figlio del custode dello stadio: Knapp, sfuggito a Ranocchia, ha infilato Carrizo con un bel diagonale. I tifosi lo hanno festeggiato tirandogli mele.

Terza amichevole: Rovereto-Inter 0-4. Primo test probante per i nerazzurri contro la locale formazione militante in Promozione. Portatasi in vantaggio dopo 5 minuti con un gol di Kovacic (sombrero a metàcampo, poi quattro dribbling, un finta e palla nell’angolino), la squadra di Mancini ha poi faticato molto a trovare spazi nell’arcigna difesa bianconera, anche a causa del gran caldo. “Dobbiamo smaltire le tossine del ritiro, presto troveremo brillantezza”, ha commentato Mancini che in panchina ha avuto un lieve malore dopo un passaggio all’indietro di Andreolli svirgolato da Handanovic, il cui rinvio ha colpito un’anziana donna in tribuna laterale (nonna dello stopper del Rovereto, Ruffini), finita all’ospedale con lievi contusioni guaribili in cinque giorni.

Quarta amichevole: Verona-Inter 2-2. Aria di serie A in questa amichevole di lusso allestita dentro l’Arena di Verona per festeggiare i 20 anni del concerto di Renato Zero. L’Inter ha presentato una formazione mista titolari-riserve che ha faticato un po’ a ritrovarsi, tanto da andare in svantaggio nel finale di primo tempo per un gol di Toni, abile a tramortire a gomitate tre difensori nerazzurri e a infilare l’incolpevole Carrizo. Nella ripresa una doppietta di Puscas portava avanti l’Inter, con il Verona che impattava a un minuto dalla fine per un rigore molto dubbio fischiato a Pazzini, e trasformato dallo stesso. Mancini non si è detto preoccupato: “Dobbiamo smaltire le tossine del ritiro, presto ritroveremo brilantezza”.

Quinta amichevole: Mendrisio-Inter 2-5. A tre giorni dall’inizio del campionato, classico appuntamento nella vicina Svizzera per la squadra di Mancini, ancora alle prese con le fatiche del ritiro e gli automatismi da trovare. Il Mendrisio si portava addirittura in vantaggio dopo 10 minuti: il congolese Abu Dabu sferrava un tiro dai venti metri, Ranocchia e Nagatomo coprivano involontariamente la visuale ad Handanovic e la palla si infilava a mezz’altezza. Icardi, Palacio e Guarin riportavano avanti l’Inter prima del riposo. Nella ripresa Montoya e Gnoukouri segnavano le altre reti nerazzurre. Applausi nel finale per la rete del baby Filipponi, 14 anni, che dribblava Vidic e Juan Jesus, metteva a sedere con una finta Carrizo e infilava con un cucchiaio. Mancini ha risposto brevemente alle domande dei cronisti: “Dobbiamo smalt… no, niente, sono abbastanza contento ma c’è da lavorare”. Quando ritroverete brillantezza, mister? “Presto, credo”.

Ecco, funzionava più o meno così. Bei tempi.

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luglio 21, 2015
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La non-ignoranza (ovvero: il bello della steppa)

Se non sono infortunato o in ferie, ogni anno mi iscrivo pieno di perplessità a una corsetta che si svolge nella steppa a una quindicina di chilometri da Pavia. Sono 7,8 km con le seguenti caratteristiche: 0,3 km all’ombra (i primi 100 metri e gli ultimi 200), 7,5 km al sole. Svolgendosi a metà luglio, c’è un’alta probabilità che ci sia molto caldo. Nel luglio più caldo dalla creazione della Terra, c’è un’alta probabilità che sia un massacro.

Eppure, mi iscrivo.

Per puro senso di responsabilità faccio 5 minuti di riscaldamento che, date le condizioni, mi riducono a una larva d’uomo. Mi schiero alla partenza come al solito in ultima fila e, nel caso specifico, con qualche timore tecnico, etico, psicofisico e morale. Partire piano, partire piano, chissenefrega, partire piano, partire piano

PUM!

