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settembre 27, 2016
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Interisti per Praga

praga

Che poi, stringi stringi, la cosa bella del blog è che ti fa incontrare gente che mai avresti incontrato senza un blog (non so se è chiaro il concetto). Tipo che nell’inverno del 2012 mi arriva una mail da Praga di tre ragazzi italiani che abitano là – tre ragazzi italiani e interisti – e che stanno mettendo in piedi nel loro tempo libero un servizio di guida turistica, “e quindi se vieni a Praga scrivici, faccelo sapere, ti vogliamo conoscere, ti portiamo in giro noi” e io “certo, sì, forza Inter!, grazie, grazie!” e mentre scrivo la risposta  alla loro mail penso “che simpatici, ma quando cazzo ci vado mai a Praga?”.

Nell’estate 2013, decido di andare a Praga.

Quindi mi viene in mente la mail dei tre ragazzi italiani e interisti, la cerco, pigio sul tasto replay, “no, ecco, non so se vi ricordate di me, l’anziano blogger, cioè, in in effetti verrò a Praga” e niente, ci siamo visti, mi hanno portato in giro per la città e una volta anche a cena in un ristorante per praghesi, non per turisti, dove ho mangiato cose di cui non capivo l’origine e bevuto birra e parlato di Inter. Beh, un bell’incontro, davvero bello. Siamo rimasti in contatto, naturalmente, perchè siamo italiani e interisti,  perchè magari un giorno  a Praga ci torno per correre la maratona, o per farmi un’altra vacanzina, o (seguono altre ipotesi). O magari – ahahahah – l’Inter viene a giocare a Praga, ti immagini, ahahahah.

Nel settembre 2016, l’Inter va a giocare a Praga.

Cinque minuti dopo il sorteggio di Europa League uozzappo a raffica con Luca, uno dei tre interisti di Praga, ahahahah, roba da non credere, Inter-Sparta, ahahahah. Poi vabbe’, tra il dire il fare c’è sempre di mezzo qualcosa e io a Praga non ci vado, ma sono stracontento per i miei tre amici di Praga che l’Inter vada da loro. Come dire: se lo meritano.

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Luca, Fabio, Davide, amiconi miei: ditemi come avete reagito alla notizia.

“Ci siamo messaggiati in tempo reale, eravamo tutti al lavoro.  Per un po’ non abbiamo capito più niente, poi è subentrata la preoccupazione di trovare i biglietti. Qui c’è la regola che gli abbonati dello Sparta hanno la prelazione per 4 biglietti a testa… E noi tre siamo abbonati allo Slavia”.

Allo Slavia? E perchè?

“No, allo Sparta non si può,  è un po’ come la Juve in Italia… Vabbe’, abbiamo cercato di contattare amici di amici di amici tifosi dello Sparta per trovare qualche biglietto, ma inutilmente. Quindi siamo stati in tensione fino alla vendita ufficiale aperta a tutti il 12 settembre. Leggende metropolitane dicevano che la prelazione sarebbe cominciata alla mezzanotte. Naturalmente alle 23.30 eravamo già collegati al sito perchè ci avevano detto che i tifosi dello Sparta sarebbero stati tutti in linea e sarebbe stata un’impresa acquistare i biglietti…”

E quindi?

“Ci siamo rimasti attaccati al pc fino a quasi le 2 di notte, poi abbiamo scoperto che la vendita sarebbe cominciata alle 9”.

Mai fidarsi degli juventini, cioè, degli spartesi, spartani, quelli lì insomma.

“Allora, in preda al panico, abbiamo deciso di andare la mattina direttamente alle biglietterie dello stadio. Siamo arrivati lì di corsa, pensando che ci sarebbe stata gente a dormire con le tende. Ma non abbiamo trovato nessuno”.

Come, nessuno?

“Nessuno. In un minuto abbiamo acquistato i biglietti… anzi, ci hanno detto che potevamo comprarne anche 100 se volevamo. Il fatto è che non abbiamo tenuto conto della flemma tipica dei cechi, che non sono invasati come noi, e del fatto che avessero messo prezzi quattro volte più cari del normale”.

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Come sono i praghesi, sportivamente parlando?

“Il calcio, insieme all’hockey, è lo sport più seguito in Repubblica Ceca. I praghesi, e in generale i cechi, hanno un carattere un po’ più tranquillo del nostro e seguono il calcio con più distacco. Diciamo che non ne parlano tutti i giorni come noi”.

