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maggio 2, 2016
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Non tifo Leicester (si chiama invidia)

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What about the contracted British pronunciation of place names like “Worcester,” “Gloucester,” and “Leicester”? As you know, the names of those English cities are much easier to say than to write. They sound like WOOS-ter (with the “oo” of “wood”), GLOSS-ter, and LESS-ter.

Ora, il problema – per quanto mi riguarda – era sempre stato Worcester. Provate voi ad andare a comprare la salsa Worcester (pronunciata all’italiana, Uorcèster, o Uòrcester, che fa anche più figo) pronunciandola all’inglese: “Buongiorno, ha la salsa Uh-ster?” “Ehhhh? Mai avuta, provi dai cinesi, oppure in Svizzera”. “Ma scusi, vedo la bottiglietta”. “Ah, la Uorcéster. Uster? Ma parla come mangi, santiddio”.

Quando nel corso di una lezione di inglese, in età ormai ampiamente adulta, conobbi il segreto della pronuncia di queste tre città, fui avvinto da un totale senso di smarrimento. A me Lèicester, pronunciato all’italiana, con l’accento sulla prima e, non dispiaceva affatto come parola, anzi, era proprio bella. Lesster no, non mi piaceva. Per me esisteva solo Lester Piggot, il fantino, o Lester Young, il jazzista. La città di Lester non mi piaceva, preferivo Lèicester, aveva un che di antico.

Quindi, dovevo resettare. Lesster, lesster, lesster.

Confesso tutto questo per distinguermi culturalmente e sportivamente dal lessterismo delle ultime ore. Ora, al netto della simpatia per Ranieri e dell’empatia con un italiano che vince lo scudetto in Inghilterra con una squadra che non lo aveva mai fatto prima in culo ai vari Manchester eccetera eccetera – quindi, al netto di una forte simpatia e di una forte empatia -,  che cazzo c’entriamo noi con il Leicester?

Mi trovo circondato da gente che parla del Leicester come se lo seguisse da sempre, come se non aspettasse altro che lo scudetto dei Leicester, come se il Leicester fosse per osmosi la sua rivincita personale, sportiva, sociale, esoterica, umana e filosofica.

Osmosi de che?

E’ che noi – noi italiani, intendo – siamo fatti così. Tra poco inizierà la fase più divertente del nostro zelighismo intellettuale: le Olimpiadi. Spunteranno come funghi persone – anche tra i vostri amici più cari – che per quattro anni vedete occuparsi solo di calcio ed esprimersi con suoni gutturali, e che d’improvviso saranno esperti di tutto, dal taekwondo alla vela classe Soling.

“Cazzo, hai visto il fioretto ieri sera?”

A bbello, fioretto de che? Ma tu la sai la differenza tra fioretto, spada e sciabola?

“Dunque, la sciabola… (silenzio)”

Due mesi fa tutti – tutti! – parlavano della scarsa organizzazione delle polizie francesi e belghe, e soprattutto della incomunicabilità tra intelligence in Europa (ho visto gente che non sa fare due più due discutere di intelligence come fossero reincarnazioni di Edgar J. Hoover). Poi, improvvisamente, il silenzio. Due settimane fa sentivo fare disquisizioni sulle trivellazioni a gente che sa distinguere giusto la benzina dal gasolio quando va a fare il pieno.

“No, perchè le concessioni, le miglia, il futuro energetico…”

Descrivimi una piattaforma petrolifera.

“Dunque, c’è il mare, no?, ok, e poi tu ci metti due tralicci… (silenzio)”

Il lessterismo è figlio di tutto questo, ne sono certo. Noi abbiamo bisogno di una moda ogni 15 giorni, massimo un mese. Poi la cambiamo. Quindi, fino a metà maggio tutti vi romperanno il cazzo su quanto è bello il Leicester (peccato questo accavallarsi con il Crotone, sennò ci sarebbe stato il Crotone: ma vuoi mettere “Leicester” e “Crotone”? Naaaa), poi all’incirca dal 16 maggio subentrerà qualcos’altro. Non siamo in grado di resistere di più, perchè poi ci annoiamo.

Il Leicester è una bella storia, bellissima. E noi sospiriamo guardandola da qua, con un pizzico di invidia per una gioia così violenta e liberatoria. Però stop, morta lì. Non siamo di Leicester. Io sono di Voghera, forzatamente trapiantato a Pavia. Voghera non è la Leicester della Lombardia. Pavia nemmeno, è piena di zanzare e di nutrie. Il Pavia ha la maglia simile a quella del Leicester, però è il Lega Pro e ultimamente fa cagare.

