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Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

agosto 23, 2016
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Con quella faccia un po’ così

samir

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e L’Azzurro)

Presi come siamo stati, tra luglio e inizio agosto, a seguire i tiramolla di Wando & Wanda e i risvolti grotteschi (e per noi disastrosi) del rapporto Mancini-società, non ci ricordiamo nemmeno più di quello che, in ordine di tempo, era stato il primo di mal di pancia ad ammorbarci l’estate.

Era ancora maggio quando Samir Handanovic esprimeva il suo legittimo desiderio di lasciare l’Inter per andare non si sa dove a provare il brivido della Champions. Come non comprenderlo? Chi, potendo, non si tromberebbe Scarlett Johannson? Sembrava addirittura un’operazione già fatta, e tutta organizzata dal basso: lo diamo al Psg, prendiamo Sirigu (e conguaglio) e tanti saluti. Conosco gente che pensava che l’affare si fosse davvero concluso e si arrabbiava perchè la Gazza non lo scriveva nell’apposita tabellina.

E invece? Iniziano gli Europei, finiscono gli Europei, iniziano i ritiri, finiscono i ritiri, iniziano le amichevoli, finiscono le amichevoli, iniziano le Olimpiadi, finiscono le Olimpiadi, inizia il campionato e Handanovic è lì dove l’abbiamo lasciato. Davanti alla nostra porta.

Qui dobbiamo aprire una breve ma necessaria parentesi. Su Handanovic gli interisti sono divisi. Per alcuni è il nuovo Yashin, per altri un sopravvalutato. In mezzo, diciassette sfumature tra il positivo (pararigori!) e il negativo (esceallacazzo!). Giudizi tanto disomogenei che il fatto che se ne andasse al Psg (chissà se Inter e Psg hanno mai trattato anche solo trenta secondi questo affare…) non ha fatto perdere il sonno a nessuno. Con il segreto desiderio che al suo posto potesse arrivare uno indiscutibilmente o anche indiscutibilmente scarso, così da riaffratellarci tutti e bòn.

Domenica sera a Verona, in quel mini-festival di giocatori bolsi e di occhi di cerbiatto, Handa non è certo stato il più impresentabile. Però mi ha colpito. La prima volta che lo hanno inquadrato bene, lui nel suo bel pigiamone grigio, stava sistemando la barriera per una punizione dal limite. La disponeva con una certa stanchezza, come fosse la trentesima barriera disposta in quello scampolo di primo tempo. E aveva la faccia triste e annoiata di uno che dispone la barriera ma intanto pensa: “Che cazzo ci faccio qui a disporre barriere? Cioè, io volevo la Champions e sono qui a sistemare uomini in fila per una punizione che batte il Chievo. Voglio morire“.

Il messaggio “Non ho più voglia di giocare qui, abbiate pazienza, io volevo la Champions, la musichetta, de ceeee-mpiooooooons” passa forte e chiaro quando Meggiorini tira e lui, in piedi, segue il pallone con lo sguardo. Il pallone esce, non di molto. Anzi, di poco. E lui lì, dritto come un fuso, poi appena un po’ piegato, ma poco, a guardare il pallone che sfiora il palo. Farà la stessa identica precisa precisa cosa in occasione del secondo gol del Chievo: lui lì in piedi e il pallone che entra.

Ora, a posteriori (ma solo a posteriori) possiamo dire che non sarebbe cambiata una sega. Il tiro di Meggiorini era fuori, quello di Birsa era probabilissimamente imprendibile. Quindi l’immobilismo di Handanovic non ha inciso sulla nostra partita demmerda, e forse ha fatto risparmiare a Suning le spese per la tintoria (sai, quelle macchie d’erba sui gomiti che non vengono via neanche a 60 gradi).

Ma il punto non è questo. Il punto è il gesto, che devi fare, anche se inutile. Ci devi comunicare, planando sul tappeto erboso, con il braccio proteso e una smorfia sofferente sulla faccia, che ci credi, ci provi. Se va fuori, meglio. Se è imprendibile, pace. Ma il nostro portiere – sì, quello spilungone con il pigiama grigio – c’era, si è tuffato, l’ho visto, giuro.

Cioè scusa, Handa, è come se la Cagnotto salendo sul trampolino prima delle cinesi avesse detto: “Chissenefrega, mi tuffo a bomba tanto vincono sempre loro”. E no, ci devi provare. E la nostra Taniona ci ha provato fino all’ultimo. Il metodo Cagnotto vale due medaglie, il metodo Handa non so: due pappine dal Chievo, intanto.

La cosa più grintosa dell’intera domenica la fa in sala stampa, dicendo che se la squadra è inguardabile è colpa dell’organizzazione (un concetto nuovo, ha un che di sovietico) che li ha mandati a fare una tournée inutile e massacrante.