E le tifoserie?

“Ci sono anche qui, alcune sono un po’ più estreme di altre. Una è appunto quella dello Sparta Praga, motivo per cui, non essendo riusciti a comprare biglietti per il settore riservato alla tifoseria ospite, abbiamo optato per la tribuna centrale visto che vorremmo vivere la partita serenamente… In generale, però, le famiglie vanno ancora allo stadio e la partita di calcio, allo stadio come al bar, è una buona scusa per i cechi per bersi quei 2 o 3 litri di birra in compagnia…”

Ah, quanti ricordi. A proposito, ri-raccontatemi come vi siete conosciuti. Io la storia la so già, ma vorrei farla conoscere a quei quattro cazzoni che leggono il blog. Ecco, sentite cosa vuol dire essere interisti.

“Arriviamo da tre città italiane differenti, non ci conoscevamo prima di trasferirci qui. Ci siamo conosciuti in uno sportbar di Praga andando a vedere l’Inter”.

Sportbar: luogo pieno di birre, generi alimentari e di televisori accesi sulle più varie partite.

“Non essendoci molti tifosi dell’Inter a Praga (e tuttora non ce ne capacitiamo), ci ritrovavamo sempre in pochi. Anzi, spesso davanti al televisore del bar che trasmetteva l’Inter c’eravamo solo noi tre. Fino al 2011 abbiamo frequentato lo sportbar contemporaneamente migliore e peggiore di Praga, nel senso che c’era un’atmosfera da partita bellissima, ma la qualità in generale era davvero bassa e si trovava nella via più malfamata del centro. Nel 2011, quando l’hanno chiuso, siamo sprofondati in una specie di lutto. Anzi, abbiamo collegato la crisi dell’Inter alla chiusura del nostro Sportbar che ci portava così bene. Lui e le nostre mille scaramanzie”.

Raccontatele, una a una. Ho parecchio spazio.

“Ordinare sempre lo stesso cibo per anni (anche se non ci piaceva) e quando per puro caso uno di noi mancava alla partita, gli altri ordinavano anche per lui”.

Cioè, se eravate in due…

“…ordinavamo per tre”.

Ah. Tipo: eravate in due, ordinavate tre hamburger e tre birre. E vi portavano tre hamburger e tre birre.

“Sì”.

Ah.

“Sempre gli stessi posti, sempre la stessa strada per andare allo sportbar, sempre arrivando nel giusto ordine.Tipo che ci chiamavamo prima di arrivare al bar per vedere se gli altri erano già dentro… e nel caso il terzo fosse stato in anticipo, si sarebbe dovuto fermare, aspettare gli altri e farli passare avanti”.

Vi adoro.

“E bere due caffe allo sportbar durante tutte le partite. Ti assicuriamo che in Europa non c’è un caffè peggiore”.

Dai, si dice sempre così del proprio sportbar.

“No no, è vero. Al nostro sportbar, non è uno scherzo, avevano solo 3 tazzine piccole”.

E le usavate voi.

“Solo noi. Tanto che quando abbiamo vinto la Champions ce le hanno regalate e non ne avevano più. Per dirti quanto era buono, persino i camerieri non si capacitavano che lo ordinassimo ogni volta.  Alla fine siamo stati obbligati a raccontargli delle nostre scaramanzie perchè temevamo che ci vedessero come dei disadattati, e probabilmente ci avranno visto così anche dopo…”.

O cazzo, e ora che il vostro sportbar è chiuso?

“Praga non è più la stessa da quel giorno. Ora ogni settimana è una lotta per farci trasmettere l’Inter e credo che ristoranti italiani e sportbar di Praga non ci sopportino più,  ogni volta li chiamiamo per assicurarci che ci  facciano vedere la partita, poi il teatrino delle scaramanzie…”.

Com’è, siete tesi per giovedì?

“Fabio sarà più in tensione di tutti, perchè entro questa settimana è fissata la data di nascita del suo primo figlio… il biglietto ce l’ha, ma potrebbe non vedere la partita o scappare prima della fine. Sperava che l’Inter a Praga non fosse il 29, ma prima o dopo, e invece… e comunque non sappiamo per cosa sia più sotto stress”.

Come va “Turisti per Praga”? Io lo consiglio a chiunque vada a Praga, girare la città con voi è veramente una figata.

