Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

luglio 22, 2015
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Fermate il precampionato, voglio scendere

No, non ho scritto niente di Inter-Bayern. E vi faccio una confidenza: non scriverò niente del resto della tournée in Cina, e poi del trofeo Tim eccetera eccetera. No, lo dico perchè c’è chi mi scrive affranto (stai bene? mi devo preoccupare? dove cazzo sei finito? mando una mail alla Sciarelli? ti sei bevuto il cervello? la vuoi piantare con questa minchia di corsa?) e c’è chi diffonde le ipotesi più fantasiose: che in realtà sia morto alcuni anni fa (al posto mio sta scrivendo un vero casellante della barriera di Agrate), che sia diventato juventino o, addirittura, che sia diventato donna e stia attualmente accompagnando come ghost writer l’ex Bruce Jenner in un ciclo di conferenze negli Stati Uniti dal titolo “Identità di gender, cambi di sesso e strategie di calciomercato”.

No, niente di tutto questo.

Il punto è uno solo: ma cosa si può scrivere di partite così? Seriamente, dico. Di cosa mai mi dovrei preoccupare (o per cosa mai mi dovrei esaltare) il 22 di luglio? Cioè, ti distrai un attimo e scopri che la squadra che stava facendo gli addominali a Riscone adesso è in campo con il Bayern, e poi il Milan , il Real e sailcazzo chi. No, dai. Io sono ancorato a vecchi schemi, quando il ritiro precampionato era il ritiro precampionato – ti allenavi tutto il giorno e la sera giocavi a scopa d’assi – e quando il precampionato era una serie di amichevoli progressivamente meno innocue, e non la farsa di adesso: si passa dalla rappresentativa del Sud Tirolo al Bayern nel giro di tre o quattro giorni cambiando continente, e bisognerebbe pure scriverne? Scriverne seriamente, ri-dico. E quelli sono più avanti e noi più indietro (o viceversa), e stiamo lavorando da poco, e la squadra è ancora in divenire, e (seguono altre duemila considerazioni-tipo). No, grazie.

(sospiro)

Non sopporto il calcio che non vale niente. Aspetto un calcio che valga i tre punti, o che valga una qualificazione, un passaggio del turno, una roba così. Il resto è una sega colossale che non mi attizza neanche un po’, una specie di calcio-wrestling in cui si fa finta di farsi del male, tanto l’ingaggio è giù incassato e della coppa in palio non gliene frega niente a nessuno. Non mi diverte, non mi interessa. Voglio un minimo di occhi di tigre, di ‘sta farsa non voglio vedere niente. Oppure, se la vedo (e le vedrò, per carità, perché la maglia nerazzurra su sfondo verde è un nutrimento per l’anima, la mia almeno), la guardo come un vecchio film di cui conosco il finale, o come una replica estiva di un qualcosa che non ho mai visto oppure non ricordo, ma il cui epilogo (bello o brutto che sia, si ammazzano o si sposano, qualcuno fugge o qualcuno torna) non mi sposta di un millimetro.

Non lo reggo più il fake. Tra calciomercato e precampionato, il periodo inizio giugno-fine agosto è per me la morte civile. Almeno si potesse tornare ai vecchi tempi, quando la preparazione avveniva al riparo da occhi indiscreti e da ingaggi favolosi per partite improbabili. Ecco, funzionava più o meno così.

Prima amichevole: Inter-Bar caffè Adler Riscone di Brunico 18-0. Simpatica sgambata dei nerazzurri, apparsi già piuttosto in palla, con la squadra amatoriale di Riscone. Sette gol di Icardi, osannato dai tifosi, di cui uno segnato con il pube. Da segnalare il palo colpito in mischia da Fritz Kostner detto Strudel, corpulento centravanti 42enne del Riscone, titolare dell’omonima pasticceria di via Ottone Huber (chiusa il lunedì): una distrazione dei centrali interisti gli ha consentito di deviare di coscia un cross proveniente dalla trequarti e che sembrava destinato a perdersi sul fondo. Kostner è poi uscito in barella, tra gli applausi dei 400 presenti, per la maggior parte provenienti da Bressanone.

Seconda amichevole: Inter-Spartak Brunico 12-1. Simpatica seconda sgambata dei nerazzurri, apparsi discretamente in palla, contro la formazione dello Spartak Brunico militante nel campionato di Seconda categoria dell’Alto Adige. Cinque gol di Palacio, di cui uno segnato con una rabona da metà campo. Funzionano gli automatismi a centrocampo tra Kondogbia e Kovacic, almeno nei 4 minuti in cui i due sono rimasti contemporaneamente in campo. Applausi scroscianti per il gol di Nico Knapp, veloce esterno dello Spartak, figlio del custode dello stadio: Knapp, sfuggito a Ranocchia, ha infilato Carrizo con un bel diagonale. I tifosi lo hanno festeggiato tirandogli mele.

Terza amichevole: Rovereto-Inter 0-4. Primo test probante per i nerazzurri contro la locale formazione militante in Promozione. Portatasi in vantaggio dopo 5 minuti con un gol di Kovacic (sombrero a metàcampo, poi quattro dribbling, un finta e palla nell’angolino), la squadra di Mancini ha poi faticato molto a trovare spazi nell’arcigna difesa bianconera, anche a causa del gran caldo. “Dobbiamo smaltire le tossine del ritiro, presto troveremo brillantezza”, ha commentato Mancini che in panchina ha avuto un lieve malore dopo un passaggio all’indietro di Andreolli svirgolato da Handanovic, il cui rinvio ha colpito un’anziana donna in tribuna laterale (nonna dello stopper del Rovereto, Ruffini), finita all’ospedale con lievi contusioni guaribili in cinque giorni.

