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Marzo 1, 2019
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Invettiva di un icardiano contro Icardi

Mi presento. Sono icardiano da sempre, anzi, da prima ancora che arrivasse all’Inter. Da quando nella stagione 2012-2013 segnò i gol con cui la Samp fece sei punti su sei con la Juve e, a seguire, da quando si disse che questo formidabile e semisconosciuto anticristo bianconero sarebbe arrivato all’Inter. Ero a San Siro, in bermuda, il 18 agosto 2013, Inter-Cittadella, per il suo debutto a Milano. Il suo primo gol in campionato con la nostra maglia sarà contro la Juve. Il resto è Storia. Ancora oggi non mi capacito che confusa tra M’Vila e Mudingayi, tra Rocchi e Belfodil, tra Botta e Dodò, un’operazione di mercato del genere sia riuscita alla sgarrupata Inter post triplete. Mauro Icardi è il nostro unico vero top player, è uno degli attaccanti più forti al mondo, è ancora giovane e la sue cifre, in quanto ancora giovane, sono straordinarie.

Forse è per questo che, camminando per Pavia, leggevo ieri sera la sua lettera su Instagram e mi incazzavo in modo crescente dopo aver faticosamente completato ogni singola riga, schivando passanti, perdendo spesso il segno (leggere sul telefonino un testo in corpo -1 camminando fa incazzare di suo) e la voglia di passare alla riga successiva, forzandomi di non desistere e sperando si arrivasse al punto, uno qualsiasi. Già mi fa incazzare che il capitano “in sonno” dell’Inter (210 presenze, 122 gol) (le cifre, LE cifre) abbia cambiato la foto del profilo con una in maglia Argentina (8 presenze, di cui 4 in amichevole, 1 gol), dove proprio per grottesche questioni di amore e di rispetto non se lo cagano da anni, inspiegabilmente dato il valore oggettivo e le cifre oggettivissime di cui sopra, preferendogli talvolta anche cadaveri.

La lettera – scritta a otto mani da Federico Moccia, Gigi D’Alessio, Kevin “Spillo” De Amicis (youtuber, trisnipote dell’autore di Cuore) e Annamaria Bernardini De Pace – è una roba che non si può leggere, e non per il corpo -1. E lo dice il più icardiano degli icardiani, uno che – in una specie di “Icardi spiegato alle mie figlie” – ha speso un mesetto fa un pranzo familiare per spiegare appunto alle figlie che sì, se chiede più soldi ha ragione, perchè stanti le regole del mercato attuale non è possibile che uno come lui non sia tra i 10 giocatori più pagati in Italia – in Italia, non nel mondo, eh? -dove anche Douglas Costa, Emre Can e Donnarumma prendono più di lui. Quindi io voglio bene a questo ragazzo, molto bene. Però la lettera è una melassa illeggibile se si pensa a un ex capitano che marca visita da settimane – ama l’Inter, la ama tantissimo, ma non gioca – e parla per interposta moglie-manager che in tv fa incazzare a cadenza settimanale società, compagni di squadra, colleghi, amici, conoscenti, vicini di casa e me (per dire).

Vuole andare via? Ne ha facoltà. Io, icardiano di ferro, ho dato sempre per scontato che uno così potesse/dovesse nutrire altre ambizioni. Con rammarico, ma con un atteggiamento che potrei definire realistico e paterno, sono pronto a salutarlo a ogni avvicinarsi d’estate, da almeno tre estati.

Ha dolore? E chi non ne ha nello sport, santa madonna. Agassi inizia “Open” con la devastante descrizione clinica del dopo-partita del suo penultimo match. Roberto Baggio e Paolo Rossi hanno segnato vagonate di gol trascorrendo migliaia di ore con le borse del ghiaccio sulle ginocchia. Lo sport è anche dolore. Io direi che per gli attuali 4,5 milioni annui, ancorchè paga da fame rispetto a un Dybala, si può fare.

Amore, rispetto, cuore, figli. Inframmezzati da qualche accenno al veleno, questi concetti ripetuti all’ennesima potenza dalla alla lettera di Icardi una pesantezza micidiale, come una peperonata mangiata a mezzanotte. Ma come gli è venuto in mente? Boh. Pensa che abbiamo tutti l’anello al naso?

Esattamente sei ore prima che Maurito pubblicasse la sua letterina, le agenzie di stampa battevano questo testo, meno mieloso ma assai più pregno di significati: “L’Inter ha reso noto sul proprio sito internet i risultati finanziari dell’ultimo semestre del 2018. Le buone notizie per Suning arrivano dai ricavi, cresciuti di 64,4 milioni di euro rispetto allo stesso dato relativo a dicembre 2017. Un dato positivo legato in buona parte agli introiti derivanti dalla partecipazione alla fase a gironi di Champions League, che ha portato nelle casse nerazzurre 42,5 milioni di euro. Nello stesso periodo del 2017 gli introiti per la partecipazione a competizioni UEFA erano stati di 539mila euro. In totale l’Inter ha ottenuto ricavi per 180,1 milioni tra commerciali e diritti tv. Un aumento del 55,7%. In aumento ancora gli introiti relativi agli sponsor, 60,7 milioni di cui olte 40 milioni da accordi con brand asiatici”.