“Tutto bene, grazie. Anche la nostra agenzia è nata grazie all’Inter e con l’Inter. In pratica abbiamo deciso di iniziare questo progetto la sera della vittoria della Coppa intercontinentale contro il grande Mazembe”.

No, cioè, siete dei modelli di vita.

“Durante i festeggiamenti, ci è venuta questa idea e dal giorno dopo abbiamo cominciato a lavorarci su. E dopo un paio di anni di lavoro l’abbiamo inaugurata nel 2013. Diciamo che è nata per la nostra passione per Praga e dalla passione per l’inter che ci ha fatto incontrare e frequentare sempre più spesso. Di anno in anno stiamo crescendo e siamo molto contenti del progetto. Abbiamo avuto anche vip tra i nostri clienti”.

Tipo?

“Tipo te. E anche un premio Nobel”.

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Così mi fate arrossire, dai.

“Cerchiamo sempre di migliorarci e creare qualcosa che sia sempre fatto su misura per gli italiani, guardando sempre alle esigenze dei clienti che ci contattano. Per il futuro i progetti sono tanti: consolidarci qui a Praga, creando tour diversi dai classici (che comunque proponiamo) ed entrando nel mercato di altre lingue (abbiamo cominciato da poco tour in inglese)”.

Olandese no? Metti che arriva De Boer.

“Boh, ci pensiamo. Piuttosto, uno dei nostri sogni è quello di creare una piattaforma in altre città europee che segua sempre la nostra filosofia. Ci vorrà tempo e anche fortuna, ma ci vogliamo credere”.

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Sentite, diteci due cose sullo Sparta. No, perchè abbiamo preso una tranvata da quattro israeliani e adesso abbiamo tanta paura.

“Il livello del campionato ceco non è elevatissimo, a parte 2 o 3 squadre – e una è proprio lo Sparta, purtroppo – le altre non potrebbero giocare in serie A. Lo Sparta oggi può essere paragonata a una squadra di metà classifica in Italia, ma se azzecca la partita non è affatto male”.

Ha appena perso il derby, però.

“Sì, non è nel momento migliore… ha perso il derby con lo Slavia per 2-0 (in casa) e l’allenatore è stato esonerato. Fra i giocatori, sicuramente il migliore è Rosicky, che è tornato quest’anno”.

Però ha 60-65 anni.

“È spesso infortunato, ma se è in serata buona è davvero bravo. Non male anche l’attaccante Lafata e il centrocampista Frydek”.

Minchia, sto tremando di brutto.

“Non dimentichiamoci che lo Sparta ha vinto tre Mitropa cup, addirittura più del Milan”.

Vi amo, di un amore virile.

“Quando vieni a Praga a farti dieci birre e la maratona?”

Le due cose non sono proprio compatibili ma potrei pensarci. Forza Inter, abbasso la crisi degli sportbar, Juve e Sparta merda.

settembre 25, 2016
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Ho visto Ranocchia (The return of Little Frog)

ranocchia

Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

settembre 23, 2016
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L’uomo giusto

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al minuto 17 di Empoli-Inter si è acceso un riflettore immaginario, puntava in mezzo al campo e inquadrava Joao Mario. Non è il primo calciatore della storia ad aver rubato palla e servito un assist, per carità. Però:

  1. lo ha fatto bene. Pulito, preciso, elegante. Guardatevi il filmato. Entra in anticipo, prima ancora di terminare il movimento difensivo ha già la testa alta e guarda verso la porta altrui. E’ avanti sui tempi, sta facendo la seconda metà del lavoro prima ancora di averne completato la prima metà. Quando riprende la posizione eretta – che sembra quasi uno che passa di lì per caso, mica uno che ha appena conquistato un pallone a metà canpo – ha già visto dove mettere il pallone. Lo fa. Icardi ha davanti solo il portiere. 2-0.
  2. lo ha fatto con la maglia dell’Inter. Ora, prendendoci i rischi del caso (cioè quello di essere smentiti a stretto giro), sembrerebbe che abbiamo preso l’uomo che ci mancava, quindi l’uomo giusto. L’uomo che a centrocampo non avevamo, la qualità che cercavamo. Tutto questo in un ragazzo di 23 anni, quindi a lunga scadenza.