Cioè, hai nove giorni per provare ad andare via e ti giochi il jolly della critica all’organizzazione?

Mah, non mi convince. Forse è anche colpa di quel pigiamone grigio, che non contribuisce a un look mai troppo scoppiettante, figuriamoci col pigiamone. Ogni volta che lo inquadravano, mi sembrava di vedere un preadolescente che – già in pigiama alle otto di sera – compare in salotto e dice ai genitori: “Posso vedere l’Inter?”

Ecco: lui, oltre ai tiri di Meggiorini e Birsa, ha visto l’Inter. E poi tirando un sospirone è andato a letto, sognando de ceeee-mpioooons e un mondo fatato dove le barriere si dispongono da sole.

agosto 21, 2016
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Il calendario deboeriano

Inter's coach coach Frank De Boer (C) during the Italian Serie A soccer match AC Chievo vs Inter FC at Bentegodi stadium in Verona, Italy, 21 August 2016. ANSA/FILIPPO VENEZIA

Quando, sul 2-0, il Chievo ha messo dentro un ragazzo per farlo esordire in Serie A, ecco, è come se avesse segnato il 3-0. E un 3-0 morale è il giusto risultato della partita, perchè il 2-0 non va stretto al Chievo: va stretto a noi. Niente, non ci siamo, non ci siamo proprio, non ci siamo stati. Questa del resto è la conseguenza matematica del nostro grottesco precampionato, trascorso da società ed ex allenatore a farsi i dispetti tipo due fidanzatini rancorosi. De Boer c’entra poco, probabilmente zero. Lui non ha ancora capito dov’è finito e i giocatori – come è clamorosamente, manifestamente emerso – non hanno capito lui, ma proprio per niente. Un mese buttato nel cesso. E’ come se fossimo al 21 luglio, in un ipotetico calendario deboeriano. E abbiamo giocato come si solito si gioca il 21 luglio. Serve tempo. Pensavamo – speravamo – di non averne perso. Non era così.

agosto 19, 2016
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Viva viva la Serie A

la_prima_giornata

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

agosto 17, 2016
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Prima esegesi del deboerismo

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(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In piene Olimpiadi, la Gazzetta dello Sport dedica oggi all’Inter le prime cinque pagine e c’è quasi da stropicciarsi gli occhi. Il paginone dell’intervista a De Boer è pieno di cose interessanti e anche di cose che volevamo sentirci dire. Frank l’oggetto misterioso, almeno nei propositi, dimostra idee chiare. E con eleganza va dritto al punto senza mandarle a dire.

Gennaio. “Vedremo la mia Inter dopo 4 mesi, questa è la normalità. A gennaio sapremo veramente chi siamo”. Del resto, cosa chiedere a uno che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio del campionato? Piuttosto, un auto-appello a noi tifosi: se in questi quattro mesi le cose non andassero proprio benissimo, evitiamo ingenerosi confronti col il pari periodo 2015 del Mancio 2 (i quattro mesi migliori del suo mandato). Esigenti e pazienti, finchè si può.

Undici. “Si gioca in undici, anzi con tutta la rosa. Bisogna seguire una direzione, seguirla e coinvolgere l’intero gruppo”. Messaggio preciso, non solo a uso interno ma anche per il mondo Inter. De Boer riparte subito dal più evidente fallimento di Mancini, quello di aver perso feeling (anche) con la squadra.

Il 4-3-3. “E’ vero, preferisco il 4-3-3, ma possiamo fare pure altro, come il 4-2-3-1. Non c’è nulla di male a cambiare. Voglio che la mia squadra sappia cambiare due-tre sistemi anche nella stessa gara, ma occorre una crescita generale dei ragazzi: ogni cosa passa dalla disponibilità e dalla qualità dei giocatori”. Certo che non c’è nulla di male a cambiare. E’ un verbo che ci spaventa un po’ dopo gli eccessi di fantasia del Mancio, ma con De Boer confidiamo in un’evoluzione. Se il transito è dal sistema random a quello organizzato, siamo tutti con lui.

Il contropiede. (domanda riferita al marchio di fabbrica di Herrera e Mourinho) “Non voglio cambiare la storia dell’Inter, ma dobbiamo attaccare e difendere insieme. Se ci sono momenti in cui si è stanchi, si può anche giocare a tratti in contropiede. Ma mai tutti dietro e due là davanti a risolvere le cose…”. Difficile attendersi una risposta diversa da un olandese che ha giocato anche 150 partite nel Barcellona. Un tempo l’avremmo chiamato calcio totale, adesso non so. Di sicuro, alla sua squadra chiederà di fare gioco, sempre. Spalanca una porta aperta.

