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marzo 30, 2015
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Gold (tata-tata tata-tata)

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La stagione 1984-85 è stata una vera merda, a tutti i livelli. Juve e Milan facevano ca-ca-re e potevamo vincere il campionato con una gamba sola. Chi ce li aveva davanti Spillo e Kalle, santa madonna, chi? Arriviamo a Natale che siamo lì per dare il colpo di grazia, ma dopo le vacanze andiamo in pappa. Una bella serie positiva di 9 partite, sì, però con 7 pareggi. Gli altri corrono e noi sembriamo sul rullo. Nel mentre, non bastasse l’Inter, a fine febbraio – porca troia – , parto per il militare. Mi ricordo ancora la prima domenica in caserma, 0-0 a Como, una roba che non saprei descrivere, cioè, non è che fossi al settimo cielo, e questi pareggiano 0-0 a Como e fanno vincere il campionato al Verona?

In effetti andò così.

Non pago, durante la primavera 1985, con lo scudetto che svaniva e col Real che ci eliminava in Uefa, comprai un lp degli Spandau Ballet, Parade, ed è stato per festeggiare questo trentennale (30 anni!) (cazzo!) che mi sono recato nei giorni scorsi al Forum di Assago per assistere al concerto dei suddetti, che qualche anno fa – dopo essersi odiati e fatti causa e massacrati e spolpati per un quindicennio – si sono rimessi insieme. Vabbe’, ci sono andato anche per amore, perchè non è che sono un balùba che legge la Gazza e canta Pazza Inter e si gratta il culo in pubblico. Cioè, ho dei sentimenti.

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A cui mi aggrappo quando esco dal casello e mi infilo in una fottuta coda di due km per 40 minuti di percorrenza, manco fosse la finale di Champion, e no, era il concerto degli Spandau, ma io dico, arrivate tutti all’unisono? Ma siccome non sono un balùba, ero partito con  largo anticipo e così  entro al Forum tanto rilassato e in una tale serenità (manca mezz’ora all’inizio) che prendo una decisione saggia e lungimirante:

“Cara, mi attarderei un momento a mingere”.

Mi fiondo così al cesso. Non so se siete pratici del Forum, ma voi uscite dagli spalti e andate nell’anello centrale e lo percorrete per chilometri e trovate una teoria di cessi. Cesso uomo, cesso donna, cesso uomo, cesso donna. Fuori c’è l’insegna con l’uomo per il cesso uomo, e l’uomo con la gonna per il cesso donna. Funziona così dappertutto, anche al Forum.Però  vedo che dovunque – cesso uomo e cesso donna – in coda ci sono solo donne.

“Scusi – faccio a uno steward – dove cazzo di budda sono i cessi uomo? Io vedo solo donne, anche davanti al cesso uomo. Sono disorientato, e tra l’altro mi scappa da pisciare”.

Al che lo steward, una specie di tossico in giacca e cravatta, mi guarda e mi fa:

“Amico mio, non vedi quanta figa c’è a questa merda di concerto dei Duran Pallett? Alle donne non bastano i cessi donna, quindi possono mettersi in coda anche ai cessi uomo. E’ la legge dei grandi numeri”.

“Grazie. Quindi, ricapitolando, dove posso orinare?”

“Nel cesso uomo, ma troverai anche donne. L’importante è che non caghi il cazzo?”

“Alle donne?”

“No, a me”.

Mi metto in coda quindi a un cesso uomo con diverse donne in coda davanti a me e ad altri uomini perplessi. Non so se siete pratici del Forum, ma i cessi uomo sono composti da due cessi chiusi e da cinque o sei orinatoi (standing pissing). A un certo punto tre donne bloccano la fila, aspettando che si liberino i due cessi chiusi. Nel frattempo la fila si ingrossa allo stesso ritmo della vescica di alcuni uomini poco pazienti che si chiedono perchè cazzo quelle tre beghine sono lì a chiacchierare sulla porta e bloccano venti uomi desiderosi di liberarsi di liquido organico.

Si aprono i cessi chiusi, le donne entrano e i maschi scalano. Davanti a me ho un ragioniere molto polite che esita a entrare, al che io mi affaccio e vedo sei pisciatoi liberi.

“Scusa amico, ma sono rotti?”.

“Mah, veramente io…”

“Ma cazzo, ma c’erano diciotto pisciatoi liberi!”, fa uno dietro di me. E un altro, che entra slacciandosi la patta: “Donne di merda!”