Io non dico: non gioite per il Leicester. Anzi, gioisco anch’io. Dico solo: rilassatevi, voi non siete di Leicester e del Leicester, non lo siete mai stati e non lo sarete mai. Lo so che è triste, ma è così.

Mi rivolgo dunque a chi sa ancora distinguere se stesso dal Leicester. Ecco, in questi 15 giorni di vita leissteriana, toglietevi qualche soddisfazione. Al tifoso del Leicester che avrete di fianco in treno, in mensa, al bar, al cinema, a Gardaland, all’Esselunga o durante una gang bang, fate qualche domanda trabocchetto. Così, per valutare la caducità del lessterismo. Di che colore è la maglia del Leicester? Mi dici tre giocatori del Leicester (Vardy non vale) (come sarebbe a dire “chi è Vardy?”)? Mi dici dov’è approssimativamente Leicester (nord, centro, sud, più o meno)?

Poi, se volete fare i fighi: chi è il presidente del Leicester?

Questa è difficile: Vichai Srivaddhanaprabha. Che è l’unica cosa che mi rende davvero interessante il Leicester, a parte la simpatia, l’empatia eccetera. E cioè: è possibile che un miliardario dell’estremo oriente compri una squadra in occidente e la porti allo scudetto. E allora viva il Leicester, lunga vita al Leicester e Juve merda, prima che si diventi tutti esperti di (in ordine di tempo) amministrazioni comunali romane o milanesi, riforme costituzionali, dressage, tiro a volo double trap o presidenti americani donna e/o col riporto.

maggio 1, 2016
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Che Dominika bestiale

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L’Inter ha avuto un buon impatto con la partita: un uomo anziano, dopo sette minuti, scherza la difesa con un triangolo scolastico, balla il geghegè davanti ad Handa che fa il limbo e si corica, fa un cucchiaio che sembra un mestolone da marmitta militare e bòn, è finita.

Cioè, al settimo minuto (e qualche secondo) di solito le partite iniziano, ma la nostra è finita. Di solito le partite si rimediano, ma la nostra è irrimediabile e i nostri sono irrimediabilmente decisi a non rimediarla. Il primo tempo è una roba oscena tipo City-Real al quadrato, quelle partite nelle quali ti chiedi come mai hai eletto il calcio a tuo sport preferito e non, chessò, la lotta greco-romana. L’Inter è molle come un Certosino. Mi prende un abbiocco clamoroso che di solito domino, ma che stavolta assecondo.

“Oh – penso nel dormiveglia diagonale sul divano – magari mi addomento, poi mi sveglio e stiamo 1-1 e sono contento e bòn”.

Non accade.

Nel secondo tempo, dove mettiamo insieme alcune occasioni davvero eccitanti, che al confronto Don Matteo 10 è Breaking Bad, a un certo punto prendo una decisione: giro sul 64.

“Vaffanculo. 64”, dico brandendo il telecomando come una banderilla.

Il 64 è il mio canale jolly. L’Inter fa cagare? Non c’è un cazzo in tv? Ho 10 minuti di relax? Fa troppo caldo/troppo freddo per uscire? H0 5 minuti liberi? Non ho voglia di andare a fare la spesa? Vado a correre, anzi no, vado tra un quarto d’ora? Il tg non è ancora iniziato? Lazio-Inter è la prima causa di impotenza nell’uomo?

Giro sul 64.

Fanculo Inter, giro sul 64. 64 forever, diobono. E mi trovo nel bel mezzo di Cibulkova-Radwanska. Cioè, l’ambientazione è una roba alla Stephen King, quelle cose che guardi e riguardi e non ci capisci un cazzo. E’ domenica, quindi è la finale? No, è il primo turno di Madrid. Primo turno? Roba da matti. Fa un freddo becco, le due sono belle bardate. La telecamera allarga: in uno stadio da 10mila spettatori ce ne saranno sì e no 2-300. No dico, Cibulkova-Radwanska. Mica Torti-amico di Torti. Incredibile.

‘Spetta che giro. Sempre 1-0 per la Lazio.

Vai sul 64 santa madonna. La Cibulkova sta 6-4 5-3, poi va in pappa come spesso le accade, la Cibulkova ha le paturnie e la Radwanska vince il secondo al tie break. Questa sì che è una partita eccitante, mica quella fetecchia di Lazio-Inter.

L’Inter (sospiro).