Quarta amichevole: Verona-Inter 2-2. Aria di serie A in questa amichevole di lusso allestita dentro l’Arena di Verona per festeggiare i 20 anni del concerto di Renato Zero. L’Inter ha presentato una formazione mista titolari-riserve che ha faticato un po’ a ritrovarsi, tanto da andare in svantaggio nel finale di primo tempo per un gol di Toni, abile a tramortire a gomitate tre difensori nerazzurri e a infilare l’incolpevole Carrizo. Nella ripresa una doppietta di Puscas portava avanti l’Inter, con il Verona che impattava a un minuto dalla fine per un rigore molto dubbio fischiato a Pazzini, e trasformato dallo stesso. Mancini non si è detto preoccupato: “Dobbiamo smaltire le tossine del ritiro, presto ritroveremo brilantezza”.

Quinta amichevole: Mendrisio-Inter 2-5. A tre giorni dall’inizio del campionato, classico appuntamento nella vicina Svizzera per la squadra di Mancini, ancora alle prese con le fatiche del ritiro e gli automatismi da trovare. Il Mendrisio si portava addirittura in vantaggio dopo 10 minuti: il congolese Abu Dabu sferrava un tiro dai venti metri, Ranocchia e Nagatomo coprivano involontariamente la visuale ad Handanovic e la palla si infilava a mezz’altezza. Icardi, Palacio e Guarin riportavano avanti l’Inter prima del riposo. Nella ripresa Montoya e Gnoukouri segnavano le altre reti nerazzurre. Applausi nel finale per la rete del baby Filipponi, 14 anni, che dribblava Vidic e Juan Jesus, metteva a sedere con una finta Carrizo e infilava con un cucchiaio. Mancini ha risposto brevemente alle domande dei cronisti: “Dobbiamo smalt… no, niente, sono abbastanza contento ma c’è da lavorare”. Quando ritroverete brillantezza, mister? “Presto, credo”.

Ecco, funzionava più o meno così. Bei tempi.

inter

luglio 21, 2015
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La non-ignoranza (ovvero: il bello della steppa)

Se non sono infortunato o in ferie, ogni anno mi iscrivo pieno di perplessità a una corsetta che si svolge nella steppa a una quindicina di chilometri da Pavia. Sono 7,8 km con le seguenti caratteristiche: 0,3 km all’ombra (i primi 100 metri e gli ultimi 200), 7,5 km al sole. Svolgendosi a metà luglio, c’è un’alta probabilità che ci sia molto caldo. Nel luglio più caldo dalla creazione della Terra, c’è un’alta probabilità che sia un massacro.

Eppure, mi iscrivo.

Per puro senso di responsabilità faccio 5 minuti di riscaldamento che, date le condizioni, mi riducono a una larva d’uomo. Mi schiero alla partenza come al solito in ultima fila e, nel caso specifico, con qualche timore tecnico, etico, psicofisico e morale. Partire piano, partire piano, chissenefrega, partire piano, partire piano

PUM!

Si parte. Parto piano. Dopo neanche mezzo chilometro di dividono i percorsi. Donne e uomini over vanno a sinistra. I rimanenti 58 baldanzosi atleti girano a destra. Approfitto della curva per guardare indietro. Ne conto 4. Quindi ne ho 53 davanti.

Sono quintultimo.

Beh, sono partito piano no? Così vengo colto dai consueti pensieri di terrore, morte e distruzione. Mi vedo arrivare al traguardo tipo Dorando Pietri, sorretto da due giudici e poi squalificato e radiato. Mi vedo anche crollare sfinito in un campo di mais e ritrovato in avanzato stato di decomposizione al momento del raccolto. Ed è in quel momento, dopo un chilometro di corsa, già sudato da far tenerezza, che prendo una decisione che mi sorprende:

“Facciamo, una volta tanto, davvero, promettimelo Settoreh, una volta tanto, ti scongiuro, facciamo una corsa non dico intelligente, ma almeno non-ignorante”.

Che in sostanza vuol dire questo: fottitene che sei quintultimo, fa un caldo bestia, ci sono 70 gradi e il 125 per cento di umidità, prendi il tuo ritmo, tienilo – qualunque esso sia – e porta a casa il culo.

E così faccio. Nel secondo chilometro ne supero un paio ma vengo a mia volta superato da The Edge, che – in assenza di Perdenzio Perdy, forse in ferie, incredibile, credevo non ne facesse – eleggo a mio punto di riferimento. Ecco, il mio punto di riferimento prende e ne ne va, lo vedo allontanarsi ma io sto facendo una corsa non-ignorante e non lo inseguo.

Durante il terzo chilometro supero disinvolto Jimmy Strong, poi a seguire Averell Dalton, fratello di Jack che invece ci precede di un bel due-trecento metri, lo vedo in lontananza, piccolo così, but who cares?, sono in modalità non-ignorante e nessuno può turbarmi.

Intanto un tizio arancione continua a superarmi, poi si lascia raggiungere, poi lo risupero, e via così, l’Uomo Elastico cerca di destabilizzare il mio procedere zen ma non ce la fa, gli lascio fare i suoi avanti-e-indrè, cazzi suoi, io ho innestato il pilota automatico e me ne strafotto, tzè. E infatti ne supero un altro.

Tra il quarto e il quinto chilometro, senza aumentare il passo, semplicemente tenendolo, ne supero un altro paio. Non faccio più caso al caldo e alla zero-ombra. Ormai la corsa non-ignorante è il mio nuovo  must. Al sesto chilometro supero anche un piccoletto, poi raccolgo con il cucchiaino l’Uomo Elastico che crolla come una pera matura al suo settecentesimo allungo, poi imbocco un sentierino stretto stretto ed è lì, alla fine del sentierino, che allungo lo sguardo e rivedo The Edge.

E lì sento nelle orecchie una musica alla Morricone, da-daaaaan, è il duello finale. Non ho fretta, entro in scia, mi avvicino, lo affianco, lo supero. Da-daaaaan. Cazzo, venti metri avanti c’è anche Jack Dalton. Ci provo ma non ce la faccio, siamo all’arrivo, porca troia, di già? ancora duecento metri e me lo mangiavo santiddio (è la prima volta che dico “di già” da due anni a questa parte, di solito dicevo “ma quando cazzo finisce questa corsa di merda stramaledetto il giorno che mi sono messo a fare questo sport del menga?”).

