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ottobre 20, 2014
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Ricomincio da sette

A conti fatti, addì 19 ottobre 2014 e al termine di una partita che ci ha lasciati – diciamo così – un pelo perplessi, l’Inter ha dato il primo vero segno di vita della stagione. Non considereremo vittorie vere quelle dell’Europa League, no? E nemmeno considereremo partitoni le due vittorie in campionato (il mitico Sassuolo e l’Atalanta), in cui la pochezza degli avversari ha superato la nostra eventuale buona vena, no? Bòn, rimarrebbero i due pessimi pareggi in trasferta e le due atroci sconfitte con Cagliari e Fiorentina, intervallati da una partita di Coppa in cui, contro una squadra di incerta nazionalità, cadevamo a turno come pere per i crampi. E così quella con il Napoli, confronto diretto con una delle (ex) favorite del campionato, al netto di cose che sapevamo già (palle stupide  perse da un centrocampo sempre al limite dell’affanno, errori difensivi da rimanerci secchi), è stata la nostra miglior prova. Almeno si è vista la squadra provarci e riprovarci, e recuperare due volte lo svantaggio nell’ultimo quarto d’ora di partita è tutt’altro che banale. Magari ci avessimo messo gli stessi coglioni a Palermo o a Torino, magari avessimo giocato così a Firenze, magari avessimo avuto lo stesso barlume di lucidità con il Cagliari. Magari.

Non saremmo qui, per esempio, ad aspettare il posticipo di stasera (Empoli-Genoa, buahahahaha), per dare l’esatta dimensione della nostra classifica. Stasera ci ritroveremo dietro o alla pari con il Genoa, o alla pari con l’Empoli, e son quelle cose che ti creano l’esatto contesto, you know. Inter-Napoli – un pareggio così ci può stare, aggiungici pure una discreta dose di rimpianto – è la prima partita coerente del nostro campionato. Coerente con le nostre possibilità e le nostre aspettative.  Se ci giriamo indietro vediamo un calendario con le prime 5 partite da red carpet in cui, invece di fare minimo 13 punti, ne abbiamo fatti 8. Vediamo almeno 4 partite (su 7, non male) di merda. Due vittorie (su 7): appunto, siamo nella fascia del Genoa e dell’Empoli, ben ci sta.

Intorno (anzi, sopra) è tutto uno schiaffo morale. Il terzo posto (i primi due non consideriamoli nemmeno più, è stratosfera) è a 6 punti (dopo 7 partite: minchia!): ed è la Samp, mica il Bayern. Il Milan (il Milan!) è 5 punti avanti, col miglior attacco in campionato, una partita in trasferta in più di noi, 11 gol segnati fuori casa e noi 1 (uno). Strama è ancora 4 punti avanti, la Lazio data per morta è 3 punti sopra. Sarebbe bello – meglio tardi che mai, in fondo ne mancano ancora 31) che il nostro vero campionato fosse iniziato ieri, in una partita che recuperi non si sa bene come, in uno sforzo finalmente corale di tirarsi fuori dalla palta. Si tratta di prendere il ritmo e di pensare – come in una maratona – a fare bene un chilometro dopo l’altro, senza guardare se gli altri adesso ti scappano via. Possiamo fidarci? Boh, questa è una domanda che – dopo 7 giornate -richiede troppo sforzo fisico e morale: è una domanda da calo di zuccheri, e gli orociok non posso mangiarli anche fuori partita.

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ottobre 8, 2014
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L’orlo della rassegnazione

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Non serve essere interisti da “moriremo tutti” per dire che nel giro di otto giorni siamo passati da un cauto ottimismo all’orlo della disperazione. O meglio – che forse è peggio -: sull’orlo della rassegnazione.  E mica perchè siamo incontentabili o severgnini, ma perchè abbiamo visto cose inequivocabili, cose che hanno un nome e una classificazione. Io mi ero segnato sul calendario il 5 ottobre come prima data spartiacque della stagione,  la partita del transito da una fase al limite del ridicolo (partite con squadre islandesi, ucraine e sassuolesi) a una fase “vera”, che doveva simbolicamente  iniziare a Firenze, campo ostico,  clima ostico, squadra ostica, benchè la squadra ostica avesse iniziato il suo campionato un po’ alla cazzo di cane e che sul suo campo ostico non ci avesse ancora nè vinto nè segnato uno straccio di gol. Com’è andata il 5 ottobre lo abbiamo visto. Il problema è che giá una settimana prima, col Cagliari, le nostre povere certezze avevano giá ricevuto uno scossone da paura. E tre giorni prima di Firenze, a San Siro contro gli azeri, era forse avvenuta la cosa più inquietante di tutte: perchè in teoria può capitare la partita maledetta (Cagliari) e in teoria può capitar di perdere senza alcuna attenuante su un campo ostico (Firenze) (sto concorrendo per il Guinness, categoria “uso spropositato dell’aggettivo ostico”), ma non è possibile assistere impotenti allo  spettacolo di una squadra in preda ai crampi nell’affrontare un qualsiasi Qarabag in una tiepida serata di inizio ottobre.

