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novembre 14, 2014
di settore
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Scusa se richiamo il Mancio

La decisione ha richiesto un certo tempo – mica in assoluto, ma relativamente a questa stessa settimana: d’accordo che c’è la pausa per la Nazionale, ma siamo pur sempre a venerdì, la gente se ne va scravattata in ufficio e pensa al massacro di coglioni che si farà l’indomani con la moglie all’Esselunga  o domenica al pranzo con i parenti – un classico micidiale week end senza campionato – e ti arriva tra capo e collo la notizia che Mazzarri se ne va, quel tipo di epilogo che hanno certe serie un po’ mal scritte, che hai capito come andrà a finire al quarto episodio e te ne restano da vedere diciotto.

Dunque, essendo una decisione che ha richiesto tempo, la possiamo definire più thohiriana (presa con il business plan davanti) o morattiana (presa con la pancia, il cuore e comunque con ogni organo che non sia quello deputato alle decisioni vere)? No, perchè eravamo rimasti a un Thohir thohiriano (progetto con Mazzarri, si vedrà a fine stagione, bla bla bla e comunque col cazzo che ne pago un altro) e a un Moratti morattiano (che Mazzarri l’avrebbe già fatto fuori minimo un po’ di settimane fa, come ai vecchi tempi), e invece qui avanza un ibrido, un Thohir morattiano che chiude il libro mastro alla voce spese e però lo apre alla voce ricavi e nota che sono in ribasso, forse preoccupantemente più in ribasso di quanto non siano in rialzo le spese, e prende una di quelle decisioni che se fossimo quotati in Borsa va-va-vuuuu-maaa, vabbe’, ma non lo siamo e potremmo accontentarci di riportare gente allo stadio e mostrare volti più distesi nei bar, e magari spingerci persino a veder comprare le magliette di M’Vila e Andreolli.

Siccome Thohir mi sembrava thohiriano puro, io  – come tanti – mi ero ormai rassegnato ad arrivare al 31 maggio in questo clima di smobilitazione morale, tra partite un po’ così e scuse post-partita ormai grottesche (che poi, a farci caso, anche le spiegazioni plausibili ormai si ammantavano in automatico di inattendibile, grottesco, ridicolo. No, non era un bell’andare per nessuno). E invece Thohir è forse un po’ più interista di come lo immaginiamo, o – più semplicemente – il paiolo rimediato alla Uefa e la lettura dei libri mastri ricchi di segni meno lo ha indotto a cambiare qualcosa.

La solita, unica, inevitabile, comoda scelta di mandare via l’allenatore non potendo cacciare vie dieci giocatori bla bla bla? Ecco, tra gli ultimi storici esoneri della storia interista questo mi sembra il più complesso. Perchè, se non fosse stato collocato in questo scenario di crisi un po’ tecnica e molto economica, l’esonero di Mazzarri sarebbe avvenuto tempo fa. Quanto non so, ma sarebbe avvenuto. Ma prima di cacciare l’allenatore più pagato della serie A oggi ci devi pensare dieci volte, e a Mazzarri – a parte il contratto-autocapestro – è stato riconosciuta anche l’oggettiva difficoltà di avere operato in una situazione al limite: su tutte, ti assume un presidente e tre mesi dopo te ne ritrovi un altro, pure indonesiano. Per questo io mi ero segnato sul calendario 2015 la data del 31 maggio e bòn, mi ero messo in modalità attesa.

La situazione ambientale però era ormai insostenibile. Non mi ricordo di una così corale insofferenza per un nostro allenatore covata in un periodo così lungo. Sostenuto ormai solo dalla curva (“perchè un interista vero non fischia mai”, ok, mi può anche stare bene, ma il diritto di critica cerchiamo di conservarlo: lo stadio successivo è la recisione dello scroto), Mazzarri era mal sopportato dal resto del popolo. Da alcuni odiato (non trovo altra parola). Questo in assoluto non è bello nè mi piace: anche un Mazzarri è parte di noi, del nostro emisfero interista, del nostro giochettino che ci mantiene vitali da decenni. E ultimamamente mi ero sorpreso a provare contemporanemanente una fastidiosa disillusione tecnica e una significativa pietà umana. Quel laser puntato sugli occhi, poveraccio. Un laser simbolico di tutta una situazione: è possibile lavorare così?

A me Mazzarri, stringi stringi, lascia un solo bellissimo ricordo. 14 settembre 2013. Lady Alvarez che va in tackle su Hulk Chiellini, Chiellini che salta via come un birillo, Alvarez che alza la testa e serve Icardi, Icardi che lascia sfilare la palla, tira e la mette. Miracolo, miracolo!, urlavo zompando intorno al divano. Dopo essere stati sei mesi nel frullatore di Stramaccioni, stavo rivedendo la luce: Alvarez che vince un tackle contro un wrestler, il ventenne Icardi che segna un gol da trentenne, un allenatore solido che sa quello che vuole. Epperò è finito tutto lì, il ricordo rimane il solo disponibile nella mia scheda madre. Cinque secondi in 17 mesi, mi spiace doverlo ammettere, è molto poco.

Mazzarri era stato preso per i suoi precedenti di allenatore non vincente, ma efficiente. Se voi leggete il libro di Mazarri, troverete (oltre alla plateali ragioni della sua frustrazione professionale, riassumibile nel concetto “io sono un grandissimo allenatore e il mondo non se n’è ancora accorto”)  la sua filosofia di fondo ripetuta alla noia. Quella di far rendere una squadra al massimo delle sue possibilità e di far aumentare il valore della rosa. Lo ha fatto a Reggio Calabria, a Genova, a Napoli. E lo ha fatto davvero, intendiamoci: ha preso una squadra penalizzata e l’ha salvata, ha riportato la Samp a livelli più che decorosi, ha portato il Napoli in Champions. Però l’Inter è un’altra cosa e lui non ha mai capito. All’Inter e agli interisti non puoi raccontare le stesse cose di Reggio Calabria, non puoi porti rispetto ai tuoi impegni, ai tuoi obiettivi, ai tuoi avversari come fossi alla Reggina. E’ la modestia delle prospettive, il profilo troppo basso anche per un’Inter un po’ fuzzy come quella di oggi che non possiamo non rimproverare a Mazzarri. Un profilo tanto basso che perdi a Parma e riesci a trovare delle ragioni per le quali abbiamo perso, invece di limitarsi a dire “scusate, io ho sbagliato tutto e la squadra ha fatto cagare. Avete altre domande?”.

Un allenatore così può trasmettere qualcosa – con tutto il rispetto – a un giocatore della Reggina che deve recuperare 11 punti di penalizzazione e che non ha niente da perdere quando gioca con squadre superiori alla sua, cioè quasi tutte. A un ambizioso e  strapagato – e comunque su un’altra dimensione, più elevata – giocatore dell’Inter serve dell’altro. Forse il Mancio, me lo auguro per lui e per noi.

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