Si parte. Parto piano. Dopo neanche mezzo chilometro di dividono i percorsi. Donne e uomini over vanno a sinistra. I rimanenti 58 baldanzosi atleti girano a destra. Approfitto della curva per guardare indietro. Ne conto 4. Quindi ne ho 53 davanti.

Sono quintultimo.

Beh, sono partito piano no? Così vengo colto dai consueti pensieri di terrore, morte e distruzione. Mi vedo arrivare al traguardo tipo Dorando Pietri, sorretto da due giudici e poi squalificato e radiato. Mi vedo anche crollare sfinito in un campo di mais e ritrovato in avanzato stato di decomposizione al momento del raccolto. Ed è in quel momento, dopo un chilometro di corsa, già sudato da far tenerezza, che prendo una decisione che mi sorprende:

“Facciamo, una volta tanto, davvero, promettimelo Settoreh, una volta tanto, ti scongiuro, facciamo una corsa non dico intelligente, ma almeno non-ignorante”.

Che in sostanza vuol dire questo: fottitene che sei quintultimo, fa un caldo bestia, ci sono 70 gradi e il 125 per cento di umidità, prendi il tuo ritmo, tienilo – qualunque esso sia – e porta a casa il culo.

E così faccio. Nel secondo chilometro ne supero un paio ma vengo a mia volta superato da The Edge, che – in assenza di Perdenzio Perdy, forse in ferie, incredibile, credevo non ne facesse – eleggo a mio punto di riferimento. Ecco, il mio punto di riferimento prende e ne ne va, lo vedo allontanarsi ma io sto facendo una corsa non-ignorante e non lo inseguo.

Durante il terzo chilometro supero disinvolto Jimmy Strong, poi a seguire Averell Dalton, fratello di Jack che invece ci precede di un bel due-trecento metri, lo vedo in lontananza, piccolo così, but who cares?, sono in modalità non-ignorante e nessuno può turbarmi.

Intanto un tizio arancione continua a superarmi, poi si lascia raggiungere, poi lo risupero, e via così, l’Uomo Elastico cerca di destabilizzare il mio procedere zen ma non ce la fa, gli lascio fare i suoi avanti-e-indrè, cazzi suoi, io ho innestato il pilota automatico e me ne strafotto, tzè. E infatti ne supero un altro.

Tra il quarto e il quinto chilometro, senza aumentare il passo, semplicemente tenendolo, ne supero un altro paio. Non faccio più caso al caldo e alla zero-ombra. Ormai la corsa non-ignorante è il mio nuovo  must. Al sesto chilometro supero anche un piccoletto, poi raccolgo con il cucchiaino l’Uomo Elastico che crolla come una pera matura al suo settecentesimo allungo, poi imbocco un sentierino stretto stretto ed è lì, alla fine del sentierino, che allungo lo sguardo e rivedo The Edge.

E lì sento nelle orecchie una musica alla Morricone, da-daaaaan, è il duello finale. Non ho fretta, entro in scia, mi avvicino, lo affianco, lo supero. Da-daaaaan. Cazzo, venti metri avanti c’è anche Jack Dalton. Ci provo ma non ce la faccio, siamo all’arrivo, porca troia, di già? ancora duecento metri e me lo mangiavo santiddio (è la prima volta che dico “di già” da due anni a questa parte, di solito dicevo “ma quando cazzo finisce questa corsa di merda stramaledetto il giorno che mi sono messo a fare questo sport del menga?”).

Arrivo 46esimo. Tredicesimultimo. Ho recuperato otto fottute posizioni. Me ne compiaccio mentre bevo diciassette tè freddi che una sciura mi allunga a ripetizione, e un tè dopo l’altro mi sento  vivo, vegeto e strategicamente molto à-la-page.