In pratica, in otto giorni, all’improvviso, dopo un mese e mezzo di serenitá un po’ sovrastimata, ci siamo ritrovati in pieno marasma tattico e in pieno sbando fisico. In pratica, per dare un numero al nostro piccolo disatro, dopo sei giornate abbiamo 10 punti di svantaggio dalla Juve. Cioè, dopo “ostico” a me ora viene in mente di usare in eguale quantitá “merda”.

Tutto intorno è un fiorire di analisi crude, un po’ catastrofiste e molto orientate – appunto – alla rassegnazione. Dovremmo  dunque rassegnarci, a ottobre appena iniziato, a una serie di cose, tutte peraltro molto realistiche:

1) Juventus e Roma sono molto più forti e noi giocheremo un sotto-campionato dal terzo posto in giù con la prospettiva di puntare (ri-puntare) al classico posticino dell’Europa periferica.

2) l’allenatore è questo, non sará mai esonerato perché ha un contratto da nababbo.

3) la squadra è questa, ringiovanita e rimescolata, potenzialmente buona, ma questa è.

Bei tempi quando ci incazzavamo perchè arrivava la pausa per la Nazionale e noi giù a smoccolare perchè ci spezzava il ritmo ecc. ecc. Ora siamo qui a ringraziare il suono del gong perchè permette a noi, stanchi e storditi, senza fiato e disorientati, si ritornare all’angolo e riprender conoscenza in vista del prossimo round. Guardo il calendario incredulo: sì sì, è inoppugnabile, abbiamo appena cominciato. E siamo giá a questo punto?

Sì.

Bene. Guardo la classifica e vedo che, tranne la Fiorentina che abbiamo rianimato noi, tutte le squadre che abbiamo affrontato sono nella seconda metá dalla classifica. Otto punti in sei partite – sei partite di difficoltá medio-bassa – fanno ridere. Gli altri, dico. Non mi rassegno a rassegnarmi a inizio ottobre, ma siamo giá al training autogeno. Prossimi stadi: overdose da orociok e negazione dell’evidenza.

settembre 28, 2014
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Comete e sostanze psicotrope

Serie A - 5a Giornata

Non è successo niente. Ripetetelo venti volte, intervallando con un sospiro. Non è successo niente. N-I-E-N-T-E (sospiro). Non può essere vero quello che abbiamo visto. E se anche fosse vero – (rumore di deglutizione) – non è possibile che uno scempio del genere si possa ripetere in natura a stretto giro. Intendo: nei prossimi 15-20 anni come minimo. Quindi tranquilli, dormite sereni. Avete avuto paura? Passerà. E’ una classica partita-cometa, come quando rifili 4 pere ai gobbi. Càpita, sì, ma ogni tanto. E quindi – (rumore di deglutizione) càpita anche il contrario, di prenderne 4 in un tempo dal Cagliari, più un rigore sbagliato (quindi potevano essere 5) (in un tempo) (dal Cagliari). L’unica cosa vera è che dopo 5 giornate abbiamo sette punti di distacco dalla Juve (e dalla Roma). Ecco, questo è vero, ed è brutto. Io mi fido solo dei numeri, e se i numeri sono impietosi io mi preoccupo. Sulle faccende esoteriche, quasi paranormali, invece sono pronto a discutere. Non può ripetersi. Uff, no. Certo che no. Come può ripetersi che 11 giocatori facciano contemporaneamente cagare? Oh, undici: ahahahahah, spassoso. No dai, nemmeno nel peggiore dei sogni. E che l’allenatore abbia preso almeno 5-6 decisioni sbagliate contemporaneamente nel mettere giù la formazione? O che i tuoi tre difensori centrali giochino in preda a una specie di torpore quando la palla passa dalle loro parti, specie in area, o il tuo terzino giapponese nel giro di 20 minuti regali un assist agli avversari e, compensando la reattività di un bradipo, si faccia espellere per due falli ingenui da far spavento? Ma dai, è evidente! O non è successo o, se è successo – (rumore di deglutizione) – non si ripeterà. E quando mai si ripeterà un calendario così facile a inizio stagione (Torino, Sassuolo, Palermo, Atalanta, Cagliari) (intervallate da partite con islandesi e ucraini)? Ecco, è tutto una cometa. Anche il calendario-cometa. Calendario da 13-15 punti, e invece ne fai 8. Bleah, che scorrettezza. Questo calendario ci ha evidentemente deconcentrati. E’ evidente. Ahò, quando ce ne mannate una forte? Sai, come quei pugili che sanno di trovarsi davanti uno scarso, salgono sul ring un po’ controvoglia, ahò!, poi scherzano con il rivale, saltellano, lo irridono, tengono la guardia bassa, i guantoni all’altezza delle ginocchia, ahò!, e poi sbamm, perchè anche ai pugili scarsi due o tre cose le hanno insegnate, i montanti li sanno portare e se ti prendono alla mandibola (i pugni-cometa) tu vai giù come un sacco di patate. Tipo, non so se rendo l’idea, se giochi in casa con – mettiamo – l’ultima in classifica e ne prendi 4 in un tempo, quasi 5, ecco, una roba così. E’ EVIDENTE che non sono cose che si possono ripetere, tranquilli, è evidente.