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Espletato il bisognino, mi assiepo sugli spalti. E’ un pubblico bellissimo, composto per il 70% da donne tra i 40 e i 55, per il 29% da uomini che accompagnano le suddette e per un 1% da alcune giovanissime, alcuni bambini, alcune settantenni e da Paolo Di Canio, che mi passa a un metro e io vorrei stringerli la mano nonostante le sue idee politiche a destra di Pol Pot, ma ha in mano birra e pop corn e manco glielo chiedo, peccato, io un selfie con Di Canio l’avrei fatto.

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Inizia il concerto tra gridolini di estasi. Il primo pezzo è seminuovo, il secondo invece è dei vecchi tempi, Higly Strung,  e si cominciano a vedere scene impressionanti, madri di famiglie e donne con incarichi importanti che cadono in deliquio e urlano come assatanate

“Taaaaaaaaaanyyyyyyyyyyyyyyyyyyy”

nonostante Tony pesi 40 kg più dei magici anni Ottanta. Il concerto scivola via  piacevole, gli Spandau sono invecchiati ma non sono scoppiati. Provo un momento di delusione quando Tony e Gary fanno una breve versione acustica di Gold, e io tra me e me dico: “Ma che cazzo, io volevo sentire la versione vera, Gold! ta-ta ta-ta ta-ta ta-ta, Steve Norman che suona i bonghi, e che cazzo Tony, cos’è questa mosceria, non sono mica una ex-sciacquetta come queste qui, non mi puoi abbindolare, ho addirittura difeso il cesso uomo da decine di donne per essere qui”.

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Il climax sale, a ogni pezzo dei vecchi tempi viene giù il Forum e dagli spalti cadono oggetti inquietanti: reggiseni, kit per il trucco, kit per il botox, un test di gravidanza e un referto di una ecografia transvaginale. Il reggiseno, dopo alcuni passaggi, arriva a Tony che lo appende alla batteria di quel bifolco di cui non ricordo mai il nome. Quando cantano True, i loro volti appaiono sul maxischermo e sono volti rilassati, compiaciuti, contenti. Anvedi, gli Spandau sono diventati simpatici con l’età, e questi inglesotti avviati alla sessantina fanno il loro lavoro con onestà e passione, sembrano quei vecchi campioni che hanno perso lo scatto ma non la tecnica, e nemmeno la voce, Tony, però fai un fioretto, mangia meno, bevi meno, qui siamo tutti preoccupati per te. E prima della fine mi fanno anche la vera Gold, ta-ta ta-ta ta-ta ta-ta, grazie, c’ero rimasto così male, evvvvaaaai, uhhhhhhhhh, Taaaaaaaaaaanyyyyy.

“Non stai bene?”

“No scusa, ho avuto un attimo di debolezza”.

Poi tornano per i bis, Through the barricades, uhhhhhhhhhhh, alla fine hanno suonato due ore piene, no, per dire, le fregature le ho prese in altre occasioni, mica dai miei amiconi Spandau. Fine, applausi, arrivederci e grazie. Mi reco al parcheggio sotto una leggera pioggia e immerso in un serpentone di gente serena. Ah, c’era coda ai cessi anche dopo il concerto: quando c’è molta figa e molta gente di una certa età bisogna rinforzare i cessi, io spero che al Forum abbiano  preso nota. E’ così che ci presentiamo all’Expo?

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marzo 26, 2015
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Inter, la svolta è social (Lato B)

romolo

Vivo ancora di rendita sull’endorsement di Cassano: è in qualità di blogghe, infatti, che vengo invitato a una conferenza stampa alto di gamma nella sede dell’Inter, e quindi lascio Pavia per recarmi a Milano con il cuore colmo di gioia e trepidazione. Arrivato all’arcinoto parcheggio di Anorthosis Famagosta, vengo accolto da un cartello luminoso con la scritta “COMPLETO”, che in altri momenti mi avrebbe gettato nella più cupa costernazione, e in altri momenti ancora avrei interpretato come un preciso segno del destino prima di effettuare un’inversione a U e tirare giù qualche santo.

Ma non era uno di quei momenti.

Il blogghe è atteso in corso Vittorio Emanuele e no, no!, non può tornare a casa. Sei al completo, Famagosta del mio cazzo? E io vado avanti. Sgommata tipo James Bond sulla Nomentana, derapata al semaforo, impennata alla rotonda e mi trovo nei pressi della fermata di Romolo, dove con un gran culo trovo posto on the road. Ce la posso fare. Mentre corro mando un messaggio al mio amico Nick Rhodes, “Sono in fottuto ritardo ma arrivo, monscerì”, e mi calo nelle viscere di Milano.

corso

Esco in piazza Duomo, corro sotto una leggera pioggia verso il rutilante mondo di corso Vittorio Emanuele dove, con mio enorme scuorno, mi accorgo che non ci sono i numeri civici. No, poi ci credo che Pisapia si dimette: questa città è una giungla. Dopo settecento vetrine di abbigliamento, noto un portone e uno stemma amico sul petto di un uomo che presidia la hall.

