Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

luglio 26, 2014
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Writing to dick (redigere articoli senza capo nè coda)

Non so perchè mi metto a commentare l’incredibile articolo di Repubblica.it che imbastisce un ragionamento astruso e delirante sul fatto che l’Inter ha ingaggiato un direttore marketing non italiano (e pure donna) e quindi bòn, moriremo tutti. Ho la sensazione di sprecare tempo e usurare i polpastrelli invece di farmi una bella pizza o vedere il terzo episodio della quinta stagione di Breaking Bad che è lì che mi dice “vedimi, santiddio”. Eppure questo pezzo è talmente clamoroso che merita due righe. Avessi avuto sottomano il suo numero di fax, lo avrei di botto mandato a Mourinho sottolineando con il pennarello uno dei passaggi finali, quello in cui si rimprovera l’Inter di avere assunto manager stranieri, di paesi “senza offesa, mondi lontani, troppo, per chi il pallone lo vive più con il cuore che con la ragione”. E insomma, mi sono detto, vedi Josè?, quella stessa stampa che – tra le mille cose – ci dileggiava per avere una dirigenza troppo milanese e troppo tifosa, farlocca e spendacciona, naif e confusionaria, ecco, adesso ci dileggia perchè abbiamo una dirigenza troppo straniera, con gente messa lì a fare cose precise, con un progetto alle spalle che prevede il rispetto di certi parametri e il perseguimento di certi obiettivi. Che minchiata di iniziativa, la mia. Josè mi avrebbe risposto: embè? Dove vivi?

Però gli direi: no scusa, Vate, un conto è esercitare la prostituzione intellettuale contro una società che si ribella, vince, stravince, rompe i coglioni, smazza il mazzo, sbriciola gli schemi, smaschera la malavita, l’Inter di Moratti, del Mancio, la tua (sospiro). Un altro è immaginarsi un caporedattore che trova in agenzia la notizia – l’Inter assume una manager americana come direttore marketing – e dice alla tizia in questione: dai, fammi un bell’articolo in cui diciamo che l’Inter è sempre meno italiana e quindi bòn, moriremo tutti. A Repubblica, va detto, l’Inter sta un po’ sui coglioni di default  (sarà anche per via di quelle settemila inculate date alla Roma durante il favoloso settennio 2005/2011) (Repubblica è un giornale romano, don’t forget it):  il giornalista titolare infila battutine e sarcasmo sull’Inter anche nella più innocente delle occasioni, la giornalista rincalzo ci va giù piatta per cercare di non sfigurare col titolare. Ma non è questo il punto. Il punto è: con lo sfacelo che abbiamo intorno, con un calcio italiano sputtanato e sempre più distante dai top club europei, con un’elezione alle porte in cui sta venendo fuori ancora una volta il peggio del movimento, ecco, ha ancora senso perdere tempo a prendersela con l’Inter? Probabilmente è questione di abitudine, un’inveterata e mai dissolta abitudine:  non ho altre spiegazioni logiche, tecniche, giornalistiche, politiche e morali.

Per dire: lo stesso giorno in cui circola in rete lo splendido articolo sull’Inter di proprietà straniera che scomparirà dalla Terra nel giro di tot anni (bòn, moriremo tutti), Repubblica cartacea dedica un articolo alla febbre James al Real Madrid. Leggo e apprendo che il Real ha già richieste per 350mila maglietta con il numero 10 e la scritta James prima ancora che lo stesso James abbia toccato un cazzo di pallone. Leggo che le magliette official del Real costano 101 euro, e Repubblica fa i conti e dice che l’acquisto e l’ingaggio di James è praticamente già pagato. Vado avanti a leggere l’articolo e apprendo che le magliette n. 7 con la scritta C. Ronaldo hanno toccato quest’anno quota 1 milione. Repubblica fa i conti e dice che il Real ha un sacco di soldi e ci dispiace per gli altri.