Arrivo 46esimo. Tredicesimultimo. Ho recuperato otto fottute posizioni. Me ne compiaccio mentre bevo diciassette tè freddi che una sciura mi allunga a ripetizione, e un tè dopo l’altro mi sento  vivo, vegeto e strategicamente molto à-la-page.

Dalton

luglio 12, 2015
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Fenomenologia del non competitivo

Niente, è più forte di me. Quando vado a una non competitiva non riesco ad arrivare presto, non ce la faccio. Se le partenze sono tra le 8 e le 9, io arrivo alle 9 meno cinque. Se invece, come stamattina, sono tra le 7,30 e le 8,30 io arrivo alle 8,31. È come se avessi un orologio biologico che mi dice: è una NON competitiva, ragazzo, e NON c’è alcuna ragione per cui tu debba arrivare presto. Potrei svegliarmi alle 5, niente, figurati, sarebbe lo stesso, arriverei comunque alle 8,31. Non solo: stamattina entro in un paese di 1600 abitanti e mi perdo. Per fortuna vedo un podista di bianco vestito avanzare dal nulla e mi sporgo dal finestrino tipo Oler Togni:

“Scusa, collega, mi dici dove santiddio ci si iscrive a questa non competitiva dei mie due zebedeos?”

“Guarda, devi tornare indietro, girare a destra, poi sempre avanti, ma… ma…”

“Ma?”

“Ma tu sei Settore!”

“Settoreh, sì”.

“Settore!”

“Sì, Settoreh, il podista etiopo-vogherese che…”

“Settore l’interista, grande, forza Inter”

Cazzo, mi ero completamente dimenticato dell’Inter. Il fatto è che siamo in luglio e sono concentrato sul recupero della condizione podistico-esistenziale. Parcheggio e mi fiondo al banchetto delle iscrizioni dove una signora in bilico sul climaterio mi pone di fronte a una questione burocratica mai affrontata prima.

“Lei è tesserato o non tesserato, bel giovane?”

“In che senso? Certo che sono tesserato”.

“Tesserato a cosa?”

“Fidal”.

“No Fidal”.

“Uisp”.

“No Uisp”.

“Ikea Family, Fidaty, Nespresso club, Carrefour Ambassador Lounge, Inter club Pavia Nerazzurra…”

“No, lei è tesserato Fiasp?”

“No”.

“Allora deve iscriversi tra i non tesserati”.

“Guardi, farei qualsiasi cosa, sono le 8,35 e debbo correre per 22 fottuti chilometri e sono giá partiti tutti. Dove si trova lo sportello non tesserati?”

“Sono io”.

Sto per lanciarmi su di lei tipo Antonio Inoki ma mi trattengo e mi iscrivo tra i non tesserati del cazzo. Quindi parto. Mi accorgo che dietro di me arrivano altri due ritardatari, quindi sono terzultimo. Ma procedo comunque angosciato: e se si dimenticano di me, se se ne vanno tutti, se smantellano i ristori e io muoio di stenti e mi ritrovano tra 300 anni in un anfratto e mi espongono come Oetzi nel museo contadino e le scolaresche mi verranno a vedere e poi andranno a casa a raccontare di avere visto una mummia col Garmin?

Quando poi arrivo al cartello della divisione dei percorsi, a sinistra 12 km e a destra 22, si innesca l’ormai consueto meccanismo per cui tra una scelta di buon senso (facciamone 12 e andiamo a casa) e una estrema (facciamone 22 e vaffanculo) il podista umanista agonista che corre una non competitiva sceglierá sempre la più estrema.

Una persona normale vede una freccia con scritto 12 km, il podista umanista agonista legge “12 km, non sarai mica così mentecatto a girare a sinistra? Chi sei, la principessa sul pisello? Ma vergognati diobono”. E dove c’è la freccia con scritto 22 km, il podista umanista agonista legge “Imbocca la strada verso il regno dei cieli, fratello. All’ arrivo troverai Scarlett Johansson, 42 vergini o un abbonamento primo anello arancio (opzioni non cumulative)”.

Il resto vien da sè. A parte il tremendo olezzo di due porcilaie, la corsetta è organizzata alla grande, cinque ristori, che comfort!, al quinto un ragazzotto mi fa la doccia con la canna, “Tutto?”, “No, solo la testa, amico”, e al ristoro finale, il sesto, vassoi di fette di anguria fresche su cui mi avvento tipo Poldo Sbaffini. E mentre sono lì che mangio anguria come un bambino, mi godo l’ingannevole effetto delle endorfine che – dopo 22 km sotto il sole – ti fanno sentire molto più vivo di quando sei partito.

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giugno 15, 2015
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#fatequellochevoletediMateo

mateo-kovacic

Il mercato dell’Inter per me è quasi chiuso. C’era una questione – mi sbilancio: una sola – che mi stava a cuore e che, in caso negativo, avrebbe ammantato di marrone non solo il mercato ma anche la prossima stagione e il senso stesso di ogni strategia futura: la conferma di Icardi. Icardi resta e io sono contento. In un certo senso potrei dire: ok, per me finisce qui, mandatemi una bella mail il 31 agosto con il riassunto preciso di chi parte e di resta. Non è così, ovvio, perchè sono un tifosotto medio che legge la Gazza al bar e cerca la sezione “Chi prende l’Inter” e legge nomi esotici che ignora al novanta per cento. Ma per me era importante che restasse Maurito, era un segnale preciso, oltre che un mio intimo desiderio (uno giovane, forte e fisicato che mi segna 30 gol a stagione e noi lo diamo via: naaaaa). Sul resto sono pronto a discutere, argomentare, scompormi, ingoiare – as usual – bocconi amari. Anzi, facciamo subito. Discutiamo, argomentiamo, scomponiamoci, ingoiam- as usual – bocconi amari e mettiamoci una bella riga sopra.

