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Maggio 12, 2014
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No more Zanetti

 

Così dice Wikipedia e io ci credo (ho visto, mi ricordo, c’ero, confermo), e nel credere mi inchino a questa orgia di cifre che, oggettivamente, fanno impressione e resteranno scolpite a lungo – o chissà, per sempre. Ne avrebbero diritto e facoltà. Ho fatto un ripassino sull’enciclopedia on line perché, come ho sempre confessato, non sono un fanatico zanettiano, ma riconosco nello zanettismo – quella particolare condizione sportiva  in cui si fondono fedeltà, longevità, serietà e qualità morali e sportive assortite – una cosa rara che va celebrata.

Javier Zanetti per me è tante cose, anche – anzi, spesso – in contrasto tra di loro. Si chiude la carriera di uno che ha giocato 19 anni nell’Inter da titolare, 15 da capitano. Numeri incommensurabili che hanno riscritto le statistiche nerazzure. 19 anni: un sacco di tempo. E’ stato il capitano di Inter insignificanti, zuzzurellone, sprecone, colossalmente sfigate, fallimentari, buggerate. E poi il capitano di Inter orgogliose, ciniche, vincenti, straripanti, triplettiste. L’Inter delle barzellette e l’Inter più vincente di ogni tempo hanno entrambe il suo volto, i suoi zigomi, la sua pettinatura scientificamente inspiegabile, le sue gambe sovrumane, le sue artistiche fasce da capitano. Il meglio e il peggio degli ultimi vent’anni di Inter sono vestiti di quella maglia numero 4.

Fino a quando il Mancio non gli ha cambiato ruolo e vita (dopo dieci anni di Inter), Zanetti ha incarnato per me una figura più simile al travet che non al condottiero. Poi, d’incanto, è diventato l’uomo del destino, il capitano a cui affidare le chiavi della squadra e dello spogliatoio, la guida morale e materiale. Oggi che beatificare va di moda, vabbe’, beatificatelo pure. Io, potessi parlargli adesso, prima della sua ultima partita a Milano, non ce la farei a fare nè il romantico nè l’epico. Non lo farei per onestà e per rispetto. Non gli direi un cazzo delle sgroppate, dei cross, delle palle rubate, dei polmoni d’acciaio e dei polpacci di tungsteno, delle coppe sollevate, degli scudetti cuciti eccetera eccetera. Gli direi solo questo:

“Javier, nel luglio del 2006, quando ci hanno restituito una piccola parte del maltolto, io sono stato contento per me e per te. Perchè entrambi meritavamo un risarcimento. Ti voglio bene”.

E poi lo abbraccerei.

In questa stagione, dopo l’ultima impresa scientifica e sportiva – recuperare come se niente fosse da un infortunio molto grave a 40 anni -, ci siamo abituati a farne senza, poco per volta. Sono stati mesi di addii per usura e sfinimento – Stankovic, Chivu – e sono gli addii peggiori, che inquinano un po’ la memoria di ciò che è stato. Per uno che fa venti stagioni e mille partite da professionista, del resto, esiste un addio migliore di un altro? Forse no, rassegniamoci a questo, punto, stop. Finisce qui. Ci sveglieremo la prossima stagione senza trovare il nome di Zanetti nella rosa. Ci verrà un po’ di ansia, che passerà. Bonimba, Giacinto, Spillo, Kalle… Fate spazio nei cuori nerazzurri, c’è un altro rimpianto da aggiungere, un’altra stella nel nostro firmamento.

Si ritira un vecchio campione: comunque sia, si perde sempre qualcosa. Grazie di tutto capitano. No scusa, la maiuscola: Capitano.

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Maggio 12, 2014
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La notte dei gufi

Fu così che la sera del Primo maggio 2014 mi recai in una ridente località dell’Oltrepo pavese sospinto da una buona causa: assistere a un’intera partita della Juventus con il solo scopo di gufare senza ritegno alcuno. Percorro pregno di speranza il breve tragitto, parcheggio e trovo ad attendermi davanti a un barbecue Lorenzo, Antonio, Marco e Davide, tre interisti e un milanista uniti da un solo afflato:

“La Juve ci sta sul cazzo”.