Singolare, no? (o non è singolare?), che la stessa testata, lo stesso giorno, magnifichi il marketing del Real sottolineando i nomeri che lo rendono irraggiungibile, e preconizzi terrore morte e distruzioni all’Inter che assume una professionista del marketing internazionale come direttore marketing. Già, scelta bizzarra. Può darsi che a Repubblica (e al calcio italiano in generale) faccia piacere che il marketing dell’Inter continui a svolgersi in un seminterrato di San Siro e in un negozione in centro sopra Spontini. Uhm, sarebbe una spiegazione. E così, mentre le grandi squadre europee fanno mercati da capogiro mentre noi in Italia ci contendiamo i giocatori del Verona, mentre gli altri allargano i loro orizzonti e noi andiamo all’elezione della rifondazione (muahahahaha) Figc nel solito clima da mercato delle vacche, mentre i top tem europei fanno alte strategie e da noi gli allenatori scappano come ladri, ecco, perchè non fare un bell’articolo sull’Inter che così non sbagliamo? Moratti era un coglione troppo tifoso e troppo sentimentale, Thohir invece è troppo indonesiano e troppo razionale. L’Inter vuole vendere le magliette? Naaaaa, non si fa.

Quanto alle stronzate concettuali, sintattiche e grammaticali contenuti in frasi tipo L’Inter agli interisti è addio. Lo slogan e certezza dei tifosi sono stati cancellati in un là. L’anima dipinta con i colori del cielo e della notte non c’è più oppure Thohir ha sradicato le radici meneghine della società cancellando in un battito di ciglia le origini di un club che dal 1908 parla italiano e la cui squadra milita nella Serie A, beh, che dire?  Del resto, a una che scrive Ratio, conti, bilanci, debiti, passività e attività sono, invece, le nuove linee guida dell’Inter. La ‘specialità’ i dirigenti stranieri. Il rischio ipotizzabile – in assenza di italianità ai piani alti della società – è un tracollo parziale sul territorio italiano, insomma, cosa vuoi mai replicare? Sradicare cosa? Tracollo de che? L’Inter non è addio, cara amico. L’Inter è gli interisti. Ma potrebbero dirti la stessa cosa i milanisti, gli juventini, i romanisti e giù giù fino al Feralpi Salò. L’Inter non sei tu, certo, ma siamo noi. L’Inter sopravvive nelle nostre sciarpe al collo, nei poster in cameretta, nelle bandiere sui balconi. Nel nostro stadio. Nella nostra Pinetina.  E soprattutto nei nostri cuori a strisce nere e azzurre, a cui non interessa che lingua si parla nell’ufficio marketing. Ma queste sono ovvietà, di cui bisognerebbe tenere conto quando si scrive un articolo su una cosa di cui non si conosce una sega. Tre righe di agenzia si possono trasformare in quaranta di articolo, lo fa qualunque giornalista, ma senza per forza attraversare il magico e pericoloso mondo della metafora ad minchiam.

thohir_inter

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luglio 14, 2014
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Messi fa schifo, evviva Messi

When I was young, ho partecipato all’organizzazione di un torneo giovanile di calcio che ha avuto tre o quattro anni di discreto splendore. Otto squadre, due gironi, passano le prime due, semifinali incrociate, poi – di domenica – finale terzo e quarto posto e a seguire quella per il primo e secondo posto. C’erano, anche lì, i premi al miglior giocatore e al miglior portiere del torneo, un classicone del red carpet finale. Scegliere il portiere era piuttosto facile, e se per caso non ne emergeva davvero uno era una buona occasione per una innocente cencellata, cioè per dare un premio a una squadra che non ne avrebbe avuti altri. Sul giocatore la faccenda era un po’ più complessa. Si mescolavano valutazioni dirette – appunto: chi ha giocato meglio? chi ha impressionato di più? – ad altre indirette, del tipo “questo però ha già esordito/è stato in panca in A, si vede che è buono” a “quell’altro però l’ha preso/lo sta trattando la squadra X, si vede che ha i mezzi”. In sintesi: o c’era qualcuno per cui bastava la valutazione diretta, oppure c’era qualcuno che – “se lo diamo a lui non sbagliamo” – brillava nella valutazione indiretta. Alla fine si arrivava a un nome, la sera prima della finale, dopo un paio di birrette. Col tacito accordo che, se in finale qualcuno avesse fatto il fenomeno – chessò, una tripletta, un gol dopo averne dribblati cinque o un partitone illuminante – avremmo corretto il tiro al volo. “Tanto mica c’è scritto il nome, no?”. Ma non mi ricordo che sia mai successo.

Curioso che a distanza di una venticinquina d’anni e su scala immensamente diversa – il nostro torneo faceva mille spettatori, il Mondiale ne fa un miliardo (per non parlare ovviamente del vile denaro) – assisto alla premiazione di Rio e mi accorgo che i criteri sono gli stessi del nostro modesto torneino. Neuer è il miglior portiere, punto. Messi è il miglior giocatore. Sorry?

