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Dicembre 2, 2020
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I fiori di Gladbach

Alla partita stagionale n. 14, l’Inter ha finalmente fatto cose non banali. Una su tutte: in un contesto importante, sfavorevole e delicato, non ha sbagliato partita e ha centrato l’unico risultato possibile. Che l’abbia fatto prendendo i soliti due gol (otto volte su 14 partite) (e una volta tre) diventa un particolare irrilevante visto che ne abbiamo segnati tre, che potevano essere tranquillamente sei o sette. I soliti sei o sette, verrebbe da dire, per questa squadra che quando gira non fa fatica a creare un’enormità di occasioni. Atteggiamento sempre propositivo, solite amnesie dietro ma tant’è: non possiamo che migliorare.

Adesso è tutto appeso a non so bene cosa, in un girone folle per le sue dinamiche, dove il Real fa sei punti con l’Inter, lo Shakhtar fa sei punti col Real, l’Inter vince a Moenchengladbach ma fa il suo ingresso da ultima nel tritacarne della sesta giornata, dovendosi giocare tutto in casa all’ultima partita, in un sinistro ricorso con le ultime due edizioni in cui l’abbiamo preso il quel posto nella stessa circostanza, anche se in condizioni un po’ diverse.

Conte ha switchato la sua personale e malmostosa stagione verso una modalità semplificata. Siccome è un talebano del 3-5-2, ha preso questa decisione: basta con la creatività, fa il 3-5-2, punto. Si è liberato dell’incubo Eriksen ed è tornato nella sua comfort zone. Si è anche un po’ liberato dal Covid, ha recuperato i suoi fidati, ha più opzioni, gestisce meglio le sue scelte, non lavora più di fantasia – quella fantasia malata e un po’ provocatoria, del tipo “io sono io”.

Nel giro di due partite – due trasferte, perchè fuori andiamo meglio che in casa, sempre che “fuori” e “casa” abbiano un senso in questo periodo – le cose si sono un po’ sistemate rispetto al fosco panorama di una settimana fa: in campionato qualche risultato concomitante ci ha spinto al secondo posto in una sola mossa, in Champions dovevamo vincere e abbiamo vinto, e adesso bisogna vincerne un’altra e stare a guardare, in un’aria prenatalizia che potrebbe profumare di biscotto oppure no. Avessimo fatto 3-3 adesso saremmo qui a tormentarci le carni: chissà se – già eliminati – avremmo avuto la forza e la lucidità di fare comunque i complimenti alla squadra per una partita coraggiosa, costantemente all’attacco, in cui solo una colossale sfiga – unita a una difesa non più impermeabile – ci aveva dato una mazzata mortale e immeritata. Vabbe’, meglio così: il nostro sogno europeo dura ancora una settimana e dai, su, proviamo a godercelo.

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Novembre 26, 2020
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Triste, solitario (non final)

Nel giorno in cui muore Maradona, cioè il calcio, era dura immaginarsi qualcosa che potesse competere in tristezza, ma noi ci siamo impegnati e ce l’abbiamo fatta. Non c’è paragone tra i due lutti, per carità, ma forse (perché non c’è nulla di meno definitivo del calcio giocato e da giocare) stasera è morta anche l’Inter di Conte, quella che doveva essere la non-pazza Inter (perchè volerci snaturare fino a quel punto?) e oggi, per rimanere alle patologie mentali, è una depressa Inter, prigioniera degli schemi e delle paturnie del suo allenatore, soprattutto della sua tristezza attuale, una palese infelicità, in questo legame senza senso tra datore di lavoro e strapagato dipendente che si regge solo sui soldi, una questione di vil denaro e di pelosa convenienza contabile di cui a noi non frega un cazzo – tranne il fatto di esserci dentro fino al collo.

Non c’entra la gobbitudine (qui scrive uno zuzzurellone che sin dall’inizio ha dichiarato che non sarebbe stata un problema, di fronte a un bene e a una missione superiore), c’entra che ormai è tutto piuttosto e drammaticamente chiaro: siamo nel gorgo di un allenatore che non prende più decisioni giuste manco per sbaglio e di una squadra che moralmente ha smesso di seguirlo.

Una squadra che si mette a giocare se va sotto di due gol o se rimane in dieci, perchè prima, secondo i piani prestabiliti, nessuno ha più voglia di metterci testa, gambe e palle di default. E un allenatore che ha smesso di stare antipatico, ha smesso di rompere i coglioni, ha smesso di trasfigurarsi, ha smesso di spremere rape. Un allenatore ha cercato di farsi esonerare due volte, non riuscendoci. E che ha cercato di transare, non riuscendoci. E’ ormai da qualche mese l’allenatore reluctant della non-pazza Inter. E’ un disastro, amici miei.