Preso dal rimorso, giro su Lazio-Inter. Noto un frenetico forcing da parte dei miei beniamini, una roba che farebbe addormentare un bambino con le coliche. Poi vedo un esagitato, pettinato come Rodolfo Valentino, che cerca di spezzare i legamenti a uno della Lazio nel bel mezzo dell’area. Matthew McConaughey, fin lì molto sbilanciato verso di noi – quando le partite non contano più un cazzo, allora si sbilanciano -, non può esimersi dal fischiare il rigore, espellere Rodolfo Valentino e chiederne l’estradizione in Colombia con rogatoria internazionale e firma in questura.

Tira Candreva, gol, spogliarello, merda, 2-0.

A quel punto mi metto nella posizione del loto sul divano, mi concentro e mi dico:

“Non incazzarti, guarda cosa fa la Cibulkova”.

La Cibulkova, che è l’Antonella Clerici slovacca – cioè, un tipino slanciato -, fa il contrario dell’Inter: messa sotto, ha un sussulto e la mette in culo alla testa di serie numero 2. 6-3 al terzo e via, a casa, torna in Polonia. Certo che la Cibulkova è sfigata: fa questo po-pò di partita e non la vede nessuno, nè a Madrid nè sul 64, perchè erano tutti a guardare il concerto del Primo maggio o Lazio-Inter.

Ma io no, cara Dominika dal lombo ubertoso e dal culo basso. No, voglio dire, se per caso lasci il tuo fidanzato-hipster-allenatore, potresti fare un pensierino su di me, il tuo fan della pianura padana, l’unico uomo che pur di non guardare l’Inter farse schifo (molto molto schifo) ha guardato te nella tundra spagnola fare a fettine quella spocchiosetta di Agnieszka o come cazzo si scrive.

Juve merda l’avevo già detto? No? Vabbe’, allora Juve merda.

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aprile 23, 2016
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Con quelle facce da stranieri

Per alcuni minuti ho pensato che annullassero la partita.  Cioè, ‘sta cosa che non c’erano italiani in campo la stavano mettendo giù dura da dio. Che poi, porca puttana, era solo colpa nostra? Cioè, l’Udinese non poteva mettere dentro un italiano e sanare ‘sto guazzabuglio? Tocca per forza a noi? Non ci può essere un po’ di fair play, santa polenta? Cioè, ci si telefona prima, “senti, non hai un qualche scarto di italiano da mettere, così non ci cagano il cazzo?”, “mah, adesso vedo… Tu non puoi mettere Eder, per dire?”, “ma vale Eder?” “figa se vale, giuoca in nazionale!”, “la nostra?”, “giuro!”, “vvabbe’, verifico, ma tu non puoi mettere tipo Di Natale?” “Di Natale chi?”.

Niente, poi si fa la distinta e bòn, ventidue stranieri e via. Non era mai capitato nella storia. La mia prima reazione è:

“Minchia!”

La seconda è:

“E allora?”

La terza è:

“Ma santiddio, fate sei ora di coda al padiglione del Giappone e adesso venite a rompere le palle a noi?”

Ma lo scandalo è ormai esploso. I commentatori a quel punto sbroccano e io che sono sensibile vado in confusione: adesso l’arbitro cosa fa, rinvia la partita? La dá persa a tutte e due?  Chiama l’esercito e fa rastrellare il campo?

No. Si gioca. Sub judice, forse, ma si gioca.

Ogni tre minuti inquadrano Thohir, indonesiano. Al suo fianco c’è Zanetti, argentino. Sotto c’è Bolingbroke, inglese, insieme a un sacco di cinesi. Io, tutto sudato, mi alzo in piedi sul divano e urlo:

“Cazzo, ma c’è un italiano? Uno?”

In quel momento segna Thereau, francese. In dialetto pavese Thereau significa “individuo tipicamente meridionale”. Forse è italiano, mi dico. Comunque poi pareggia Jovetic, montenegrino, e siccome nessuno sospende la partita comincio a pensare che sia tutto regolare in culo agli autarchici del mio membro virile.

Regolare, si gioca. Quindi, bisogna vincerla. Poi al limite Mediaset Premium fará ricorso, ma intanto portiamola a casa. Quando l’Udinese mette dentro Pasquale, è ormai chiaro che la partita ha tutti i crismi di regolarità. Jovetic segna di tetta, Kondo sembra risorto, Brozo spunta dappertutto, poi entrano D’Ambrosio ed Eder è ormai è festival italiano, pizza e mandolino, mafia, moda, spaghetti, uè uè uè, che bello il calcio italiano, che bella l’Italia, eccetera.