Pensandoci e ripensandoci, sono arrivato a una banale conclusione – lo hanno deciso prima, forse molto prima – e poi a un bivio: 1) o hanno preso per il culo lui, 2) o hanno preso per il culo noi.

1) Messi, voglio dire, si intende di calcio. Quindi sa benissimo di non essere stato il miglior giocatore dei mondiali. Ha fatto un buon girone eliminatorio, ha segnato uno dei tre gol più belli di tutta la competizione, e fin qui ok. Ma vogliamo metterci qui ad elencare i dieci, venti (o fate voi la cifra) giocatori che hanno giocato meglio di lui tra giugno e luglio? E vogliamo elencare quei dieci-quindici che hanno giocato meglio di lui – letteralmente scomparso nella seconda metà di partita – nella finale di ieri sera? Persino quel G-man con i calzoni corti di Boateng, per dire, ha giocato enormemente meglio di Messi. E allora che succede? Gli dai il premio, una piccola gogna finale in mondovisione, “Il migliore” che ha fatto cagare, ha perso la finale e – forse – un’occasione che non gli ricapiterà. “Il migliore”, buahahahaha. Uno spettacolino che sarà piaciuto ai brasiliani. E anche agli anti-Messi, un movimento silenzioso cresciuto a forza di premi inutili e immotivati.

2) Di sicuro la Fifa ha fatto come noi 25 anni fa: “Se lo diamo a lui non sbagliamo”. Intendiamoci: Messi è Messi, 425 presenze del Barcellona e 354 reti, 93 presenze e 42 reti in nazionale, una quantità di coppe e coppette, insomma un mostro. Però ci siamo rotti i coglioni. Solo una sollevazione popolare pro Cristiano Ronaldo (altro mostro, ma l’anno scorso molto molto molto più mostruoso di Messi) ha impedito che a dicembre il piccolo Leo prendesse l’ennesimo Pallone d’Oro, premio-barzelletta se ce n’è uno.

Da quando il regolamento è cambiato – 2010 – sul podio del Pallone d’Oro sono sempre andati gli stessi giocatori: Messi, Ronaldo, Iniesta e Xavi, più una volta Ribery. “Se lo diamo a loro non sbagliamo”. Messi ne ha vinti 4 di fila, di cui 3 con il nuovo regolamento e la nuova giuria, che vota sulla base di uno statuto che ha un unico punto: “Dicci il nome di tre giocatori famosi che giocano bene a pallone e non rompere il cazzo con ulteriori valutazioni chè abbiamo poco tempo. Nell’ultima riga metti l’Iban”. Nel 2010 questo geniale regolamento ha prodotto il più perverso e clamoroso dei risultati: con la Spagna campione del mondo e con l’Inter campione d’Europa e triplettata, Messi – che in quella stagione non vinse niente di serio e che uscì dai mondiali ai quarti sepolto di reti dalla Germania e senza segnare un gol in 5 partite – vinse il Pallone d’Oro. Oggi è Messi che vomita, ma io ho vomitato allora.

E’ chiaro che da allora vale tutto e il premio è diventato una pantomima. Cazzi della Fifa, faccia il suo bel galà con i calciatori in smoking e bòn, chi vuole se lo vede e chi non vuole si guarda un film. Messi è sicuramente uno dei migliori giocatori dell’ultimo decennio, i numeri e i trofei parlano per lui. Ma non c’è bisogno di premiarlo sempre solo per questo, perchè è forte e spesso (non sempre, e ultimamente quasi mai ) il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore della stagione si dà, appunto, al miglior giocatore della stagione, non a un giocatore che secondo me è il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore del mondiale, per carità, conta una cippa. Ma è una questione di principio, e per niente secondaria. Se il governo del calcio non riesce a esprimere un giudizio serio nel’arco di un mese di partite viste e straviste in tutto il mondo, allora facciamoci delle domande. Vogliono il chip nel pallone e la moviola in campo, poi non sanno nemmeno decidere chi è il miglior giocatore nell’arco di sette partite: andate a fare in culo, va’.

premiazione

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luglio 11, 2014
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Like a pijama (l’ha detto lui)