Kovacic, relativi hashtag, mal di pancia generali, salviamo Mateo, non vendiamolo, incateniamoci, et cetera. Ecco: se vi incatenate e cercate altra gente che ci incatena, non chiamatemi. E’ inutile. No, intendo: non è inutile chiamarmi, è inutile incatenarsi.

Premessa. Kovacic è un ragazzo del 1994 di tecnica ampiamente superiore alla media. Il suo acquisto è stata una bella operazione, una di quelle che ti fa dire che l’Inter sa muoversi. La sua prima intervista l’ha rilasciata a Pavia, davanti a un lussureggiante sfondo del resto del policlinico (no, per dire che mi sta anche simpatico per ragioni territoriali). Tagliamo corto: Kovacic è fortissimo, stop.

Detto questo, siamo in democrazia e quindi – nei limiti di legge – siamo tutti liberi di fare ciò che vogliamo: anche di inventare hashtag e di incatenarci ai cancelli dello stadio o alla Volvo di Ausilio. A me però scoccia una cosa, e scoccia parecchio: scoccia se ci si incatena facendo finta che le cose vadano in un certo modo, quando invece sappiamo tutti benissimo che no, non vanno così, e non vanno così da un sacco di tempo, e che il nostro incatenarci è una roba di maniera.

In un mondo perfetto l’Inter si terrebbe i suoi giocatori migliori, venderebbe i peggiori, con il ricavato dei peggiori ne prenderebbe altri migliori rispetto a quelli di cui si è liberata. E sì, certo, se tutto funzionasse così l’Inter sarebbe migliore. E con un irresistibile effetto domino le nostre domeniche sarebbero migliori, il mondo stesso sarebbe fottutamente migliore così come sarebbe migliore anche il nostro umore generale, e il Mulino Bianco al confronto sarebbe la Cayenna.

Ma non è così. L’Inter oggi è una squadra che manco si è qualificata per il trilionesimo turno preliminare dell’Europa League da giocare in Lapponia. L’Inter oggi è una squadra con i conti sotto sorveglianza, che fa il mercato con il metodo Findomestic ed è – ci piaccia o no – formalmente ai margini di un sistema calcistico-solare che solo 5 anni fa ci vedeva al posto del Sole e ora ci vede girare al largo tipo Plutone. Oggi l’Inter è una squadra che si sta riformando, secondo un progetto che è tanto affascinante quanto pieno di incognite. Dal punto di vista solo sportivo – erba, pallone, calci, gol, vittorie, quelle robette lì – dobbiamo rimontare posizioni su posizioni. Per rimontare davvero, servono vittorie. E servono soldi. Che ti arrivano con le vittorie. E’ un circolo dannatamente vizioso, bisogna avere soldi e vincere, e non si sa bene da dove poter cominciare.

Kovacic non lo venderebbe nessuno, se non costretto. Ecco, io temo che ci siamo costretti, molto semplicemente. Per cui non vedo l’utilità di incatenarsi per una simile eventualità. Sono mesi che leggo di un’Inter costretta a fine stagione a vendere qualche gioiello per poter andare sul mercato con una liquidità degna di questo nome ecc. ecc., e quando viene il momento di vendere i gioielli noi ci incateniamo come se fosse un fulmine a ciel sereno? Come ci avessero avvertito 5 minuti prima, a tradimento?

A proposito: di quanti gioielli disponiamo? Se uno – Icardi – abbiamo deciso di tenerlo, quanti altri ne abbiamo degni di questo appellativo? Uno è Kovacic, non c’è alcun dubbio. E poi? Chi sono quei due o tre che hanno davvero un mercato a otto cifre? Se dobbiamo vendere – e non c’è dubbio che lo dobbiamo fare – su quali nomi possiamo davvero ragionare da pari a pari con i falchi del mercato, in tavoli a cui noi purtroppo ci sediamo senza l’autorevolezza che ti darebbe un’altra dimensione (che dipende dalle vittorie, da cui dipendono i soldi: il circolo merdoso di cui sopra)?

Piange il cuore vendere Kovacic. E io infatti spero che resti. Ma non mi incateno, nè perdero il sonno se Mateo sarà sacrificato e firmerà con il Liverpool o chicchessia. Kovavic è il Coutinho dei Balcani, almeno per ora. Giocatori eccelsi e giovani e che non ti risolvono granchè. Colpi magici e tante partite senza incidere, invenzioni favolose e una marea di 5 in pagella. Cresceranno, diventeranno grandi, io glielo auguro, o magari grandissimi. Non qui, temo. Il Liverpool arriva da uno scintillante ottavo posto, forse Coutinho non basta, così come non sarebbe bastato a noi. Io so già come finirà, che su Facebook vedrò postare i video dei tunnel di Kovacic, gli assist di Kovacic, delle trivele di Kovacic… pazienza, non si può avere tutto dalla vita.

Il nostro problema è che dobbiamo scegliere di vivere di rimpianti per Kovacic o di continuare a vivere con l’attesa di Kovacic, ma con le pezze al culo. Il problema sarebbe vendere Kovacic per riprendere un Thiago Motta, ecco, ma voglio sperare che non si arrivi a tanto. Io non mi incateno e non faccio lo stratega di mercato con l’Iban degli altri. Io tifo Inter e basta, voglio uscire dalla palude costi quel che costi, fosse anche il sacrificio di un giovane croato di cui ricordo 10 cose illuminanti, 3 gol allo Stjarnan e poco altro, purtroppo per lui e purtroppo per me.

giugno 10, 2015
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Lo zen e l’arte di gufare la Juventus

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Tifare contro non è ‘na passeggiata de salute. L’organizzazione di una notte da gufi presuppone capacitá logistiche, etiche, morali e sostanziali che non tutti hanno a disposizione nel proprio bagaglio umano. E una pertinacia pervicace (in subordine, va benissimo anche una pervicacia pertinace) fuori dal comune, che sappia fare tesoro delle esperienze negative e gettare il cuore oltre l’ostacolo nell’occasione giusta, quella definitiva. Tifare contro non è barbarie, se di mezzo c’è la Juve. Non è sedersi in gruppo di fronte a un televisore tra peti, rutti, grugniti e onomatopee: è un rito che vive di precisioni, di ricorrenze, di speranze, di scaramanzie e di valutazioni esoteriche.