Le inquadrature in tribuna, non-luogo multietnico, diventano più fitte. Ogni minuto inquadrano Thohir e i cinesi. Alla fine son tutti lá che brindano, cin cin, cui en lai, cin cin, mentre io sono steso sul pavimento stravolto dal mancato pareggio dell’Udinese.

“Ha segnato Eder!”

“Ma quando? Ma chi? L’italiano? Il nostro?”

Figa, non si può vivere così. Adesso aspettiamo l’omologa del risultato. Non ho altro da dire se non Juve merda, così, per partito preso. Viva il calcio italiano.

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aprile 20, 2016
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Ubi De Maio Inter cessat

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L’Inter non sbloccava la situescion mentre la Roma, per due volte, stava sotto con il Toro: tutto questo, oltre a frustrarmi un casino, mi sembrava giá terribilmente simbolico di una stagione che si è dipanata così, tra molte aspettative e pochi gol segnati – le aspettative e i gol devono essere direttamente proporzionali, sennò sono cazzi.

Quando De Maio, il cantante dei Fine Young Cannibals, marcato da Telles come se avesse la scabbia purulenta fulminate da contatto della minchia di mio zio in carriola demmerda argh!, De Maio, dicevo, canticchiando “Johnny come home” segnava il gol del Genoa – De Maio non segnava da un anno – e contemporaneamente il Pupone sistemava le cose a Roma, il quadro si componeva di brutto. L’affidabilità offensiva e morale di questa squadra non è ancora adeguata agli obiettivi, sennò da certe partite (quella di stasera come giá in altre sette-otto occasioni)  usciresti in un altro modo. Non scornato così, dopo aver annusato l’odore di Chiampions e, nello stretto giro di mezz’oretta, rinunciandovi per sempre.

Una sera ti prendi quasi gioco del Napoli e, quattro sere dopo, non riesci a metterla contro una squadra giá mentalmente fuori dalle paturnie di campionato. E vabbè’, questi siamo e non è una novitá. Li amo lo stesso, di default. Mi sta prendendo la rilassatezza da fine campionato, uno spleen calcistico agevolato dall’insopportabilitá del quinto scudo dei gobbacci di merda e dai 12 Ringo al cioccolato che mi sono mangiato nel secondo tempo, porca puttana, che mi ci vorranno trenta chilometri a buttarli giù.

aprile 17, 2016
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Jonas, il Gufo e l’Infiltrato

Mentre mi reco allo stadio Meazza per assistere a Inter-Napoli, faccio un pronostico basandomi su fattori puramente esoterici: “Essendoci Thohir allo stadio, dovremmo perdere. Ma siccome vincendo regaleremmo lo scudetto alla Juve, vinceremo fisso”. E’ quindi così, con animo leggero, che mi appropinquo alla cancellata, dove a domanda di uno steward gentile ma muscolare estraggo l’abbonamento che mi hanno gentilmente prestato, intestato a Nick Jonas, quello dei Jonas Brother ormai avviato a una brillante carriera da solista.

“Lei è Nick Jonas?”

“No, guardi, ho stampato l’apposito modulo di cambio usufruttore”.

“Sì, ma in che rapporti è con Nick Jonas?”

“Scusi, ma a lei che cazzo gliene frega?”

“E’ per una mia forma di piccata puntigliosità professionale”.

“Sono il padre. Roberto Jonas, Bob per gli amici”.

“Prego, passi pure”.

Mi dirigo verso il posto assegnato. Per la legge del marketing macroeconomico della minchia fritta, un posto che quindici anni  fa era blu e costava diecimila lire e via, oggi è rosso e costa alcuni bigliettoni della nuova divisa. Tra vent’anni il primo anello sarà tutto rosso come la barriera corallina e ci vorrà il mutuo.

Ma a me, Bob Jonas senior, chemmefrega? Mentre sono ancora lì avvinto dallo spettacolo dello stadio parecchio pieno, mi accorgo che Medel sciabatta una palla verso Maurito che ci si avventa e la insacca.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

E lì mi accorgo dello strano figuro che ho davanti. Un tizio che su WhatsApp continua a mandare la foto di lui medesimo insieme a Thohir (Thohir!), ma che in realtà

tifa Napoli.

Infatti al gol di Maurito resta lì tipo statua di sale. Poi si rianima quando il Napoli attacca, comincia a tifare, si lascia andare:

“Iamme!”

Ma perchè ha la foto con Thohir? Come avrà fatto? Da quel momento lo battezzo:

l’Infiltrato.

