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luglio 16, 2018
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Cristiano Ronaldo alla Juve: istruzioni per l’uso

Personalmente, ho eletto Cristiano Ronaldo mio giocatore preferito (interisti a parte, eh?) nel novembre 2013. Era già Cristiano Ronaldo da un pezzo, certo, aveva già vinto un Pallone d’Oro, ma non è che mi titillasse il velopendulo più di tanto. Dopo 4 Palloni d’Oro consecutivi (quelli figli del regolamento ultraridicolo introdotto nel 2010 e superato nel 2016), Messi sta per vincere il quinto in automatico tra gli sbadigli generali. Sembra tutto già deciso. Il 15 e il 19 novembre 2013, a un mese dalla tradizionale proclamazione prenatalizia, si giocano però gli spareggi europei per le qualificazioni ai Mondiali 2014.

Uno degli spareggi è Portogallo contro Svezia, CR7 contro Ibra, in palio un posto a Rio. Andata a Lisbona, gol di Cristiano Ronaldo, finisce 1-0 per il Portogallo. Ritorno a Solna quattro giorni dopo. Primo tempo, ancora gol di Ronaldo: 1-0. Secondo tempo, Ibra ne mette due in 4 minuti e ribalta il risultato: 2-1 per la Svezia. Al 74′ la Svezia è ancora in vantaggio e sogna l’impresa, ma Cristiano Ronaldo pareggia con un gol della madonna, e al 78′ parte in contropiede e segna un altro gol della madonna. 3-2 per il Portogallo, che si guadagna il Brasile. Il mondo del calcio improvvisamente si interroga: no, scusate, ma come si fa a non dare il Pallone d’Oro a uno così? E infatti glielo danno, in extremis, un Pallone d’Oro bellissimo, frutto di una specie di sollevazione popolare sommersa ma impetuosa.

Da allora ne vincerà altri tre (uno, in mezzo, di nuovo a Messi, vabbe’) per un totale di cinque. Ma il Pallone d’Oro, nella sostanza, conta quel che conta. Cristiano Ronaldo mi aveva semmai conquistato caricandosi una squadretta sulle spalle e portandola di peso al Mondiale. Ed è rimasto da allora nel mio Olimpo personale, solissimo, aggiornando via via le sue statistiche madridiste, 450 gol in 438 partite con il Real, cazzo, 450 gol in 438 partite. 450 gol, santiddio, di cui 311 in 292 partite di campionato e 105 (105!) in 101 partite di Champions. No, dico: a questo Messi gli può solo spicciare casa.

E’ un tale campione, CR7, che certe sue vicende personali – mi riferisco alla disinvolta modalità con cui ha fatto 4 figli tra madri ignote e/o surrogate (tranne l’ultimo), una robaccia alla Michael Jackson – sono trattate con una diffusa e formidabile indulgenza. Who cares? Ingravidi chiunque e come cazzo gli pare: è un cannoniere eccezionale, un atleta strepitoso, un professionista spaventoso. E adesso che viene in Italia bisognerebbe segnarsi la data sul calendario, perchè – ci piaccia o no – è un evento immane che si issa al livello che pareva irraggiungibile degli arrivi di Maradona o Ronaldo ( il nostro) e che riposiziona verso l’alto il calcio italiano nel piano cartesiano dello sport mondiale.

Il problema – porca puttana – è che lo ha preso la Juve.

Procedendo secondo la logique deductive di Clouseau, debbo ora decidere come metabolizzare il fatto che il mio calciatore preferito da oggi veste la maglia della mia squadra spreferita, la peggiore di tutte, quella che nella mia testolina di tifosotto ha la peggior reputazione di ogni tempo, la peggiore delle avversarie, il peggior posto dove poter andare, il peggio del peggio del peggio. E’ come se, dopo averla corteggiata per anni e averne parlato al bar con chiunque nel miglior modo possibile e averle scritto centinaia di lettere d’amore e aver tappezzato delle sue foto la mia cameretta, Jennifer Lawrence venisse a Pavia e si mettesse con un mio vicino di casa mafioso, drogato, truffatore, corruttore e negazionista. E juventino.

E’ terribile.

Ora, con estrema sincerità, devo dire che – a bocce ancora ferme – il sentimento che più mi frulla in corpo è la curiosità. La curiosità di vedere Cristiano Ronaldo nel campionato italiano, 38 partite da Milano a Frosinone, da Torino a Udine, e vedere se segnerà anche qui un gol a partita per i suoi quattro anni di contratto. La curiosità, anche, di valutare la gestione di un affare così spaventoso, inammortizzabile, una scommessa su un giocatore di 33 anni che ne compirà 34 già nelle prime giornate del girone di ritorno: uno splendido 34enne, per carità, il più splendido che c’è, ma pur sempre 34enne.

Cristiano Ronaldo non mi costringerà al bipolarismo: ammirerò con fredda oggettività i suoi gol e le sue giocate, ma avrà un’orribile maglia addosso e perciò non sprecherò altre emozioni per lui. Non gli auguro infortuni, ci mancherebbe altro: al limite, di inserirsi male in una squadra di gente antipatica e invidiosa, o di condizionare all’estremo le scelte tecniche dell’allenatore o di sconvolgere gli equilibri messi in discussione per fargli posto. Nel calcio non c’è nulla di automatico e, per quanto da uomini di mondo sappiamo come possono andare le cose, la palla continuerà a essere rotonda e capricciosa anche per gente stratosferica come Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Quando fisso il soffitto e cerco di farmi una ragione di questa merda di circostanza, mi sorprendo a vedere sempre una luce in fondo al tunnel: saranno cazzi, certo, ma quanto sarà bello vederli perdere.

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maggio 21, 2018
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Il rinnovo di Eder e il mistero di Owen Wilson

Eri al cinema a vedere Dogman? Eri alla comunione di tuo nipote? Eri al matrimonio di tuo cugino? Eri al ristorante a festeggiare il tuo anniversario? Eri al motel con l’amante?  Non temere: questo è un blog di servizio e come tale ti aiuterà a rivivere minuto per minuto l’avvincente partita dell’Olimpico tra Lazio e Inter.