Ora vado a dormire. Magari mi risveglio e siamo ancora alla quarta giornata. Sì, voglio dormire fino a dopodomani: datemi quello che hanno preso Vidic, Nagatomo e Andreolli e non se ne parli più.

settembre 24, 2014
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Facili ma belli

Non sottovaluterei la cabala, che ci dava per (quasi) morti: non vincevamo con l’Atalanta dei tempi di Mourinho e in tribuna c’era Thohir, due circostanze che lasciavano presagire una bella partit’emmerda, un altro pareggino e via a massacrarci gli zebedeos. E invece buono, anzi ottimo: abbiamo vinto, giocato (un’oretta almeno), creato (due gol, un rigore sbagliato, due pali, varie occasioni), preso zero, rischiato poco (un pochino più del fisiologico, male i primi venti minuti del secondo tempo). D’accordo, non c’era più Bonaventura, passato alla squadra che pareggia di più con l’Empoli al mondo. Ma in casa viaggiamo proprio bene e ha pure segnato il Profeta, che ci voleva proprio, per lui e per noi, che lo stiamo aspettando da mesi e mesi di prestazioni loffie. Aggiorniamo il ruolino di marcia di questo inizio di stagione very easy (non sarà mica un calendario difficile? no, dico) con 5 vittorie e 2 pareggi Coppa compresa, un gol subito e 20 segnati. Adesso ci aspettano altre due partite in casa teoricamente semplici (Cagliari e Kamarà, Laganà, Gabarà, vabbe’, ci siamo capiti) prima di un esame un po’ più impegnativo (Fiorentina a Firenze) che arriverà il 5 ottobre, dopo un mese e mezzo di stagione, e dovremmo arrivarci preparati. Torino e Palermo, in questo contesto, spiccano sempre di più come occasioni buttate nel cesso. Ci ripenseremo quando strappare punti di qua e di là diventerà fatalmente più difficile.

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settembre 22, 2014
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Nemannaggia Vidic

Bisognerebbe avere la luciditá di stringere la partita e di giudicarla così, in forma appena appena ridotta. Giudicare cioè gli 86 minuti che stanno in mezzo ai due istanti che ci costringono a stare un po’ così, col muso lungo, la bocca storta e il culo quadro. Dunque, proviamo a eliminare da Palermo-Inter lo sciagurato impappinamento di Vidic al quarto minuto, e fischiamo la fine prima che Osvaldo inzucchi il pallone e un portiere brizzolato giustifichi con un solo gesto il suo ingaggio annuale. Se Vidic non si fosse incartato come un bambino dell’asilo, che partita sarebbe stata? E se invece Osvaldo avesse segnato, adesso saremmo qui a bere birre e a salutare il terzo posto felici come delle pasque e dimentichi degli smoccolamenti  di un’intera partita?

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In mezzo – in mezzo a questi due eventi per noi sfortunati – ci sono stati reti annulate (una ingiustamente, ma anche il Palermo avrebbe da ridire), gol sbagliati (almeno un paio, ma anche il Palermo ha preso una traversa) e al secondo ma anche mi rendo conto che tutta questa grande differenza con il Palermo non c’è stata: conclusione amarognola giá sperimentata la sera di Torino-Inter.

Mazzarri stasera ha fatto addirittura cose contronatura: passare alla difesa a quattro, mettere tre punte, togliere un difensore e far entrare un centrocampista offensivo. Insomma, non gli si può rinfacciare di non aver tentato di vincere la partita (cosa che la squadra ha provato sistematicamente a fare nella prima mezz’ora della ripresa). Magari, quello sì, gli si potrebbe chiedere conto delle scelte della formazione iniziale, dell’orripilante primo tempo, del ritardo nel mettere mano a una partita che ci vedeva in difficoltá con il Palermo, mica il Real Madrid.