Conte non è più sopportabile così. E’ uno che si è ridotto a fare entrare Eriksen all’88esimo, come fosse un Pinamonti o un Esposito, perchè gli sta sul cazzo dal primo giorno che gli hanno detto che sarebbe arrivato, tanto da non essersi mai preoccupato di utilizzarlo al meglio. E’ stata una cosa da sfigato, queste ripicchette tra milionari fanno stracagare, queste umiliazioni in Eurovisione non sono accettabili. Certamente è arrivato all’88esimo con le palle girate, Conte, nella serata del tradimento definitivo di Vidal, l’uomo che ha inseguito per due mercati e guarda te cosa gli (ci) combina. Ma tra uomini di sport bisogna essere più seri nei momenti difficili. Hai il quinto cambio, all’88esimo di una partita irrimediabile? Piuttosto metti Padelli al posto di Lukaku, non Eriksen. Ma perché, cosa ti ha fatto?

E per quanto andremo avanti? Suning ha le sue ragioni, i soldi per l’esonero più oneroso della storia non ce li mettiamo noi ma loro. Ma io a uno così – così com’è oggi, che manco si fa più la barba – gli minerei l’autostima, cacciandolo e richiamando Spalletti, già a libro paga, una roba un po’ alla Preziosi, un po’ da squadretta pericolante, ma che liberazione sarebbe per tutti (anche per lui, così attaccato all’orgoglio e alla buonuscita). Invece siamo qui, nè carne nè pesce, in bilico tra duemila dubbi in una stagione in cui sarebbe bastato essere l’Inter dell’anno scorso. Siamo qui a sperare in un miracolo in Champions, se vinciamo le prossime due. Solo che purtroppo in Champions abbiamo perso 7 delle ultime 14 partite, un’altra statistica che ci inchioda e che ci dice che no, non siamo propriamente una grande squadra.

Ci vorrebbe un’altra situazione, un’altra motivazione, un’altra immagine di questa Inter. Ci vorrebbero occhi di tigre invece di questi sguardi smarriti. Era meglio pazzi che impanicati. Invece eccoci qui, ognuno ad aspettare che si muova qualcosa. Ma se Conte non lascia libera la sua sedia è probabile che non accada niente che (sospiro) ci cambi davvero la vita.

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Novembre 22, 2020
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Barba non facit allenatorem

Conte non si è nemmeno fatto la barba. E mica solo lui. Tutta l’Inter per un’ora è sembrata un Conte con la barba di due giorni, reduce da un paio di notti agitate, o semplicemente preda di quello spleen mattutino da giornata uggiosa, quando fai fatica ad alzarti, fai fatica a farti la doccia e, soprattutto, fai fatica a farti la barba. Ti guardi allo specchio, scruti le tue occhiaie, guardi la tua barba di due giorni e dici:

“Fanculo”

e dopo vaghi pensieri di morte cerchi di convincerti che con la barba di due giorni non sei poi così male, in fondo va un po’ di moda, non casca il mondo se non te la fai, ti dà quell’aria un po’ vissuta, un po’ stropicciata, un po’ Conte con la barba, simbolo del suo tormento, un milione al mese per cercare di vincere uno scudetto e una Champions League prendendo due gol a partita e vivere infelice, con la barba lunga e la faccia di chi non si sarebbe alzato per vedersi Inter-Torino nemmeno gratis da bordo campo per poi ricordarsi che l’allenatore è lui, e al limite per guadagnare dieci minuti di serenità prima di uscire non si fa la barba.

La prima ora di Inter-Torino è stata molto brutta. Contro una delle più assurde squadre del campionato, priva oltretutto del suo uomo migliore, ci siamo fatti allegramente prendere a pallate. Reduci da una vittoria in otto partite, più fuori che dentro in Champions, più brutti che belli in campionato, ci ripresentiamo impresentabili dopo la sosta per le nazionali come se sostanzialmente non ci interessasse nulla: il Torino, il campionato, l’amor proprio, la barba. Per svegliarci dobbiamo andare sotto 0-2 con mezz’ora da giocare, e lì – considerando che giochiamo contro quasi nessuno – ne mettiamo quattro e via, tutto è bene quel che finisce bene.

C’è una chiave molto banale e sicuramente verosimile per decrittare questa partita: con nove partite da giocare nei 30 giorni che verranno, e soprattutto a tre giorni dalla partita con il Real che al 90 per cento deciderà il nostro destino in Europa, bisogna che ci abituiamo al turn over e agli sbalzi di rendimento. Certo, sapere che un ciclo spaventoso di 10 partite in 33 giorni inizia con 62 minuti allucinanti con il Torino, beh, qualche dubbio sul nostro futuro lo legittima. E nessuno di questi dubbi è inedito (eufemismo). I giocatori si rendono conto della situazione? E l’allenatore è del tutto dentro il progetto – il suo, il nostro – o lascia parlare la sua faccia di oggi, con la barba di uno che non voglia di farsi la barba (figurarsi sbattersi per una causa che non lo prende più di tanto)?

