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giugno 10, 2015
di settore
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Lo zen e l’arte di gufare la Juventus

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Tifare contro non è ‘na passeggiata de salute. L’organizzazione di una notte da gufi presuppone capacitá logistiche, etiche, morali e sostanziali che non tutti hanno a disposizione nel proprio bagaglio umano. E una pertinacia pervicace (in subordine, va benissimo anche una pervicacia pertinace) fuori dal comune, che sappia fare tesoro delle esperienze negative e gettare il cuore oltre l’ostacolo nell’occasione giusta, quella definitiva. Tifare contro non è barbarie, se di mezzo c’è la Juve. Non è sedersi in gruppo di fronte a un televisore tra peti, rutti, grugniti e onomatopee: è un rito che vive di precisioni, di ricorrenze, di speranze, di scaramanzie e di valutazioni esoteriche.

Per Juventus-Barcellona i gufi si riuniscono in una lussureggiante localitá dell’Oltrepo pavese in una formazione inedita a otto, schierandosi col 4-1-2-1: quattro gufi fondatori della prima ora (io,  L., A. e M.), un gufo alla seconda presenza (Abc.), due gufi fratelli tra di loro, esordienti  e ospiti provenienti da una federazione forestiera (F&M), un gufo al debutto (D.). Due gufi si presentano con maglietta da riposo della societá occasionalmente avversaria della Juve (io e L.) mentre M. indossa un paio di slip del Barcellona acquistati alcuni anni fa nell’aeroporto della simpatica cittá catalana. Per certificarlo, abbassa i bermuda fino alle ginocchia, evidenziando un discreto pacco. Una scena che, alle ore 19, anticipa il carico di tensione e di imbarbarimento che ci attende al varco.

Dopo una cena frugale consumata sotto il portico (salame, prosciutto, mozzarella, pomodoro, olive, formaggi, uova, birra, pane), i gufi salgono al primo piano in sala tv, dove si dispongono in ordine tutt’altro che casuale su poltrone e divano. E qui, per chi pensa che gufare sia una cosa semplice, vale la pena soffermarsi sul primo rito scaramantico della serata:

la riproposizione filologica e geostazionaria della magica serata di Juve-Benfica.

A me e L. va sostanzialmente bene, perchè ci basta riprendere lo stesso posto, uno in fianco all’altro. A., invece, deve trafiggersi il costato con una pin a forma di forbici (con cui si era gravemente ferito durante Juve-Benfica), mentre M. deve tener stretto tra i premolari uno stuzzicadenti (lo stesso di un anno fa, in quel magico Primo maggio. M. se lo mette in bocca nonostante microbi e batteri siano visibili a occhi nudo). I gufi esordienti o alla seconda presenza sono esentati da questi pericolosi riti.

I gufi titolari si scambiano una sguardo atterrito. La fantastica notte di Juve-Benfica (eliminazione con 0-0 a Torino nella semifinale di una competizione la cui finale si sarebbe disputata a Torino) (una specie di doppio filotto, di mega strike, di cinque più uno al Superenalotto) era stata seguita da una serie di altre gufate culminate miseramente: Dortmund, Monaco (una gufata in contumacia, anticipata, con un esorcismo in un ristorante del Cremonese) e soprattutto Madrid, con riunione dei gufi a Milano, la capitale morale, finita malissimo, con l’umore sotto i tacchi e l’ormai ingestibile, quasi travolgente convinzione che quella squadra di culattoni avrebbe fatto il triplete alla faccia nostra, di gufi e di interisti, argh!

“Concentráti, dai!”

Inizia la partita, Mascherano fa un paio di pirlate, ma alla prima azione dall’altra parte è

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaal!

Otto uomini corpulenti saltano come grilli e si abbracciano come koala. È un momento di intensa felicitá che però dura poco. M. ci guarda spaventato:

“Ho perso lo stecchino!”

No! Nel giro di quattro decimi di secondo, otto uomini carponi cercano uno stuzzicadenti mezzo mangiato su un pavimento scuro. Sembra una moschea alle cinque del pomeriggio. Uno dei fratelli guarda fuori dalla finestra e vede uno storno migrare tra le rossastre nubi:

“L’avrá preso lui?”

Lorenzo estrae dall’armadio una spingarda appartenuta a un quadrisnonno, ma non trova le munizioni. La partita è giá al venticinquesimo del primo tempo quando finalmente M. trova lo stecchino:

“Eccolo!”

“Oleeeeee!”, fanno gli altri sette in coro. La scaramanzia è salva, il Barcellona sbaglia un gol ogni due minuti, le cose sembrano mettersi bene, anzi, sempre meglio, e quando tutti vanno a bere un tè caldo si arriva alla seconda, durissima fase della scaramanzia.

“Mantenere le posizioni”.

L. non ammette deroghe.

“Scusa, mi scappa una pisciata atroce”.

“Tienila”.

“Io sto morendo di sete”.

“Cazzi tuoi, bevi dopo”.

“Debbo fare una telefonata”.

“Consegnami il cellulare, lo riavrai dopo le 23”.

“Posso accendere la luce?”.

“Si sta al buio”.

“Posso posare lo stecchino durante l’intervallo?”

“Ma sei fuori? Mastica, ma non deglutire”.

Il secondo tempo è una stillicidio. Mancano 45 minuti, 44, 43… Poi segna Morata e sul Gufodromo cala una cappa di disfattismo che ci ammazza. Per fortuna dura poco.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Sono momenti carichi di stress. La regia inquadra una placida coppia di anziani tifosi bianconeri. A. cede alla tensione: “Muori, troia!”, poi scoppia a piangere. M. si trafigge la lingua da parte a parte con lo stecchino e si esprime farfugliando. Assistiamo in raccoglimento le ultime fasi della partita. Fino alla festa finale, l’apoteosi, il gol a tempo scaduto. La certezza. No, la Certezza.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Si chiude con foto, selfie, abbracci, brindisi, un’esplosione social. Su un terrazzo, al fresco, la luna rossa, spossati ma felici.

“Ma chi prende l’Inter?”

Silenzio. Non è serata per domande difficili. La missione è compiuta, ad Ausilio pensiamo domani. Anzi, dopodomani. Nel calcio – ogni tanto – c’è una giustizia: magari bisogna aspettarla fino al 6 di giugno, ma alla fine arriva.

“Ehi, ora posso pisciare?”

Nonostante quattro gol, cento abbracci, diciassette brindisi e quarantadue telefonate, L. non ha un capello fuori posto.

“In fondo a destra, ma metti le pattine”.

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