Lorenzo è pettinato come Zanetti e vestito come Eusebio: capisco che la faccenda è maledettamente seria. Antonio chiede di velocizzare con le vivande perchè poi gli si chiude lo stomaco. Non ci credo. Ma quando vedo che tre tranci di tonno (da dividere per 5, cosa che prima di sistemarli sulla griglia aveva tenuto impegnati tutti in calcoli matematici fino a cinque decimali) vengono avanzati, capisco che la faccenda non solo è maledettamente seria, ma sta inducendo l’allegra compagnia a somatizzare da bestia.

Alle nove meno dieci sprepariamo la tavola facendo una  catena tipo boy scout dalla veranda al lavello e ci portiamo al piano superiore, dove Lorenzo ha agghindato il televisore con 1) piccolo gufo snodabile e 2) piccolo gagliardetto del Benfica. Ci sistemiamo e iniziamo a gufare. Ma esprimendoci solo a gesti e ululati. Vigendo la più assoluta scaramanzia, praticamente non possiamo dire un cazzo: nè fare pronostici, esprimere desideri, palesare speranze, inoltrarci in considerazioni tecniche e tattiche del resto inutili, perchè l’obiettivo è uno solo e comunque non si può dire.

Dopo mezz’ora il risultato è ancora sullo 0-0 e tutto ciò è positivo. Essendo tutto ciò positivo, viene proibito a chiunque di muoversi dalla posizione tenuta fino a quel momento. Quindi, da destra verso sinistra: 1) Davide ha un braccio anchilosato; 2) Antonio ha una spilla a forma di forbice piantata nel costato; 2) Marco ha una stuzzicadenti in mano e avverte un formicolio avvolgergli il copro partendo da pollice e indice della mano destra; 4) Lorenzo mantiene la pettinatura intatta; 5) Io ho un principio di piaghe da decubito.

Davide prova a rimpere gli indugi:

“Scusa Lorenzo, dov’è il bagno? Dovrei mingere”

“Non ti muovere da lì e non rompere i coglioni, nell’intervallo cerco una padella”

Trascorso l’intervallo, il nervosismo inizia a montare pesantemente. Il Benfica sbaglia un gol con tale Rodrigo, giocatore di cui fino a un’ora prima ignoravo l’esistenza in vita, e Antonio si tuffa in avanti tipo quei tizi che si buttano nel Tevere a Capodanno urlando noooooooooooooo. Dopo 17 replay Antonio è ancora steso a pelle di leone e mormora:

“Scusa Lorenzo, nella foga del momentocredo di essermi fratturato entrambe le rotule. Se per favore chiami il 118 mi faccio dare una controllata agli arti inferiori”

“Non ti muovere da lì e non rompere i coglioni, al primo spot pubblicitario cerco una stampella”

Al Benfica cominciano a espellere giocatori e la preoccupazione aumenta, ma si respira l’aria leggera di quelle situazioni epiche che poi vanno a finire bene, però naturalmente non ce lo possiamo dire e teniamo questa sensazione per noi, ognuno nel suo intimo, tra arti anchilosati, culi piagati e stuzzicadenti sull’orlo dell’autocombusione.

Alla fischio finale ci abbracciamo e rotoliamo nella stanza, infrangendo alcune preziose suppellettili tra cui un vaso Ming, una tela del seicento lombardo e un bicchiere da champagne della serie Pinzolo. Tra canti, risa, urla, insulti, rutti e docce di spumante mi accorgo che Lorenzo non ha un capello fuori posto. Nella confusione cerco di prendere un frammento di Dna di quella calotta cranica, utilizzando lo stuzzicadenti perso da Marco, ma inizia la serie dei selfie portoghesi e non posso farmi fotografare mentre prendo il campione organico. Sarà per la prossima volta.

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