Ormai giubilato Eriksen senza praticamenter averci mai creduto – comunque sia, uno spreco senza precedenti -, restiamo un cantiere aperto quando pensavamo tutti che la conferma di un top-allenatore inviso a mazza tifoseria fosse di per sè la base sicura per un fulgido avvenire. Domani mattina va a finire che la barba non me la farò nemmeno io. E avanti di questo passo avremo tutti delle facce orribili, tipo quegli allenatori che prendono due gol fissi a partita e per vincere devono farne sempre tre o quattro, una vitaccia di merda che non faremmo manco per un milione al mese.



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Novembre 8, 2020
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Una su otto

Delle ultime otto partite (5 in campionato e 3 in Champions), giocate in 35 giorni, l’Inter ne ha vinta una (2-0 fuori casa con il Genoa), pareggiate cinque e perse due. In estrema sintesi: non meritavamo di perdere le due che abbiamo perso, ci è andato stretto il pari nelle cinque che abbiamo pareggiato (in alcuni casi, meritavamo proprio di vincere), se non per rarissimi spezzoni di partita ci siamo trovati sotto nel gioco, e però è andata così. Rispetto alle nostre ultime medie abbiamo preso un sacco di gol e quasi tutti su azione, e ne abbiamo segnato una miseria rispetto al cumulo delle occasioni create. Che si tratti di segnare il gol sicurezza o di non prendere il gol inculata, abbiamo perso totalmente la confidenza con il concetto di “chiudere la partita”.

Tutto, in questa strana Inter di questo periodo di merda, è leggibile in vari modi. Una vittoria nelle ultime otto partite è un bilancio in rossissimo, ma nelle otto partite in questione hai giocato con Lazio (fuori), Milan, Atalanta (fuori) e tre volte in Champions (due fuori) (sempre se ha senso con gli stadi vuoti parlare di casa e fuori): insomma, non proprio un ciclo tranquillo. Che la partita la faccia quasi costantemente tu, è certamente un bene. Che non la chiudi mai, ma proprio mai, è invece una cosa che ormai sfiora l’inconcepibile. Quando Conte dice che “finchè si gioca in questa maniera” non c’è da preoccuparsi, a 31 giornate dalla fine del campionato può anche avere ragione. Però, a giocare in questa maniera (quale, poi? dominare e non vincere mai?), ci siamo probabilmente fottuti la Champions, ancora recuperabile ma senza possibilità di altri passi falsi. E noi, nelle ultime otto partite, di passi falsi ne abbiamo fatti sette.

Certo, la sfortuna, certo, gli arbitri… E poi gli stadi vuoti, il Covid, le convocazioni nelle nazionali… le altre grandi hanno gli stessi problemi (magari non gli arbitri e la sfortuna, gli altri sì), i tamponi non li fanno solo a noi. E noi “grandi” non lo siamo per niente, perchè le sei partite importanti di questo ciclo di otto non le abbiamo vinte, nemmeno una, producendo sempre tanto e raccogliendo sempre poco, o zero. Non si capisce bene quale pressione stia patendo la squadra: voglio dire, dalla tribuna rossa o arancione non brontola nessuno. Ma dopo le (brevissime) vacanze siamo un disastro: dal computo delle partite ne mancano solo due, le prime due, entrambe vinte, miracolosamente quella con la Fiorentina, ordinariamente quella col Benevento (cinque gol subiti in tutto, tutti su azione). E non è un volere ma non potere, è il contrario: noi possiamo tanto, forse tutto, ma non vogliamo.

Il nostro simpatico Conte ha appena dato dell’ubriaco a chi lo critica e lo vede moscio. E vabbe’, la grinta gli viene fuori a spot, non incide ma fa il permaloso (sospiro). Poi ha detto una cosa interessante: io le partite le preparo, poi però non vado in campo e le situazioni le devono risolvere i giocatori. Beh, non ci deve più essere tutto quel feeling con lo spogliatoio. Eriksen non lo ha fatto nemmeno scaldare. E noi qui, a non capire se questa squadra può vincere tutto o se è già iniziata la dismissione. Sogniamo lo scudetto e, guardando il calendario, ci accorgiamo che è novembre e, come tante volte in tempi recenti, quando è tornata l’ora solare e l’autunno volge verso l’inverno ci trema già la sedia sotto il culo.

