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novembre 3, 2018
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Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

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ottobre 31, 2018
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Sì però (stop)

Sì, però la Samp è discontinua. Sì, però la Fiorentina in trasferta vabbe’. Sì, però il Cagliari, dai, madonna. Sì, però la Spal meritava. Sì, però il Milan fa cagare. Sì, però la Lazio… Eh, dimmi, la Lazio? (silenzio)

A furia di sì però, aggiungendo le due vinte di Champions ma anche quella persa (anzi, forse soprattutto quella, a Barcellona, trasmessa in chiaro nelle case di tutti gli italiani,  perchè è servita a far capire che eravamo davvero tornati  in Champions dopo sette anni di strane destinazioni o settimane libere da qualsivoglia impegno),  l’Inter ha ottenuto un attimo di attenzione corale. Come se si fosse spento un brusio.

Solo un mese e mezzo fa si usciva cornuti e mazziati da Inter-Parma, nessuno parlava del furto epocale che avevamo subito (un fallo di mano sulla linea manco cagato dal Var) ma solo del fatto che avevamo 4 punti in 4 partite, facevamo cagare, Spalletti vattene, Icardi inutile, Brozovic ruspa, cinesi trogloditi, moriremo tutti ma prima del previsto. Passano 45 giorni e plin!, improvvisamente l’Italia si risveglia con l’Inter seconda in classifica alla pari del Napoli champagne, miglior difesa del campionato (la Juve squadra migliore dell’universo ne ha preso uno in più) e sei vittorie consecutive senza un sì però che regga anche per un 3-0 a Roma, in casa della Lazio, la squadra che doveva vendicarsi dello spareggio-Champions e che nonostante tutto è quarta in classifica. Sì, però… Non ti viene, eh?

Continuiamo a non essere molto trendy. Per dire, la Gazza di martedì dedicava tre pagine e mezzo a Lazio-Inter e due pagine a “Cristiano Ronaldo primo dei grandi attaccanti della Juventus a segnare 7  gol nelle prime 10 partite dai tempi di John Charles: insaziabile!”. Non è uno scherzo. Pur di scrivere di CR7, la Gazza ha trasformato il suo score di 7 gol in 10 partite (due in più di Pavoletti, per dire. Piatek del Genoa ne ha segnati 9, l’anno scorso Dybala era quota 11) in un’impresa strappamutande per mezzo di una statistica lisergica in cui ha considerato dieci grandi attaccanti della Juve (Dybala non c’è, quindi è una mezzasega) che nelle prime dieci giornate hanno segnato qualche gol, ok, ma non tanti quanti Cristiano a parte Charles. I prossimi capitoli: Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante che inizia con la C, Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante con quattro figli, Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante con le basette scolpite.

Noi no, diamo poco materiale. Niente casini interni, niente spalti vuoti, niente partite rubate, niente allenatori troppo simpatici, niente attaccanti che non segnano, niente difensori scarsi. In poche parole: noiosi. Segniamo poco, di solito. Vinciamo di misura, di solito. Prendiamo pochi gol (due nelle ultime sei partite, di cui uno su tiro deviato). Skriniar è il difensore su cui si sono infranti più attaccanti, Brozo è il centrocampista che ha giocato più milionate di palloni, Icardi ha il miglior rapporto palloni giocati-gol realizzati da Neanderthal a oggi. Ma queste cose non le calcola nessuno, finchè c’è da stendere il red carpet anche ai peti di CR7, i più profumati dai tempi di John Charles.

Hanno provato anche a estorcere qualcosa a Joao Mario, chessò, un po’ di livore alla Mertens, una mezza frasetta, un inclinarsi di labbro. Macchè. L’Italia ha assistito stupefetta alla sua partita e poi alla sua intervista, in un italiano sorprendentemente ricco – l’avevamo lasciato a biasciacare frasi in portoghese un annetto fa – e ancora più sorprendentemente sereno. Capolavoro di Spalletti, se ancora non gliene avessimo ascritti.

Sempre più difficile, ora. C’è da mantenere questo mood, che è mica facile. Ma è così bello, porca puttana. Dai ragazzi, il dorato mondo delle statistiche ci ha appena accolto nel suo club: non deludiamolo. Un giorno magari ci ricorderanno come la squadra migliore del girone d’andata tranne le prime quattro giornate: se avete un amico alla Gazza mettetegli la pulce nell’orecchio, please.

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ottobre 26, 2018
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“A riveder le stelle”, step two

Se Barcellona-Inter fosse stata una partita di basket, con tutte quelle palle perse, avremmo preso minimo 40 punti. Sai, quelle partite in cui la squadra di casa, mentre sugli spalti la gente balla già da un pezzo, a 30 secondi dalla fine completa tutte le rotazioni possibili mettendo il ragazzino sedicenne del vivaio, e tutti applaudono estasiati mentre in campo cercano di far fare al bimbo un tiro da tre prima della sirena. Quelle partite lì.