Per Juventus-Barcellona i gufi si riuniscono in una lussureggiante localitá dell’Oltrepo pavese in una formazione inedita a otto, schierandosi col 4-1-2-1: quattro gufi fondatori della prima ora (io,  L., A. e M.), un gufo alla seconda presenza (Abc.), due gufi fratelli tra di loro, esordienti  e ospiti provenienti da una federazione forestiera (F&M), un gufo al debutto (D.). Due gufi si presentano con maglietta da riposo della societá occasionalmente avversaria della Juve (io e L.) mentre M. indossa un paio di slip del Barcellona acquistati alcuni anni fa nell’aeroporto della simpatica cittá catalana. Per certificarlo, abbassa i bermuda fino alle ginocchia, evidenziando un discreto pacco. Una scena che, alle ore 19, anticipa il carico di tensione e di imbarbarimento che ci attende al varco.

Dopo una cena frugale consumata sotto il portico (salame, prosciutto, mozzarella, pomodoro, olive, formaggi, uova, birra, pane), i gufi salgono al primo piano in sala tv, dove si dispongono in ordine tutt’altro che casuale su poltrone e divano. E qui, per chi pensa che gufare sia una cosa semplice, vale la pena soffermarsi sul primo rito scaramantico della serata:

la riproposizione filologica e geostazionaria della magica serata di Juve-Benfica.

A me e L. va sostanzialmente bene, perchè ci basta riprendere lo stesso posto, uno in fianco all’altro. A., invece, deve trafiggersi il costato con una pin a forma di forbici (con cui si era gravemente ferito durante Juve-Benfica), mentre M. deve tener stretto tra i premolari uno stuzzicadenti (lo stesso di un anno fa, in quel magico Primo maggio. M. se lo mette in bocca nonostante microbi e batteri siano visibili a occhi nudo). I gufi esordienti o alla seconda presenza sono esentati da questi pericolosi riti.

I gufi titolari si scambiano una sguardo atterrito. La fantastica notte di Juve-Benfica (eliminazione con 0-0 a Torino nella semifinale di una competizione la cui finale si sarebbe disputata a Torino) (una specie di doppio filotto, di mega strike, di cinque più uno al Superenalotto) era stata seguita da una serie di altre gufate culminate miseramente: Dortmund, Monaco (una gufata in contumacia, anticipata, con un esorcismo in un ristorante del Cremonese) e soprattutto Madrid, con riunione dei gufi a Milano, la capitale morale, finita malissimo, con l’umore sotto i tacchi e l’ormai ingestibile, quasi travolgente convinzione che quella squadra di culattoni avrebbe fatto il triplete alla faccia nostra, di gufi e di interisti, argh!

“Concentráti, dai!”

Inizia la partita, Mascherano fa un paio di pirlate, ma alla prima azione dall’altra parte è

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaal!

Otto uomini corpulenti saltano come grilli e si abbracciano come koala. È un momento di intensa felicitá che però dura poco. M. ci guarda spaventato:

“Ho perso lo stecchino!”

No! Nel giro di quattro decimi di secondo, otto uomini carponi cercano uno stuzzicadenti mezzo mangiato su un pavimento scuro. Sembra una moschea alle cinque del pomeriggio. Uno dei fratelli guarda fuori dalla finestra e vede uno storno migrare tra le rossastre nubi:

“L’avrá preso lui?”

Lorenzo estrae dall’armadio una spingarda appartenuta a un quadrisnonno, ma non trova le munizioni. La partita è giá al venticinquesimo del primo tempo quando finalmente M. trova lo stecchino:

“Eccolo!”

“Oleeeeee!”, fanno gli altri sette in coro. La scaramanzia è salva, il Barcellona sbaglia un gol ogni due minuti, le cose sembrano mettersi bene, anzi, sempre meglio, e quando tutti vanno a bere un tè caldo si arriva alla seconda, durissima fase della scaramanzia.

“Mantenere le posizioni”.

L. non ammette deroghe.

“Scusa, mi scappa una pisciata atroce”.

“Tienila”.

“Io sto morendo di sete”.

“Cazzi tuoi, bevi dopo”.

“Debbo fare una telefonata”.

“Consegnami il cellulare, lo riavrai dopo le 23″.

“Posso accendere la luce?”.

“Si sta al buio”.

“Posso posare lo stecchino durante l’intervallo?”

“Ma sei fuori? Mastica, ma non deglutire”.

Il secondo tempo è una stillicidio. Mancano 45 minuti, 44, 43… Poi segna Morata e sul Gufodromo cala una cappa di disfattismo che ci ammazza. Per fortuna dura poco.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Sono momenti carichi di stress. La regia inquadra una placida coppia di anziani tifosi bianconeri. A. cede alla tensione: “Muori, troia!”, poi scoppia a piangere. M. si trafigge la lingua da parte a parte con lo stecchino e si esprime farfugliando. Assistiamo in raccoglimento le ultime fasi della partita. Fino alla festa finale, l’apoteosi, il gol a tempo scaduto. La certezza. No, la Certezza.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Si chiude con foto, selfie, abbracci, brindisi, un’esplosione social. Su un terrazzo, al fresco, la luna rossa, spossati ma felici.

“Ma chi prende l’Inter?”