Potrebbe girarci la testa, ma siamo solo alla quinta giornata e tutto è terribilmente prematuro. Certo che vincere una partita in sette minuti con

a) centravanti giovane che segna un casino

b) centrocampista giovane duttile e forte

c) esterno stagionato ma bravo a fare i cross

provoca un senso di vertigine in una tifoseria che aveva mediamente dei serie dubbi sul punto a) e non aveva in mano un emerito cazzo ai punti b) e c) fino a qualche settimana fa. Direi che è umano. E umano lo è anche Joao Mario, qui non si vuol santificare nessuno. E’ che, dopo anni di carestia, nella zona mediana ti mettono in squadra Banega e Joao Mario contemporaneamente: e tu che fai, non fantastichi nemmeno un pochino?

settembre 22, 2016
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Fertility day: la madre dei comunicatori è sempre incinta

fertility

Oggi ho deciso di celebrare il Fertility day, quindi mi sono immedesimato in una donna in età fertile, ho preso l’opuscolo del ministero, ho guardato la copertina e mi sono detto:

“Ok, non mi drogo con i negri”.

Io lo trovo oggettivamente un buon consiglio, quello di non drogarsi prima o durante una gravidanza. E anche dopo, debbo dire. Certo, la parte inferiore della copertina, con quelle etnie così ben definite e con quel “compagni” tra virgolette, è un pochino – come dire – razzista. Leggevo poco fa sul web la reazione stizzita della Federnegri e dell’Assorasta, che si sentono discriminati dalla scelta della foto. Dietro le buoni intenzioni passano messaggi un po’ distorti, come una sostanziale differenza tra il drogarsi con un rasta o con un negro e il drogarsi con un calvo o con un bianco. Sconcerto anche in un movimento d’opinione vicino al governo – il Pd – per l’accostamento dei “compagni” con la pratica del droga party. Soddisfazione invece da Skin heads e Ku Klux Klan: “Siamo felici di vedere finalmente riconosciuti i nostri valori”.

Vabbe’, insomma, la foto sotto fa cagare ma il significato è chiaro. Ma la foto sopra?

Voglio dire: sotto ci sono la donna bianca e i suoi amici negri e cattivi che si drogano alla stagrande, e io ne colgo l’essenza intima del messaggio, cioè che debbo trombare per procreare e sostenere il sistema pensionistico del 2070, epperò non mi debbo contestualmente drogare perchè fa male. Ok, sono d’accordo.

Ma quelli sopra, cosa fanno?

Qual è il messaggio virtuoso della foto sopra? Quali sono le buone abitudini da promuovere che emergono da quella fotografia? Sotto si stanno facendo che è un piacere, ma sopra che cosa cazzo fanno di preciso quei quattro?

Io provo a interpretare, pedissequamente, attenendomi alla foto così come ho fatto con quella sotto. Non mi debbo drogare con i negri, ok, fin lì ci sono arrivato, e quindi per quanto attiene alla foto sopra debbo ritenere che siano “buone abitudine da promuovere” le seguenti cose:

sorridere

pettinarsi

essere belli

essere biondi, massimo castano chiari

frequentare fotomodelli/e

stare in vacanza

non fare un cazzo

lavarsi i denti

uscire in quattro

essere scandinavi

filo interdentale

fingere felicità

andare al mare con tre amici

scattarsi foto con gli amici al mare

scattarsi foto con gli amici al mare con il mare storto dietro

giocare il doppio misto

foursome

scambio di coppia

mettere su una cover band degli Abba

mettere su una cover band dei Ricchi e Poveri

gang bang

capire dove mette la mano la bionda

settembre 22, 2016
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I ragazzi del ’93

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Non è ancora passata una settimana da Inter-Hapoel Beer Sheva. No, bisogna ricordarlo, perchè tutto assume automaticamente una dimensione diversa. Non trionfale, nè eccessivamente autoindulgente. Diversa. In sei giorni siamo riemersi dallo sprofondo battendo la Juve a San Siro (certo, nella partita più brutta degli ultimi 30 anni, come si è premurato di ribadire Allegri anche stasera) (contento lui, ma a occhio dev’essere il culo che brucia) e poi l’Empoli in trasferta con i seguenti miglioramenti rispetto alle prime quattro partite di campionato (più la spaventosa Europa League): non siamo andati in svantaggio; abbiamo segnato nel primo tempo; non abbiamo subito gol.