Ma era calcio, non basket, per fortuna. La squadra leggermente impanicata era la nostra – toh, un pallone: cosa faccio?, lo perdo, vabbe’, ora provo riprenderlo – , alla fine non ha perso di 40 ma di 2, avendo anche rischiato di pareggiare in corso d’opera e comunque non sfigurando. Fa parte del “riveder le stelle”. Non eravano a Qarabag, a Saint Etienne, a Beer Sheva, a Southampton… eravamo al Camp Nou pieno come un uovo, avevamo davanti una squadra blaugrana ed erano tutti cazzi nostri. Finalmente, se mi posso permettere. Finalmente.

Prenderne due a Barcellona contro una squadra che fa il 64 per cento di possesso palla e dentro un catino che ribolle e nel campo più largo lungo e impietoso che esista, è “riveder le stelle”. Uscirne vivi è “riveder le stelle”. E’ stato un rito di passaggio che abbiamo atteso per sette lunghi anni, trascorsi a sbadigliare sui divani e smoccolare dai posti più improbabili. O c’è forse qualcuno che preferiva passeggiare a Stjarnan e vivere felice?

Questo – cioè, quello di ieri sera – è il calcio che abbiamo rinconquistato e che ci compete. Aver capito di essere (ancora) un po’ impreparati di testa e di gamba per certi livelli è un salutare bagno di realismo: vincere a Ferrara e vincere a Barcellona no, non è la stessa cosa, se qualcuno avesse pensato il contrario. Infatti abbiamo perso, e abbiamo perso perchè gli altri sono stati migliori, a tratti di parecchio. Ci manca la personalità e l’abitudine a quel grado di difficoltà: è la ragione per cui eravamo mediamente impanicati e perdevamo palloni e subivamo gli eventi. Ma la cosa bella è che eravamo lì, al Camp Nou, eravamo noi. Ci hanno battuti ma non piallati. Torniamo con zero punti ma avendo respirato un’aria diversa. E’ già qualcosa, avendo finalmente rivisto le stelle.

Ora, dopo tre partite tra le stelle della Champions, avendone vinte due e avendo perso la più inavvicinabile, con una classifica che ci sorride e per la quale – chessò, tipo dopo Sassuolo-Inter – avremmo firmato in bianco centomila volte e per qualsiasi cifra, il gioco si fa piuttosto duro. Inizia “A riveder le stelle, step two“, che sarà non meno difficile della partita di Barcellona. Dove, in fondo, non avevamo nulla da perdere. D’ora in poi, invece, di cose da perdere ne avremmo a bizzeffe. Per esempio, oltre alla credibilità riacquistata, un vantaggio di cinque punti quando ce ne sono ancora nove in palio.

Dimostrare di aver ripreso legittimamente posto tra le stelle sarebbe proprio una bella cosa. Non perdere col Barça a San Siro, non perdere – che figata – a Londra (e con ciò qualificarsi), non distrarsi col Psv… Usciamo dallo step one in discreto spolvero, con l’entusiasmo di chi dopo sette anni di limbo non ha fatto disastri e ha sistemato le cifre. Continuare a riveder le stelle è il claim dei prossimi due mesi: un piano B no, non esiste.

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ottobre 23, 2018
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Icardi feat. Vecino

Dopo quelle mille-duemila visioni del gol del derby su ogni possibile device, sono addivenuto alla seguente considerazione tecnico-tattica: è chiaro che Vecino ha una specie di X Factor. Non passerà alla storia del calcio – nè di quello italiano nè di quello uruguagio – ma noi ne conserveremo sempre un ricordo nitido e affettuoso, quasi barzotto. Non lo troveremo mai ai vertici delle statistiche – se non di qualche categoria esoterica – ma per noi sarà sempre quello che la mette e la rimette, portatore sano della garra charrua, qualunque cosa essa sia. L’Inter,  quella attuale, non ha fatto (ancora) niente per essere un po’ Beatles, ma Vecino – che poteva essere un Pete Best qualsiasi – è una reincarnazione calcistica di Ringo Starr, l’uomo sbagliato al posto giusto, almeno a spot. Però siccome gli spot aumentano di numero, è chiaro che questo Vecino – torno alla seconda riga – ha l’X Factor.

Vecino al minuto 92′ di Inter-Milan non voleva fare il best cross ever dell’era post tiplete, ma l’ha fatto. A passargli il pallone, male, era stato Candreva. Trovo tutto questo straordinariamente simbolico. Candreva passa un pallone molle e rimbalzante – quasi inutile, mancando un minuto alla fine di un derby sfigato che dovevamo vincere e stavamo pareggiando 0-0 – a Vecino, stretto tra un milanista e la linea di fondo, e Vecino con quel pallone fa quello che a Candreva non è riuscito in tre stagioni e diciassettemila tentativi:

il best cross ever.