Se la prende con Icardi (“P’tte ci vuole Maccc-si Lopez!”), se la prende con la curva (“Che ignoranza! Fanno uhuhuhu e c’hanno la squadra piena di negri!”), se la prende con quasi tutti i suoi (“Marò che partita e’mmerda”), poi se lo prende in culo quando Brozo la mette e la partita puff!, finisce lì.

“Ahhhhmmerdmaròahhhiammsfaccimm”

L’Infiltrato riceve un messaggio.:

“Icardi era in fuorigioco di tre metri! Tremmetri! Ahhhhmmerdmaròahhhiammsfaccimm”.

Poverino. Io, rilassatissimo, ormai faccio pablic relescion. Incontro nell’ordine Robbie The Monz, un uomo sociale; Antò, il Gufo titolare; Nick Jonas, che viene a riprendersi l’abbonamento e mi racconta del suo disgustoso bacio con Miley Cyrus:

“Cioè?”

“La prima persona che ho baciato è stata Miley Cyrus, fuori dal California Pizza Kitchen ad Hollywood. E’ stato romantico ma io avevo appena mangiato una pizza con le cipolle. Credo che il mio alito fosse terribile”.

Vabbe’, gli ho detto, guarda l’Infiltrato e consòlati, lui sì che soffre.

Il secondo tempo va giù veloce come un Gatorade dopo una mezza maratona. Faccio conversazione rilassata con il Gufo, che poi mi invita a bordocampo:

“Vieni, fratello: scendi meco a respirare il profumo dell’erba”.

Passo davanti all’Infiltrato, prostrato come Bertolaso davanti ai sondaggi di Roma. Respiro l’erba, saluto Ale lo scudiero della Balaustra che scende dalla scala tipo Wanda Osiris e poi niente, prendo e torno al parcheggio. Mi passano davanti i punti gettati nel cesso, ma la serata è tiepida, l’umore è alto e mi prendo una Heineken prima che, anche solo per ipotesi, mi potessero un po’ girare i coglioni. Amala, forza Inter, abbasso l’Infiltrato, Juve merda approfittatrice almeno ringrazia fanculo ciao.

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aprile 9, 2016
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Dammi tre parole

Vittoria di culo. *

*(Avevo messo in preventivo di dedicare tre parole a Frosinone-Inter, nella previsione che non ne meritasse di più. Anche la schedulazione – ore 15 di un sabato con l’ora legale –  ammantava la partita di un non so che. Verso l’ottantesimo ho cominciato a pensare al post. Vittoria di culo mi sembrava da subito l’opzione più efficace. Però, sarà banale? Vediamo. Minchia che culo era un po’ troppo greve e Dio che culo rischiava di compromettermi le relazioni con il mondo cattolico. Botta di culo non rendeva efficacemente l’idea e Questo è culo poteva sembrare una sentenza definitiva. Diciamo, però, che dopo un primo giro la parola culo già si imponeva su tutte le altre. A questo punto, stabilito che culo doveva per forza essere una delle tre parole, mi sono concentrato sull’obiettivo. La scelta che si riduce, si sa, ti mette di fronte a delle opportunità e a delle difficoltà. E’ qui che si mette alla prova il blogghe. Culo più due parole, avanti, dai.  Il vero culo era un po’ troppo da spot, e poi mi ricordava la maglietta “Il vero triplete”. Culo, che fare? era piuttosto creativo, ma poteva non essere capito. In hoc culo vinces mi piaceva molto ma era di quattro parole, se ne sarebbe accorto anche uno juventino. Culo, e allora? mi sembrava efficace nei confronti dei competitor ma troppo strafottente nei confronti degli sconfitti. Amo il culo è una scelta di vita che prescinde il Frosinone. Troppo culo purtroppo era di due parole, Troppo troppo culo rafforzava e nel contempo corrompeva il concetto. Culo in Ciociaria mi ricordava un documentario di Osvaldo Bevilacqua. Il culo esiste è un concetto importante, ma serviva qualcosa di più specifico. Alla fine ho pensato che Vittoria di culo bastasse a descrivere la partita in tre parole e a concorrere al Guinness dei blogghe).

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aprile 6, 2016
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Chi tutor e chi no

Due premesse, altrettanto sincere: 1) la Juventus vincerà lo scudetto, secondo un legittimo verdetto sportivo, al di là delle partite in più giocate da Bonucci e da quelle saltate da Higuain; 2) la somma di certi indizi costituisce una prova e, più in generale, fa girare i coglioni.