Il miglior commento a questa partita l’ha fatto De Boer, un giorno prima che si disputasse: “Prima della Juve mi davate per morto, dopo la Juve mi avete chiesto se possiamo vincere lo scudetto… Io dico solo che il campionato è lungo e il campionato si vince con le piccole squadre”. Tenendo conto che il Chievo è terzo e il Palermo ha espugnato Bergamo, il nostro campionato con le piccole (Pescara, Juventus ed Empoli) per ora segna nove punti in tre partite, e quindi va bene così.

Aver risolto la partita in 17 minuti è un ulteriore upgrade per una squadra che finora aveva dovuto rimediare ampiamente in corsa. Quanto al fatto che siamo Icardi-dipendenti, non vedo il problema: segna sempre lui, ci pensa lui, risolve lui? E allora? Si sta verificando il rarissimo caso di uno che, dopo aver ridiscusso lo stipendio, giustifica in tempo reale l’aumento. Noi non ci possiamo lamentare. Forse gli altri sì.

Mancava Banega, ma c’era Joao Mario. Un altro che sta giustificando l’investimento senza effetti speciali ma con una disinvoltura che conquista. Ho rivisto 118 volte il video del replay del secondo gol: due ragazzi del ’93 che intercettano palla a metacampo e la recapitano in porta in due secondi. Così bello, potente e denso di emozioni che quasi lo caricherei su YouPorn.

settembre 20, 2016
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Il centrattacco ha da puzza’

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita. Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare. Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

settembre 18, 2016
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Vi prego, restate così

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Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

settembre 14, 2016
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Non mi togliere

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Quando vinci, scegliere il gesto (il momento, il punto di svolta) simbolo della partita è più facile. Ripensando a Pescara, sarebbe scontato esaltare la splendida torsione di Icardi per il gol del pari (che se non avesse trascorso un’estate da Wando e si chiamasse Hicardin o Icardowski, forse qualche titolo in più l’avrebbe guadagnato). Oppure, il miracolo in uscita di Handanovic sul possibile 0-2 (quando si tuffa, le prende), o quella meravigliosa scivolata di Miranda che ha evitato un prematuro (e forse letale, chissà) gol dello 0-1 a partita iniziata non da molto.

Ripensandoci, però, l’attimo da cogliere è un altro. E’ un’espressione facciale catturata da una telecamera nel momento esatto in cui, di fianco alla panchina dell’Inter, sembrava di stare al luna park. Il tabellone delle sostituzioni cambiava continuamente numero, tipo videolottery, una folla di giocatori con maglia nerazzurra si accalcava di fianco al quarto uomo. De Boer si giocava tutto con una mossa inconsueta e discretamente folle: tre cambi, dentro tre attaccanti.

Icardi guarda la scena, sgomento. Sembra non capire bene. Guarda verso la panchina. Stanno entrando Jovetic, Eder e Palacio. A meno che non si giochi con il 4-0-6 qualcuno deve uscire.

Nella sarabanda di numeri sul tabellone della sostituzioni, il 9 però non compare.

Icardi sa che non sarebbe stato uno scandalo sostituirlo, proprio no. L’Inter perde 1-0 a Pescara, manca un quarto d’ora più recupero alla fine e lui, in 75 minuti, si è visto per un colpo di testa fuori di un pelo, stop. Comunque escono Perisic, Candreva e Medel. Lui no.

La telecamera non inquadra il sospiro di sollievo. Quello possiamo solo immaginarlo. Così come possiamo solo immaginare che l’aver evitato la gogna gli abbia dato una mossa. Due minuti dopo, la telecamera inquadrerà infatti Icardi volare a centro area per il primo gol. Sedici minuti dopo, lo inquadrerà avventarsi su una palla vagante e segnare la rete della vittoria. Noi che sedici minuti prima avremmo tranquillamente avallato il suo cambio, saltando sul divano lo esaltavamo come il miglior centravanti dell’universo.

Ma questo è normale, in ambito tifosotti. Meno normale – cioè eccezionale – è il rendimento di un giovane attaccante (giova ricordare, ogni tanto, che è del 1993, che è titolare in Italia da qualche stagione e che una volta ha pure vinto la classifica cannonieri) cui si chiede – giustamente – un’evoluzione tecnica (tornare, partecipare, imbrattare la divisa) ma che nel mentre tiene la media in carriera di un gol ogni due partite, nel presente campionato viaggia a un gol al partita (tutti i gol dell’Inter), che in stagione te ne garantisce minimo una ventina.