E’ chiaro che l’X Factor qui si mescola sapientemente con l’audacia, lo sperindìo e una determinante dose di culo. Ma ci sta, porco cane. Agli home visit del traversone, Candreva si sarebbe presentato con la forza dell’esperienza e degli studi balistici, ma la giuria avrebbe sbadigliato al quarto calcione e avrebbe scelto Vecino perchè un cross così non si era mai visto. E non lo vedremo mai più, sia chiaro. Però è bastato, ha avuto la sua funzione, il suo successo, il suo deflagrante effetto. Perchè è planato dritto sulla testa di Mauro Icardi, un altro con l’X Factor, categoria goleador solista uomo over (the top).

Ora, qui dobbiamo soffermarci su un particolare fondamentale. Il best cross ever poteva finire in fallo laterale (in tal caso, qualche decina di migliaia di persone allo stadio e qualche milione sul divano avrebbero gratuitamente mandato affanculo Vecino: pensate a quanto è labile il confine tra la garra charrua e la merda totale) se Maurito non fosse stato là al centro dell’area a incornarlo. Anzi, di più: se il finto indolente Maurito (per alcuni interisti, nonostante tutto, il peggior centravanti del campionato italiano) non avesse seguito il pallone molle di Candreva a Vecino e poi il pallone eretto e parabolico di Vecino verso il centro dell’area – verso di lui, più o meno – eseguendo un cambio di direzione che al 92′ avresti anche la facoltà di non fare – per stanchezza, sfiducia, scoglionamento, distrazione, frustrazione dopo aver toccato 15 palloni in 90 minuti -, eppure lo fai.

E così altrochè Ringo e Maurito: Vecino e Icardi diventano i Lennon-McCartney dell’inculata torrida ai poveri cugini, un gol della madonna al 92′ di un derby ingiustamente destinato allo 0-0, che libidine. E come per Lennon e McCartney, non sai bene dove inizino i meriti dell’uno e finiscano quelli dell’altro in un gol che è a doppia firma, anche se a metterla è solo uno. Tra John e Paul era finita male (How do you sleep?), ma qui si parla di pallone, roba più easy. Questo gol al Milan è un tale accrocchio di X Factor singoli e di fortunati eventi assortiti che probabilmente non ne vedremo più uno così. Vabbe’, però è stato bello. E Mauro e Matias riposano tranquilli: a non dormire, questo è chiaro, sono i milanisti.

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settembre 24, 2018
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Il doppio Var, le grandi seghe e la certezza del diritto

Quello che è successo in Samp-Inter andava in qualche modo analizzato e metabolizzato, e mica solo da noi tifosotti nerazzurri. La questione è importante e coinvolge tutti, dalla Juve (vabbe’) al Frosinone. E quindi tra link e controlink, status di Facebook, tweet, chat di Whatsapp, servizi tv, servizi web, raffronti, confronti, fino all’interessante comparsata tardo-serale di Rizzoli alla Domenica Sportiva (evidentemente si sono resi conto anche gli arbitri che una spiega andava data in qualche modo), la mia domenica è stata punteggiata dal Var e mi sono fatto una discreta cultura.

La prima considerazione che faccio è: seghe. Grandi seghe. Ho letto disamine incredibilmente particolareggiate sull’episodio del gol annullato a Nainggolan (che ovviamente è il vero e importantissimo nocciolo della questione), dibattiti sul fotogramma, post-scansioni del fermo immagine, ipotesi e controipotesi sull’inizio dell’azione, importanza intrinseca ed estrinseca del ruolo del singolo giocatore nell’economia dell’azione… Seghe. Affrontare in questo modo il problema equivale a partire da una evidente contraddizione: stiamo a discutere per ore, e a freddo, di una cosa che l’arbitro in campo e gli arbitri al Var devono dirimere in pochi secondi? Ci rimettiamo in modalità “fuorigioco di Turone” o “fallo di Iuliano” 3.0 e andiamo avanti per anni?

La sola cosa da capire (e da spiegare ad alcune squadre, a cominciare dall’Inter e dal Torino) è qual è il vero Var, e cosa ci possiamo e dobbiamo aspettare dal Var. Tipo, partiamo da noi. Il Var è quello di “c’è un fallo di mano sulla linea e manco mi pongo il problema”, o quello di “controllo anche i peli del culo dei giocatori in linea sul cross all’inizio dell’azione e ti annullo il gol”?