Primo tempo.

1′. Perisic crossa per Icardi che cerca il gol del secolo. Mentre arriva il pallone si gira verso Ausilio per concodare un ritocco e l’azione sfuma.

4′. Candreva tira da 25 metri, Strakosha aspetta il pallone già coricato.

6′. La Lazio aggredisce, Luis Miguel sbaglia un gol fatto.

10′. Cross da sinistra, Milinkovic Savic vola di testa, miracolo in tuffo di Handanovic, l’azione prosegue, palla a Marusic che tira in faccia a Perisic, mandibola piena, autogol. Handanovic non si tuffa: “Mi ero già tuffato prima”.

15′. Vecino tira alla Candreva, Strakosha fa 30 secondi di plank e para.

20′. La Lazio domina, contropiede dell’Inter, Cancelo lancia Icardi che tira zappando la terra, palla fuori e niente ritocco.

24′. Punizione dal limite, Diego Armando Milinkovic Savic Mazzanti Viendalmare colpisce il palo. Handanovic immobile: “No, io Handanovic. Immobile è quel tizio biondo con la faccia da terrone”.

29′. La Lazio, durante un calcio d’angolo, si riunisce in area a parlare del premio Champions. Brozovic furbescamente calcia prima della fine della trattativa, palla a D’Ambrosio, naso, tibia, nuca, orecchio, gol. La Lazio protesta: “Ha segnato senza aspettare che il portiere si rialzasse come vorrebbe il fair play”. L’arbitro del Var, Angelo Roncalli, dice a Rocchi che il gol è valido.

41′. Felipe Anderson recupera palla al limite della sua area e corre fino al limite della nostra. Nel frattempo aveva dato palla a Lulic che gliel’aveva restituita mentre D’Ambrosio e Miranda guardavano ammirati la linearità del contropiede. Tiro, gol. Handanovic non esce nè si tuffa: “Cioè, pretendete troppo”.

44′. Milinkovic Savic tira, Handanovic respinge di pugno: “E allora? Gne gne gne”.

Fine primo tempo. Pagelle Inter: Handanovic 5.5; Cancelo 5.5, Skriniar 6, Miranda 5.5, D’Ambrosio 6; Vecino 4, Brozovic 6.5; Candreva 4, Rafinha 5, Perisic 6; Icardi 4. All. Spalletti 5

Secondo tempo

4′. Cross di Tiberio Murgia, Handanovic si tuffa e la tocca, Miranda stupefatto la mette in angolo.

10′. Cross di Brozovic, Perisic di testa impegna Strakosha che para stoppando di petto e facendo juggling.

15′. Cambio nell’Inter: esce Candreva, dentro Eder. Ausilio chiama l’Uefa per chiedere notizie sulle qualificate di Estonia, Lettonia, Lituania, Moldova e Lapponia.

16′. Cross di Brozovic per Eder che di testa manda di poco alto. Strakosha aveva chiesto il medical timeout ed era in bagno.

18′. Felipe Anderson tira sull’esterno della rete, Handanovic si inginocchia: “Beh, ci stava”.

20′. Cambio nell’Inter: esce Rafinha, dentro Karamoh. Il Barcellona chiama Ausilio: “Tenetelo, non c’è problema”.

25′. Radu cade in area, la sfiora con la mano e Icardi, che era lì vicino, capisce di essere finalmente inquadrato dopo 65′ di assenza e protesta con veemenza per rispettare il bonus contrattuale: “Protestare con veemenza almeno una volta a partita”.

26′. Corner, cross, Milinkovic Savic la prende con non si sa cosa, Rocchi dà il rigore, non può essere vero. Infatti l’arbitro del Var, Piero Pacciani, dice che non lo è. Milinkovic Savic cerca di calmare gli animi: “Non l’ho presa col braccio, è che ho la clavicola lunga”.

30′. I primi tifosi interisti abbandonano l’Olimpico in lacrime, alcune migliaia in piena depressione lasciano pub e case di amici, altre migliaia davanti alla tv girano su Fazio o Un giorno in pretura: “Ma dove cazzo andiamo, dai, ma quale cazzo di Champions, è già tanto se ci siamo salvati… Squadra di merda, portiere inguardabile, Icardi e Vecino fanno cagare e quel deficente abbronzato mi mette dentro Eder… il Real mette Asencio e noi mettiamo Eder… Minchia, ha fatto il partitone pure De Vrij… e naturalmente te lo mettono sempre nel culo, un rigore non te lo danno manco morti…”.

31′. Eder di prima lancia Icardi in area, De Vrij interviene tipo Chuck Norris. Rigore, confermato dall’arbitro del Var Florence Nightingale. Batte Icardi, gol. 2-2.

31′ 30″. Migliaia di interisti tornano frettolosamente all’Olimpico, al pub, a casa degli amici, in posizione eretta sul divano e su Premium o Sky.

33′. Lulic entra in scivolata su Brozovic e lo stende. Al confronto del fallo di Pjanic sembra una seduta di petting avanzato, ma Rocchi che fino a quel momento ha fischiato anche le scoregge non può esimersi dall’estrarre il secondo giallo. Lazio in 10.

33’05”. Il popolo interista ribolle come ai vecchi tempi: l’espulsione di Lulic ricompatta le fila, adrenalina alle stelle, urla, strepiti, cori, blandi abusi sessuali, piccoli vandalismi casalinghi, introduzione della flat tax, richieste di rinnovo di contratto per Eder.

35′. Assalto. Karamoh cerca di uccidere Perisic e sfiora il gol. Alla carica! Juve merda!

36′. Fuori D’Ambrosio, dentro Ranocchia.

36’10”. Ranocchia entra come un ossesso alla Materazzi e va direttamente nell’area della Lazio, schierata in attesa del corner. Panico. Musica di Ennio Morricone. Brividi alti così.