“Arghhhh, non chiudere!”

ululo a una persona sconosciuta, che mi fissa spaventato come se avesse visto lo yeti uscire da Zara. Raggiungo l’uomo con lo stemma amico, che mi accoglie e mi scorta verso la meta tanto agognata. C’è una porta a vetri con scritto Inter, si apre e si entra nell’Inter. Nell’Inter! Vorrei tanto rotolarmi sulla moquette ma non posso. Ora, capisci ammè, sono le 13.05, forse 13.06, sono stato protagonista di quattro miracoli nel percorso (trovare una nuova fermata del metrò al primo colpo, trovare posto per la macchina, prendere la metro al volo in due fermate) e potrei ritenermi più che soddisfatto. La conferenza stampa è fissata per le 13 e quindi figuriamoci se non c’è il quarto d’ora accademico, ahhhhh jamme, traaaaaanqui, dobbiamo ancora iniziare, prenditi un caffè, figuuuuuuurati, mancano ancora dieci colleghi, a casa tutto bene? Cioè, potrei addirittura essere in anticipo.

No.

Potevo esserlo in un’altra vita. Ora il management dell’Inter è tutto inglese e la conferenza stampa è iniziata alle 13:00:00, con telefonata a Greenwich per sapere se l’orologio era in bolla. Così, quando aprono la porta della sala del board, dove tutti stanno già ascoltando il Ceo (rumore di tuoni), ecco, in quell’istante, in quel preciso istante, quando la porta fa un leggerissimo click e si apre, e mi cacciano dentro con un gentilissimo calcio in culo, ecco, in quel momento

tutti guardano me.

Mi guarda Bolingbroke che sta parlando, mi guarda Zanetti, mi guarda Claire Lewis, mi guarda Garth, mi guarda l’intero ufficio stampa, mi guarda l’interprete, mi guardano tutti gli altri. E mi guarda Nick Rhodes, uno sguardo di affetto e di prostrazione insieme, tipo quando un padre guarda un figlio che ha appena fatto una cazzata, tipo mettere il diesel al posto della benzina o accendere fuochi d’artificio in casa o mettere incinta un’attricetta, e mi lancia un’occhiata di cui inequivocabilmente colgo il senso:

“Ma tu dimmi, è questa l’ora di arrivare?, noi qui siamo precisi, mica come voi a Pavia, santa madonna, cos’hai nel cervello, una nutria?, qui non metti più piede, ho già fatto affiggere la tua foto all’ingresso tra gli indesiderati, esattamente in mezzo tra quelle di Moggi e di Comandini”.

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Comunque, la conferenza stampa subisce per causa mia un’interruzione di circa 7 millisecondi – perchè ormai sono tutti precisi, mica come prima – e io mi rassereno. Mi indicano la mia sedia, è davanti a Scarpini e di fianco al buffet, e questo è un colpo basso per uno che è a dieta da cinque giorni. Ascolto i dirigenti parlare sotto l’effetto di un effluvio di tramezzini e insaccati, e temo il momento – perchè so, date le condizioni, che potrebbe arrivare, e che non potrei fare nulla per fermarlo – in cui mi alzerò, mi straccerò la camicia tipo Hulk e afferrerò 17 panini e me li caccerò in bocca uno dietro l’altro come Poldo Sbaffini dopo aver gridato

“Via la libertà, viva l’Inter, abbasso le diete, Juve merda”.

Per fortuna la conferenza stampa finisce in tempo. Mentre la gente è impegnata nei convenevoli, io ingoio un panino al prosciutto senza nemmeno masticarlo.

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Capisco, nel frattempo, che nessuno ce l’ha con me per quella storiaccia del ritardo, che sono in un luogo amico, anzi, sono proprio in paradiso, vedo milioni di coppe attraverso la vetrata, vedo la storia, vedo Nick che mi sorride, e vedo il direttore commerciale che viene verso di me e mi dice

“Nice to meet you!”

e a me non viene la risposta, ma solo un largo sorriso. E quindi, senza proferire verbo, gli stringo la mano con un inchino che manco Nagatomo.