Il gol che non prendevamo mai ce lo siamo fatti da soli. E il gol che ci avrebbe stoltamente fatti rotolare in salotto farneticando di tabelle scudetto ce lo ha negato una falange di Sorrentino. In mezzo, in mezzo a queste due sliding doors, c’è ancora una mezza Inter che non sa bene chi è e dove cavolo sta andando.

settembre 18, 2014
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Da Dnipro all’eternità. Scudetto in 10 mosse: il diabolico piano di Mazzarri

Dnipro-Inter inizia con una interessante variante tattica: essendoci la pizza, rinuncio agli Orociok. La cosa conserva una forte valenza socio-nutrizionale finchè la pizza, verso la mezz’ora, finisce lasciandomi spalle al muro a fare quello che dovevo fare fin da mezz’ora prima:

guardare Dnipro-Inter.

A quel punto, approfittando del fatto che M’Vila è per terra mezzo dissanguato, inizio una manche a Ruzzle. La finisco nei canonici due minuti, e quando rialzo lo sguardo a contorcersi per terra c’è Kuzmanovic. Sono stordito, fatico a riavermi dallo shock. Mi piace tentare di leggere i tabelloni in cirillico: sgneppastruosspallscioisciaaaaaiii. Cerco un avversario casuale su Ruzzle ma zero, niente, forse stanno tutti guardando l’Europa League. Sbuffo. Finisco la birra. Ecco, non so come dirlo, ma il primo tempo non mi ha particolarmente appassionato. Dirò di più: in successione non mi appassiona neanche l’intervallo, nè tantomeno l’ingresso in campo delle squadre nel secondo tempo, quando vedo che l’Inter non ha fatto – non dico sette/otto – neanche un cambio.

Quando il giudice D’Ambrosio la mette, però, mi appare in tutto il suo nitore (ora, senza polemica e senza false modestie: ditemi voi quale blogghe usa con tale nonscialàns il sostantivo nitore)  il diabolico, infallibile, insormontabile piano tattico di Mazzarri. Usato in questo inizio di stagione e – così spero – da sfruttare per i prossimi mesi. Perchè, almeno dal punto di vista teorico, questo piano potrebbe portarci in alto, in altissimo.

1) Nel corso della settimana, Mazzarri rilascia interviste che apparentemente dovrebbero tracciare un vago disegno tecnico-tattico del match a venire, ma dalle quali – al termine di giri di parole e polemicuzze a nastro con i giornalisti delle ultime file – non traspare nulla di significativo. L’avversario è dapprima disorientato, poi plana di ora in ora verso un significativo ottimismo.

2) Al momento di consegnare la distinta con le formazioni ufficiali, Mazzarri rivela il suo non-piano. L’Inter viene schierata con un portiere, tre difensori centrali, due uomini di fascia, tre centrocampisti, un uomo fuori posizione (detto genericamente “a sostegno dell’unica punta”), un’unica punta. L’allenatore avversario si gira verso il suo vice e sussurra: “Diobono, esattamente come avevo previsto”. Tre milioni e mezzo di interisti, intanto, si girano verso i tre milioni e mezzo di altri interisti che hanno al loro fianco e sussurranno: “Ma diobono!”.

2/bis) Mazzarri ha un’ulteriore freccia al suo arco: l’effetto di cui al punto 2) viene amplificato se uno dei tre centrocampisti è Kuzmanovic.

3) L’Inter gioca generalmente mezz’ora di pseudo-calcio in cui, sorprendentemente, si verificano sempre le seguenti condizioni: a) tre difensori centrali sono troppi; 2) dei due laterali, almeno uno non capisce un cazzo; 3) dei tre centrocampisti, almeno uno non capisce un cazzo e uno è troppo lento; 3/bis) se c’è Kuzmanovic, dei tre centrocampisti uno non capisce un cazzo, uno è troppo lento, uno non capisce un cazzo ed è troppo lento; 4) l’uomo a sostegno dell’unica punta è inutile; 5) l’unica punta è sola. Nelle situazioni più intricate, 6) occhio che il portiere prima o poi fa la cagata. In questa situazione gli avversari prendono coraggio, si riorganizzano, il pubblico sugli spalti a) se siamo in trasferta, inizia a ritmare a gran voce il nome della propria squadra; b) se siamo in casa, inizia a urlare “cazzo, 5 euro per un cornetto sciolto? Ma andate a fare in culo!”.

4) Al ritorno negli spogliatoi – qui si inizia a intravvedere il genio del mister – Mazzarri fa il culo a quattro quinti della squadra. “Ma scusi mister, ci ha detto lei che…” “Ma vai in culo!”. A volte disegna qualcosa sulla lavagna, ma non sempre è necessario. La squadra è scossa ma si è già rinfrancata: sa che Mazzarri non cambierà nessuno e tutti gli undici si godono la loro seconda possibilità.