Silenzio. Non è serata per domande difficili. La missione è compiuta, ad Ausilio pensiamo domani. Anzi, dopodomani. Nel calcio – ogni tanto – c’è una giustizia: magari bisogna aspettarla fino al 6 di giugno, ma alla fine arriva.

“Ehi, ora posso pisciare?”

Nonostante quattro gol, cento abbracci, diciassette brindisi e quarantadue telefonate, L. non ha un capello fuori posto.

“In fondo a destra, ma metti le pattine”.

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giugno 7, 2015
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Tifare Juve è roba da juventini

Ho qualche parente della Juve. Ho, soprattutto, alcuni juventini tra i miei più cari amici, amicizia sopravvissuta senza crepe alle peggiori traversie calcistiche. Ho colleghi juventini con cui ho trascorso qualche migliaio di giorni di lavoro in letizia. Ho addirittura un amico juventino che a New York mi ha cucinato la pasta la sera prima della maratona. E che stanotte, dalla Grande Mela, mi ha riempito la bacheca di contumelie perchè ho tifato Barcellona e non Juve. E’ a lui – che ho sempre considerato uno juventino assennato, fino a qualche ora fa – che rivolgo questa semplice domanda: per quale imperscrutabile, imponderabile, fottuto motivo avrei dovuto tifare Juve? Mi spingo un po’ più il lá: a parte Mattarella, Renzi, Tavecchio, Malagò e il cardinale Parolin, per quale motivo un italiano non juventino dovrebbe tifare Juve?

Tifare contro non è una bella cosa in assoluto, principalmente perchè non dá la stessa soddisfazione di tifare a favore – non ne dá un quinto, un decimo, un ventesimo. E poi ieri sera tifare contro la Juve significava tifare a favore del Barcellona, una lotta tra titani dell’antipatia e dell’arroganza. Ma, tra Al Capone e Totò Riina, dovrei tifare Riina solo perchè è italiano?

Ma la questione non può esaurirsi solo al caso specifico, cioè il pessimo rapporto tra me e la Juve. Parliamone un pochino più in generale: perchè, spiegatemelo!, perchè un tifoso di calcio italiano dovrebbe tifare – anche solo occasionalmente – la Juve? Cosa ha mai fatto la Juve per meritarsi – anche solo occasionalmente – la simpatia dei tifosi avversari o dei tifosi di calcio in generale, quel popolino neutrale che dice di interessarsi al bel calcio?

Ve lo dico io: niente. Un beato cazzo.

La Juve vi chiede di tifare per lei, e intanto pianta il numero 33 nelle aiuole del suo Stadium. Vi chiede di tifare per lei dopo avervi mandato via tweet gli auguri di buon 5 maggio (non un tifoso imbecille tipo me: no, la societá!). Vi chiede di tifare per lei dopo nove anni vissuti nella patologica ossessione di un anti interismo puerile e scomposto che, nella mia ingenua visione delle cose, dovrebbe far vomitare un qualunque sportivo che abbia a cuore i valori del fair play e della sanitá mentale. Nove anni di revisionismi, negazionismi, insulti, numeri a cazzo, realtá virtuali, arroganze generiche e specifiche, mafiosismi a ogni pie’ sospinto, prevaricazioni… e io dovrei tifare Juve?

Non vado più indietro nella storia, dove di motivi per tifare contro ne troverei a secchiate. Mi fermo solo all’ultimo decennio, durante il quale una societá miracolata dalla giustizia sportiva ha sognato solo e soltanto vendette, cancellazioni di sentenze, riconquiste del bottino confiscato, queste cose qui. Da quattro anni domina in Italia – c’è una vendetta migliore? – e pensa solo agli scudetti tolti, chiede risarcimenti, sbraccia, sgomita, sputa. E io dovrei tifare Juve?

La Juve sarebbe stata la seconda squadra italiana a fare il triplete. L’avrebbe fatto in circostanze enormemente più fortunate della nostra (noi vincemmo lo scudetto all’ultima giornata dopo un paio di mesi drammatici e vincemmo una Champions con un tabellone infinitamente più difficile) ma sarebbe stata indubbiamente un’impresa. La maglietta “Il vero triplete” mi ha spiegato in largo anticipo – se avessi avuto bisogno di un’ulteriore conferma – di come se la sarebbero giocata, tra di loro e di fronte al mondo, quello vero. Standosene nel loro mondo fatato e farlocco, fatto di cifre non vere e circostanze negate, nella convinzione – purtroppo confermata dalla schifosa inerzia generale – che alla centomillesima negazione tutti si convinceranno che nulla è successo, che loro sono le vittime e che il triplete vero (a proposito, cosa ci sarebbe di falso nel nostro?) è il loro.

E perchè mai io avrei dovuto tifare Juve? Perchè bisogna porgere l’altra guancia?

Comunque, ecco, vi vogliamo così, orgogliosi del vostro duoplete e del fresco record (difficilmente battibile, come il nostro triplete) di sconfitte in finale di Champions. Se 60 milioni di italiani – più quelli sparsi per il mondo – non tifano tutti per voi fatevene una ragione. E fatevi anche una domanda: “Perchè stiamo sul cazzo a così tanta gente?”

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maggio 23, 2015
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L’uovo di Cracco

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1 – Palla persa a centrocampo, 2 – Ranocchia e Handanovic che si ostacolano a vicenda, 3 – gol subito. A me questa cosa, il gol del 2-2, è piaciuta un sacco. Cioè, voglio dire, è l’enciclopedia della nostra stagione. E’ come Pavarotti che canta Nessun dorma, è come Keith Richards che fa uno dei suoi riff, è come Benigni che ti recita la Commedia, è come Cracco che viene a casa tua e ti cucina un tuorlo d’uovo marinato con fonduta leggera di parmigiano. E’ la specialità, la nostra specialità. E allora tu vedi perdere un pallone alla cazzo a centrocampo, vedi Ranocchia e Handanovic piombare su quel pallone in netto anticipo ma all’unisono come due bambini dell’asilo di 90 chili spaventandosi a morte l’un con l’altro, vedi la palla dirigersi lemme lemme verso il primo avversario che passa di lì e che ovviamente segna, e tu cosa fai?