Ok, detto questo. Mi ero già arcistufato di ragionare sulla testa di Bonucci e sulle mani di Higuain – machemmefrega?, ho già i miei cazzi con Santon e Nagatomo e nella quotidiana conta dei punti di distacco – quando ieri, sul fare del pomeriggio, ho letto la dichiarazione di Rizzoli:

“Bonucci non mi ha dato nessuna testata. Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea. Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Non c’è stata testa contro testa, le immagini non danno il senso vero di quel che è successo. Ci fosse stata la testata, non mi sarei limitato al cartellino giallo”.

Che non è una dichiarazione: è una confessione. Non solo sua, ma della classe arbitrale e del sistema calcio.

Nel contesto di una serie di considerazioni oggettive e giuste (è ovvio che la testata non c’è stata: ci fosse stata, sarebbe stato come se Materazzi avesse chiesto scusa a Zidane per averlo importunato a colpi di zigomo), la puntualizzazione Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea è di una enormità clamorosa. Cioè, praticamente Bonucci ha un tutor e gli altri no.

Higuain (comportamento oggettivamente grave nei confronti di un arbitro) viene sanzionato con il tariffario in mano. Bonucci ha il tutor che lo allontana dal giudice di linea perchè non ecceda con le proteste. Praticamente Rizzoli, l’arbitro, ha fatto quello che doveva fare Buffon, il capitano. Che umanamente e sportivamente è anche una cosa carina – dai, sù, non esagerare, sennò sono cazzi -, ma che nella realtà dei fatti non esiste proprio.

Facciamo un paragone terra terra. E’ come se Higuain avesse parcheggiato in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e gli fa la multa. Beh, giustissimo, c’è pure il cartello grosso così. Poi però gli dice: mi accenda un po’ i fari, uh, lo stop a sinistra non funziona. Dia un colpo al gas? Uh, che fumo nero. Tergicristalli? Cos’è, quattro o cinque anni che non li cambiamo? Favorisca il libretto, vediamo un po’ la revisione… E sono quattro giornate.

Ora è Bonucci che parcheggia in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e ha già in mano il blocchetto ma gli fa: guarda, amico mio, meglio che la sposti. Bonucci lo guarda male, e allora il vigile gli fa: cià, vabbe’, dammi le chiavi che te la sposto io.

A me l’arbitro-tutor teoricamente mica dispiace, eh? Sarebbe un discreto passo di umanizzazione del calcio, un tentativo di insegnare il galateo a questa banda di imbecilli con le pettinature creative e le braccia istoriate. Ma il problema non è questo. Il problema è che gli arbitri facciano tutti la stessa cosa: o il vigile stronzo, o il tutor comprensivo. La stessa cosa e sempre, per 38 giornate, uguale uguale. O stronzi o tutor.

Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Questa è una frase da tutor, da vecchio zio comprensivo (so’ ragazzi). Esagerare semplicemente nelle protesta significa essere spinti via dall’arbitro (dall’arbitro!) prima di “aggredire” il giudice di linea e poi, non pago, mettersi a brutto muso con l’arbitro stesso? Se questo semplicemente, cos’è complicatamente? Mettere degli elettrodi ai testicoli dell’arbitro mentre gli fai waterboarding?

Se per Higuain sono state giustamente – giustamente, lo sottolineo – applicate  le norme, è evidente che con Bonucci c’è stato un atteggiamento diverso. Con un tutor, forse Higuain non avrebbe fatto la scenata a Irrati, che non poteva che costargli l’espulsione. Con un tutor, forse Sarri non sarebbe stato espulso per aver detto un’opinione (“stai arbitrando male”!), laddove spesso – qualche volte sì, qualche volta no – non si sanzionano i vaffanculo e le teste spianate a pochi centimetri dalla tua.

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Quanto a Irrati, io sono favorevole. A cosa? A Irrati. Cioè, mi piacciono un casino queste storie. Mi ricordano il tenente Colombo quando alla fine tira le fila del caso, elenca stranezze e coincidenze, si gratta la testa e ti smonta il delitto perfetto. Irrati è contemporaneamente l’arbitro di Higuain espulso, l’arbitro di Bonucci non espulso per un’entrata indifendibile su Destro, e il giudice di linea da cui Rizzoli distoglie Bonucci. Non è fantastico? Irrati tutta la vita.