5) Al rientro in campo, i nostri avversari guardano i giocatori dell’Inter e vedono che Mazzarri non ha cambiato nessuno. Questo infonde nella squadra avversaria un livello di sicurezza che sfocia nel rilassamento. E’ la prima falla nella diga nemica.

6) La seconda falla arriva normalmente entro il sessantesimo minuto. Mazzarri non cambia nessuno, l’Inter è la stessa del primo tempo (sensazione amplificata se uno degli undici è Kuzmanovic), i tifosi interisti si accasciano (qualcuno va a cambiare il disco orario, altri al cinema, altri ancora si rivestono e tornano a casa in anticipo) e l’avversario in campo si sente sempre meglio: sereno, sicuro, rilassato. Ecco, ci siamo.

7) Mentre l’avversario inizia a fare torelli e il pubblico grida olèèèèè e ci si scambiano palloni a centrocampo con colpi di tacco, rabone e trompe l’oeil, Mazzarri tra il sessantesimo e il settantesimo minuto fa la cosa che doveva fare tra il sessantesimo e il settantesimo nanosecondo: mette la seconda punta. Di solito toglie un centrocampista, o l’uomo a sostegno di-non-si-sapeva-cosa. Nel caso ci sia Kuzmanovic, toglie Kuzmanovic.

8) Tra il sessantesimo e l’ottantesimo ci possono essere altri cambi a piacere, ma quello togli-uno-a caso-e-metti-una-punta è di solito quello decisivo. L’Inter, infatti, come a Kiev, di solito segna.

9) In campo apparentemente non succede nulla di granchè evidente, ma in realtà è in atto uno stravolgimento tecnico-tattico-esistenziale. La squadra avversaria entra in panico, alcuni piangono di fronte a un’occasione che svapora (“Ma diobono, non potevamo segnare noi, prima?”), l’Inter entra in fiducia (“dai, mancano dieci minuti e la sfanghiamo anche stavolta), i tifosi interisti si esaltano (“Ma diobono!”).

10) La partita finisce. L’Inter ha vinto e non ha subito gol.

E’ chiaro che questo piano, che unisce l’alea lumbarda del rischio al tipico geniaccio sanvincenzese, profuma di perfezione. Se i 10 punti continueranno a ripetersi (contro la squadre squinzy questo piano non serve, ma con le altre sì, dall’Islanda al Manzanarre al Reno), potremmo finire in alto, in altissimo. Anzi, diciamolo adesso, dopo questa chirurgica vittoria a Kiev contro il (lo?) Dnipro: con questo piano si vince lo scudetto, è matematico.

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settembre 14, 2014
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Squinzi Jones

Gli darei un cinque, a Mazzarri. Ah già, si è rotto una mano. E nemmeno io scherzo. Più che l’incontro di Teano sarebbe la coda per il ticket in Ortopedia. Vabbe’, trattasi comunque di roba simbolica. Gli farei i complimenti e gli chiederei scusa a nome di tutti noi, perchè oggi a San Siro c’era un allenatore testone il doppio o il triplo di lui, uno che ordinava di pressare alto sullo 0-0, poi sullo 0-1, poi sullo 0-2, e attacca, e tieni alto, e sali, e 0-3, sali, 0-4… Perchè la vita, la vita vera, non è così? E così, andando in porta col pallone come nemmeno accade nelle amichevoli con la Guanzatese, teniamo così alta la nostra media – 4 partite ufficiali, 16 gol fatti e zero subiti – che all’Iffsh il computerone starà facendo beeeeep beeeeep e segnalerà queste performance d’altri tempi. Certo, il mondo non è fatto di squadre islandesi e squinzesi – e infatti con l’unica squadra appena normale, benché priva di attacco, abbiamo fatto 0-0 – ma perchè tenere per forza a bada l’endorfina in domeniche così serene? E lasciamola fluire, perdio, prima di andare giovedì al fronte e domenica a Palermo e vedere se davvero ci troviamo bene con le squadre un po’ così e meno bene con le squadre che almeno un pochino si coprono. Boh, si vedrà. Mi rassereno per la vena di Kovacic, per la voglia di Icardi, per il killer instinct di Medel. Stop. Non riesco ad affrontare una seria disamina con davanti il faccione di Squinzi Jones, uno che tifa Milan, compra dalla Juve e si fa inculare dall’Inter. No, non ci riesco. E’ la nostra mascotte e ci tiene alto il Pil, ormai gli vogliamo bene e speriamo di incontrarlo più spesso, come quegli amici con cui si passa bene il tempo anche se li vedi solo due volte l’anno e te ne rammarichi. Grazie Squinzi, spero che almeno ti riducano l’Irap. Ad majora.