Poi passa la direttrice marketing, che mi saluta in italiano e io – che ero pronto a rispondere in inglese – resetto velocemente e rispondo a tono. In un attimo di distrazione generale, mi defilo un attimo e ingoio un panino pomodoro e mozzarella. Arriva Nick, molto cordiale, quattro chiacchiere, che armonia, che comunanza!, ormai sono perfettamente a mio agio. E infatti corrompo la Sabine e andiamo a farci le foto nella sala delle coppe come due studenti in gita.

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Quando torno nella sala del board a riprendere la giacca, trovo Nick e Claire. “Ti presento Roberto Torti, è un noto blogghe“. E il direttore marketing mi allunga deliziosamente la mano per una ri-presentazione, questa volta preceduta dall’introduzione very cool  di Nick. “Davvero?”, fa lei. E io, ciondolando il braccio tipo Gene Kelly: “Ma no, è lui che mi vuole bene”. Nick rincara la dose: “No no, è uno molto seguito”. “Devo avere paura?”, mi fa la lady. E io, “Ma nooooo”, e anche Nick le dice “Ma noooo, poi è uno che ci mette molta ironia”, e lei mi sorride e io anche, sorridiamo tutti, e Nick la prende sottobraccio e la porta via, verso un’altra stanza, in un altro luogo dell’Inter, e capto che le sta dicendo altre cose su di me, tra le quali mi sembra di cogliere la parola “cialtrone”.

Esco, prendo due metro ancora al volo – 4 su 4, record all time mai più migliorabile – e in mezz’ora sono a Pavia. Ma ci pensate a che culo abbiamo a essere interisti?

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marzo 26, 2015
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Inter, la svolta è social (Lato A)

I tifosi e lo stadio al centro di tutto. Un bel programma, nobile, ambizioso – bello, appunto – e non poteva che venire da un management straniero e intellettualmente vergine rispetto alla realtà del calcio italiano. E anche di quello interista, sì. In attesa dei risultati, quelli sportivi, che da soli olierebbero qualsiasi meccanismo (sospiro), c’è un piano filosofico-commerciale che vorrebbe ridare smalto all’interismo sul campo, quello della militanza attiva, a San Siro (la nostra Mecca, ma se possibile un po’ più Mecca rispetto a ora) così come a distanza, attraverso pc e smartphone, in un rapporto social che è un inedito assoluto per l’Italia. Un rapporto continuo di dare-avere: tu mi dai la tua passione, mi riempi lo stadio eccetera, io ti do delle opportunità, uno stadio migliore eccetera. Obiettivo: un corpo unico squadra-società-tifoseria che cresca e sia il valore aggiunto – anzi no, il fulcro, il valore principale a pari merito – della scalata sportiva, perchè l’Inter entri nella top ten mondiale (progetto Thohir) e non ne esca più.

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Oggi se ne parlerà sui giornali e sui siti, nella prospettiva di una campagna (si chiama #milionidinomi) che partirà martedì 31 marzo, ma ieri ne hanno parlato a giornalisti della carta e del web i principali manager dalla società: il ceo Michael Bolingbroke, il vice presidente Javier Zanetti, il direttore marketing Claire Lewis e il direttore commerciale David Garth (e in sala c’era pure Fassone). Insomma, non un comunicato stampa mandato via mail, ma un segnale, un preciso indirizzo affidato a volti e voci precisi, i più alti in grado. A cui si aggiunge un nome e un volto in contumacia (ieri la squadra riposava), ma investito di un ruolo-guida in questa Inter del futuro a tutti i livelli, e cioè Mancini (che forse è una notizia). Che poi tutti i buoni propositi siano destinati a infrangersi se la squadra arrancherà tipo quest’anno, o se il tasso di mediocrità ci terrà lontano dalle vittorie e dalla coppe internazionali (il nostro core business), gliel’abbiamo anche detto lì, intorno al tavolone con vetrata che dà sulla sala delle Coppe, cioè la nostra storia. E loro lo sanno benissimo. E’ un piano quinquennale, si avanzerà per gradi, dandosi una certa fretta (diciamo così).

Stadio al centro di tutto. San Siro, all’occhio del manager straniero, appare maestoso e sgarrupato insieme, e soprattutto produce poco. E (altro soprattutto) non si riempie. Punto primo: uno stadio migliore, più accessibile e più pieno. Bolingbroke lo ha ripetuto un sacco di volte: stadio pieno. Ci saranno iniziative dedicate, un occhio speciale agli abbonati (meglio: al fatto di abbonarsi), una politica dei prezzi favorevole ai gruppi familiari.