Attaccanti. “I miei attaccanti segnano molto, ma devono garantire il giusto apporto anche in fase difensiva. Ronando al Psv fece 30 gol ma non vinse nulla”. Problemi di orecchie che fischiano per Maurito (nell’intervista questo è solo il primo messaggio rivolto a lui). Il centravanti ideale di De Boer è la sintesi tra l’Icardi delle ultime due stagioni e il Pellè di Italia-Spagna. E Maurito ha tanti pregi ma gladiatore ancora non è, proprio no.

Icardi. “Ha solo 23 anni e ha segnato tantissimo. Sa che non è solo merito suo, ma di tutta l’Inter. Ogni giorno deve arrivare ad Appiano per diventare un giocatore migliore, in campo e fuori, curando pure il cibo e ogni altra cosa che possa alzare l’asticella. Il giorno in cui pensi di aver raggiunto il top allora sei finito”. Amen.

Icardi 2. “I suoi movimenti sono già fantastici, magari a volte deve capire che è meglio proteggere la palla e giocare semplice per l’interesse della squadra”. C’era bisogno di uno che gli facesse un po’ il culo, diciamolo.

Quelli bravi. “Banega è un giocatore fantastico, può fare tutto: giocare a ridosso di Icardi, ancor meglio qualche passo indietro, bravo pure da regista. Ha qualità, è ciò che ci serve. Uomini come lui, Candreva e Perisic sono fondamentali, perchè io amo la gente che sa giocare la palla a prescindere”. No, perchè uno dà per scontato che l’allenatore faccia giocare quelli buoni a prescindere, ma non è sempre così… Arriviamo da 20 mesi in cui lo è stato a brevi tratti, e per il resto 1-2-3 casino.

Obiettivi. “Entrare in Champions, non ci sono storie. Il resto dobbiamo vederlo, ci proveremo”. Molto bene. E speriamo che Frank non sia uno che deprime le ambizioni, fossero anche eccessive. “Ci proveremo” ci piace.

La Juve. “Non è così sicuro che sia più forte dell’anno scorso. Non sappiamo se i grandi nomi sapranno anche essere squadra”. Con l’ottimismo e la positività siamo già avanti. Adesso gol, gioco e zebedeos. Cioè, viene il difficile. Tocca a te, Frank.

agosto 14, 2016
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Gabigol e quelli come lui

gabigol

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Chissà se prenderemo Gabigol: questo è scritto non so dove ed è comunque troppo difficile per le mie meningi fare considerazioni appropriate o addirittura esprimere previsioni attendibili. So invece perchè stiamo cercando di prenderlo: perchè è un attaccante, perchè è giovane, perchè è brasiliano e perchè nomen omen, ovvero speriamo tutti che in quel nome – anzi, soprannome – ci sia un presagio. Gabriel Barbosa Almeida, meglio noto come Gabriel, ancor più noto come Gabigol, ovvero Gabriel che fa gol. E insomma, qui si gronda di positività e noi tifosi siamo qui per questo, per grondare.

Quello che invece non tutti sanno è che l’Inter, sulla scia di questo ottimismo crescente e delle suggestioni dei soprannomi, sta seguendo altri giovani giocatori brasiliani. Siamo in grado di anticiparveli in esclusiva. Eccoli.

Paulo Compassiao Lumen Artiolo detto Sguish. Atletico portiere delle giovanili del Botafogo, Sguish è considerato uno dei più interessanti prospetti a livello mondiale nel suo ruolo. Alto 2 metri e 10 a soli 16 anni, è imbattibile sulle palle alte ma, a dire il vero, assai acerbo nella gestione di quelle basse, impiegando ancora alcuni interminabili secondi ad allungarsi correttamente in tuffo. Le squadre avversarie si sono ormai attrezzate e tirano solo rasoterra: Sguish (da qui il suo simpatico soprannome) deve ancora migliorare il suo rendimento e ridurre il numero dei gol presi tra le gambe o sotto la pancia, ancora troppo elevato per consentirne l’approdo allo smaliziato calcio europeo. In occasione delle punizioni dal limite, unico portiere al mondo, chiede ai compagni in barriera di coricarsi. L’anno scorso, nella finale ai rigori della Coppao do Brasil Tim, ha subito quattro gol con il cucchiaio: aspettava infatti i rigori già sdraiato.