Prendere o lasciare, questo è Icardi. Ti chiedi dove si sia imboscato, poi gli arrivano tre palloni e mette due. In my opinion, è da prendere centomila volte. Pazienza se è sempre a portata di selfie e ha la moglie invadente: se la deprimente pantomima dei mesi scorsi è servita almeno a fissare una mostruosa clausola rescissoria, sono contento. Ora come ora, non ne possiamo fare a meno. Così, a occhio, la pensa anche De Boer se mette tre attaccanti e non toglie lui. E chissà che da quel faccino angosciato del nostro capitano, nell’attesa di vedere comparire o meno il 9 nel tabellone, il nostro campionato abbia già preso un altro passo.

settembre 11, 2016
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Quel gran genio del mio amico

frank-de-boer

Quello in cui De Boer si è alzato dalla panchina e ha fatto tre cambi tutti insieme – e mettendo tre attaccanti, mica cazzi – è stato un momento del tutto irreale, come del resto irreale fino a quel momento erano il punteggio, la classifica, la stagione e il nostro stesso irragionevole interismo. In pratica: l’odierna fase della nostra vita in cui mendichiamo punti con Chievo, Palermo e Pescara.

Ecco, questo è il primo step.

De Boer ha fatto un gesto disperato e godurioso insieme. Praticamente – e senza rendersene conto, penso – ha miscelato le seguenti cose: 1) giocare il jolly a Giochi senza Frontiere nel gioco più difficile; 2) superare a destra Mourinho; 3) imitare De Niro e Walken nella scena della roulette russa nel Cacciatore; 4) fare boungee jumping senza controllare se il moschettone fosse stato effettivamente agganciato; 5) sperimentare bondage estremo con una vicina di casa pregiudicata; 6) mettere in pratica in diretta tv quella che poteva essere definita come la più classica della sboronata teorica da bar (“una volta ho fatto tre cambi tutti insieme, mettendo tre attaccanti”, “ma vai a cagare, bevi meno”).

Il secondo step è: a cosa è servito fare il fenomeno?

Ecco, poteva perdere 2-0, anche 3-0. Oppure fare 1-1, oppure anche 4-4 (sarebbe stato terribilmente in tono con la mossa dei tre attaccanti all together). No, perché adesso arriva la cosa complicata: ha vinto la partita. Non so come, giuro, ma questo è quello che è successo. L’ha vinta in rimonta con la doppietta dell’unico attaccante che non ha lasciato in campo e che noi avremmo preso tranquillamente a calci in culo come quelli sostituiti.

Ora, siamo tutti a un bivio. O la cosa a cui abbiamo appena assistito è catalogabile nel più classico dei colpi di culo, oppure Frank De Boer è un genio. Di sicuro, siamo già arrivati – solo alla terza giornata – all’over the top: più di tre cambi in contemporanea Frank non potrà fare, lo impone in regolamento Fifa, e già mi sembra dura accettare una così assurda limitazione avendo a disposizione un mister talmente scoppiettante, passato nel giro di 5 minuti da “ectoplasma olandese sulla rampa di lancio” a “Zanza degli allenatori Seminatore d’Oro”. Viva l’Inter, Juve merda e pure noiosa: la festa è qui.

agosto 30, 2016
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Il Supermario bianco

santon

(l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Di quelle due magiche annate in cui Mourinho appoggiò il culo sulla nostra panca rendendo tutti noi uomini più felici, oltre ai trofei e agli orgasmi multipli restano storie che oggi – a sei, sette anni di distanza – possono apparire solo verosimili, se non addirittura leggendarie. In una parola: incredibili. Tipo che insieme agli uomini adulti e famelici che ci portarono in vetta al mondo c’erano due bambini cui lo Special One affidò spesso speranze, velleità e intere zone del campo, se non addirittura le chiavi della squadra, e quei bambini rispondevano presente e noi ci riempivamo di orgoglio.

La storia parallela dei due bambini ha preso una brutta piega, essa pure parallela.

Sul bambino numero 1, Pallone d’Oro in pectore per un tot di anni e ora ridotto all’accattonaggio, più che un libro si potrebbe scrivere una saga tipo Stieg Larsson, cinquemila pagine di romanzo di formazione e patologia criminale. Sul bambino numero 2, ieri, ammetto di avere fantasticato sette-otto minuti. Non durante la partita (non c’era più un cazzo su cui fantasticare), ma prima, durante il riscaldamento.