Tifosi al centro di tutto. Attraverso il web si creerà un canale privilegiato, snello e h24. La campagna, presentata dal nostro amico Roberto Monzani, parte martedì 31 e si chiama #milionidinomi. Ci si iscrive e si crea il link con la società, attraverso cui nei prossimi mesi si muoveranno un sacco di cose. Ognuno riceve subito un logo dell’Inter composto dai nomi della hanno fatto la storia nerazzurra e al centro ci sarà il suo, tipo Mario Rossi, per dire. Un bel jpg da condividere su Facebook, Twitter, foto sfondo, foto diario, foto profilo, quelle robe lì. L’Inter costruirà una banca dati del tifo, terrà i contatti con i supporter, sentirà il loro parere e intanto li premierà (non tutti, vabbe’, quelli con più culo) con biglietti per le partite e quelle cosette che i soldi non possono comprare, tipo accesso agli spogliatoi, visita ad Appiano (ri-sospiro).

Innovarsi, crescere. Inventare. Vincere. Sempre avanti, sempre prima degli altri. Viva lo stadio, viva i social, viva i tifosi. E viva questa nuova Inter che parla inglese e pensa in italiano (ma un po’ più in alto, please: riempire lo stadio sarà più facile).

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marzo 24, 2015
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Voce del verbo delinquere

Non è la prescrizione che mi fa arrabbiare, anzi: la prescrizione sta – purtroppo – nelle cose, almeno quelle italiane, e figuriamoci se non doveva diventare il naturale epilogo di un processo ad alto tasso di farloccaggine come quello di Calciopoli, nelle sue varie declinazioni sportive (farsa assoluta, dalla forca al perdonismo nel giro di qualche settimana) e penali/civili (le lungaggini si da dove portano, dritte dritte, inesorabili). Mi fa arrabbiare invece, e molto,  la faccia di Moggi nel primo commento a caldo, e il messaggio che da lì si propaga in fretta in un paese del menga come il nostro, dove quattro – falsissime, arroganti – parole di Moggi in tv diventano di default la verità, e nessuno trova il tempo di leggere oltre la seconda riga di uno qualsiasi dei cento articoli che ci sono in rete su questa vicenda. Molti juventini, ovvio, magari anche attrezzati per andare oltre la seconda riga, evitano di andarci e prendono per buono il commento dell’uomo-simbolo di un’epoca che fu e che proprio la sentenza prescrittiva disegna nella sua compiutezza. Ma tutto ciò è scritto oltre la seconda riga, anche se in generale – ne avrò letti una trentina – bastava arrivare alla quarta o alla quinta, mica alla centesima.

Basterebbe cioè arrivare a dove sta scritto associazione per delinquere, basterebbe fare copincolla delle tre paroline e incollare la stringa nella finestrella di Wikipedia, per vedersi accendere la spiegazione – un po’ ostica ma tutto sommato chiara – dei tre elementi caratteristici di questo delitto contro l’ordine pubblico previsto dall’articolo 416 del codice penale italiano. Che sono: 1) la stabilità dell’accordo, ossia l’esistenza di un vincolo associativo destinato a perdurare nel tempo anche dopo la commissione dei singoli reati specifici che attuano il programma dell’associazione; 2) l’esistenza di un programma di delinquenza volto alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti (la commissione di un solo delitto non integra la fattispecie in esame); 3) il fatto che l’associazione sia dotata di una “organizzazione”, anche minima, ma adeguata rispetto al fine da raggiungere.

Quindi, ragazzi, se c’è gente disposta a festeggiare per essere stati ritenuti responsabili di associazione per delinquere, ma non più punibili perchè è passato troppo tempo, vabbe’, allora vale tutto. Io scomparirei dal mondo, mi chiuderei in una grotta, o prenderei un aereo per il posto più sfigato del globo dove intraprendere una nuova vita e una nuova attività. C’è chi festeggia, invece, e digrigna i denti, e allora io – più che compatirli – ho paura, sento un brivido sinistro che mi percorre tutto il corpo e si fissa in quella zona perineale – non so se mi spiego – da dove una sensazione sgradevole e localizzata intorno al buco del culo mi manda un impulso elettrico dritto al cervello che si posiziona nel lobo del timor panico, perchè quello che mi guarda e digrigna i denti è un delinquente, in associazione con altri, e lo ha detto la Cassazione, mica il mio amico al bar al settimo pinot. Oh, lo ha detto la Cassazione. No, non la tv, Fazio, Magalli, Barbara D’Urso: la Cassazione!