36’20”. Corner. Pum! Palla sul primo palo, Ranocchia si libra in volo alla Baryshnikov e confonde le idee alla già confusa Lazio, Vecino la prende in piena fronte e la mette sull’altro palo.

36’21”. GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA. 2-3.

39′. Inzaghi si gioca la carta Nani, esce De Vrij che in lacrime si siede direttamente nella panchina dell’Inter e gioca a Fifa 2018 con Pinamonti.

40′. Conclusione di controbalzo dal limite di Milinkovic-Savic, palla che esce di un soffio. Handanovic si tuffa per sporcarsi un po’ anche la coscia destra.

45′. Eder svaria alla Garrincha e la mette in area per Icardi che inciampa come un bambino dell’asilo e fallisce il 4-2: “Non è giusto infierire sugli avversari, e poi non avevo fissato l’extra bonus per i 30 gol”.

47′. Rocchi espelle Owen Wilson, non si sa a quale titolo seduto nella panchina della Lazio.

49′. Rocchi fischia la fine, l’Inter è in Champions League, la Lazio in Estonia Moldova Prussia Bielorussia.

Pagelle finali Inter: Handanovic 8; Cancelo 7.5, Skriniar 8 (31′ st De Vrij 9), Miranda 8, D’Ambrosio 8 (36′ st Ranocchia 8,5), Vecino 9, Brozovic 9; Candreva 6 (16′ st Eder 8.5), Rafinha 6 (23′ st Karamoh 8), Perisic 8.5; Icardi 9. All. Spalletti 9

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maggio 14, 2018
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Interista erotico stomp

E’ stato intorno alle ore 17 di domenica 13 maggio 2018 che, solo in casa, nell’atto di passeggiare nervosamente davanti al televisore e, a un certo punto, di urlare

“Arbitro, tempo!”

ecco, è stato in quel momento che mi si è palesata con precisione la drammaticità della nostra condizione di interisti. Davo segni di impazienza – “Arbitro, tempo!” – e di squilibrio, ma non stava giocando l’Inter. Che, com’è noto, aveva giocato la sera prima. E non era stata una bella serata. Per dire, io mi ero pure impegnato in un percorso di de-imbarbarimento,  arrivando a barattarla elegantemente con l’attesa proiezione di Loro 2.

“Amore, decidi tu – avevo detto sabato pomeriggio simulando il più completo disinteresse per la partita, che a Servillo servirebbero 15 giorni di metodo Stanislavskij per arrivare a un simile livello di dissimulazione – per me è uguale, Inter o cinema, non c’è problema, decidi tu, è uguale, figurati, iniziano alla stessa ora, tranquilla, il Sassuolo, no dico, il Sassuolo, tzè”.

Attesa.

“No dai, vabbe’, c’è l’Inter…”

“Ti giuro, sono sereno, decidi tu”, ribadivo mentre la fronte mi si imperlava di sudore.

“No dai, vabbe’, c’è l’Inter…”.

“Grazie”, replicavo baciandole i piedi, “grazie grazie grazie”. Mi sentivo in quel momento come un eletto, un prescelto, un miracolato, uno dei settantamila fortunati ammessi alla Scala del calcio per Inter-Sassuolo, il match del secolo per la conquista peraltro non matematica del quarto posto. Il fatto che poi sia finita a schifìo, nonostante tutto, non mi ha tolto il sonno.

Perchè? Perchè noi interisti siamo diversi. Tipo che prima di Udinese-Inter eravamo preoccupati all’inverosimile. Non negatelo. “No, scusa, ma sono in serie negativa da settecento partite”. “Eh, appunto: è la legge dei grandi numeri”. “Ah, vero”. E così la notte prima non ho dormito.

Aspetta, però, facciamo ordine. Torniamo a Inter- Sassuolo. Non so voi, ma io a un certo punto mi sono accorto che su Rai1 c’era l’Eurovision Song Contest. Cioè, per me è un appuntamento centrale della stagione televisiva. Delle canzoni non mi interessa un emerito cazzo, ma mi piacciono le votazioni. Le adoro.

“Ci colleghiamo con l’Estonia! Ciao Estonia”

“Ciao Lisbona! Quanto amo il Portogallo! Il baccalau! Allora, i nostri 12 punti vanno a…”

Suspence.

“A Cipro!”

“Uaaaauuuu! Grazie Estonia!”

Cioè, secondo me dovrebbero farlo una volta al mese, non una volta l’anno. Tipo che elimini la parte delle canzoni e fai solo le votazioni. Poi adesso che hanno introdotto il televoto c’è possibilità per tutti fino all’ultimo. Per dire: Ermal Meta e Fabrizio Moro erano in zona retrocessione dopo il voto delle giurie dei Paesi, ma poi hanno preso una carrettata di punti col televoto e sono arrivati quinti.

Tipo l’Inter.

Sì, ma non è sul concetto di quinto posto che dobbiamo soffermarci. E’ sul concetto di televoto. Che alla fine ribalta tutto. Che non puoi spegnere la tv finchè non hanno dato l’ultima cifra. Che devi aspettare la sigla finale. L’ultimo minuto disponibile.

Tipo l’Inter.

Cioè, praticamente alle ore 17 di domenica 13 maggio 2018 ero lì che urlavo “Tempo, arbitro!” guardando Crotone-Lazio, e questo dice molto, se non tutto. Noi interisti siamo oltre, siamo oltre i nostri stessi beniamini. Noi sì che non molliamo mai, noi sì che ci crediamo fino all’ultimo. Anche a costo di guardare Crotone-Lazio come fosse Argentina-Brasile, e di urlare

“Arbitro, tempo!”

come se da quella partita dipendessero chissà quasi destini. Tipo i nostri, per dire. Crotone-Lazio. Arbitro, tempo! La nostra dolce tortura durerà un’altra settimana ancora, sognando un quarto posto e la vendetta del 5 maggio e il ritorno tra gli eletti e un’estate a leggere la Gazza per sapere chi prende l’Inter. Una settimana ancora di calcoli astrusi, polemiche insensate, formazioni creative, liste di proscrizione. Una settimana ad amarla e odiarla e amarla, come sempre.