Arthur Dezzema Coimbra Fappani detto Tibiaeperao. Arcigno difensore delle giovanili della Fluminense, è noto per la ruvidezza dei suoi interventi e per le sue scivolate chirurgiche e impetuose: arriva sempre sul pallone, anche quando l’avversario imprudentemente prova ad anticiparlo. Del resto, lui non si è mai formalizzato sin dalla prima infanzia per la presenza di gambe altrui nella traiettoria ideale e teorica verso la palla, attirando così le attenzioni di osservatori e traumatologi da tutto il Brasile. Talento da sgrezzare (salta una partita su tre per squalifica, a fine stagione una su due), potrebbe rivelarsi un’arma tattica interessante: per esempio, può essere utile nei primi cinque minuti delle partite con la Juve, sempre che De Boer si attrezzi tatticamente ad affrontare 85 minuti in inferiorità numerica.

Roberto Angelino Ferreira Lazzaroni detto Possessinho. Solido centrocampista delle giovanili del Coritiba, è dotato di ottime doti di palleggio e grande visione di gioco. Pregi che però non annullano, secondo gli addetti ai lavori sudamericani, i suoi non secondari difetti: una certa lentezza nel movimento e un’innata tendenza a non passare mai la palla. Può essere il regista che manca all’Inter? Possessinho garantisce un controllo pressochè completo della zona mediana, ma il suo ultimo assist – raccontano i cronisti sportivi brasiliani – risale al 2014, quando allontanò il pallone con un gesto di stizza pensando che il gioco fosse fermo, servendo invece l’incredulo centravanti smarcato. Perfetto per gli 0-0, non molto portato quando c’è da finalizzare.

Oscar Paulo Ansano de Palma detto Zizzanha. Caratteriale centrocampista delle giovanili del Flamengo, è apprezzato per le sue doti di lotta e di governo, ma non per il suo mediamente pessimo rapporto con lo spogliatoio. Specializzato nel dividere i compagni in clan, riesce a litigare contemporaneamente con brasiliani del nord, brasiliani del centro, brasiliani del sud, brasiliani benestanti, brasiliani delle favelas e brasiliani del ceto medio. Ha invece un buon rapporto con gli argentini e con i pregiudicati per reati contro la persona e/o il patrimonio. A un giornalista che gli chiedeva se si sentisse l’erede di Felipe Melo, ha risposto: “Non seguo il calcio femminile”. Il padre, per mettere alla prova la sua indole dominante, lo porta spesso con sé a un rito tribale tipico del Brasile, le cosiddette “asembleas do condominho”.

Gabriel Usmanovich Araujo Moretti detto Gabifail. Talentuoso attaccante delle giovanili dei Corinthians, sin dai primi anni di attività è cresciuto in contrapposizione con il coetaneo Gabigol, nel cui confronto patisce in termini di cattiveria e determinazione. Fisicato, fantasioso e tatticamente diligente, difetta ancora un po’ nell’efficacia in zona gol. Celeberrima una sua strepitosa azione in un match contro il Flamengo: servito all’altezza del disco del rigore, con una finta di corpo ha fatto sedere sette avversari compreso il portiere, salvo poi fermarsi per guardare sul tabellone il minuto dell’azione consentendo ai difensori di rinviare: “Volevo essere preciso su Facebook”. In un’altra occasione, mentre stava per ribadire in rete una respinta corta del portiere, si è accorto che uno spettatore stava facendosi un selfie spalle al campo e si è messo in posa. Smussate queste asperità psicologiche e umane, per Gabifail potrebbero aprirsi interessanti prospettive di carriera.

agosto 9, 2016
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Cicciottelle, tiri a segno e leoni da tastiera

tirasegno

Per questo titolo, a quanto mi risulta, non ha perso il posto nessuno. E’ un titolo del 16 luglio 2016, quindi meno di un mese fa. No, per dire che non si può parlare di sensibilità diverse nel giro di 24 giorni, no? Per carità, certo, qualcuno si è infastidito, qualcun altro ha represso un conato di vomito, altri ancora hanno condannato. Bòn.

Per titolare (due giorni dopo: quindi avendoci pensato a lungo) “Tir a segno” la notizia planetaria di una strage su un lungomare a noi molto vicino – un terrorista che con un camion frigo si lancia sulla folla che ha appena assistito ai fuochi d’artificio della festa nazionale – ci vuole un bel pelo sullo stomaco, un pelo lungo qualche metro. “Tir a segno” è un gioco di parole che risulterebbe fastidioso anche per un tamponamento in autostrada: figuriamoci sul sangue di 85 persone che stavano passeggiando col gelato in mano, persone che potevamo essere tranquillamente noi (perchè è successo a Nizza, non in culo al mondo).

“Tir a segno” è catalogabile, come tipologia, a quei titoli da Gazza tipo il “Manciao” (risoluzione di contratto di Mancini) di ieri: sono titoli-giochetto, che richiedono un esercizio intellettuale e un certo senso dell’umorismo e dell’enigmistica, che a volte riescono e a volte no, e che comunque ti sono imposti dal grafico: hai 10 lettere a disposizione invece delle 70-80 che ti servirebbero e devi far capire di cosa si tratta a quello che passa davanti all’edicola. Allora vai con “Manciao”, “Pog va, Higua in” o cose del genere. Ma il giornale è rosa, si parla di sport (quindi roba non seria, diciamolo, specialmente il calcio) e la leggerezza è d’obbligo.