Inter - Sassuolo

 

settembre 9, 2014
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Il meglio (speriamo) deve ancora venire

Praticamente, quando ho saputo che all’evento oltrepadano “Goal a grappoli” – di cui ero indegnamente nel cast – sarebbe arrivato anche Mazzarri, ho avvertito in tempo reale Lorenzo, l’Uomo che non deve chiedere mai (il pettine) (lui è pettinato di natura).  Lorenzo è un interista dall’entusiasmo totale. Se gli dici: “Oh, domani a Pavia forse c’è l’amico immaginario del cognato di Andreolli”, lui ti dice “Vengo!”. E in effetti all’invito mazzariano mi risponde “Vengo!”, ma aggiunge:

“Imbottito di esplosivo”.

Del resto è così, il Miste non è ai massimi storici del gradimento. Vabbe’,  lo Zanetti delle raffinerie comunque è avvertito e posso recarmi sereno all’appuntamento in cui spero di poter rivolgere un paio di domandine all’uomo che guida l’Inter. E’ giovedì pomeriggio, ore 18.30. Nel luogo del convegno, in cui cominciano ad arrivare alla spicciolata vigneron e tifosi nerazzurri, vedo profilarsi in lontananza i Bee Gees della gufata: Lorenzo, Antonio e Marco. Tutti assieme non li vedevo dal Primo maggio, la notte della Grande gufata gobba pro Benfica, iniziata tra mille paure e finita rotolandosi per terra come bambini dell’asilo.

(qui va aperta una parentesi, perchè certe cose bisogna che si sappiano. Esattamente 100 giorni dopo la Grande gufata, il 10 agosto, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, io mi rompevo il gomito e Lorenzo si strappava i gemelli. Ci siamo incontrati in ospedale, io in pigiama col braccio al collo e lui in bermuda con le stampelle, sembrava il raduno degli ex combattenti. Gufare contro il Male evidentemente ha il suo prezzo, e noi lo abbiamo pagato)

Benvenuti, gli dico. E loro mi rispondono con alcune frasi smozzicate che ricostruisco depurandole da parolacce e facendo uso di metafore e allocuzioni eleganti: “Grazie per averci invitato, amico nostro, ma siamo venuti qui sospinti da uno scarso entusiasmo perchè l’uomo attualmente responsabile della guida tecnica dell’Inter non ci convince appieno e nemmeno ci ispira una profonda simpatia come facevano molti dei suoi predecessori”. Antonio nota nella mia mano una copia del libro di Mazzarri: “Noooo cazzo, il libro noooo!” (è giusto anticiparvi che il suddetto supertifoso nel giro di un paio d’orette cambierà decisamente atteggiamento: basta saper aspettare).

Mazzarri arriverà in ritardo – proveniente da Appiano, secondo allenamento quotidiano, e frenato da un mezzo ingorgo – ma arriverà. Parla, risponde, replica, interloquisce. Poi la mia amica Lara, l’anchor woman de noantri, mi dà la parola, presentandomi amorevolmente come giornalista e bloggher nerazzurro, “lei mister li legge i blog?” e lui “No guardi, lo dico sinceramente, non ho nemmeno tempo di accendere il computer”, e io li volevo dirgli

Miste, lei non conosce i blog e nemmeno il blogghe?”

ma ho evitato polemiche personali e gli ho rivolto due domande serie.

1) Mister, lei – lo dice lei stesso – non è un gran comunicatore. Pensa di avere scontato questa cosa nel corso della sua carriera?”

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Erano le 20.08. Mazzarri inizia a guardarmi negli occhi e a rispondermi. Mi fisserà dritto fino alle 20.16. Otto minuti in cui sembravamo Giucas Casella contro Toni Binarelli.

Risposta (in sintesi): guardi, sì, sicuramente questa cosa l’ho pagata. Quando ero alla Reggina fui scartato da una grande squadra che mi voleva per meriti tecnici ma riteneva che non mi presentassi bene in panchina e davanti ai microfoni. Ma io sono fatto così, un po’ sono migliorato e forse posso migliorare ancora.

2) Mister, il suo libro si intitola “Il meglio deve ancora venire”, e noi tifosi glielo auguriamo perchè è anche una nostra speranza, cioè che nell’avventura di Mazzarri all’Inter il meglio debba ancora venire. Lei che sensazioni ha, che questo meglio stia arrivando?

Risposta (in sintesi): questa squadra e in fondo anche questa società stanno ripartendo daccapo, il monte ingaggi è passato da 220 a 80 milioni annui e questo vuol dire un sacco di cose. Serve pazienza, da parte di tutti, ed è necessario che anche voi media trasmettiate questo messaggio. Tutto l’ambiente nerazzurro deve armarsi di pazienza e remare dalla stessa parte.