Che poi la cosa che mi ha turbato di più, sabato sera, non è stato Berardi e neanche Icardi. E’ stato che all’Eurovision Song Contest gareggiava l’Australia. Cioè, che cazzo c’entra l’Australia?

“E Israele, allora? Cosa c’entra Israele?”

“No, quello è diverso, amore. Praticamente, la cicciona che ha vinto è come il Beer Sheva”.

“Scusa?”

“Gioca in Europa anche se è di Israele”.

Lei non capiva bene, ho cercato di spiegarglielo. Mentre spiegavo, ho realizzato che non trovare più il Beer Sheva tra i coglioni sarebbe un buon motivo per andare in Champions League. Uno tra i tanti buoni motivi. Forza Inter, abbasso Lazio, Juve merda.

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aprile 29, 2018
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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aprile 26, 2018
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Da Liverpool a Torino, lo stesso buco nero

Per capire meglio Liverpool, partirei da Torino. Leggo un simpatico pezzullo su Repubblica. E’ il 25 aprile, è festa, ci sono 200 tifosi della Juve al campo di Vinovo dove i gobbacci si allenano. Sono 200 tifosi normali, tifosotti, ragazzi, bambini. Alla frazione normal si aggiunge nel corso del pomeriggio una cinquantina abbondante di tifosi super. E quando tutti a fine giornata si affollano alla porta carraia a caccia di autografi e selfie con i giocatori che se ne tornano a casa, dietro ai 200 tifosi normali parte la contestazione dei 50 tifosi super, in un accrocchio umano che mette insieme tutti, normali e super, inconsapevoli bambini con sciarpa e adulti con anfibi.

“Tirate fuori i coglioni”.

50, forse anche 60 o 70 tifosi che da sei anni – sei scudetti (uno con record di punti, uno con zero sconfitte), tre Coppe Italia, tre Supercoppe italiane, due finali di Champions League – vivono ampiamente sopra le righe e dovrebbero baciare il culo anche all’ultimo dei magazzinieri per l’abbondanza di cui godono,  contestano la loro squadra. Se la prendono con tutti, anche con Buffon, il capitano. E benchè io consideri un dovere civile e morale prendersela periodicamente con il personaggio Buffon, la motivazione mi lascia un po’ così: “Domenica hai ringraziato uno a uno i giocatori del Napoli e non sei manco venuto a salutare la curva”.

Ecco, la curva. Per capire Roma bisogna passare anche da Torino. Così, giusto per entrare nel mood (di queste curve e di tante altre curve, la nostra non esclusa, sia chiaro). Perchè non capisco come faccia oggi uno juventino a contestare la Juve, così come non capisco come faccia oggi un romanista – nel momento più felice, gioioso, festoso, eccitante, positivo, clamoroso, orgasmatico, adrenalinico, strappacuore, strappamutande come può essere una semifinale di Champions dopo anni e anni di pezze ar culo – a partire per Liverpool pronto a fare a botte e tirare cinghiate. Pronto, già pronto, forse addirittura impaziente, i can’t wait: perchè sennò, se sei incensurato e dovresti occuparti di rimanerlo, non vai allo stadio dietro la curva degli altri prima della partita con la faccia nascosta e la cintura attorcigliata sulla mano.

Probabilmente un uomo di 53 anni e due figli morirà. Anche l’ultimo morto del calcio italiano è stato per mano di un romanista, a pochi passi dall’Olimpico. E manco giocava la Roma (era la finale di Coppa Italia di 4 anni fa, Napoli-Fiorentina, 3 maggio 2014). Questo per sottolineare il mood di cui sopra. Anzi no, aspetta, mettiamoci una seconda sottolineatura: per Daniele De Santis, condannato a 16 anni (non abbastanza, direi) per aver sparato a Ciro Esposito,  morto poi dopo settimane di agonia, la curva romanista ha esposto uno striscione ad Anfield Road. E lì fuori un uomo era stato appena preso a pugni con la fibbia della cinghia.

Ecco, la curva. Ecco, il mood.

“Romanisti, perchè stupirsi?”. Anche questo è agghiacciante, come se da qualcuno prima o poi te l’aspettassi e sì, in effetti capita davvero. Io, per esempio, ci sono rimasto parecchio male. Nella mia ingenuità da tifosotto che va allo stadio per mangiarsi il panino con la salamella e poi soffrire per 90 interminabili minuti (anche per digerire il panino con la salamella seduto in posti scomodi guardando la tua squadra che non segna mai quanto vorresti), a me sembrava che l’ambiente stadio fosse complessivamente migliorato. Non tanto, eh?, però un po’ sì. E invece bisogna tenere sempre la guardia alta e tenere sempre fermi alcuni principi, un po’ tipo il 25 Aprile (coincidenza di momenti).

Verrà forse un giorno in cui la curva sarà solo un luogo dello stadio dove si vede un po’ peggio e dove i biglietti costano un po’ meno. Oggi, per me, restano sempre un buco nero. Le curve sanno essere bellissime ed emozionanti, anche per gli scettici come me. Le curve siamo noi, lo sono anch’io, quando si tratta di condivere un folle amore per la stessa maglia e aiutare la tua squadra a giocarsela fino all’ultimo. Ma tutto quello che va oltre il tifo, il colore, la passione, i cori, le sciarpate – e cioè la violenza, le prevaricazioni, le zone franche, il fascismo, la mafia – per me resta sempre e solo un’enorme merda fumante in uno spicchio dei nostri fatiscenti stadi.