Invece “Tir a segno”, parlando di 85 morti, è un’infamia. Che non è costata il posto a nessuno. E va bene, chi sono io per decidere chi licenziare e chi no?

cicciottelle

Questo titolo invece è costato il posto al direttore dello sfoglio sportivo del Quotidiano nazionale (gruppo Riffeser, in Lombardia è dentro il Giorno). Faccio fatica a pensare che un direttore di un qualunque giornale del mondo evoluto perda il posto per un titolo sulla finale per il terzo e quarto posto di una gara di tiro con l’arco, quindi mi diverto a immaginare (non sapendo nulla, ovviamente) che sia stato preso a pretesto per risolvere altre questioni. Ma rimanendo ai fatti, quelli oggettivi, prendo atto che in Italia si può titolare “Tir a segno” su 85 morti e non “Cicciotelle” su tre tiratrici con l’arco che arrivano quarte alle Olimpiadi.

Prendo anche atto, già che ci sono, che il livello di indignazione popolare è stato molto più elevato (corale, coeso, quasi violento) per un infelice, sessista, superficiale, sciocco ma (in my opinion) innocuo titolo  su tre giovani atlete non magrissime che tirano con l’arco piuttosto che per un titolo che faceva del ributtante umorismo su una strage terroristica.

Purtroppo, il livello di indignazione popolare si misura sui social. Dico purtroppo perchè è molto comodo per chiunque – compresi i giornali – eleggere i social a termometro popolare, e perchè da dietro una tastiera è altrettanto comodo fare battaglie che de visu nessuno avrebbe davvero voglia di fare. Compresa una crociata della durata di qualche ora a difesa del genere femminile, dello sport in rosa, delle donne (punto), delle donne non magre, della parità, dell’emancipazione, del femminismo, del suffragio universale, del tiro con l’arco, del tiro senza arco, delle taglie forti, degli sport minori eccetera eccetera, crociata che costa la testa di un direttore che si era scusato del suo titolo infelice, sciocco ecc. ecc. e basta, la vita va avanti e le Olimpiadi pure.

E invece no. Vuoi mettere la figata di tirar su un casino micidiale su “cicciottelle”?

Questo sono i social. Cogli l’attimo (con ciaone, con petaloso, con cicciotelle) e vivi il tuo giorno da leone. Nessuno ti rinfaccerà la distrazione di quando con un titolo prendevano per il culo 85 morti e le loro famiglie: probabilmente, stavi cercando i Pokemon.

agosto 8, 2016
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De minestrarum riscaldamentibus

comunicato

Questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro

Otto minuti dopo la pubblicazione del comunicato ufficiale della società (ore 11.29), il palinsesto odierno di Inter Channel (ore 11.37) già copriva sul sito la notizia della risoluzione consensuale del contratto con Roberto Mancini, che poco più tardi (ore 12.01) con l’ufficializzazione dei gironi della Primavera diventava la terza notizia della mattinata. And so on, stasera ne avrà davanti venti e domani sarà già passato remoto. Le cose sul web corrono fin troppo veloci, lo sappiamo bene, ma questa mezzoretta di news dà involontariamente l’idea del passo burocratico – più ancora che freddo, come sono sempre questi addii – appena compiuto dall’Inter nel bel mezzo dell’estate e a tredici giorni dall’inizio del campionato. Un passo dovuto – un passo normale -, la messa per iscritto di un evento ormai scontato e indifferibile.

Il Mancini Due è durato venti mesi e – era ormai chiaro – non poteva durare un giorno di più. Venti mesi di un nastro che riavvolgeremmo tutti volentieri, Mancio compreso, perchè a parte l’irreale autunno scorso (quello della capolista che vinceva sempre 1-0 giocando di merda e quindi evviva!), non è che ci si sia divertiti molto. E al netto delle rivoluzioni societarie e delle scorie mazzarriane, il Mancini Due è stato quel che è stato. Soprattutto (e purtroppo) la prova che forse sarebbe meglio non tornare mai dove si è già lavorato, tenendo a bada le pulsioni del cuore e dell’Iban. E che riscaldare le minestre, a livello culinario e non, a volte riesce e a volte no (quasi mai): o sei consapevole del riscaldamento della minestra oppure ciao, se pensavi a Cracco.

mancini

Arrivato in corsa due campionati fa, si è ritrovato con il peso delle aspettative di un nuovo presidente e di qualche milione di tifosi. Non è andata benissimo, con il gran casino di un mercato di gennaio che non ha risolto nulla. Poi la seconda stagione, intera, programmata dall’inizio alla fine, con desiderata accolte e altre no, perchè siamo pur sempre una società che vorrebbe molto ma non può (ancora) tutto, e questo prescindeva dal Mancio e dal progetto che aveva in testa. Qualche mese sopra le righe, un paio da sprofondo totale, qualche scommessa vinta e qualcuna rimandata, un bilancio finale che parla di un quarto posto (buono? boh, deludente, essendo stati in testa a metà dicembre con 4 punti di vantaggio), di un ritorno in Europa e di una solida base da cui ripartire.