Dalton

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luglio 12, 2015
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Fenomenologia del non competitivo

Niente, è più forte di me. Quando vado a una non competitiva non riesco ad arrivare presto, non ce la faccio. Se le partenze sono tra le 8 e le 9, io arrivo alle 9 meno cinque. Se invece, come stamattina, sono tra le 7,30 e le 8,30 io arrivo alle 8,31. È come se avessi un orologio biologico che mi dice: è una NON competitiva, ragazzo, e NON c’è alcuna ragione per cui tu debba arrivare presto. Potrei svegliarmi alle 5, niente, figurati, sarebbe lo stesso, arriverei comunque alle 8,31. Non solo: stamattina entro in un paese di 1600 abitanti e mi perdo. Per fortuna vedo un podista di bianco vestito avanzare dal nulla e mi sporgo dal finestrino tipo Oler Togni:

“Scusa, collega, mi dici dove santiddio ci si iscrive a questa non competitiva dei mie due zebedeos?”

“Guarda, devi tornare indietro, girare a destra, poi sempre avanti, ma… ma…”

“Ma?”

“Ma tu sei Settore!”

“Settoreh, sì”.

“Settore!”

“Sì, Settoreh, il podista etiopo-vogherese che…”

“Settore l’interista, grande, forza Inter”

Cazzo, mi ero completamente dimenticato dell’Inter. Il fatto è che siamo in luglio e sono concentrato sul recupero della condizione podistico-esistenziale. Parcheggio e mi fiondo al banchetto delle iscrizioni dove una signora in bilico sul climaterio mi pone di fronte a una questione burocratica mai affrontata prima.

“Lei è tesserato o non tesserato, bel giovane?”

“In che senso? Certo che sono tesserato”.

“Tesserato a cosa?”

“Fidal”.

“No Fidal”.

“Uisp”.

“No Uisp”.

“Ikea Family, Fidaty, Nespresso club, Carrefour Ambassador Lounge, Inter club Pavia Nerazzurra…”

“No, lei è tesserato Fiasp?”

“No”.

“Allora deve iscriversi tra i non tesserati”.

“Guardi, farei qualsiasi cosa, sono le 8,35 e debbo correre per 22 fottuti chilometri e sono giá partiti tutti. Dove si trova lo sportello non tesserati?”

“Sono io”.

Sto per lanciarmi su di lei tipo Antonio Inoki ma mi trattengo e mi iscrivo tra i non tesserati del cazzo. Quindi parto. Mi accorgo che dietro di me arrivano altri due ritardatari, quindi sono terzultimo. Ma procedo comunque angosciato: e se si dimenticano di me, se se ne vanno tutti, se smantellano i ristori e io muoio di stenti e mi ritrovano tra 300 anni in un anfratto e mi espongono come Oetzi nel museo contadino e le scolaresche mi verranno a vedere e poi andranno a casa a raccontare di avere visto una mummia col Garmin?

Quando poi arrivo al cartello della divisione dei percorsi, a sinistra 12 km e a destra 22, si innesca l’ormai consueto meccanismo per cui tra una scelta di buon senso (facciamone 12 e andiamo a casa) e una estrema (facciamone 22 e vaffanculo) il podista umanista agonista che corre una non competitiva sceglierá sempre la più estrema.

Una persona normale vede una freccia con scritto 12 km, il podista umanista agonista legge “12 km, non sarai mica così mentecatto a girare a sinistra? Chi sei, la principessa sul pisello? Ma vergognati diobono”. E dove c’è la freccia con scritto 22 km, il podista umanista agonista legge “Imbocca la strada verso il regno dei cieli, fratello. All’ arrivo troverai Scarlett Johansson, 42 vergini o un abbonamento primo anello arancio (opzioni non cumulative)”.

Il resto vien da sè. A parte il tremendo olezzo di due porcilaie, la corsetta è organizzata alla grande, cinque ristori, che comfort!, al quinto un ragazzotto mi fa la doccia con la canna, “Tutto?”, “No, solo la testa, amico”, e al ristoro finale, il sesto, vassoi di fette di anguria fresche su cui mi avvento tipo Poldo Sbaffini. E mentre sono lì che mangio anguria come un bambino, mi godo l’ingannevole effetto delle endorfine che – dopo 22 km sotto il sole – ti fanno sentire molto più vivo di quando sei partito.

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