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aprile 23, 2018
di settore
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Koulibaly, l’uomo che incasinò le cose

Non so se qualcuno si sia davvero accorto dell’evento di oggi pomeriggio: Inter e Lazio (la Roma no, è chiedere troppo: aveva giocato – e vinto, dannazione – il giorno prima) hanno disputato la loro partita in contemporanea. E’ stato un brivido durato giusto una mezz’ora: il tempo che la Lazio all’Olimpico sistemasse le cose con la Samp, poca roba, il pathos è finito presto. Mentre noi a Verona sudavamo lacrime e sangue, con Euchessina finale.

Beh, in quel breve, rilassante lasso di tempo in cui sullo 0-2 pensavo fosse più che finita, sono andato a vedermi a ritroso il calendario. Così, per  curiosità: tipo che mi intrigava sapere quand’era stata l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con Roma e Lazio, le due squadracce con cui ci contendiamo i residui posti in Champions.

Il risultato è stato sorprendente: l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Roma era stato in Inter-Roma, seconda di ritorno. L’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Lazio era stato in Inter-Lazio, ultima d’andata.

Cioè, questa formula del campionato-spezzatino ci ha tolto – praticamente sempre – il gusto del duello a distanza, quella cosa un po’ vintage e terribilmente coinvolgente del rimpallo da un campo all’altro per sapere cosa succede alla tua diretta avversaria, per vivere in real time le evoluzioni della classifica, per aumentare l’adrenalina occupandosi di due o tre partite invece che solo di una. Il triello per i due posti in Champions tra Inter, Roma e Lazio si è sempre giocato su piani sfalsati, in orari diversi, spesso in giorni diversi, a volte anche a due giorni di distanza.

Adrenalina a parte, c’è un aspetto che ogni volta mi destabilizza (e a volte mi scogliona, anche parecchio): per capire quanto vale davvero il tuo risultato, devi aspettare che tutti abbiano giocato. Magari vinci al sabato e stapperesti uno sciampagnino, ma le altre giocano il giorno dopo e se vincono è come se non fosse successo niente. O magari pareggi e perdi e ti impiccheresti al ponte dei Frati Neri, ma chissà, poi pareggiano o perdono anche le altre e tutto torna in discussione. Oppure le altre vincono e bòn,  ti senti morire dentro. Ok, nessuno ti toglie il gusto (o il disgusto) della singola partita, ma trascorsa la latenza post-match (commenti, smoccolamenti, discussioni, birre), e a meno che l’ultimo ad aver giocato sia stato proprio tu, c’è sempre un qualcosa che resta fastidiosamente in sospeso. O fascinosamente in sospeso.

Tipo oggi.

La Roma sabato vince a Ferrara, la Lazio domina in casa con la Samp e tu – in contemporanea! – sei lì che te la giochi col Chievo e alla fine in qualche modo la sfanghi. La quintultima giornata di campionato, per quanto riguarda il triello Champions, finisce con un nulla di fatto, le distanze restano invariate e c’è una partita in meno a disposizione per recuperare. E quindi?

E quindi la vittoria a Verona va bene ma non benissimo. Finchè non scendono in campo anche Juve e Napoli, e finchè non si gioca il minuto 89′, quasi 90′. Al minuto 89′ la Juve ha 4 punti di vantaggio, a 4 giornate dalla fine. Al minuto 90′, per interposto Koulibaly, la Juve ha un punto di vantaggio.

E sabato sera c’è Inter-Juve.

E’ tutto una questione di attimi e di centimetri. Se Tomovic a Verona avesse avuto una palla più vicina al gambone proteso, e se Koulibaly avesse incornato peggio e preso la traversa, sarebbe stata un’Inter-Juve con un’Inter virtualmente già condannata al quinto posto e con una Juve col match point scudetto in canna, che scialando di sarebbe anche accontentata di un pari. Inter-Juve 0-0, una roba così, addio Champions per noi e (quasi) benvenuto scudetto per loro.

E invece no.

Vedi, bisogna sempre aspettare che si giochi anche l’ultima partita per avere un quadro definito della situazione. Koulibaly ha stravolto il campionato, e mica solo quello di Napoli e Juve. Basti pensare, per esempio, a quale diverso – e inestimabile – valore assumono ora Inter-Juve e Roma-Juve, le prossime due trasferte della Gobba. Che poteva essere, a Milano, una squadra tranquilla in pieno controllo della situazione e a Roma, forse, nel peggiore dei casi, ancora in grado di gestire due risultati su tre, sempre che il Napoli non avesse mollato nel frattempo.

E invece adesso è una corrida totale, a cinque. Le prime due, le altre tre, con i cammini che si intersecano. Fottiamocene delle prime due (sognando lo Zeroplete, ovvio), vediamo le altre tre. Tra cui noi.

La Roma nell’ordine ha l’angosciato Chievo in casa (gioca sabato alle 18, prima di Inter-Juve), poi l’angosciato Cagliari in trasferta, poi l’angosciata Juve in casa e poi, all’ultima, una trasferta tranquilla a Sassuolo.

La Lazio ha una trasferta indecifrabile a Torino col Toro (sarà tranquillo, incazzato, disinteressato, interessato? boh), un’indecifrabile partita in casa con l’Atalanta (in teoria, alla caccia di un posto in Europa, quindi non neutra, ecco), una drammatica trasferta a Crotone (a meno di miracoli o apocalissi, sarà una squadra in lotta per salvarsi) e poi l”Inter.

l’Inter ha la Juve a San Siro (supergulp!), una maledetta partita a Udine (nel perdono 11 di fila per venire a rimpere il cazzo a noi, vedrai), un’innocua partita col Sassuolo (peraltro, mai fidarsi del Sassuolo) e la Lazio.

Ognuna ha i suoi problemi. Visto così, sarà un finale bellissimo, anche se fino alla penultima giornata giocato lungo i soliti piani sfalsati, che peggioreranno le cose. But, who cares? E’ così e basta. Grazie Koulibaly, adesso camminiamo rasente i muri e fantastichiamo a 360 fottuti gradi.