“Solida base da cui ripartire”, ehm, l’ho messo io. La “solida base” di questo luglio/agosto è sì una rosa collaudata e potenziata (Banega e Candreva), ci mancherebbe, ma anche un capitano che se ne vuole andare un giorno sì e l’altro pure e un allenatore che, palesemente, non ha più voglia, non ci crede più, dice che guarda i porno in tv e che quella che ha perso 6-1 in amichevole è la miglior Inter vista finora. Che poi, ecco, è questo che possiamo contestare ferocemente al Mancio: di avere allungato un’agonia. Perchè potremmo presto renderci conto di aver perso un mese di tempo. Sempre che la prossima soluzione, quella annunciata, non sia di per se stessa una soluzione-ponte: chi avrebbe voglia di un’altra stagione così, a volere e non potere, a far finta di essere lì, ad arrendersi alla prima avversità, ad aspettare il prossimo messia?

agosto 1, 2016
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Un giorno da Icardi

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questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro

ore 7.30. Suona la sveglia. Mauro chiede un prolungamento. Wanda lo lascia dormire fino alle 7.50.

ore 8. Primo tweet della giormata di Wanda: “Buongiorno Italia!!! Jamme!!!”

ore 8.30. Dopo la colazione, Mauro si prepara per l’allenamento. Uscendo, non sorride al portinaio e lascia le impronte sulla porta a vetri.

ore 9.15. Wanda prende contatti con altre società, cominciando dall’area Schengen.

ore 10. Durante il torello, Mauro entra dritto su un piede di Nagatomo e non chiede scusa.

ore 10.30. Wanda polemizza col salumiere sul prezzo del prosciutto cotto. Nella trattativa si inserisce un pensionato cui Wanda, con sguardo ammirato, allunga il biglietto da visita.

ore 11.15. Mauro segna un gol in allenamento ed esulta come Tardelli.

ore 12. Secondo tweet della giornata di Wanda: “Buon appetito Italia!!! Pizza e mandolino!!!”

Ore 12.15. Mauro firma un autografo a un bambino alla porta carraia di Appiano Gentile. “Scusa, ma perchè hai firmato Mau Rdi?” “Il resto a fine mercato”.

Ore 13. Wanda avvia le trattative extra Schengen prendendo il sole in terrazzo.

Ore 13.15. Mauro arriva a casa: “Non c’è niente da mangiare?” “No, hai il mal di pancia”

Ore 14. Mentre Mauro si riposa, Wanda lo fotografa e manda un tweet: “Lui dorme sereno, e voi? Forza Inter!!!”

Ore 15. Wanda chiama il Napoli.

Ore 15.01. Mauro chiama Wanda per sapere cosa dicono a Napoli, ma trova occupato.

Ore 15.30. Wanda posta su Twitter una foto di Totò e Peppino.

Ore 16. Mauro chiede un preventivo al carrozziere per un’eventuale riverniciatura della Lamborghini.

Ore 16.30. Wanda chiama Mauro, chiedendogli perchè non l’avesse ancora chiamata per chiedere della trattativa con il Napoli.

Ore 16.31. Mauro dice che aveva trovato occupato.

Ore 17. Wanda va a lezione di recitazione da Nadia Cassini.

Ore 18. Mauro va dal barbiere per un ritocco.

Ore 18.45. Wanda cerca su internet “frasi napoletane simpatiche”.

Ore 19.30. Mauro chiede a Wanda cosa c’è per cena, Wanda glielo dice e Mauro risponde: “Credo di meritare di più”.