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Ottobre 31, 2020
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Vita in campagna (sequel)

“Vita in campagna” (traduzione un po’ così dell’originale “Them thar hills”) è un cortometraggio del 1934. Una comica, come si diceva ai tempi. Una comica – forse, per me, LA comica – di Stanlio e Ollio. Debbo qui svelare un particolare molto intimo. Quando guardo “Vita in campagna”, una comica di 86 anni fa, rido come un bambino che la vede per la prima volta (un bambino oggi riderebbe per una comica? Boh). Solo che l’avrò vista, non so, minimo 75 volte. Cioè, facciamo due conti: l’avrò vista 20 volte da bambino. Poi, con l’avvento dell’internet e l’invenzione di YouTube, l’avrò vista un altro tot di volte, decine. Quando sono proprio giù di morale apro YouTube e guardo principalmente tre cose: il secondo gol di Milito a Madrid ripreso dagli spalti col telefonino da 20 angolazioni diverse, gli ultimi 10 minuti di Inter-Samp del 2005 oppure “Vita in campagna”. Oppure tutte e tre. Dopo, mi sento molto meglio.

“Vita in campagna” è quella comica in cui Stanlio e Ollio fanno una gita in roulotte perchè Ollio ha la gotta e deve riposarsi fuori città. Si accampano vicino a un pozzo da cui attingono l’acqua. In questo pozzo alcuni contrabbandieri avevano appena versato ettolitri di acquavite prodotta illegalmente. Stanlio e Ollio bevono col mestolo dal secchio e trovano l’acqua “ferruginosa”. Dopodichè, con loro che progressivamente si ubriacano, ne succede di ogni (e ogni volta rido anche so tutto a memoria). L’acqua ferruginosa, cazzo, che due geni quei due.

Ecco, riguardo a questo strano inizio di stagione dell’Inter, io ho una ipotesi tutta mia. Una notte di settembre, un gruppo di contrabbandieri braccato dalla finanza ha versato alcuni ettolitri di benzodiazepine prodotte illegamente in un pozzo vicino al Centro Suning di Appiano Gentile. Per qualche settimana, dai rubinetti di Appiano è scesa acqua “ferruginosa”, che rasserenava gli animi. Poi dev’essere successo qualcosa. Perchè oggi la squadra e lo staff dirigenziale hanno evidentemente bevuto da due brocche diverse.

La squadra è ancora sotto l’effetto dell’acqua ferruginosa. Svagata in attacco, dove non segni manco un’azione ogni 20, perchè con questa media oggi avremmo vinto 3-2 minimo. Svagata in difesa, dove contro un Parma senza pretese prendi due gol su due tiri, ti fai prendere alla sprovvista (mica dal Liverpool, dal Parma) e trac!, va tutto a culo. Con serenità tieni palla, fai medie mostruose di possesso, ti porti a casa il pallone e stop: nel mezzo, perchè sbattersi a tirare? Perchè incaponirsi a provare a metterla dentro? Perchè mettere gambe e polpacci e teste a repentaglio in quel casino dell’area di rigore? Poteri dell’acqua ferruginosa. Decisioni giuste? Quasi mai. L’acqua ferruginosa ti toglie la cazzimma.

Lo staff tecnico e dirigenziale, invece, da qualche giorno deve essere passato all’acqua minerale in bottiglia. Oggi Marotta (negli slot in cui solitamente i dirigenti si esibiscono in quattro banalità e via) si è concesso una doppia intervista da paura: prima della partita, ha detto che si è rotto i coglioni di dare i giocatori alle nazionali, si gioca troppo, ci si infortuna, basta, parliamone; dopo la partita, ha detto che va bene tutto, ma se non ci danno rigori come quello su Perisic allora se ne andassero affanculo gli arbitri, il Var, la Lega, la Figc, l’Uefa, la Fifa e i nazisti dell’Illinois.

Bum!

Dopodichè arriva Conte. Sapete, quel tizio cordiale che ci allena, quello che ultimamente rideva sempre, diceva che andava tutto bene, i ragazzi crescono, le mamme imbiancano, eccetera. Stavolta è incazzato. Risponde male. Dice che è stufo di vedere la squadra dominare le partite epperò i gol li segnano gli altri, noi pochi, quasi niente. Che l’attacco è molle, che serve cattiveria, che così non va bene. “Scusa, ma a proposito di cattiveria, come mai per un’ora hai tenuto in panca Vidal, Brozo e il Ninja?”. Uh, è già incazzato, lasciamo stare.