 

 

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aprile 16, 2018
di settore
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I ragazzi del 93′ (ovvero: al vero gufo non piace gufare facile)

I gufi sono gufi sempre, anche se si tratta di gufare facile. E’ con questo spirito che la combriccola raggiunge la casa del Barone addì 11 aprile 2018 intorno alle ore 20 per il consueto preraduno conviviale, prima di iniziare lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, sempre quello, tra le 20.45 e le 22.40 circa (tempi regolamentari. Se serve, anche oltre).

Gufare contro la Juve in una partita di ritorno della fase finale di Champions è un dovere civico, come pagare le tasse e differenziare i rifiuti. Certo, il fatto che la Gobba all’andata avesse perso in casa per 3 pere a zero aveva tolto un po’ di pepe al nostro consueto incontro: parte dei gufi in riserva permanente si erano autoesentati con scuse puerili e nella nostra Gufation House ci siamo ritrovati così in 5: quattro gufi della primissima ora (io, A., D. e il barone) e una new entry, D., intellettuale e umanista oltrepadano antijuventino che per non confonderci chiameremo M.

L’atmosfera è molto rilassata perchè ok, certo, mai fidarsi della Juve, ma ne ha prese tre in casa da Real, orsù, diciamocelo, anzi no, non diciamocelo, ma ci siamo capiti. E infatti siamo irriconoscibili: cioè, nel prepartita di Berlino o di Cardiff c’era gente con lo stomaco chiuso e i nervi a fior di pelle, mentre stavolta sembra di essere al Cral delle Dame di San Vincenzo.

“Oh, sono le 20,44. Vabbe’ dai, andiamo”.

Saliamo stancamente le scale. Barone ci fa schierare sulle sedie secondo scaramanzia, ma senza pathos. “Dai ragazzi, 90 minuti passano in fretta, basta che questi fessi del Real non si facciano segnare un gol subito, che poi magari…”

Gol.

Sulla sala tv cala una cappa di piombo, una situazione imbarazzante in cui tutti si pentono intimamente di non essere stati abbastanza scaramantici e abbastanza concentrati. A peggiorare la situazione è D., che intorno al 15′ si addormenta e inizia a russare. A. dopo circa 30 secondi lo cazzia:

“Porca troia, dobbiamo tenere alta la soglia di attenzione!”

“Sono sveglissimo… (sbadiglio)… come gioca Tevez?”

Il nervosismo comincia a montare. Dopo alcuni minuti D. si riaddormenta russando tipo motosega. A. lo colpisce in testa con un vassoio del Settecento inglese:

“Non puoi fare così, cazzo! Dobbiamo vigilare su questa partita di mmmerda!”

“Scusate, ho avuto una settimana pesante”

“Ma che cazzo dici, è solo mercoledì! Guarda ‘sta partita!”

“… (sbadiglio) è già entrato Zalayeta?”

Gol. 0-2.

“Zalayeta?”

“Mavaffanculo va’… ti sembra nero?”

“Chiedo scusa, vado a farmi una Moka intera e me la bevo a canna”.

Il Barone gli dà il permesso per gravi motivi personali. In sala tv l’atmosfera è ormai tesissima. A., che tutto sommato fino a quel momento si era dominato, si corica per terra e guardando il soffitto urla:

“Madonna mia, ma cosa ho mai fatto? Era la partita più tranquilla del mondo e anche stasera mi toccherà bestemmiare tutti i santi del calendario”.

Al che io, dopo una veloce ricerca sul telefonino, gli mostro una foto del nostro assistente spirituale, Er Pagnolada, e A. con un riflesso pavloviano si calma.

Fine primo tempo.

Doveva essere una serata da bisboccia, bah, e invece abbiamo facce pallide e spaventate. Nessuno si alza, neanche per pisciare. La partita riprende, abbiamo ben presente che saranno 45 + recupero lunghissimi. Quando dopo 16 minuti segna Matuidi, la scena è questa, da sinistra verso destra:

1) io accartocciato tipo la posizione che si dovrebbe tenere mentre il tuo aereo ammara nell’Hudson;

2) il Barone attonito, un capello gli scende spontaneamente sulla fronte (non accadeva da 14 anni, dopo un giro sulle montagne russe a Gardaland con il nipote);

3) M., dopo alcuni secondi di silenzio, inizia a insultare Keylor Navas in italiano e poi in spagnolo, con imbarazzanti riferimenti fino a parenti di quinta generazione e ai padri fondatori del Costarica;

4) D. occhi a palla, come uno che non dorme da mesi, anzi, che non ha mai dormito in vita sua;

5) A. esprime intenti suicidi. E li motiva minuziosamente.

“Non posso tornare a casa, non posso tornare a Milano, non posso tornare su Facebook, non posso tornare a lavorare… niente, mi uccido, è più semplice. Come si chiama quel ponte mezzo diroccato…?”

“La Becca?”, dice il Barone.

“Sì. Mi uccido lì”. Poi si rivolge a me: “Ti chiedo solo questo, Sector: scrivi qualcosa di bello su di me, che riabiliti la mia figura di uomo e di sportivo, poi magari lo leggi in chiesa al funerale, tutti piangono e io sarò felice guardandovi da lassù, dove negherò fino all’inverosimile di essermi mai occupato per un solo minuto di calcio”.

“Ma così andrai all’inferno, scusa”, gli dico io cercando di ricondurlo alla ragione.

“L’inferno sarà una passeggiata de’ salute rispetto a questa serata demmerda”, mi dice abbracciandomi e singhiozzando come un bambino. Nella sua poltrona padronale anche il Barona scoppia in lacrime stringendo al petto il gagliardetto del Real, mentre D. e M. si abbracciano sul divano in silenzio.

“Beh, manca mezz’ora”, dice M.

Al che scoppiamo a piangere tutti. Trascorreremo i venticinque minuti successivi tra i singulti, guardando di tanto in tanto la partita. La nostra vita di interisti e di gufi ci scorre davanti. Prendo l’iniziativa.

“Ragazzi, ma cosa abbiamo fatto di così brutto per meritarci tutto questo? Saremo stati cattivi? Avremo (rumore di tuoni) sbagliato?”