Ore 20.15. Tweet di Wanda Nara: “Cazzimm!!! Buona cena mondo!!! (tranne Cina e Indonesia)”

Ore 21.15. Mauro e Wanda leggono il copione di “Natale a Castelvolturno”

Ore 22.50. Mauro e Wanda vanno a letto.

ore 23. Mauro si avvicina a Wanda, che lo allontana con una carezza: “No, niente bonus”.

ore 23.05. Mauro non si sente valorizzato.

ore 23.30. Ultimo tweet della giornata di Wanda: “Buonanotte barboni!”

luglio 28, 2016
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La stampa pigra e le maestranze in rivolta

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Questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro, un progetto di Michele Dalai che è anche l’unica persona al mondo che mi può chiedere di scrivere da un’altra parte che non sia questa, il mio sgangherato blogghettino. Il Nero e l’Azzurro è un blog collettivo di eccelsa qualità – e belle firme – tutto sull’Inter (quindi: come potevo dirgli di no?).  E con il quale condivido un obiettivo filosofico e morale: fare dell’Inter, oltre che una passione, un genere letterario.

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D’accordo: il fatto che da giorni il nostro centravanti e capitano stia trattando con 17 società diverse e che il nostro allenatore sia una specie di dead man walking in attesa di non si sa bene cosa, ecco, riveste oggettivamente un discreto interesse giornalistico. Quindi non ci si può lamentare dell’attenzione morbosa dei media sulle nostre vicende: come dire, sta un po’ nelle cose. Certo, i 24 pezzi giornalieri su Icardi e Mancini che rimbalzano tra carta e web sono anche il simbolo della pigrizia del giornalista medio, come se tutto l’accidentato precampionato dell’Inter si racchiudesse lì, nei mal di pancia dei nostri due simpatici beniamini. Perchè c’è dell’altro, che la stampa per fortuna non sa. Vertenze contrattuali e rivendicazioni sindacali che stanno macerando l’Inter non meno dei tweet di Wanda Nara. Eccole.

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L’autista del pullman. Il caso è scoppiato poco prima della partenza del ritiro: l’autista ha chiesto un ritocco allo stipendio, minacciando di non ripartire da Brunico fino all’arrivo delle prime nevi. “Ho sopportato di tutto, addirittura Balotelli e Arnautovic, e ora dopo tanti anni credo di aver diritto a un riconoscimento” . La società ha offerto un ventilatore da cruscotto e un abbonamento al terzo anello verde, ricevendo per adesso un netto rifiuto. Nella trattativa si è inserito il Napoli: De Laurentiis ha proposto all’autista alcuni bonus (tra cui un voucher Camogli vitalizio per la sosta in autogrill) e una particina del film “Il bus chiamato desiderio”, un soft porno ambientato a Detroit.

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Il massaggiatore. “Messi e Cristiano Ronaldo si fanno ibernare dopo le partite, e io sono ancora qui con l’olio canforato”. Nello staff paramedico serpeggia il malumore e uno dei massaggiatori è sceso in stato di agitazione attuando il blocco degli straordinari: curerà solo gli infortuni muscolari dei giocatori dalla A alla L. L’Inter sta trattando su alcuni benefit (tra cui un contratto di consulenza con lo studio fisioterapico “La bella Appiano” e la conduzione del reality “CrocerossInter” nel preserale su Inter Channel), ma la situazione non si sblocca. Nella trattativa si è intanto inserito il Napoli: De Laurentiis ha proposto al massaggiatore uno scambio culturale misto con la Thailanda e una particina nel film “Massaggio a Nord Ovest”, un soft porno ambientato nel circolo polare artico.

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Il tracciatore di righe. E’ pronto alle azioni di sabotaggio più clamorose (tipo allargare le fasce fino alla sala vip) il tracciatore delle righe dello stadio, dopo che gli è stato negato un ritocco allo stipendio chiesto per compensare il danno biologico (“Non è facile lavorare per una zona del campo dove se va bene vedo Nagatomo”). L’Inter ha provato a mediare (la proposta: tracciare i vialetti del parco Sempione quando corrono le fighe) ma per ora la trattativa è in stallo totale. E peraltro si è inserito nelle ultime ore il Napoli: De Laurentiis, oltre a un corso d’aggiornamento a Wimbledon, ha offerto una particina del film “Tutto quello che avreste voluto sapere sul gesso e non avete mai osato chiedere”, un soft porno ambientato in un cantiere di Budapest.

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Lo steward del tornello. G. F., detto il Masaniello del tornello, sta guidando la protesta di un gruppo di steward che aderisce alla sigla sindacale Cobas-Tornelli. La vertenza è incentrata sul riconoscimento di lavoro usurante. Alla prima interlocutoria replica della società (“ma che cazzo, lavorate 4 ore la settimana”), G. F. ha ribattuto che a lui prima della partita piacerebbe stare con i figli e che per questo soffre molto. Nella trattativa si è inserito il Napoli: De Laurentiis ha offerto allo steward il posto da vicecapostruttura tornelli del San Paolo e una particina nel film “Al tornello davanti, in attesa tutti quanti”, un soft porno ambientato in piazzale Axum.