E quindi, al netto di una partita per qualche tratto inguardabile, in generale molto ferruginosa, dove si vedere una squadra – la nostra – che palleggia senza fretta e senza un’idea brillante che sia una e l’altra assiste che annoiata e poi respinge e poi si ricomincia, vuoi vedere che almeno concettualmente è iniziata oggi la vera stagione dell’Inter? Quella in cui si ricomincia a essere ruvidi e ad accantonare il buonismo del volemose bene anche se non ci piacciamo più? Se la società si scuote dal torpore e se l’allenatore – dentro o fuori dal progetto, chissà, ma con il pedigree del competitivo – decide di sporcarsi un po’ le mani in attesa di trovare migliore sistemazione, resterebbe da risolvere il problema dell’acqua ferruginosa. Se vedete un furgoncino con le casse di minerale, ditegli di andare in viale dello Sport, 22070 Appiano Gentile (CO). Quanto agli arbitri, magari prima o poi la ruota gira (risolini in sottofondo, qualche risata, alcune bestemmie).

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Ottobre 20, 2020
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Pagellone alfabetico che lascia il tempo che trova

Questo inizio di campionato è un tale casino (Milan e Sassuolo ai primi due posti, Napoli al quarto posto dopo una partita persa a tavolino e un punto di penalizzazione, tre sole squadre imbattute dopo 4 giornate) che i nostri casini sono ben contestualizzati nella situazione di incasinamento generale. Che poi, in fondo, non è bello così? O preferivate la Juve a punteggio pieno? Noi abbiamo perso un derby (cosa che fa incazzare in sè) con sei assenti Covid e un paio di malconci, dopo la settimana di diaspora per le nazionali, pagando carissime le nostre cazzate e procurandosi più di un’occasione per rimediarle, con un Var da azzeccagarbugli ad annullarci un rigore a favore. Quindi, keep calm: siamo alla quarta giornata, mica alla trentaquattresima. Bene, parliamone. Quando spazio ho?

Anzi, facciamo una bella cosa. Tipo quei pagelloni con le lettere dell’alfabeto che si fanno a fine stagione o durante la pausa natalizia. Facciamo adesso, massì, perché aspettare?

A come Achraf. Cioè Hakimi, cioè una delle 4/5 cose migliori passate dalle nostre parti nel dopo Triplete. Siamo troppo sbilanciati? E ‘sticazzi, direi che questo bendiddio merita di perderci qualche notte a trovare la quadra. Ha una falcata che è una bellezza e crossa tipo Candreva, ma centoquattordici volte meglio.

B come Barella (e Bastoni). No, insomma, non è che gli acquisti li canniamo sempre, questi due sembrano un pelino meglio di Belfodil o Botta (giusto per rimanere alla lettera B). Con loro stiamo tranquilli per un po’. Barella è un’altra delle 4/5 cose migliori di cui sopra, Bastoni ha davanti una stagione per entrare anche lui nel cerchio magico al posto di qualcun altro (tipo quella roba delle sedie di X Factor, you know). Oppure – sarebbe il sogno di tutti noi – allarghiamo il cerchio magico, perché i buoni sono di più e noi voliamo alto.

C come Conte. La versione Bonomelli del nostro amato (?) condottiero regala un surplus di provvisorietà alla già disorientante situazione. Ci è o ci fa? Ci crede o non ci crede? Fa la formazione perché ne è convinto o per sfidare il mondo anche contro le leggi dell’evidenza? Dopo aver scoperto con sorpresa di avere una panchina lunga, il Covid gliel’ha accorciata di brutto nella prima partita davvero importante della stagione. Quindi lo attendiamo in tempi migliori, e con quel lampo perverso negli occhi che oggi lascia spazio a uno sguardo acquoso tipo genitore alla recita scolastica.

D come De Vrij. E’ uno dei migliori difensori al mondo. Sembra impossibile che prendiamo due gol a partita con lui in mezzo. Zhang gli compri una bolla personale: non si deve ammalare, non si deve infortunare, non si deve arrabbiare, non deve avere pensieri.

E come Eriksen. Fatte le debite proporzioni temporali, rivivo con lui l’incubo icardiano. Sto passando da “Lo adoro, è il migliore, sono pronto a fare scudo con il mio corpo” a “Se non c’è nessuno che lo porta a Malpensa vengo io con la mia Lancia Y, se non c’è il volo lo porto al confine e lo scarico a Chiasso”. Forse, ad appesantire le sensazioni di spossatezza generale, c’è quella faccia da bambino dell’asilo quando la mamma se ne va via, la faccia che si porta appresso quando entra in campo come se quel prato con le tribune attorno fosse un luogo ostile e sconosciuto. Ma santiddio, tira fuori i coglioni! Sei Eriksen! Addirittura il nostro amicone ex gobbo ritaglia il ruolo del trequartista nelle sue sinapsi talebane e poi mette un altro, non fa giocare lui: ci sarà una ragione, temo.

F come Fragile. Tra le sfighe dello scorso anno, a dare il colpo di grazia sul nostro livello estetico, c’è stato l’orribile tunnel in cui si è infilato Sensi con i suoi muscoletti da ballerina di seconda fila. No, perché se oggi guardate i nomi del reparto centrocampisti e ci aggiungete come bonus un Sensi sano, che manco è titolare, no dico, non è un repartone?