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Alle 20.17 Mazzarri rivolge lo sguardo altrove per rispondere a un’altra domanda e io mi accascio sulla poltrona. Il dibattito si chiude e parte l’assalto a foto e autografo del Miste che, meno male, non si sottrae. In fila noto anche Antonio con il telefonino in mano: “Punto al selfie”. Ma come, faccio io, mi hai insultato per il libro e ora… “Punto al selfie! Punto al selfie! Arf! Arf!” Ha uno sguardo assatanato, che placherà solo dopo avere effettivamente fatto il selfie con Mazzarri.

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Mi sento più sereno. Ma in quel momento incrocio l’altro sguardo allucinato, quello di Lorenzo. “Adesso…” “No, non farlo!” gli dico io, pensando che stesse per farsi esplodere, “ci sono un sacco di bambini, non farlo!”. “Adesso gli chiedo dei calci d’angolo!” “No, non farlo, stai calmo, vieni, ti offro un Cruasè”, “Calci d’angolo! Calci d’angolo!”. Sembra Rutger Hauer, mi scosto e lo lascio passare.

Lorenzo si fa strada nella folla e si trova di fronte a Mazzarri. Mazzarri si trova di fronte Lorenzo. Io sto sudando tipo Nadal al quarto set. Lorenzo chiede:

“Mister, posso farle una domanda tecnica?”

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Oddio. Adesso le guardie nerazzurre lo stordiscono e lo portano via e me lo abbandonano vicino al casello di Casei Gerola con un gettone per chiamare a casa. E’ colpa mia, non dovevo invitarlo, è tutta colpa mia…

“Se posso risponderle, sì”, dice Mazzarri fissando la pettinatura di Lorenzo, che evidentemente gli ricorda qualcosa.

Oddio. (silenzio di tomba)

“Ecco: ma come è possibile che dei professionisti sbaglino i calci d’angolo?”. Seguono (Lorenzo) elenco dei calci d’angolo sbagliati e che ci sono costati caro, e (Mazzarri) risposta accorata alle rimostranze tecniche del tifoso.

Mi accascio di nuovo sulla sedia a riprendere fiato, poi mi faccio strada a colpi di gesso e appena finisce di rispondere a Lorenzo il Miste mi autografa il libro.

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Dopodichè la folla si sposta a fare un brindisi generale, brinda pure Mazzarri, e nonostante la folta presenza di vips (Sabrina Gandolfi, Civoli, Casarin, Pellegatti eccetera) la troupe di Inter channel punta verso di me:  “Possiamo intervistarti?”. Miste, ha visto il blogghe?

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settembre 2, 2014
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Bene, non benissimo, diciamo così così, al limite maluccio

Torino Fc - Inter

Nel giro di 26 ore e un quarto si sono verificati due avvenimenti – l’esordio in campionato e lo stop al calciomercato – che non si potevano commentare separatamente in totale serenità. Del tipo che, alzando il culo dalla sedia dopo Torino-Inter, il primo pensiero non è stato “madonna che sconcerto mi ribolle in corpo” ma “vabbe’ dai, magari domani prendiamo XXX e la vita tornerà a sorridere a me e al mio gomito in frantumi”.

Quindi, col senno di poi, azioniamo il tasto rewind e torniamo a domenica sera alle 22,30 circa, quando l’arbitro ha dato il triplice fischio all’Olimpico di Torino e io, alzando il culo dalla sedia, avrei effettivamente dovuto mormorare “madonna che sconcerto mi ribolle in corpo”.

(praticamente è una sliding door postuma, a scoppio ritardato e con ricevuta di ritorno)

Non che iniziare il campionato in trasferta con una squadra rognosa e reduce da quattro partite ufficiali in Europa League (per quanto priva delle due star della scorsa stagione) fosse un esordio comodo. Ma, a parità di scomodità, la cuginanza gonza e la Roma hanno fatto una figura ben migliore e i loro tifosi sono lì che gongolano, magari ad minchiam ma gongolano. Per non dire della Juve, graziata dall’ex amico di Icardi quando però poteva essere avanti cinque a zero. Insomma, iniziamo un passo dietro agli altri. Che non vuole dire un cazzo dopo una giornata di campionato – siamo già in pausa, che strazio indicibile -, ci mancherebbe altro. Ma vogliamo dare un minimo peso alle impressioni, specie a quelle sgradevolmente reali?

Anche perché, dopo la partita bruttarella di domenica, la giornata del lunedì è trascorsa allo stesso modo, bruttarella, ansiogena, un passo dietro agli altri, a cercar di vendere un giocatore che stai cercando di vendere da otto mesi (uh, chissà che quali motivazioni sarà animato) e alla fine, tra offerte del menga e controfferte a strozzo, senza risolvere nessuno dei nostri problemi. Al 2 di settembre siamo già lì che ci lecchiamo le ferite in attacco (quattro punte, di cui una infortunata, una acciaccata e una minorenne), guardiamo col broncio una partita in cui non  combiniamo nulla per lunghi tratti (sono mica tutti islandesi), ci chiediamo se Mazzarri ci è o ci fa (del resto abbiamo giocato con una punta anche con la corazzata Stjarnan), eccetera eccetera eccetera. Siamo già lì a criticare un mercato che fino al 30 agosto era “molto positivo”.