Niente, applaudi.

Mi sono alzato in piedi e ho detto: Sublime! Bravi! Bravissimi!

L’arte va capita, e questa è la nostra arte. E’ stato un momento bellissimo. Del resto cosa dite se Paul McCartney vi canta Let it be davanti al naso? O se Carl Lewis vi salta otto metri e mezzo nel lungo nel vostro giardino? O se Totò vi recita la Livella? O se Houdini si libera da settanta catene? O se la Juve fa un bel comunicato stampa? Niente, fate così, applaudite, sublime!, sublime!, perchè è la summa, il meglio. La specialità.

E poi pali, traverse, gol sfiorati, gol annullati, rigori non dati, cagate in difesa, stronzate a centrocampo. E poi l’inculata finale, altra specialità di un campionato trascorso piegati a novanta.

Sublime. Grazie ragazzi per questa partita-bigino, per questa partita-riassunto, per questa partita-dimostrazione, per questa partita-powerpoint. La prossima volta avvertiteci prima, chè ci evitiamo le precedenti trentasei.

maggio 16, 2015
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E anche il Bramieri sfuma

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MILANO (ANSA) – La Juventus, battendo 2-1 l’Inter a San Siro, si è aggiudicata la prima edizione del trofeo “Gino Bramieri”. Il nuovo e prestigioso appuntamento agostano – risposta nerazzurra al trofeo “Luigi Berlusconi” – è stato anticipato a maggio su richiesta della societá bianconera, a causa dei numerosi appuntamenti che attendono gli uomini di Allegri ad agosto: Supercoppa europea, Supercoppa italiana, Trofeo Tim, Trofeo Birra Moretti, rivincita con il Lucento (Supercoppa Alta Savoia), Giochi del Mediterraneo, Universiadi e Us Open. Con la vittoria del “Bramieri” la Juve celebra così il suo pokerete stagionale.

La Juventus si è presentata al Meazza in una pittoresca formazione in cui spiccava Romulo, reduce dalla dichiarazione di morte presunta depositava alcune settimane fa in procura a Torino. Mancini replicava schierando la formazione migliore, cioè un accrocchio senza arte nè parte. Ciononostante, l’Inter si portava in vantaggio con un gol di Icardi, che deviava casualmente in rete un tiro di Brozovic destinato ai tabelloni pubblicitari, e sbagliava sedici-diciassette volte il raddoppio, colpendo anche una traversa con Shaqiri, alla sua prima partita da titolare dopo quattro mesi di panca.

“Raddoppio mancato, sei certo inculato” recita un popolare detto calcistico. E infatti l’Inter passa dal potenziale 4-0 al pareggio. Medel, stufo di predicare nel deserto con i compagni, prova a vedere se servendo a dovere Morata almeno questo va in porta. L’esperimento riesce, Vidic atterra il centravanti juventino colpendolo con sette parti differenti del corpo ed è rigore, che Marchisio – al rientro dopo otto-nove mesi dopo il grave infortunio in Nazionale – trasforma.

Nella ripresa la Juve ci prende gusto, ma è l’Inter ad avere l’occasione migliore: assist di Kovacic, triplo tolup di D’Ambrosio e palla ovviamente fuori di un millimicron. I bianconeri, che manco avevano più voglia di tirare in porta, passano a sette minuti dalla fine: Morata, che si stava rotolando a terra millantando un pestone mai ricevuto, vede passare un pallone e tira alla sperindio, la palla rimbalza quindici volte  a due all’ora e inganna l’incolpevole Handanovic. C’è ancora tempo per mangiarsi i coglioni e gli avambracci: Sturaro allunga su Sturini, Vittorio Storaro manca l’aggancio ma Storari fa due miracoli su Palacio e Icardi. E tutti a casa.

Per l’Inter, nonostante la delusione cocente, rimangono invariate le speranze di approdare in Europa League: se infatti la Lazio fallirá, se la Fiorentina cederá il titolo sportivo per ripartire dalla Lega Pro e se una voragine inghiotterá l’intera cittá di Genova, i nerazzurri approderanno a pieno titolo alla simpatica manifestazione continentale.

Juve raggiante per il successo in questa prima edizione del neonato trofeo estivo. Andrea Agnelli affida a un tweet la sua gioia: “Bellissimo aver vinto due volte il Bramieri”.

maggio 10, 2015
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La prova del nove

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Mentre alla Juve sospendono la squalifica per un pittoresco lancio di una bomba carta ai tifosi avversari con nove feriti, contro l’Inter c’è un tale livore che la squadra avversaria, visto quello che era successo a Udine, si fa espellere due giocatori pur di giocare in nove sapendo di metterci in grande difficoltá.

Gemellaggio di ‘sta cippa, cara Lazietta nostra, questo è il clima infame contro l’Inter e chi tocca l’Inter (ogni tanto, quasi mai, ma a volte succede vivaddio) muore. Anche la Juve si sta organizzando per farsene espellere un paio sabato, perchè nessuno ormai vuole più correre il rischio di giocare in undici contro undici contro di noi. Il Genoa ha chiesto di iniziare la partita giá in nove, presentando all’arbitro una distinta di soli nove giocatori adducendo come scusa una intossicazione alimentare da focaccia al formaggio. All’Empoli non gliene frega un cazzo, ma si sta interessando solo per romperci i coglioni: Tavano si è detto disposto a farsi espellere giá al terzo minuto pur di far giocare la sua squadra almeno in dieci, se proprio non fosse possibile – come è nei piani – giocare in nove.