G come Gagliardini. Se dovessi scrivere un libro dal titolo “Conte spiegato alle mie figlie”, comincerei dall’importanza intrinseca di uno come Gagliardini. Ah, comincerei da lì anche se dovessi scrivere un libro dal titolo “Non capisco un cazzo di calcio ma vivo bene lo stesso”.

H come Handanovic. Come Clint Eastwood ha due espressioni: con il cappello e senza. A me sta simpatico, non l’ho mai compreso nella lista dei 10 principali problemi dell’Inter, e non c’è nemmeno oggi che – rapportata alle ultime dieci stagioni – abbiamo una rosa extralusso e un numero più ridotto di problemi. Vabbe’, ecco, fa un po’ incazzare quando gli viene quella cosa che non si tuffa quando gli altri tirano: dura quelle tre-quattro settimane, ma poi passa.

I come interisti. Sarà una stagione complicata: stringiamci a coorte.

J come Juve. Merda.

K come Kolarov. Dieci anni fa mi piaceva molto. Il fatto che lo abbiamo preso dieci anni dopo, beh, diciamo che non mi ha molto convinto sin dall’inizio. Tipo: dieci anni fa mi piaceva molto anche la Sharapova, poi sono maturato. Aspetta, vediamo, mi sono detto. Dopo quattro giornate, solo un cieco interismo mi frena dal fare una class action contro l’Fc Inter da Zhang fino all’ultimo venditore di cornetti Algida. Non può che migliorare.

L come Lautaro. È molto forte e molto ambizioso. Se lo lasciamo concentrato – cioè, non so, continuiamo a ripetergli come un mantra in sala mensa che il Barcellona ha le pezze al culo – può darci tantissimo.

M come Milan. Inteso come Skriniar, spero che torni quello di due stagioni fa: ne abbiamo bisogno. Inteso come Milan, spero che torni quello di due stagioni fa: ne abbiamo bisogno.

N come Nainggolan. Potevo metterlo anche nella O, come Oggetto misterioso. Misterioso per me, che non mi capacito di cosa possa portare alla nostra causa (che non mi sembra convincerlo molto, ma mi baso sul linguaggio del corpo) (della faccia, più che altro). Oh, poi magari ci stupirà tutti con qualche effetto speciale (vedi Oh).

O come Oh! Un’incursione del Ninja, una punizione da 30 metri di Kolarov, un sorriso di Eriksen, una difesa a quattro schierata da Conte… perché non sognare?

P come Perisic. Il Politano della Pannonia è una doppia sorpresa: 1) non mi aspettavo di rivederlo, 2) non è migliorato nel frattempo. Fargli fare l’intera fascia è come chiedere a Filippo Tortu di correre anche i cinquemila.

Q come Qulo. Licenza poetica per dire che, per ora, non ne abbiamo avuto e generalmente ne abbiamo poco. È un credito che magari non riscuoteremo mai, ma ce la possiamo raccontare tra di noi e bòn.

R come Romelu. L’Uomo che aspettavamo, che è arrivato e ha risolto problemi, come il signor Wolf. Ne avevamo così tanti che siamo più o meno a metà della strada, ma siamo tutti fiduciosi e Lui, Lukaku, è fortissimo, grossissimo, bellissimo e bravissimo.

S come Settantasette. Qualcosa di perverso mi lega a questo centrocampista che ogni anno cerchiamo di vendere al miglior offerente che evidentemente non offre abbastanza (o non offre un cazzo, il che potrebbe minare l’autostima del nostro Epic, ammesso che questi slavi indolenti abbiano un’autostima, questo non lo so). Il minuetto continua: un giorno gli darei il Pallone d’Oro, il giorno dopo una serie di calci in culo (o qulo) da qui a minimo la Dalmazia.

T come Trentatré. D’Ambrosio è il contrario di Brozo: un uomo serio e senza eccessi, senza picchi, affidabile, che dove lo metti sta, e questo capita da sette stagioni e mezzo e più di 200 partite e io gli voglio bene.

U come uno. I punti di distacco dalla Juve lo scorso campionato. Sì, ok, lo sappiamo tutti, è un dato abbastanza fake, ma che ci deve responsabilizzare, ci deve dare una dimensione, una dritta, un impegno morale. Da lì non si torna indietro. Possibilmente.

V come Vidal. Poche balle, era quello che mancava lì in mezzo. Al netto dei duecento ordini di dubbi che possiamo nutrire. Ma non è che dobbiamo continuamente sfracellarci i coglioni, bisogna stargli addosso e fantasticare un po’. Sennò, santa polenta, che noia.