A scanso di equivoci, per me il Var è quello di Samp-Inter. Ma tutta la vita. E’ quello che ti annullano un gol e in qualche modo te lo spiegano con l’oggettività del mezzo che hanno davanti (intervista sul campo a fine primo tempo, Skriniar: “Boh, mi hanno detto che era fuorigioco, se lo dice il Var è così”. Questo è il passaggio fondamentale. Anche se la decisione è cervellotica, il Var si è espresso). E’ quello che ti ribalti sul divano al gol di Asamoah ma poi convieni che il cross era partito da fuori e bòn, ti rimetti seduto composto e riprendi a soffrire. Non può essere quello di Sassuolo-Inter, che non concepisci che non sia nemmeno venuto il dubbio sul rigore su Asamoah. Non può essere quello di Inter-Parma, perchè un pallone tolto in maniera innaturale dalla sua traiettoria a un metro dalla linea di porta non puoi non andarlo a controllare. Al netto delle spallettate del primo mese di campionato e dei nostri errori e omissioni, quanto ci è costato quel Var così diverso dal rigoroso Var di Samp-Inter?

Il problema è solo uno: è la certezza del diritto. E in questo campionato siamo partiti male, malissimo. Cambiano la regola inserendo due paroline all’apparenza innocue ma che allargano a dismusura la zona grigia. Non te lo dicono, lo vieni a sapere in corso d’opera, te lo spiegano ma lo fanno in arbitrese e non capisci un cazzo, nel frattempo si assestano nel nuovo status quo, un giochino un po’ così di rimpallo di responsabilità – almeno così poi te lo raccontano – tra gli arbitri del Var che dovrebbero intervenire meno e l’arbitro in campo che si riprende un po’ del terreno perso lo scorso anno. In questa fase confusa si affastellano decisioni sbagliate, gol regolari annullati, gol irregolari concessi, rigori opinabili (nel sì o nel no) quando l’opinabile era stato finalmente – in gran parte dei casi, almeno – superato.

L’anno scorso il Var ha rappresentato una novità epocale. Boicottato, criticato, vilipeso (le epocali intemerate juventine), aveva portato una boccata di serenità in campo, sugli spalti, sui divani. Tutti noi, come Skriniar, dichiavamo: “Boh, ma se lo dice il Var…”. E alla fine, nonostante la lesa maestà dei rigori dati contro a chi non c’era abituato, cos’è cambiato nella scala dei valori dopo 38 partite di campionato? Niente. La Juve lo scudo l’ha vinto quasi in carrozza, com’è giusto che fosse. Circondata semmai da un’atmosfera meno sospettosa e rancorosa: il Var il suo lavoro l’aveva fatto, loro sono stati più forti del Var.

Che pessima cosa sarebbe tornare indietro, degradare il Var a soprammobile elettronico, lasciare l’arbitro in balìa dei suoi dubbi e dei suoi narcisismi, riprendere a menarsi e a insultarsi per una palla dentro o fuori, un fuorigioco visto o non visto, un calcione punito o non punito. Per me il vero Var è quello di Samp-Inter, nel bene e nel male. Quello di Inter-Parma, per dire, è una merda che il calcio non merita. In subordine, se volete fare il cazzo che vi pare, usate un solo Var, uno solo, anche quello sbagliato, ma uno, da qui alla fine. Sennò si torna ai veleni, ai retropensieri, alla banalità del male. Perchè un povero interista, dopo le ultime due partite, cosa dovrebbe mai pensare – serenamente, dico – del Var, degli arbitri, del calcio, dello sport e della Juve*? *(la Juve ce l’ho messa così, per spregio)

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settembre 23, 2018
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BizzVar

    • Jackie Miley detiene la più grande collezione di Teddy Bears: ne ha oltre 8mila, raccolti negli Stati Uniti ma anche in altri 29 paesi in giro per il mondo.
    • André Ortolf detiene il record della corsa più veloce seduto su una sedia girevole per ufficio: ha percorso 100 metri in 31,92 secondi.
    • Il gruppo denominato Portland Promise Center ha realizzato la più grande Tape Ball, una sfera fatta di nastri adesivi: pesa 907.18 kg e ha una circonferenza di 3.89 m.
    • You Jianxia è la donna che detiene il record delle ciglia più lunghe: le ciglia dell’occhio sinistro misurano 12,4 cm.
    • Hunter Ewen ha stabilito il record di maggior numero di palloncini gonfiati in un’ora: 910.
    • Brad Ladner, di Roswell (Georgia, Usa) possiede la più grande collezione al mondo di cimeli di Batman: 8.226 pezzi.
    • La modella russa Ekaterina Lisina ha le gambe più lunghe del mondo: oltre 132 cm.
    • Wendy Suen detiene la più grande collezione di boule de neige: ne possiede 4.059 (ultima rilevazione: novembre 2016).
    • Il coniglio Bini (in arte Bini the Bunny) detiene il record di schiacciate a canestro in un minuto per la categoria conigli: 24 (ottobre 2016).
    • La squadra di calcio Internazionale Fc Milano (Italia) nella stessa settimana: 1) ha vinto due partite al 93′ minuto dopo aver giocato demmerda almeno metà delle relative partite; 2) si è vista annullare nella stessa partita due gol con l’ausilio di un dispositivo chiamato VAR (Videoassistant Acazzofinorausated Referee) che si credeva ormai caduto in disuso; 3) si è vista annullare un gol dal predetto Var con l’esame retroattivo dell’azione più lungo della storia (nel fotogramma decisivo, esaminato con il microscopio elettronico a scansione, si è notato effettivamente il ciuffo del giocatore Serena Aldo sopravvanzare di un centimetro la figura del difensore Vierchowod Pietro); 4) si è vista espellere l’allenatore Spalletti Luciano con la motivazione “eccessivo impeto nell’esultanza guardando in camera con occhi spiritati senza essere autorizzato”; 5) ha mandato tutti affanculo, così, due volte, per puro senso di liberazione, gioia e fiducia nel futuro.