Bonucci non fu espulso in Bologna-Juve (o almeno ammonito, che già era un mezzo favore) per il fallo su Destro, quindi giocò la partita successiva con l’Inter e in quella partita segnò. Anche l’Inter non ha il tutor, ma questa è una storia vecchia come il mondo. Chissà, magari Allegri avrebbe fatto giocare Rugani e Rugani in trance agonistica avrebbe fatto una tripletta. O magari no. Perchè le conseguenze di certe cose devi anche vederle in prospettiva, e magari relazionarle, sommarle, o moltiplicarle. Sono gli indizi e le prove che, come dicevo all’inizio, alla lunga fanno girare i coglioni. E benchè l’abitudine ci anestetizzi, è eticamente e civilmente giusto non reprimere ma lasciare che girino.

aprile 4, 2016
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Limbo

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La partita non l’ho vista, rimarrà un buco nero parzialmente riempito dagli highlights. Ho avuto una domenica intensa e l’Inter non ci stava neanche a spingerla, ma ero tranquillo: contro una squadra un po’ incompleta e un po’ demotivata (giusto il pepe al culo di una teorica implicazione nella lotta per non retrocedere, dove però ci sono parecchie squadre sotto e parecchio più scarse) mi ero già segnato mentalmente il più tre, il quarto posto servito su un piatto d’argento, il round a favore della Roma (sempre a più 5 ma con una partita in meno da giocare) ma noi diligentemente attaccati ai loro zebedei.

Macchè.

Ora, al netto di arbitri-fenomeni e di attaccanti avversari modello Nureyev, per noi parlano le cifre e l’atteggiamento. L’atteggiamento petaloso e mozzarelloso del secondo tempo, già visto e stravisto nel magico 2016 (14 partite di campionato, 5 vinte, 4 pareggiate, 5 perse: e dove vorresti mai andare?). E le cifre, tipo queste, appunto.

E le cifre avulse.

Le prime sette della classifica si sono staccate dalle altre. Dobbiamo ancora affrontare il Napoli per chiudere il cerchio, e il Sassuolo all’ultima giornata. Ma col Sassuolo abbiamo già giocato nel magico 2016, ultima di andata. Inter-Sassuolo 0-1, Milan-Inter 3-0, Juve-Inter 2-0, Fiorentina-Inter 2-1, Roma-Inter 1-1.

Un punto (e due gol) in cinque partite.

Lasciamo perdere la Coppa Italia, che ti capita di andare a fare una partita spensierata a Napoli e la vinci, e poi – dopo una tranvata galattica – ti capita di giocare nella migliore condizione possibile con la Juve (0-3 all’andata, sei fuori al 99,9%, cazzo te ne frega?) e a momenti fai l’impresa del decennio. Lasciamo perdere. In campionato parlano le cifre, e le cifre ti inchiodano.

Ti inchiodano alla tua assenza negli appuntamenti decisivi (è proprio un problema di profilo). Ti inchiodano al quinto posto, che magari diventerà quarto, chissà, e che speriamo non diventi sesto. Ormai siamo lì, in questo limbo numerico che è lo stesso limbo estetico e di personalità in cui ci dibattiamo da tre mesi e mezzo. Il brutto è che ti arbitrano male, te ne cacciano fuori due così, abboccano ai tripli tolup, e tu non hai un tubo da ribattere. Alla fine è così e basta: quinto e non più (di) quinto.

marzo 19, 2016
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Marzo pazzerello

Spiace aver pareggiato prendendo un gol di culo nei minuti finali, ma è un dispiacere attenuato dal fatto che a) è giusto così e b) in questo mese di marzo, dopo i pessimi due mesi precedenti, si respira un’aria decisamente nuova. A Roma ce la siamo giocata, contro una squadra che arrivava da 8 vittorie consecutive e con cui dovremo continuare a giocarci la chimera del terzo posto. Era meglio vincere, ovvio, ma con il pareggio siamo in vantaggio negli scontri diretti ed è come se avessimo recuperato mezzo punto.

Bene così. In questo marzo pazzerello è il quinto risultato utile di fila (Inter-Juve, Inter-Palermo, Inter-Bologna, Bayern-Juve, Roma-Inter) in un clima positivo, di gol, di punti, di gioco, di umore. Peccato che finisca qui, marzo. Finisce al giorno 19, una specie di beffa per noi che avremmo pagato per abbreviare gennaio e febbraio che invece non finivano mai. E vabbè’.

Adesso recuperiamo infortunati e squalificati e prepariamoci allo sprintone delle ultime otto. E per favore, Mancio, fai pure il creativo ma non togliere più Perisic.