Questo mi fa arrabbiare, ma sarei un vero imbecille se mi stupissi. Qualche giorno fa il processo Ruby (inutile e abbondantemente farsesco in alcune sue parti, ma è un’opinione personale) è finito così, paro paro, con la Cassazione che conferma che un importante uomo politico ha preso per il culo un paese intero ma la riqualificazione del reato bla bla bla, e interi partiti – interi partiti! – hanno festeggiato di brutto nelle sedi, per strada, in tv, alla radio, trenini, pe-ppeeeeee-pepe-pepe, A-E-I-O-U-Y eccetera eccetera. Contenti loro. A noi – come popolo, intendo – del resto basta festeggiare quando come e dove si può. Il cosa non è importante. Dove non arriva la riqualificazione del reato, basta e avanza una prescrizione. Cheers!

Ma anch’io devo frenare le mie arrabbiature, perchè il climax del giramento di coglioni non si raggiunge mica per questa barzelletta  moggiana – che in fondo quasi mi soddisfa, perchè l’impianto crimale è scritto nero su bianco. No, attenzione, ci sono ancora gli altri in circolazione. Che non si sono sporcati le mani, ma hanno le loro responsabilità morali, uh se le hanno, continuamente ribadite nel corso negli ultimi nove anni, anche un po’ alla cazzo di cane come è accaduto appena cinque mesi fa, a freddo, senza alcun motivo, così, tanto per, perchè rode il culo da 104 mesi  ed è una cosa insostenibile per una società a cui il culo non l’ha mai fatto rodere nessuno, almeno dentro i confini e tranne alcune rare occasioni, poi sempre ampiamente ripagate.

Aspettiamo ad arrabbiarci quando – chissà – ribadiranno le richieste di 444 milioni di risarcimento dalla Figc (altro che Parma, va a culo l’Italia!) e di due scudetti da riprendersi. “Ma, scusa, la Cassazione ha detto che li avete vinti grazie ai maneggi di un’associazione per delinquere”. E sorrideranno, mi pare già di vederli, come faceva il Marchese del Grillo, che lui era lui e gli altri non sono un cazzo.

moggi

marzo 23, 2015
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M’affossi

No, perchè poi nel conto devi mettere anche partite così, che non meriti di perdere e forse neanche di pareggiare,  partite in cui giochi, sprechi, hai una discreta sfiga, l’arbitro nemmeno contempla la possibilitá di darti un rigore e niente, prendi un gol su punizione e tutti a casa. Sconfitte che ti dovrebbero fare arrabbiare se non fosse che c’è un pregresso di vittorie che in campionato non arrivano da un pezzo,  di uscite da tutte le coppe possibili, di punti regalati e di partite devolute a chiunque, e allora nel mucchio metti anche questa e amen, manco reagisci più. Le partite così le devi mettere nel conto e al massimo puoi notare come le si elabora se si è primi, secondi, terzi, quinti oppure noni. Ecco, da noni quasi non te ne frega niente. Da noni è solo un apostrofo rosa tra le parole m’affossi.

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marzo 20, 2015
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Ellenna (persone che ti scrivono a cazzo nel giorno sbagliato)

Inter vs VfL Wolfsburg

(20 marzo, mail ricevuta poco fa)

Aloha.

forse scioccante per voi il mio risposta, ma vorrei presentarmi. Mi chiamo Ellenna.

Io una semplice , ma bella, intelligente e giovane donna. A me , ce molto stranamente scrivere la letterra. Ma molto voglio davvero conoscerti . La mia prima esperienza su internet Ho deciso di scriverte. Tu stesso tempo ero interessato , ho scritto solo per voi. Io non hanno largo esperienza e quindi ho percio l’aiuto e necessario per me dal kaffe-shop manager. Ho spero che la mia lettera possa interessarvi e presto ricevere la tua email. Mi voglia molto trovare l’uomo della mia vita e costruire forti relazioni. In corso spero anche voi volete . E per voi ho mando la mia meraviglioso photaz. Voglio che tu sappia quanto io guardo.

Ciao, a presto..

Si prega di rispondere solo alla mia personale email: elenagraceful111@yandex.com

Spero per la vostraveloce email, Il vostro nuovo amico russo

Lenna.

———————–

Nano nano

Ellenna, o Lenna, o come katzo te chiami, tu scrivere me appena dopo eliminatzione Inter dalla equipa del lupo e della Volzwaken, quindi non essere del tutto sereno atque colioni giranti y depresso y eclissato. Stranamente, come tu dici, molte giovani donne russe scrivono me tipo te, tutte volevere conoscere me, tutte alla prima esperienzia internetta, tutte interessate a me, tutte scritto solo a me, ma diobono, quante catzo siete e chi vi ha dato la mia mail santamadonna di Czestokowa? Io no Braddo Pitto, io ragazzo de campagna.