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settembre 19, 2018
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Inter-Tottenham: appunti di un tifoso

(last saved 18/09/2018 20:38) E quindi bòn, ci siamo tolti subito anche questo pensiero: gli 8 punti di svantaggio in campionato in teoria  li puoi anche recuperare, forse, un giorno, chissà, per uno strapuntino sul podio, ma se perdi in casa lo scontro diretto con la tua competitor per un posto nel paradiso della Champions, ecco, sei fottuto. E noi, appunto, siamo fottuti. Al 18 settembre già sull’orlo della disperazione e rassegnati a pianificare altrimenti le nostre serate infrasettimanali. Per dire, io sono un feticista di Chi l’ha visto? e il mercoledì per me è già a posto. Voi, non so. Vabbe’, ci penseremo con calma. Spalletti, invece, con quanta calma penserà al modo di tirarci fuori da questa palude dove l’ignavia e la sfiga nera live together in perfect harmony? Comincio a essere un po’ stufo (ed è solo il 18 settembre: ma come ci arrivo a maggio?) di questa squadra impaurita e impigrita mentalmente, 11 Handanovic che nel dubbio non si tuffano, quando qui ci vorrebbero lucidità e sfacciataggine, oltre a un po’ di culo, questo no, non pianificabile. Quel gollonzo di merda non mi farà dormire per qualche notte, ma noi ce l’avremmo mai fatta a segnarne uno? A un mese dall’inizio del campionato, a 32 giorni da quella serata merdosa di Sassuolo, perchè siamo qui a barcamenarci tra gente che si spompa in fretta o, all’opposto, che nemmeno riesce a scaldarsi in tempo per incidere prima che l’arbitro fischi tre volte? Ma cos’è ‘sta robaccia, santa madonna? Chi ci ha fatto la fattura? Altro che anti Juve, non siamo nemmeno l’anti Spal. E la Champions puff! è già finita, 6 anni e mezzo di attesa della musichetta e perdi in casa contro il Tottenham, questa purtroppo è la  

(last saved 18/09/2018 20:45) Io penso che firmerei per l’opzione “Icardi non fa un cazzo di significativo per 85′ minuti e poi la mette al volo da 20 metri rasoterra nell’angolino” perchè sarei rassicurato dal sedermi sul divano già sull’1-0,  amo i gol al volo da 20 metri e ritengo che Icardi sia molto meglio averlo che non averlo anche se c’è sempre qualcuno che storce il naso per lui e la Wanda. E firmerei anche l’opzione “Inondami per tutta l’estate di foto nudo mentre fai la doccia con uno sticker a coprire il pacco purchè quando torni ne metti una trentina a stagione” perchè non me ne frega un cazzo delle foto, a me interessa che tipo arriva un cross dalla sinistra preciso  preciso (non so se avete colto la novità pazzesca di questa cosa, un cross da sinistra preciso preciso) e Maurito con istinto, tecnica e faccia da culo la prende in pieno e la indirizza nell’angolo e viene giù lo stadio, mi interessa perchè sono un interista basico e sentimentale. Tanto sentimentale che non sono nemmeno così incazzato per questo fottuto 1-1 col Tottenham, la partita più importante del girone che quindi iniziamo già in rincorsa. Vabbe’, ma poteva andare peggio, e poi ci siamo goduti questo pezzo di poesia calcistica e di questi tempi non è poi così male e quindi

(last saved 18/09/2018 20:59) No, perchè la partita finisce quando arbitro fischia, e nel frattempo i due peggiori in campo fanno due gol meravigliosi e lo stadio trema tipo Mururoa e il divano ribolle di entusiasmo e ‘sti grandissimi cazzi di tutto quello che è successo nei primi 85 minuti perchè nessuno ricorda più nulla nitidamente. Siamo in testa al girone di Champions dopo aver rischiato di finire prima di cominciare. Il calcio – lo sport – conserva sempre questi aspetti misteriosi e strappamutande che ti ribaltano la più frustrante delle serate e ti rinconciliano con il mondo. Ho il vago retrogusto di quegli 85 minuti a inseguire fantasmi e a catalogare i nostri problemi uno a uno, tanti da far paura. Ma mentre in video vanno in loop i gol della partita (quella orrida beffa della rete inglese, la liberazione dei nostri palloni  benedetti e incandescenti) io lascio fluire i sogni più irragionevoli e pigio i tasti del pc. Un’ora prima stavo ammainando la bandiera, adesso cerco Madrid su Easy Jet a fine maggio. I biglietti non sono ancora in vendita. Ho messo un alert, aspetterò di sentire un plin! non so bene quando. Magari nel frattempo ne avremo presi sei dal Psv, ma che si fotta questo razionalismo: amala, amiamola, e vaffanculo.