Qualcosa prendeva forma tra le mie sinapsi ormai lasse come certi legamenti. Trattavasi di una vicenda vagamente alla Schwazer, se la vicenda Schwazer benininteso si fosse chiusa con il medesimo ai nastri di partenza della gara olimpica. Una storia di redenzione e di resurrezione, la storia dell’ex bambino che nessuno vuole perchè non passa più le visite mediche e che invece torna miracolosamente abile per la squadra che lo voleva sbolognare a chiunque, e sgroppa, e difende, e si smarca, e si spreme, e spazza, chiude, crossa e bòn.

Purtroppo non è andata così.

Ora, c’è modo e modo di giocare male una partita. Contro il Palermo lo hanno fatto parecchi giocatori dell’Inter, nelle più varie modalità e sfumature. Puoi giocare male perchè non ne hai, non capisci, sei fuori forma, fuori ruolo, fuori (punto), hai problemi, sei demotivato, sei un corpo estraneo, un oggetto misterioso, un ragazzo troppo buono. La brutta giornata capita a chiunque e l’importante è affrontarla con onestà intellettuale: ragazzi, giuro, ci sto provando, ve lo assicuro, anche se magari non sembra, e oggi butta così, mi spiace per me, per voi e per questa gloriosa maglia a strisce, e spero tanto che la prossima volta vada meglio.

E tu, tifosotto, cosa fai, lo prendi a calci in culo? No: ti alteri un pochino, poi rifletti, capisci, perdoni. Magari segni tutto, ma perdoni.

E quindi in una domenica pomeriggio di agosto, con una temperatura assurda, nel presumibile sconcerto tecnico e umano di essere stato tirato in ballo quasi all’improvviso per l’infortunio di un compagno, nel baillamme di una squadra in totale cambiamento e nel microcosmo di uno stadio che romperebbe i coglioni anche a Pelè, ecco, voglio dire, ci sta che un Davide Santon giochi male.

E infatti il punto non è questo. Il punto è che, per tre secondi, per tre interminabili secondi, Santon si è trasformato nell’altro bambino, quello grande grosso e irritante, e questo ci è costato due punti netti e con essi quella iniezione di serenità che ti avrebbe dato vincere con il Palermo, invece che pareggiare e star qui a macerarti le carni.

Il gol assegnato a Rispoli in realtà è tutto di Santon, e trattandosi di un gol decisivo questo è già di per sè preoccupante e grave. E’ di Santon il rinvio molle da centro area che finisce tra i piedi di Rispoli, è di Santon la deviazione che spiazza Handanovic e dà l’1-0 al Palermo.

C’è anche modo e modo di deviare. Se Roberto Carlos ti mira gli zebedei o se Zaytsev ti schiaccia sul naso da un metro, ecco, nessuno verrà lì a farti delle questioni sulla deviazione, e al limite ti chiederanno se sei ancora vivo e virile. Santon no, l’ha deviata col tacco mettendosi in quella posizione snob (movimento a girarsi di schiena, culo in fuori, tacco proteso) che una volta faceva figo al campetto finchè qualcuno deve essersi incazzato sul serio e indotto tutti i campettisti dell’emisfero boreale a evitare quella pantomima. Nel caso specifico, se fai una mezza cazzata (rinvio da femminuccia) e poi tenti di ripararla (andando a opporsi al tiro dell’attaccante), devi buttarti a corpo morto, non imitare Petrolini mentre fa Gastone, santa madonna.

Culo e tacco in fuori, come fosse scontato che per un Luciano Rispoli al tiro bastasse mettersi in mezzo così, alla cazzo di cane. Invece il tiro – un normalissimo, elementare tiro da fuori – prende proprio il tuo tacco da gagà da balera e puff!, la partita è buttata nel cesso.

Anche quando giochi male, Daviduccio nostro, devi tenere la schiena dritta e il cervello acceso. La gente magari ti insulterà lo stesso, ma almeno sarai in pace con la coscienza. E adesso non ti puoi lamentare, caro il mio Supermario bianco, se il video del gol tuo e di Rispoli lo proietteranno nelle scuole calcio per far vedere all over the world come non ci si oppone a un tiro.