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Il venditore di gelati. “Il cornetto arriva sciolto all’utente finale: io non ci posso sempre mettere la faccia”. E’ partita così, con un’intervista al quotidiano on line “I scream”, la clamorosa vertenza che potrebbe bloccare il servizio di ristoro lungo gli spalti del Meazza. Il venditore (che non ha dato il nome per evitare ritorsioni) ha parlato a tutto campo dei problemi del suo lavoro: “Il rapporto con i tifosi è buono, tranne quando passo davanti a qualcuno”. In attesa di una risposta dell’Inter, che ha convocato una riunione con la Federcornetti dopo Ferragosto, il Napoli si è inserito della trattativa: offerta anche una particina nel film “La coppa della nonna”, un soft porno genere granny ambientato alla Sammontana.

luglio 26, 2016
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Quando esce il calendario

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Questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro

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Il calendario della Serie A è quella cosa che accendi il computer, avvii l’apposito programmino, scrivi il nome di 20 squadre dentro altrettante feritoie e a un certo punto pigi “invio”. Dopo un nanosecondo su un maxischermo appaiono 19 quadrati. Ognuno contiene 10 righe di testo in cui i nomi delle 20 squadre sono accoppiati due a due, e questi accoppiamenti sono tutti diversi

(ohhhhhhhhhhhh)

e nessuno dei 19 quadrati è uguale all’altro, tipo il Sudoku. E’ una tecnica perfezionata negli anni, in tempi meno recenti affidata a un esercito di amanuensi che ci metteva tutta l’estate e, ora, a un dito indice che una sera pigia “invio” e bòn, è fatto. Il risultato, oggi come ieri, è lo stesso. Ciascuna delle squadre iscritte – l’Inter, poniamo – affronterà le altre. Tutte. E per ben due volte, una in casa e una in trasferta, per un totale di 38 partite.

Cioè, è così e basta.

Provo a spiegare. Non è possibile, per esempio, affrontare quattro volte l’Atalanta per evitare lunghe trasferte (nel senso: rinuncio a Palermo e Crotone e chiedo di andare tre volte a Bergamo, tanto più o meno sono uguali). Nè giocare con la Juve meno di due volte (accampando problemi di sicurezza o incompatibilità caratteriale: ne facciamo tre con il Toro e una con la Juve, va bene lo stesso?). O tre volte con il Milan (metti che dopo andata e ritorno serva la bella: tiro via Udine che è scomoda, per dire).

Una volta assodato tutto questo, il tifoso medio, pregno di un’infantile curiosità, procede all’esame critico del calendario. L’ordine di lettura è di solito questo: prima giornata (“vediamo dove si inizia, non vedo l’ora, wow!”), ultima giornata (“vediamo dove si organizza la festa scudetto”), partita con il Milan, partita con la Juve, stop, il resto conta quel che conta. Ma questa è la modalità easy.

Inspiegabilmente, di fronte alla fredda oggettività matematica di un calendario, a un mese dall’inizio del campionato e a 40 giorni dalla fine del mercato, con le squadre – compresa la tua – in divenire, nel bailamme intellettuale che ti coglie nel mezzo tra un’amichevole con la rappresentativa della Valsugana e una col Paris Saint Germain, nella gran parte dei tifosi si scatena la modalità hard.

Così, Chievo-Inter alla prima giornata diventa una “partenza in salita, che bastardi”. Pescara-Inter alla terza, l’11 settembre (la data non facilita le cose), “un colpo basso: chissà che caldo in riva al mare, ricordate la Coppa Davis a Maceiò?”. Inter-Juve alla quarta “l’inizio della fine, ci faranno a pezzi”. Roma-Inter alla settima “il colpo di grazia, che merde”. La serie Milan-Fiorentina-Napoli a cavallo tra novembre e dicembre “un complotto di quegli stronzi della Lega che ci vogliono far retrocedere”.

E poi: quattro soste per la Nazionale, la cui ineluttabilità – in modalità hard – viene seguita da un urlo lancinante, tipo quando Fantozzi apprende dell’improvvisa convocazione del cineforum con il film cecoslovacco sottolitolato in tedesco. E poi: due domeniche che saltano per la sosta natalizia, in virtù di un complotto pluto-cattolico che non riusciamo a scardinare.

E mentre uno (hard) mi spiega che il turno infrasettimanale a Empoli sarà logisticamente dispendioso e l’hanno fatto apposta, e l’altro (easy) che il finale sarà una passeggiata e vinceremo lo scudo con tre giornate di anticipo se non quattro, io mi tappo le orecchie e faccio la-la-la-la-la e prego intimamente che giunga in fretta in 21 agosto. Arriviamo, Chievo: non è stagione di pandoro e quindi – è l’unica certezza – giuocheremo leggeri, tiè.