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settembre 15, 2018
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Il Var è morto e anche l’Inter non si sente molto bene

C’è così tanto da dire di questa disgraziatissima partita con il Parma che un argomento è meglio spuntarlo subito: il gol di Dimarco (il tiro della vita suo, dei figli, dei nipoti e dei bisnipoti) NON è colpa di Handanovic. Certo, se in quelle zone grigie della sua mente (lo prendo? non lo prendo? mi si nota di più se mi tuffo o non mi tuffo?) il nostro portierone decidesse comunque, anche solo a livello accademico, si stendersi in tutta la sua ampiezza verso la traiettoria del tiro, non sarebbe necessario doversi guardare 300 dolorosissimi replay per sentenziare che: no, non l’avrebbe preso neanche Higuita facendo lo scorpione con la displasia dell’anca.

Veniamo al resto. Se il possesso palla è tuo per due terzi, tiri verso la porta 20 volte e non vinci – anzi, poi la perdi – c’è sicuramente della sfiga e ci sono altrettanto sicuramente dei problemi – problemi anche seri, avrebbe detto Dalla – più o meno nella stessa proporzione del possesso palla. 20 tiri possono dire tanto o quasi nulla. Intanto, se non ne entra uno. E poi se li cataloghi e ti accorgi che togliendo i tiracci del Ninja e le azioni passate da Perisic (l’unico vero nostro schema: datela a Ivan, magari qualcosa succede), ti resta poco poco. Pochi come i 4 punti e i 4 gol in 4 partite, soprattutto se rapportati ai presunti 12 punti da fare con questo calendario più morbido rispetto alle altre, e invece diventato durissimo.

Spalletti ha detto una verità, sintetizzabile così: cosa devo dire a ‘sti ragazzi, non sono una squadra presuntuosa. Eh, bravo, e quindi? Se non pecchiamo di presunzione, di cosa stiamo peccando? Di pesantezza di corpo e di mente? Di idee poche e confuse? Di condizione complessiva ancora da trovare – cazzo! – a un mese dall’inizio del campionato, a tre giorni dal tuo ritorno in Champions dopo un’assenza di sei edizioni, alla vigilia di un ciclo di partite serratissimo, una ogni tre giorni? E Spalletti – che si assume come da copione la responsabilità – di cosa sta peccando? Perchè dà sempre l’impressione di sbagliare le scelte di inizio gara e pure quelle del durante? Perchè – per dirne una – manda sempre in asfissia il centrocampo? Se Brozovic dovesse fare causa per mobbing, io testimonierò per lui, per dovere civico e morale.

Cioè, questa è la situazione a tre giorni dall’arrivo del Tottenham: roba che quando attaccherà la musichetta saremo presi da un attacco generale di cacarella, tutti, tra campo e spalti, perchè di Berardi e di Dimarco il mondo è pieno e il Tottenham ne avrà minimo sei o sette. Forse, li preferivo un po’ presuntuosi. Vabbe’, sarà una vigilia con un po’ di pathos. Che, in fondo, ci mancava.

Detto tutto questo (perchè i problemi sono al punto 1 e i mulini a vento vengono dopo, se vuoi essere serio), vogliamo parlare dell’arbitraggio? Perchè se questo è lo standard che ci aspetta, preparate i fazzoletti (per piangere e per le pagnolade). La non-ammonizione del portiere del Parma per avere interrotto il gioco ributtando in campo un secondo pallone (stavamo battendo un angolo e loro non erano schierati) è stata scandalosa e ha colorato subito di grottesco l’intero pomeriggio del signor Manganiello, uno spettacolo complessivamente brutto da vedere e culminato con l’episodio del fallo di mano di Dimarco sulla linea di porta. La traiettoria della palla era inequivocabile (con quale parte del corpo, se non il gomito, avrebbe potuto deviarla verso il basso?), il rigore era clamoroso. Ma il rigore non ce lo hanno dato, e la partita l’abbiamo persa.