Silenzio.

Al 90′ iniziano i preparativi per i minuti peggiori della nostra vita. A. sta scrivendo alcune lettere di addio, il Barone ha la faccia di uno che ha perso un paio d’anni di vita, D. non proferisce parola da mezz’ora e M. si lascia andare allo scoramento:

“Non posso sopportare il tempi supplementari. Tantomeno i rigori. Potrebbe venirmi un infarto”.

Tutti all’unisono ci tocchiamo i coglioni. E mentre abbiamo le mani sugli zebedei seguiamo un pallone crossato dalla destra – cioè, sarà tipo il 93′ – verso un biondino con la maglia del Real e Bruce Lee intervenire da dietro come non ci fosse un domani.

Siamo tutti in piedi, con le mani sulle palle, a osservare l’arbitro che indica il dischetto.

Rigore.

Scene di isterismo, il sala tv come al Bernabeu. E’ meraviglioso. Quando Buffon viene espulso sembra compiersi un disegno immane e clamoroso, tipo entrare in una pizzeria dove ci sono 200 persone tra cui Jennifer Lawrence che a un certo punto si alza, punta il dito verso di te e dice:

“Voglio te, gringo. Rendimi felice”.

Cala il silenzio, in sala tv come al Bernabeu. Cristiano Ronaldo sul dischetto. Tiro.

“GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAL”

Corpi maschili aggrovigliati su un prezioso tappeto Bukhara del Turmenistan, gente che bacia gufi artigianali in marmo di Carrara, che abbraccia televisori, che ulula alla finestra. Il resto è un crescendo, le interviste post-partita sono molto meglio della partita stessa, assistiamo increduli allo sgretolarsi della Juve come categoria del pensiero. Il terrore è già svanito. Si brinda e si mangia alla salute della Juventus, che in Europa non tradisce mai.

I gufi mettono un’altra tacca a un ruolino di marcia fantastico: quante gioie in appena quattro anni di attività, quante gioie. Fuori piove, ci aspetta un lungo viaggio tra buche e pozzanghere, ma i nostri bidoni dell’immondizia già battono forte in attesa della nuova stagione. Sipario.

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Per non dimenticare: Archivio delle gufate

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aprile 8, 2018
di settore
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La ruota che (non) gira

Ci contavano i pali, adesso non li contano più. Ci calcolavano il culo, adesso non lo calcolano più. Sono diventati esercizi inutili perchè ormai, a romperci il cazzo, ci pensa da solo il Fato. E mica da oggi. Domenica 11 marzo, ventottesima giornata, mentre noi ci facevamo un paiolo tanto per pareggiare 0-0 in casa col Napoli – partita che almeno segnava una svolta sostanziale dopo l’interminabile serie delle mozzarelle nerazzurre – accadevano le seguenti cose: la Lazio pareggiava al 90′ una partita già persa con un colpo di tacco alla sperindio da venti metri che manco al campetto, e il Milan vinceva al 90′ una partita già pareggiata con il primo gol in campionato di un centravanti di cui si erano dimenticati gli stessi cuginastri. Noi un punto, sudando sette camicie, gli altri tre: al novantesimo, gratis.

Oggi, a Torino, al minuto 36′, Belotti in azione di contropiede non sa a chi passare il pallone, corre, rallenta, si guarda in giro, non sa cosa cazzo fare,  si mette a litigare con i compagni, del tipo “qualcuno si smarchi o vi ammazzo a mani nude”. Perisic in rimonta da dietro allunga il gambone e gli toglie la palla. Che finisce dritta a De Silvestri, come Belotti non avrebbe saputo fare. Che la crossa a Ljajic, che al mercato mio padre comprò e la mette dentro.

Per dire che – al netto di tutto il resto – il culo ti assiste o non ti assiste, e se non ti assiste sono veramente cazzi.

Quella dell’11 marzo fu una domenica sanguinosa, per noi, e questa non lo è stata di meno: un vorticoso giro di uccelli paduli ha tenuto al palo la Roma e un po’ anche il Milan, ma tre punti persi d’un botto dalla Lazio pesano di brutto.  E’ chiaro – non è una grande novità, ma giova ricordarlo – che a questo punto del campionato, con il duello-scudetto ancora in corso, la corsa per l’Europa aperta a molte soluzioni e con sette squadre ancora impelagate nella lotta per la salvezza, non esistono partite facili o difficili: esistono partite, punto, da vincere o almeno pareggiare, guardando di sguincio – e con angoscia – quello che combinano le tue dirette avversarie. Sarà così per le ultime sette giornate, quindi prepariamoci.

Il problema è il culo.

In questo momento, e da molte settimane, forse mesi, l’Inter non ne ha, o ne gode random, e comunque sempre in misura minore alla sfiga che incombe e l’attanaglia. Prendi le ultime due partite. A leggere che abbiamo fatto un punto senza segnare un gol, ti verrebbe da dire: che merda. Se però le partite le hai viste, allora ti puoi macerare nel dubbio: cosa abbiamo mai fatto di male, e a chi, e quanto, per avere fatto un punto invece di almeno quattro se non di sei? Com’è che abbiamo perso a Torino tirando 15 volte e battendo 16 angoli a 1? Com’è che giochiamo, creiamo, corriamo, mordiamo e non incassiamo?

L’Inter di queste due ultime partite – 1 punto, 0 gol, 30 tiri, 25 corner, 50 azioni d’attacco, 100 cross, 1 milione di calorie lasciate sul prato – avrebbe fatto a fettine qualsiasi avversaria cui abbiamo devoluto punti nei due mesi e mezzo di buco nero. E oggi non avremmo problemi, o ne avremmo molti meno. A parte non l’avere segnato e di conseguenza non avere vinto, cosa puoi rimproverare all’Inter vista con Milan e Torino? No, ma ve la ricordate l’Inter con la Spal, il Crotone, il Genoa, o quella dei primi 60′ col Benevento?