E soprattutto, Ellena: cosa minkia è un kaffe-shop, e cosa ti avere detto il manager kuanto tu ask for aiuto to scrivere me sta katzo di letterra demmerda?

Fraga cippa de tua maravigliosa photaz, te rendi conto che squadra del borgo del lupo ci avere fatto a fettine diobono? Aqui se punta al quintero posto, no trippa for caz. Te giro photaz de mio amigo, se ciama Juan Jesus, lui habet bisogno di conforto di amica russa alla ricerca di uomo della vita, serve tanta conforto e tanta tanta dolcezza e tu Ellena, così, a occhio, seems tu bi persona giusta.

E poi, Ellenna: cos’è la tua larga esperienza (slurp!), e cosa significare voglio che tu sappia quanto io guardo?

E soprattutto:

il vostro nuovo amico russo?

Sono di larghe vedute, mia kara (o karo), but until a certain point.

A non presto

Rupert

marzo 20, 2015
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L’eclissi (totale)

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Era giusto, doveroso sperare come ora é giusto, doveroso ammettere che sarebbe stato un miracolo. Non tanto in sè (il Wolfsburg è una buona squadra, ma non certo imbattibile), quanto relativamente a una stagione in cui le statistiche non mentono più, e se siamo arrivati alle porte della primavera senza aver vinto una partita importante – genericamente contro una grande o contro una squadra a cui dovevi rimontare due gol in coppa, per esempio – un motivo ci sará. È questo il dato irritante: il non dare mai, a certi livelli ma purtroppo a livelli più bassi, la sensazione di sicurezza, forza, consapevolezza. Niente, ormai da tempo immemore, da Mancini in su, tutto questo è chiedere troppo all’Inter e non c’è un cazzo da fare.

Persino il Torino che esce provandoci fino al 96′ riesce a darci una lezione. Non bastasse aver visto i gobbi passeggiare a Dortmund, o la Fiorentina scherzare la Roma. C’è modo e modo, e il modo degli altri è meglio del nostro.

Adesso ci restano due mesi e mezzo scarsi con l’obiettivo di inseguire un quinto posto, che è triste in sè e difficile (e perciò  triste al quadrato) in assoluto. La serie negativa di marzo si allunga, facciamo cagare a tutto tondo, Cesena o Wolfsburg per noi pari sono se c’è da far fatica nell’ordinaria amministrazione, aprire squarci in difesa, perdere luciditá al primo impiccio, prendere gol alla prima verticalizzazione decorosa. Il quinto posto è una specie di Pordoi, e noi siamo in crisi di fame.

In più, forse c’è anche qualche problema nell’ammiraglia. Il Mancio insiste negli equivoci, e per una squadraccia in cerca di certezze è un accanimento poco terapeutico.

marzo 16, 2015
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Indietro

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Ogni tanto le cifre ti inchiodano, come dopo questo triste Inter-Cesena: in 27 partite abbiamo vinto 9 volte, una ogni tre. Una volta il Perugia arrivò secondo in campionato con 9 vittorie (21 pareggi, zero sconfitte), ma era un campionato a 16 squadre e le vittorie valevano due punti. Oggi, vincendo una partita ogni tre, in Europa non ci arrivi, nonostante davanti a noi spesso si faccia gara a chi fa peggio. L’anno scorso per arrivare quinti ne abbiamo dovute vincere 15, e significherebbe doverne vincere 6 delle 11 che rimangono. Cosa certo non impossibile, ma terribilmente distante dalla nostra media del 33,3 per cento. E sempre parlando di cifre depressive, mentre fino a un paio di settimane – vigilia di Inter-Fiorentina, dopo tre successi di fila – fantasticavamo ancora sul terzo posto, oggi siamo distanti cinque punti dal quinto, e le due squadre che sono al quinto posto hanno giocato una partita in meno.

In marzo abbiamo giocato quattro partite, tre in campionato e una in Europa League: due pareggi e due sconfitte. Giovedì, dopo questo filotto, ci giochiamo una bella fetta di stagione, perchè sarebbe più facile risollevarla in Europa, la stagione, che non in un campionato dove ne vinci una ogni tre e ormai si sta terribilmente allontanando anche il più minimo degli obiettivi. All’Inter dovremmo chiedere di vincere con il Wolfsburg segnandone due e subendone zero. Magari a segnare ci riusciamo anche, ma a non subirne non ce la facciamo quasi mai.