Il Var è morto, ragazzi, e forse non ce ne siamo accorti, o facciamo finta che sia vivo e vegeto. Oggi, a San Siro, se ancora rantolava ha avuto il colpo di grazia. Lo abbiamo inventato e l’abbiamo ucciso nel giro di un annetto. Sarà usato per casi abnormi, una volta ogni due giornate, giusto per sentire dire che funziona. Una prece. E’ stato (quasi) bello, ti ricorderemo per quei solari e impertinenti rigori contro la Juve che nessun arbitro avrebbe mai fischiato. Infondeva un senso di giustizia e sicurezza, il Var, in un rapporto dare-avere in cui riconoscevi un fondo di oggettività. Non ha nemmeno deciso il campionato, che la Juve ha vinto comunque (quasi) in carrozza. Era addirittura piaciuto alla Fifa, che lo ha portato al Mondiale. Giusto così: in un paese che sogna il ritorno al servizio militare e alle vaccinazioni fai-da-te, poi, era un pericoloso – quasi visionario – strumento di modernità.

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settembre 4, 2018
di settore
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Il Fpf, l’auto di Dalbert e la griglia di Lautaro

Sei scandalizzato perchè Gagliardini non è in lista Champions? Niente, ti devi rassegnare: ancora per 17-18 anni saremo sottoposti ai vincoli del Fair Play Finanziario, il rigoroso progetto sadomaso introdotto dal comitato esecutivo Uefa nel settembre 2009 con l’obiettivo di fare estinguere i debiti contratti dalle società calcistiche (per adesso una sola: l’Inter) e a indurle nel lungo periodo a un auto-sostentamento finanziario.

Sono provvedimenti molto pesanti, che coinvolgono la società a 360 gradi. La cosa di Gagliardini può fare impressione, ma limitandosi alle ultime settimane sono innumerevoli gli episodi che hanno riguardato l’inter e i suoi tesserati. Eccone un breve sunto:

– la moglie di Ausilio si è vista contestare lo scontrino della spesa all’Esselunga di via Lorenteggio: “Lei ha comprato sei confezioni di Gocciole, ma in lista poteva metterne solo tre. L’Uefa è chiara in proposito”. Trovato l’accordo dopo mezz’ora di trattativa: fatico ok alle sei confezioni ma suddivise in 2 Gocciole, 2 Ringo al cioccolato e 2 Oro Saiwa basic.

– l’Uefa ha contestato la distribuzione delle auto ai giocatori: secondo un ricalcolo con i parametri FPF, ai singoli tesserati va assegnata l’auto in base al prezzo di acquisto, al prezzo di mercato attuale e all’eventuale plus/minusvalenza. Nel corso di una breve cerimonia sul retro del Centro Suning, Joao Mario ha restituito la sua Volvo XC90 e si è visto consegnare una Daewoo Matiz incidentata del 2004. Nuove auto anche per Gagliardini (una Seat Marbella di terza mano) e Dalbert (una Fiat Stilo appartenuta a un tassista di Milano, 470mila km seppur regolamente tagliandata). Brozovic, che ha visto una Corolla tre volumi del 2009 parcheggiata vicino alla porta carraia, non si è presentato alla verifica adducendo motivi familiari.

– problemi per i figli di Icardi/Wanda Nara iscritti alla gita a Garlaland del 22 settembre con l’oratorio della parrocchia di viale Caprilli (bus turistico, pranzo al sacco, biglietto compreso 45 euro a testa): “Cinque no, ne possono venire solo tre“. Il prete, con una mossa ecumenica apprezzata dalla famiglia, alla fine ha tagliato un figlio della colonia Maxi Lopez e una figlia di Icardi.

– altri problemi per Dalbert. Nella lista per l’assegnazione di un alloggio delle case popolari di Sesto San Giovanni (Zhang Jindong in persona gli ha tolto l’appartamento di Milano dopo la prestazione di Sassuolo nonostante l’intercessione di Spalletti), il francese è stato retrocesso di 250 posti. L’Aler ha fatto sapere di essersi dovuta piegare alle norme Uefa: “Non è tanto perchè è straniero e risiede qui da meno di cinque anni, il problema è che non è di formazione italiana”.

– all’assemblea del condominio “Bella San Siro”, bocciata la richiesta di installare in cortile un barbecue da 2 metri x 4 per l’asado da parte del neo inquilino Lautaro Martinez. Alla garbata protesta dell’argentino (“Figa, c’ho più millesimi io di tutti voi messi insieme”), l’amministratore ha opposto il regolamento Uefa: “Il problema è il raffronto con la lista 2016/17, il budget è aumentato, gli argentini sono diminuiti e comunque hai rotto il cazzo, non tolgo un posto auto per la tua carne di merda”.

– l’Inter club “Spadino Robbiati-Prima gli italiani” di Pontida ha depennato sei iscritti perchè non cresciuti nel vivaio: un kebabbaro turco di Palazzago, tre cinesi del ristorante “La Muraglia di Sotto” di Almenno San Salvatore e una coppia di badanti ucraine di Ponte San Pietro, tifose dell’Inter dai tempi della Dinamo Kiev 2010.