Tra l’altro stasera il complotto è stato addirittura fastidioso: non solo gliene cacciano fuori due agli altri, ma convalidano un gol irregolare a noi pur di farci pareggiare in modo poi da espellere il secondo in paritá di risultato, provocandoci una forte ansia da prestazione. È una vergogna, cazzo, non si può andare avanti così. Anche il comportamento dell’arbitro, cazzo, dai, non si può… lo sai che non siamo abituati a decisioni a nostro favore, lo sai, e ci metti in difficoltá. No, è uno schifo. Non vedo l’ora che questo campionato finisca, è una roba brutta.

Comunque vaffanculo, abbiamo vinto a Roma con la Lazio, è il settimo risultato utile consecutivo, i punti buttati nel cesso sono un peso insostenibile ma ci tenevo a dire Milan infame e Juve merda, perchè non bisogna dimenticare.

maggio 6, 2015
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Tripla mierda

Se ha vinto la prima Champions nel 1985 passeggiando sopra 39 cadaveri e se ha vinto la seconda Champions nel 1996 grazie al culo epocale (Nantes in semifinale e Ajax in finale) e alla chimica per endovena, la  terza Champions della Juve passerà alla storia per la buona sorte (tabellone da operetta fino alla semifinale) e per il cinismo: è bastato finora giocare bene 2 partite su 11, al Bernabeu la sfangheranno e in finale sarà sufficiente un rimpallo, un’autorete, ‘na passeggiata de salute. Faranno il triplete per secondi, perchè saliranno sulla vetta d’Europa e troveranno la nostra bandiera ancora lì, piantata nel 2010. E ci pisceranno sopra, perchè – a parte il culo e il cinismo (che comunque è una dote da grande squadra) -, il marchio di fabbrica di questa squadra e di questa società è il fair play.

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Ecco, nel fare i complimenti agli juventini onesti per il triplete, volevo in questa occasione scusarmi con Ambrosini, perchè il suo “Lo scudetto mettilo nel culo” al confronto di questo tweet è come una palla di profiteroles al confronto di uno stronzo di san bernardo. “Lo scudetto mettilo nel culo” era lo striscione di un tifoso scompostamente felice per avere vinto la Champions e festoso nel prendere per il culo i cuginastri. Certo, esposto sul pullman scoperto da un giocatore della prima squadra assumeva tutt’un altro tono – diciamo così, con un eufemismo, di pessimo gusto -, ma oggi a distanza di 8 anni lo rivaluto se penso che una società di calcio, nota per la sua squisita way of life e per un’arroganza fastiodiosa da generazioni, dal suo profilo Twitter ufficiale festeggia così la vittoria in casa con il Real. Non godendosela tout-court, ma lanciando un pensiero – sempre e comunque – alla loro peggiore ossessione. Cioè noi.

Che poi questo, diciamolo, è in sè una cosa bella. Manco la vittoria in semifinale di Champions si godono, ahahahah. La cosa del 5 maggio ce l’avevano già pronta da giorni, sicuro. E appena la partita è finita in ghiacciaia, è partito il tweet, uh!, invece di ammazzarci di birre prendiamo per il culo l’Inter. Dai, se ci pensiamo è bello. Questi a Berlino durante il giro di campo faranno i tweet sull’Inter. Sì, è bellissimo.

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Così come è bello che Tuttosport, non pago di assecondare il delirio juventino sul numero degli scudetti, adesso non solo li aggiunge alla Juve ma – correttamente, se ci pensiamo bene, relativamente alla loro malattia mentale – ne toglie uno all’Inter, stabilendo così una coerenza numerica in una dimensione tutta loro (credo che abbiano visto Interstellar, che poi è un titolo che inizia con Inter, e questo li ha fatti uscire di cotenna).

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Che poi, sempre a livello di patologia e di responsabilità individuale, uno si può coltivare la aiuole che vuole, e disporre le violette come gli pare. Per dire, se io davanti a casa avessi un prato così, io scriverei I N T E R, oppure disegnerei un grande cazzo per quando passano quelli di Street View, chè magari divento una star mondiale e mi citano in tutte le fotogallery. A loro piace il numero 33. E va bene, scrivete il numero che vi pare.

E’ idealmente attorno a quel prato, piuttosto, che continua ad esserci un problema. E’ la libertà della Juve di contare gli scudetti (e di fare comunicati, di scrivere tweet) che irrita, non il fatto in sè che è folklore o malattia. Se io in un articolo scrivessi che i presidenti della Repubblica italiana sono dieci perchè non riconosco Gronchi e Saragat,  il mio direttore mi prenderebbe per i coglioni e sentirei nel contempo arrivare il 118 (se non altro per lo choc testicolare, ma forse anche per il Tso). Loro no, niente, scrivono su prati, stadi, hashstg, carta intestata, comunicati ecc. ecc. e nessuno dice niente, niente, mai niente.

Il revisionismo – o il dimentichismo, che non è meno grave visto che parliamo di ricordi freschissimi – contagia tutti. Prendete questa simpatica schermata del Televideo Rai

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dove nel giro di qualche semplice riga si rievoca il Grande Torino di quasi 70 anni fa come ultimo precedente di quattro scudetti consecutivi, quando c’è una squadra/ossessione che ne ha vinti cinque il decennio scorso (l’ultimo 5 anni fa).

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E che dire di questo magico titolo di Repubblica, dell’anno scorso, 2014, alla vigilia della semifinale di Europa League, in cui si magnifica il miglior risultato di una squadra italiana in Europa in sei anni? (ahahahahah, santa madonna, ci sarebbe da ammazzarsi dalle risate se tutto ciò non fosse triste).

E così, tra l’indicibile arroganza della Juve e il paraculismo che c’è attorno, il calcio italiano migliora il suo coefficiente Uefa ma si conferma per quello che è, un baraccone pieno di fenomeni, bravi in ginnastica, pessimi in matematica e ridicoli in storia. Quelli che lasci al rinfresco dopo gli esami e li ritrovi qualche annetto dopo in cronaca nera, e dici “oh, ve l’avevo detto”. Ecco, qui invece non dice un cazzo nessuno.