Le cifre che ci inchiodano sono anche quelle delle occasioni perse – un’infinitá – di restare in corsa, recuperare, mettersi in scia, eccetera eccetera. L’ultima risale a qualche ora fa. Devolvi un tempo e un golletto ai derelitti avversari, poi insegui, rimonti, sbagli, smadonni. Pareggi. Giá visto, giá vissuto. Mi sono rotto i coglioni di fare i conti – i soliti – su dove saremmo stati se avessimo vinto. Anche una vittoria col Cesena avrebbe avuto un suo perchè. E invece qui, lontani da tutto e da tutti, ad aspettare un dentro-o-fuori crudele e a non chiedere – per pudore – di tirare fuori i coglioni.

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marzo 12, 2015
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Regalagli Carrizo

Drupi

(Karaoke)

Regalagli Carrizo
e sono giorni tristi
per quando farà buio
se lui non parerà

regalami se puoi
la qualificazione
la Lega dell’Europa
la mia felicità

Cazzate così grandi
da fare invidia a Melo
e l’ombra dei capelli
legati con un filo

quel filo di pensieri
bellissimi che avevo
rimettilo semmai
in panca a breve e poi

regalagli Carrizo
per le mie notti insonni
per i miei giorni tristi
se in Coppa non sarò

lo giocherò alle carte
in una mano sola
non toglierò un profeta
per metter quella sòla

regalagli Carrizo

per una volta ancora
vorrei veder l’Europa
toccare pure ferro
e poi ricominciare

vorrei segare il Wolsfburg
e andare più lontano
vorrei far tante cose
tenendoti per mano

regalagli Carrizo
gli vada di traverso
come questa sconfitta
in terra d’Aleman

come la prima volta
che ho visto il tuo bel viso
regalagli Carrizo
lo porterò per sempre
affancul

VfL Wolfsburg vs Inter Milan

marzo 9, 2015
di settore
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Laserterapia e mezze mattonelle

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Il format Mancini, ormai consolidatissimo, è: “(Frase relativa alla partita) ma commettiamo troppi errori”. Che è ovviamente un enorme passo avanti rispetto a “(Frase relativa alla partita) ma (scusa a caso)”. Hai cambiato l’allenatore, hai dato una svolta epocale ma è rimasto il ma. Il problema è sempre quello, il ma. Proposizione principale, ma, proposizione coordinata. Mancini ha portato aria nuova, schemi nuovi, giocatori nuovi, onestá intellettuale nell’analisi della partita, fantasia, coraggio, ma non è ancora riuscito a eliminare il ma, che sarebbe la quadratura del cerchio. Vorrebbe dire che giochiamo, produciamo, teniamo palla, siamo alti E (non MA) (frase a caso, contenente il verbo vincere declinato alla bisogna).

Ci arriveremo? Possibile. Probabile. Peccato per il tempo che passa, per gli obiettivi che non ci aspettano, che restano lì sospesi e ti sembra di poterli prendere allungando un braccio e invece no, è un’illusione ottica e – soprattutto – c’è sempre meno tempo a disposizione. Tocca sospendere anche i giudizi e le considerazioni: come metabolizzi e consideri questo Napoli-Inter, dai primi settanta minuti da “vorrei ma non posso” o dagli ultimi venti minuti da “se voglio posso e ti faccio anche un culo così”?

Siamo quasi a metá marzo e – questo è un fatto – non abbiamo ancora vinto con una grande. Neanche stasera a Napoli, che poteva chiudere la gara prima ancora del tè caldo. Ma quei venti minuti finali, in condizioni che solo pochi mesi fa avrebbero determinato più probabilmente un 5-0 di un 2-2, sono una cosa bella e incoraggiante ma (il ma…) anche l’ennesima mezza mattonella con cui lastrichiamo il nostro percorso. Mezza qui, mezza lá, e dalla mezza classifica non ti schiodi. Peccato, valiamo molto di più. Il problema è che – ancora, e purtroppo – non meritiamo molto di più.

Teniamoci buono anche il cucchiaio di Icardi, il rigore del possibile 2-2 tirato con il laser negli occhi e con la pressione di una stadio ostile e di un risultato da riacchiappare. Maurito sta diventando grande, ha fisico e faccia di merda, ha i colpi dentro e fuori dall’area, il senso del gol e una personalitá che sboccia. Ci mancherá: almeno, che ce lo paghino bene.