Ma io voglio guardare avanti, rasserenato come dopo un blister di orociok. Voglio pensare che sia troppo presto per sputare qualsiasi sentenza, voglio pensare che a ranghi completi ce la possiamo giocare, voglio pensare che finita la  sudditanza argentina questa squadra impari a correre (da sola). Prima di strapparmi i capelli voglio aspettare. Anche perché il gesso lo tolgo il 16, e prima del 16 non posso strapparmi un bel cavolo di niente.

agosto 25, 2014
di settore
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Solare? No, grazie

Può essere solare un sistema, un’energia, un’ora, un pannello, una crema, un plesso. Ma tu, sì, tu, intervistato al tiggì, perchè mi dici che la persona testè assassinata era solare, e invece tu, sì, proprio tu, al tg successivo mi dici che a suo modo era solare pure l’assassino? (una volta l’assassino era quello gentile che salutava sempre, buongiorno buonasera, ma chi si immaginava madonna mia?, mentre ora – qualche volta, ok, non sempre – è solare pure lui). Com’è che prima eravamo simpatici o stronzi, e adesso siamo tutti solari? (toccandosi i coglioni, eh? Per essere definito solare devi essere morto da poco, oppure – qualche volta, non sempre – avere ucciso qualcuno). Quand’è che è iniziato questa deriva solare? Ho cercato su internèt e ho trovato una tesi singolare. Per qualcuno la diffusione del solare sarebbe legata a quelle penose intervistine ai ragazzi in discoteca, ricordate? “Scrivetemi, contattemi, sono una persona (rullo di tamburi) solare“. Seguiva primo piano di un truzzo pazzesco, anello di congiunzione tra l’homo sapiens e il mandrillo (Mandrillus sphinx Linneo), che sorrideva in camera per mostrarsi – ok, truzzo e puzzolente finchè si vuole – abbastanza solare. “Ahò hai sentito? E’ solare!” “Ganzo!” E solare è diventato virale (“Contattatemi, mi puzza il fiato/ sono in attesa del terzo grado di giudizio / rubo autoradio ma sono tanto solare“). Sette-otto anni fa, dunque, iniziava a diffondersi il morbo della solarità, più o meno contemporaneamente – ciò è curioso, pur non c’entrando nulla – all’arrivo di Solari all’Inter (che poi Santiago era abbastanza solare, ma Liz lo era molto di più, e non in senso figurato ma in senzo pratico, solare come un pannello solare). Da allora, le persone sono catalogate come prima – da brave a pezzi di merda – ma hanno in più solare come opzione, opzione che è diventata ormai di default, una specie di patch che ci attacchiamo tutti sulla manica sinistra, c’è chi è il club più titolato al mondo e c’è chi è solare. O meglio, faremmo prima a dire chi non è solare, visto l’immane quantità di solari. E dando per scontato che tra le definizioni che ci possono appioppare c’è di sicuro quella di persona solare, ormai a ciascuno spetta l’onere della prova (una prova solare, obviously). Cioè, quella di dichiararsi non solare. “Lei è solare, no?” “No guardi, sono una brutta persona, quindi non mi caghi il cazzo”. Tra l’altro, qualcuno si ricorda più il significato di solare riferito a una persona e non a un pannello? Sempre da internèt, dizionario on line: luminoso, sereno, ottimista. Mej cojoni: ma voi conoscete in natura una persona che – contemporaneamente! – sia luminosa, serena e ottimista? Sì, a volte capita: per esempio, maggio 2010, quanti interisti non erano ottimisti e luminosi? Ma sereni, voglio dire: voi eravate sereni? Io durante Roma-Samp ho perso tre chili e un anno di vita, durante Siena-Inter ho mangiato un chilo di unghie e tre di orociok, al Bernabeu ho lasciato millemila calorie umane e sentimentali. Praticamente: sono stato solare per quella mezz’oretta susseguente al secondo gol di Milito, poi ho impiegato un’altra mezz’ora a trovare il pullman per l’aeroporto e ho perso ogni solarità. Quindi basta, solari un cazzo. Se vi hanno ucciso o rapito o ferito un amico, dite che era/é gentile, simpatico, generoso, ma non che era/è solare. Per tre motivi: 1) probabilmente non è vero; 2) non sapete cosa vuol dire solare; 3) avete rotto i coglioni. “Sì, ok, ha decapitato la colf con una mannaia, ma era un ragazzo così solare”: ecco, vi prego, basta così.

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