W come wonder. Inteso come Maravilla, se Sanchez è quello del finale della scorsa stagione, ok, va benissimo.

X come X. Il Mister che prenderemo a gennaio. (disclaimer: chiunque spara la qualunque sul mercato, e io chi sono? Il figlio della serva?)

Y come Young. Esperto suona meglio di vecchio, una discreta sicurezza nel nostro futuro a breve, un profilo alto, comunque abbastanza un lusso, diciamolo. Poi non tutti hanno un giocatore che inizia per Y quando devono fare il pagellone della quarta giornata. Grazie Ashley, sgroppa e portarci in paradiso.

Z come Zlatan. Poteva mettere Zhang, ma metto Zlatan a futura memoria. Il rapporto aspettative/rendimento degli acquisti dello scorso gennaio di Inter e Milan ci vede drammaticamente in svantaggio. I due sberloni che ci ha tirato nel derby spero ci abbiano svegliato. Mancano solo 34 giornate alla fine, non c’è poi così tanto tempo.

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Ottobre 18, 2020
di settore
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Interisti ciclisti militisti benefattoristi

Io a Google farei anche causa per il fatto che una mail importante è finita nello spam e me ne sono accorto per caso dieci giorni dopo. Causa che perderei, e allora farei ricorso. Ma mi fermo qui, non vorrei sembrare troppo juventino per questo rapporto bulimico con la carta bollata a cazzo. L’importante è, sia pure in ritardo, parlarvi di Enzo, il Berni a pedali (che nei mesi scorsi abbiamo già conosciuto qui), e della sua fantastica impresa conclusa proprio ieri. E soprattutto della buona causa che ne costituiva il motivo principale (oltre alla passione matta per la pedivella e a un interismo viscerale e meravigliosamente nostalgico).

Enzo ha portato a termine ieri il suo ciclopellegrinaggio “Nella terra dei Milito”. Partenza all’alba sabato 10 ottobre dallo stadio di San Siro e, dopo aver attraversato in bici 8 regioni e 20 province, arrivo come previsto (anzi, forse in anticipo) venerdì sera a Terranova da Sibari (Cosenza). Un viaggio di 1.277 fottuti chilometri in 7 giorni (fate voi i conti) che non vi sto a raccontare, perchè lo ha già fatto lui su Facebook e su Instagram. Un viaggio bellissimo, tra le bellezze d’Italia e le festose accoglienza degli Inter club: dategli un’occhiata, davvero fighissimo. Fino ad arrivare al paese di Milito, dove ha incontrato le cugine del Principe e dove gli hanno reso i dovuti onori: chiavi della città, red carpet e un voucher per 42 vergini una volta arrivato in paradiso.

Ma il vero obiettivo non era (solo) percorrere lo Stivale per rendere omaggio all’Uomo della Provvidenza, ma raccogliere 1 € a km per sostenere INTER CAMPUS BOLIVIA, paese particolarmente vicino al nostro amico per aveci pedalato nel 2018 in @PedalAnde4000 (cioè, è uno di quei pazzi che si sfondano di chilometri). Obiettivo che quel satanasso del Berni ha già raggiunto, alla faccia mia e di Gmail che mi ha boicottato il rapporto epistolare. Ma visto che l’impresa è bellissima e la solidarietà non finisce qua, su GoFundMe la raccolta prosegue fino alla fine del mese e, se qualcuno ha piacere, può ancora partecipare. Magari si arriva a 2 euro a km, perchè porsi limiti? Que Viva Enzo!

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Ottobre 18, 2020
di settore
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Il Triplete è (anche) merito mio / 16

di LUIGI BARAGIOLA

Era il 9 gennaio del 2010, verso le 16 e 55 su per giù. Sandro Ciotti avrebbe descritto quel pomeriggio calcistico milanese come umido “al limite della sciatica” e con un terreno al limite della praticabilità. Roberto e il Direttore mi avevano aiutato ad arrivare alla balaustra della prima battuta del secondo anello arancio di San Siro ponendomi il braccio per sostenere le mie gambe instabili. La nostra bestia nera, pardon bianconera, il Siena, era clamorosamente sul 3a2 al 43’ del secondo tempo.

Nell’attimo esatto in cui l’arbitro decretò un calcio di punizione in nostro favore da almeno 25 metri dalla porta mi suonò il cellulare. Era Marco, dall’Ospedale Sacco. Era ricoverato dall’ultimo dell’anno e non era messo bene. Grandissimo Interista Milanese, tra i fondatori della “Nord”, era trapiantato a Mariano Comense per amore. Due mesi prima avevamo visto a casa della sua compagna la mitica partita di Champions di Kiev. Una rimonta leggendaria! Quella sera corremmo come il nostro Mister: lui verso i nostri ragazzi e noi sul balcone per gioire. Lo sentii l’ultima volta la mattina di Madrid. Tranquillo, mi disse, ci pensa il Principe stasera.