Quando, all’interno dell’aeroporto in cui vagavo da ore, ho visto il football corner (per i poco pratici con l’inglese, la traduzione non è calcio d’angolo del calcio ma luogo dove vendono magliette di squadre di calcio a prezzi da cravattaro), mi sono travestito da turista e sono entrato. Come un rabdomante, mi sono diretto in automatico verso il punto dove le magliette erano più scure (un tuffo dove il mare è più blu) e, con le farfalle nello stomaco, l’ho vista. Ho osservato un attimo di raccoglimento, poi ho praticato trenta secondi di training autogeno (“ce la posso fare, ce la posso fare, ce la posso fare”) e ho iniziato a tendere la mano verso l’omino, l’ometto, la gruccia o come cazzo si chiama quel coso a cui si appendono i cosi, come si chiamano?, i vestiti, le giacche, le magliette, insomma, ci siamo capiti no? E che cazzo (il solo ricordare quei momenti mi rende nervoso).

Il tutto sotto gli occhi del tizio, il gestore del corner, un incrocio tra Luis Figo e Massimo Ceccherini. Diciamo 33,3% Figo e 66,6% Ceccherini. La conversazione si svolgerà completamente in inglese, particolare che la renderà più drammatica e sincera.

“May I…”

“Yes!”

mi fa lui, nella speranza di vendere una maglietta. Io la tiro fuori, la guardo, la giro, la rigiro. Luis Ceccherini mi guarda, sempre nella speranza di vendere la suddetta maglietta e ignaro del rimestamento gastrointestinale che la medesima ha immediatamente innestato nel mio già provato corpicino.

“It’s… it’s…”

“Inter Milan!”

mi fa lui, con l’indice destro già pronto a battere lo scontrino e la mano sinistra già intenta a cercare il Pos.

“…it’s… terrible!”

“Don’t you like it?”

mi fa lui, con la faccia di uno a cui una grandinata ha gibollato la macchina ritirata due giorni prima in concessionaria.

“I’m an Inter fan, you know… but… this shirt…”, dico io, trattenendo il pianto.

Luis Ceccherini mi guarda. Lo vedo interessato. Scende dal trespolo della cassa. Ha dimenticato il Pos e lo scontrino. Mi osserva. Ora sembra un etologo che ha appena visto un gatto pisciare come un cane, una cosa così. Una cosa interessante.

“A lot of people like it”, mi dice forse per farmi passare lo choc.

“I mean…” dico io, che aspettavo da anni di dire “I mean” a un venditore di magliette. “I mean… it’s a beautiful shirt…”

“Yes, absolutely”, dice Luis, che con la coda dell’occhio guarda dove ha lasciato il Pos.

“… but it’s a shirt for going to Carrefour, or going to have a walk with my girlfriend…”

(ormai stavi improvvisando, tipo Renzi)

(going to have a walk)

“…or going to the cinema, or…”

“Ah!”, dice Luis Ceccherini, sinceramente interessato al mio caso umano, agevolato dal fatto che ero il suo unico non-cliente, e anche per fermare la serie degli esempi che ero pronto a protrarre all’infinito. Riprendo, cambiando tono:

“But where are the stripes? Inter Milan: black and blue stripes, ok? So: where are the stripes?”

Mi rendo conto in quel momento che sto chiedendo a Luis Ceccherini cose che dovrei chiedere a Thohir, Ausilio, Fassone, Angelo Mario Moratti o a mister Nike. Ma Luis è sempre più interessato. Continuo, alla Renzi.

“You see?”

Sono lanciatissimo: afferro la maglia dello scorso anno e la mostro a Luis.

“You see? The shirt of last season. I didn’t like it, this blue is too dark…”

“I agree”, dice Luis, che sta valutando l’ipotesi di farmi entrare socio nel suo fottuto corner.

“…but these are stripes! These!”

“Yes”, dice Luis, incerto se chiamare la vigilanza. Forse per paura mi dice: “It is like a pijama, doesn’t it?”

“Yes, a pijama!” faccio io, reprimendo l’istinto di abbracciarlo e di offrirgli una birra nell’attiguo beer corner.

Luis, usando parole che non comprendo appieno, torna in sè e mi dice che la tendenza di quest’anno sono queste righine del cazzo, verticali, orizzontali (mi mostra la maglia del Chelsea), diagonali, eccentriche, concentriche, disambigue, irregolari, fantasy e vaffanculo.

“May I take a foto?”

“Yes”, mi dice un Luis deluso e affranto. Il Pos ci osserva, inattivo.

“Thank you, viva Inter, Juve merda”, gli dico congedandomi.

Per farmi andare giù questa merda di maglia servirà l’Idraulico liquido, o uno scudetto. Astenersi perditempo.

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