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marzo 18, 2016
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Belli, bravi, a casa

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Oggi su giornali, tv e web è andato in scena un clamoroso piagnisteo perchè l’Italia – con l’eliminazione della Lazio in Europa League, il giorno dopo quella della Juve in Champions – ha segnato l’uscita di scena stagionale dell’Italia dall’Europa del calcio. A metà marzo siamo già tutti liberi, da Bolzano a Pantelleria, tra il martedì e il giovedì, di andare al cinema o a teatro, oppure di guardare le altre, oppure di farci i cazzi nostri. Pare non andassimo così male da 15 anni.

Eppure da mercoledì notte, e a cascata sui giornali di giovedì, era stato tutto un onanismo su quanto era stata bella e brava la Juve. Eliminata, certo, ma a testa alta, un passo in più verso il top, una grande prestazione, una partita quasi perfetta, bla bla bla. Forse, grazie alla Lazio, nel giro di 24 ore abbiamo ritrovato i giusti paramenti e i corretti termini di paragone. Attraverso due partite diverse quanto vogliamo, e lasciando due impressioni diverse quanto vogliamo, Juve e Lazio hanno ottenuto lo stesso risultato: a casa, raus.

I festeggiamenti (mancavano solo i caroselli) per la grande partita della Juve a Monaco sono essi stessi il segno dell’indicibile provincialismo e della profonda mediocrità del calcio italiano. Festeggiamo la partita quasi perfetta della Juve, che esce agli ottavi di Champions. Apperò, e adesso?

Chissà se fosse successo all’Inter. Chissà se fosse successo all’Inter di dominare una partita contro un avversario completamente in bambola, di condurre tre quarti di partita per 2-0, di subire sì un torto arbitrale ma anche di sbagliare almeno quattro clamorose palle gol per andare sul 3, 4 o 5 a zero senza dover per forza aspettare che una bandierina vada su o giù in maniera corretta, e infine di prendere 4 gol in poco più di 35 minuti e di tornare a casa così, scornati e travolti sul più bello. Chissà.

Certo, mi dirà qualcuno: a voi mica sarebbe capitato, voi il mercoledì sera al massimo accendete la tv . Vero. Ma mi riferivo ai titoli, ai giudizi, alle celebrazioni. Saremmo stati catalogati come uno squadrone top dei top, o come dei poveracci che l’hanno preso in culo quattro volte in mezz’ora invece di portare a casa la partita contro il peggior Bayern mai visto negli ultimi anni?

La Juve, come la Lazio, è a casa a metà marzo. L’asterico *(però ha fatto cagare addosso il Bayern) vale quel che vale. Un ciccinino per l’onore e l’orgoglio, una sega di niente per la bacheca e per il ranking Uefa. E noi, poveri tifosotti italiani, festeggiamo un 2-4 in Champions perchè ci fa salire di un gradino.

Quale gradino? “Scusi, dov’è la toilette?”. “In fondo a sinistra, occhio al gradino“. “Grazie”. “Si figuri”.

Certo, mi dirà ancora qualcuno: caro Settoruccio dei miei coglioni, fai uno scroll del tuo blogghetto e torna a Napoli-inter, non avevi festeggiato anche tu la sconfitta a Napoli?

Beh, c’è una bella differenza. Avevo festeggiato l’emozione di rivedere la mia squadra – una squadra in costruzione, una squadra in divenire dopo alcune stagioni del menga -, sotto 2-0, mettere alla frusta l’allora favorita del campionato e provare a rimontare, forse addirittura a vincere. Era un rincuorarsi, certo non un gioire.

Diverso è vedere la squadra che ha vinto 4 scudetti di fila e sta per vincere il quinto festeggiare un’inculata galattica in Champions, catalogarla come un upgrade. Upgrade de che? E finchè è la Juve, finchè sono gli juventini, ne hanno facoltà. Ma i giornali, le tv, i commentatori? Cioè, fatemi capire: uscire frantumati dalla Champions è un successo?

E quindi torniamo all’inizio: se questi sono i successi del nostro calcio, beh, stiamo freschi. Lo dico alla vigilia di un Roma-Inter che deciderà tutto per noi. Già un pareggio sarebbe un mezzo insuccesso, una bella sconfitta varrebbe un emerito cazzo. Meglio essere chiari dall’inizio. Sennò facciamo come la Juve, facciamo un casino per una sconfitta epocale, per un 5 maggio al cubo. E quindi altro che triplete, cara Juve, cara Italia: qui siamo concettualmente ai duecentocinquantaseiesimi di finale. Ad majora.