Torniamo a Inter-Siena. Il nostro folletto olandese Wesley Sneijder fece partire un siluro che scosse la rete senese. Marco dall’urlo della folla comprese, dal suo letto di ospedale, che eravamo sul 3 a 3 ( ovviamente palla al centro ) e mi chiese di restare in linea. Restavano 4 minuti per il “miracolo” sportivo.

Si era creato un feeling che di lì a poco avrebbe portato alla prima svolta per arrivare al Triplete. Tutti avanti per l’Inter. Io, per Marco, mi ero trasformato in un novello Carosio: “Arnautovic al limite, Pandev per Samuel in area, reeeeteeeeeeeee (4-3 al 93’)”. Riuscii, nella bolgia, a salvare il cellulare e Marco fece un urlo che lo fece entrare con noi al secondo anello. Al Sacco arrivarono gli infermieri spaventati dell’urlo di Marco, pensando
al peggio. Furono 5 minuti indimenticabili per me e per Marco. Avergli regalato quella grande gioia è stato il mio Triplete! Sempre forza Inter!

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Settembre 12, 2020
di settore
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Il Triplete è (anche) merito mio / 15

(prima che il calcio vero ci fagociti, ho ancora un po’ di cosucce in sospeso. Tipo tre storie di Triplete (anche) merito altrui che ci tengo a pubblicare una dopo l’altra – ecco la terza -. Il mio libretto intanto ha compiuto quattro mesi e si prende ancora la sue soddisfazioni: domenica 13 settembre, ore 23.30, se mamma Rai non ci ripensa – ne avrebbe tutti i diritti, mica sono Nick Hornby -, sarò ospite alla Domenica Sportiva. Praticamente, per me, come la Notte degli Oscar). (Intanto, vi lascio con Marco).

di MARCO G.

Che dire, Settore? L’ho centellinato come si fa con le serie tv su Netflix, che ti piacciono e lo sai che finiscono, e avresti lì tutti gli episodi uno dietro l’altro e invece ne guardi uno per volta, e “tiri lungo” per paura di arrivare alla fine. L’ho finito oggi: ogni partita un sussulto, un’emozione, un ricordo. 10 anni sono tanti, e nonostante mi professi interista sfegatato, in alcuni punti mi sono ritrovato a pensare “Ma davvero è andata cosi?”, come se la vittoria avesse cancellato le fatiche, gli inciampi, le lotte e le difficoltà di quel 2010. Grazie per averci fatto rivivere quel periodo fantastico. In più ci sono i racconti di corsa, ed è stato bello per me leggere di Tokyo e Milano, le tue sensazioni: prima o poi una maratona la faró anche io…

Non posso dire di essere un tifoso come te, sono stato abbonato solo per qualche anno (2004-2008), ho visto allo stadio negli anni ’90 qualche partita con gli amici, ma poi sono stato tifoso da tv piu che altro… ancora oggi una sconfitta dell’Inter pregiudica il mio umore per la giornata, e una vittoria lo migliora all’inverosimile.

Il libro mi è piaciuto un sacco, è divertente, scritto davvero bene, per quanto possa valere il mio giudizio di semplice lettore. Il finale mi ha lasciato senza parole e mi ha fatto commuovere, anche se non conoscevo gli amici che hai perso.

Sono l’unico nerazzurro in una famiglia milanista da generazioni: mio padre, mio nonno, i miei zii, sono ed erano tutti milanisti. Scelsi l’Inter, da piccolo, per non offendere nè il mio migliore amico (che era juventino) nè mio padre milanista. Sono cresciuto a suon di sfottó, a furia di pianti e delusioni. Lo scudo del ’89 e la Coppa Uefa 98 erano i due ricordi che mi portavo dentro da sempre.

Nel 2010 (avevo 32 anni) quel 22 maggio, ero a casa, con mia moglie, e al fischio finale ho pianto come non piangevo da tempo, per la gioia, la tensione, lo stress e la soddisfazione di aver compiuto qualcosa di epico.
Mio padre se ne è andato l’anno successivo, nel marzo 2011: aveva 69 anni, non era mai entrato in un ospedale in vita sua. In 3 mesi dalla diagnosi è morto. La mia prima partita allo stadio la vidi con lui: marzo ’87, Inter-Milan 1-2 (Galderisi e Virdis per loro, autogol di Baresi per noi). Avevo 9 anni ed è stata l’unica partita allo stadio assieme. Finito il libro mi sono fermato a pensare a questo ricordo, a cui non pensavo da tantissimo tempo, e per questo ti dico grazie. Ha proprio ragione Moratti: l’Inter è un sentimento.


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