– lo spogliatoio rinuncerà a far data dall’1 ottobre 2018 al tradizionale e simpatico rito nonnista del compleanno: D’Ambrosio, a nome dei compagni, fa sapere che l’Uefa infatti non consente più l’acquisto di uova e farina in un’unica sessione di mercato. Pare che siano da controbilanciare gli sprechi della stagione 2015/16, quando Nemanja Vidic (per un problema legato alla scarsa padronanza dell’italiano) confuse i concetti di “confezioni” e “quintali” prima di ordinare uova e farina alla Lidl di Appiano Gentile per festeggiare il compleanno di Palacio.

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agosto 23, 2018
di settore
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Altissima, purissima, Ninjissima

Nainggolan è stato in discoteca. Bum! Non è servito a granché il fatto che il mondo fosse un po’ distratto da ponti che cadono, navi che non attraccano, attrici maggiorenni che trombano con attori minorenni e offrono – entrambi – imbarazzanti e differenti versioni sui fatti, partite in streaming che si incantano come vecchi 78 giri con i solchi incrostati. No, Nainggolan è stato in discoteca. Scandalo. E delusione. Perchè qui al nord ormai si dava per scontato che il Ninja, nel tragitto da Roma a Milano, avesse deciso di dire basta alle notti brave e avesse cambiato vita, tipo Claudia Koll o Paolo Brosio. E invece no. Sarà una stagione di merda e moriremo tutti.

Curiosamente, proprio mentre circolavano in rete le foto del Ninja con una faccia da calci in culo seduto in discoteca vicino a Fabrizio Corona – diciamo così, circostanza in sè riprovevole -, il giocatore molto famoso di una nota squadra del Nord Italia con maglia optical diffondeva la foto inedita della sua bella famigliola: fidanzata e quattro figli di cui tre di madre ignota, prodotti non si sa come e con gravidanze in suggestiva contemporanea tra pancioni ufficiali e pancioni ufficiosi, circostanza diciamo così in sè riprovevole ma chi se ne frega, 10 milioni di like e tutti a dormire. Non come Nainggolan, che non dorme e va in discoteca e retrocederemo e moriremo tutti male e giù merda.

Ma poi, sant’iddio, che cosa è mai successo? Vestito come un rapper prima di un regolamento di conti e un po’ rozzo nei modi, il nostro Ninja non ha mai letto il galateo di Lina Sotis ed è un pelino meno elegante di Lord George Bryan Brummel. Però è un bravo ragazzo. Sì, ok, è andato in discoteca alle 2,15 di notte (prima dell’una è da sfigati, lo sanno anche all’asilo) e ci ha trovato Fabrizio Corona (che è un po’ come andare al supermercato e trovare Pablo Escobar: sfiga). Ma il resto? Era infortunato, non avrebbe giocato eccetera eccetera. Era con la moglie (che è un po’ come andare in discoteca prima dell’una). Ci è stato mezz’ora – secondo il rigoroso e circostanziato comunicato della discoteca di Dalmine – e ha bevuto solo un’acqua minerale.

Ecco il punto: è così che il Ninja si erge a icona del Terzo millennio, della vita semplice e dello sport pane e salame. La minerale. Chi di voi – sfigati – non si è mai fatto 100 km (50 all’andata e 50 al ritorno) alle due di notte per bere un bicchiere di minerale? E’ in questa sua generosità intellettuale – magnificenza, la definirei – che insiste la chiave dell’intera vicenda. L’Inter non lo ha multato, e perchè mai avrebbe dovuto farlo? Perchè ha preso la moglie e l’ha portata a bere una minerale in un privè? Non vorrete mica paragonarlo ai festini di Adriano, o alle 96 birre di Maicon?

Resta quella faccenduola del dito medio. Nell’audio si sente uno che in un finto romanesco gli dice di andare a casa perchè deve giocare. Una banalità. In realtà al Ninja sono fischiate le orecchie per ore, e non per la musica troppo alta. Nel prendere atto (con indulgenza o incazzatura, questo non importa) della non-notizia della discoteca, migliaia – forse milioni – di interisti hanno colto l’occasione per ricordargli una cosetta: che da lui, dalla sua cazzimma e dai suoi garretti, dipende molto del destino di una stagione intera, la nostra. Che se lo stampasse bene in testa. E lui, per tutta risposta – un dito medio col sorriso – ci ha mandati affanculo ma con affetto, come per dire: “Lo so, e non vi dovete preoccupare”.

Preoccupazione, tzè. Qui, caro Ninja, più che altro si vive nel terrore. Segati dal Sassuolo, attesi dal Toro, e con l’Uomo della provvidenza che – fuori da un mese per una distrazione – si distrae in discoteca, avremmo bisogno di certezze, punti, gol, cose così. Mancano solo 37 partite dalla fine del campionato, Ninja: riduci le distrazioni (muscolari e non), muovi il culo e la minerale te la portiamo a casa noi col furgoncino della Frisia.

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