Certo, non si può certo essere fatalisti al mille per mille, e affidarsi solo ai capricci della Fortuna. Non vincere due partite cruciali senza segnare un gol è sintomo anche di un qualcosina che non va: tipo che se è il caso entri in porta col pallone, e invece no, ti fermi appena prima. No buono. Ma c’è di sicuro una cappa merdosa che rende vagamente marrone il cielo sopra questa Inter,  un cappa in cui al non-culo aggiungi sfumature di Var millesimato (cioè al millimetro) e interpretazioni un po’ così. Altri segnali che da questo pantano ti devi tirare fuori da solo, rigorosamente da solo.

Di bello c’è che ce la possiamo fare, e questo ce lo dice quello che abbiamo visto nell’ultimo mese. Per arrivare terzi o quarti in questo campionato siamo discretamente attrezzati e oggettivamente in un buon momento. A me l’Inter del derby e l’Inter di Torino è piaciuta. E’ un’Inter che non ha segnato, purtroppo, ma tutto il resto l’ha fatto bene. Un’Inter a cui non puoi rimproverare nulla di quello che le rimproveravi due e tre mesi fa, tipo impegnarsi, attaccare, tirare fuori i coglioni, quelle robe lì.

Avere sfiga è una brutta cosa, ma c’è qualcosa di peggio: cioè arrendersi all’evidenza di avere sfiga. Perchè è tutto ancora lì, a portata di mano. Basta aggrapparsi, non mollare, aspettare che la ruota giri. E’ tutto semplice e terribilmente complicato al tempo stesso, ma un finale di campionato sul velluto e dove tutti ti regalano la qualunque – almeno per noi – non l’hanno ancora inventato.

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febbraio 23, 2018
di settore
989 commenti

50 sfumature di nero (e azzurro)

Mancava, in questa tormentata stagione dell’Inter, anche lo scandaletto porno soft. Diciamolo subito: qui non se ne parla, non ci si crede, non si fanno nomi, non si mette merda nel ventilatore acceso. Se volete informarvi su questa robaccia – una specie di storiella da seconda media del tipo “ehi, non guardarla cazzo, lo dico a tua madre, anzi no, ti defollowo” – cercate su Google e pascetevi di questa sbobba pruriginosa. A noi, qui, importa solo una questione giornalistico-culturale. Che è questa: i giornali italiani sono davvero attrezzati a maneggiare una vicenda erotico-sportiva con i dovuti modi senza scendere nel pecoreccio?

La risposta è: no. Mancano gli strumenti, manca una visione. Dare addosso all’Inter va bene, ok, ma in qusto spiacevole frangente farlo con eleganza è un’altra faccenda. E se improvvisamente la questione si tinge di sfumature di rosso, di grigio, di nero e di azzurro, ecco, come venirne fuori? Non temete, colleghi. Ecco il consueto tutorial per gli amici titolisti che mai dovessero occuparsi (speriamo di no) di Inter e sesso nelle prossime settimane: dieci titoli con i quali andare via lisci su vicende spinose senza rinunciare a strizzare l’occhio al lettorato più becero e maschilista (cioè il 99,9%). Prendete pure spunto, è gratis.

1. Sì, dai, vieni più Vecino. Un titolo utile per affrontare il problema irrisolto sempre attuale della compattezza del nostro centrocampo: riempire efficacemente gli spazi tra le linee per impedire agli avversari di inserirsi e ripartire.

2. Miranda. Prendendo il titolo paro paro dal celeberrimo film di Tinto Brass, è l’ideale a corredo di una lunga intervista al nostro difensore centrale, un ritrattone tecnico e umano con il solito melassoso rimpallo tra saudade brazileira e “quanto mi piace Milano ho sempre sognato di venire a giocare qui”.

3. Piccolo glande uomo. Tenuto inutilmente in serbo per Nagatomo, potrebbe venir buono per Rafinha o per l’improbabile esordio nella porno-Inter di qualche Primavera efebico ma almeno sotto l’uno e ottanta.

4. Trombo di tuono. Sempre utile a sintetizzare efficacemente due virtù essenziali del nostro centravanti, quella realizzativa e quella realizzativa (capisciammè).

5. Rocco e i suoi Padelli. Le interviste impossibili: la star planetaria del porno mandata a intervistare il portiere di riserva della porno-squadra, uno abituato a starsene sempre dietro ma per definizione pronto a entrare.

6. Sei la mia Borja. Sempre per il filone “intervista lunghissima e ruffiana per riempire una pagina”, ecco il ritrattone del nostro sofferente cervello spagnolo, un incrocio tra Iniesta e l’abate Faria, un uomo serio a cui non si può non voler bene, un centrocampista di movimento, ma sempre meno.

7. Le affinità erettive. La questione è verticalizzare, giocare in verticale, inserirsi, penetrare. Non sempre lo facciamo, questo è il problema. Quando almeno due nerazzurri capiscono che la via per segnare è quella, le cose migliorano.

8. Biancaneve sotto i nani. La metafora della fragilità della nostra fase difensiva messa alla prova dell’attacco delle meraviglie del Napoli.

8-bis. Biancaneve sotto Nani. La metafora della fragilità della nostra fase difensiva con l’esuberanza dello stagionato ma sempre pericoloso attaccante portoghese della Lazio.

9. Il culo sopra Berlino. Titolo molto di nicchia, caso mai si tornasse in Europa e caso mai il sorteggio ci riservasse l’Herta affrontata ormai 18 anni fa in un doppio confronto appassionante in Coppa Uefa, e caso mai oggi come allora segnassimo il gol qualificazione quasi allo scadere (ma in trasferta).

10. Pinamonti davanti, di dietro tutti quanti. In occasione di un’amichevole infrasettimanale con la Caronnese, Spalletti prova un inedito modulo ad albero di Natale, con Pinamonti centravanti davanti a Eder e Karamoh, dovesse mai servire in campionato asparigliare le carte senza scomodare quegli scioperati di Perisic e Candreva.

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