Ecco Maurito, questa è la letterina della società. Mentre ci ammorbi con un mieloso loop finto amoroso-rispettoso, tu stai non-giocando e quindi non-partecipando al raggiungimento dell’unico obiettivo che ha un senso per l’Inter, la qualificazione alla Champions League che è il grimaldello per cambiare profilo, obiettivo, ambizione (le cifre, Mauro, LE cifre). Un obiettivo necessario, urgente e – fino a prima della pausa – apparentemente facile, quando senza nemmeno fare cose strabilianti ci eravamo già staccati sullo sfacelo altrui. Due mesi dopo, eccoci qui a cagarci in mano.

L’Inter oggi gioca per la Champions League (e l’Europa League, finchè dura, ma sputaci sopra) senza il suo (ex) capitano, il suo unico top player, il suo attaccante da cento e passa gol, e questa – questa – è l’unica cosa che noi tutti vorremmo che ci fossa spiegata per bene. Capirai dunque, caro Mauro, che anche al più spassionato e irragionevole degli icardiani – tipo me – la tua lettera ha l’effetto della dolce Euchessina su un bambino dell’asilo. Ami l’Inter? E allora gioca, cazzo. Poi fate quello che volete: che tu te ne voglia andare, che tu voglia guadagnare il doppio, che tu sogni finalmente di vincere qualcosa, lo ribadisco, sta nelle cose. Che tu – così follemente innamorato dell’Inter – stia lavorando per mandare tutto a puttane, no. L’unica cosa coerente della tua lettera così densa di amore è che sì, sembra in effetti una di quelle cose da innamorati. O da ex innamorati. Ripicche, minacce, vendette, musi lunghi. Beh, a noi di ‘ste cose non ce ne frega una cippa. Datti una mossa e gioca. Poi ti saluteremo, sicuramente con affetto. Perchè andarsene così sarebbe da calci in culo da qui a Rosario, altro che amore.

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Febbraio 25, 2019
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Abisso

Se il calcio fosse una roba seria, e se l’Italia fosse un posto di gente seria, Fiorentina-Inter segnerebbe uno spartiacque nella storia del Var e del metro arbitrale, oltre che del calcio del terzo millennio sempre alla ricerca vana di una qualche sicurezza. E’ assai probabile che non succederà un cazzo, date le prime due premesse. Però sarebbe tragico, per il calcio. Perchè bisognerebbe invece interrogarsi nel profondo su quello che è accaduto in questa partita che – per inciso – costa all’Inter due punti già conquistati nella lotta per un posto in Champions, due punti quindi più importanti e sanguinosi del solito.

Riassumendo, fino al centesimo minuto di Fiorentina-Inter si è assistito a una storia a suo modo virtuosa: l’arbitro che non vede o giudica male un numero mediamente elevato di episodi sicuramente non lampanti a occhio nudo ma evidenti davanti al monitor – beh, il Var l’abbiamo inventato apposta, no? – e che cambia quindi le sue decisioni, “purtroppo” sempre a sfavore della squadra di casa. Al centesimo minuto accade l’incredibile, forse l’irreparabile: l’arbitro, dopo cento minuti trascorsi a farsi smentire dal Var – sta nelle cose, io speravo che la classe arbitrale avesse superato la fase “orgoglio e vergogna” e considerasse il Var per quello che è, cioè il suo quarto assistente, quello con più tecnologia a disposizione, quindi il più prezioso – e con uno stadio al limite della rivolta (bisogna pur sempre considerare che si tratta di una folla scomposta che non ha il Var a disposizione), prende una decisione grottesca, ridicola, assurda: guarda l’immagine 50 volte e decide che la verità non sta in quello che vede e che vediamo noi col culo sul divano. Al centesimo minuto, dunque, compensa tutte le incazzature accumulate dal pubblico di casa nei precedenti 99. Le immagini dicono altro? Non fa niente. Rigore. Per un pallone finito sul petto, e il fallo di petto non esiste.

Ora, sarebbe bello poterci scherzare sopra, sdrammatizzare a tutti i costi perchè in fondo è un gioco, tirare in ballo lo stadio numero 6 del devasto nella tradizione ispanico-messicana (1. borracho, 2. muy borracho, 3. cantos regionales, 4. cantos patrioticos, 5. cantos religiosos, 6. negacion de la evidencia, 7. insultos al clero y apoteosis final) raccontata da Paolo Rossi a teatro. Ma non c’è niente da ridere, purtroppo. E’ non è questione che riguardi i soli interisti, ancora increduli che sia davvero successa ‘sta roba. Eh no, la cosa riguarda tutti – almeno in teoria, ma facciamo finta che sia così.

Non so se stasera sia finito il Var o sia semplicemente finita la carriera di un singolo arbitro. Starà all’Aia prendere una decisione, sapendo che qualcosa dovrà fare di fronte a questo scempio. Oggi il Var ha smentito serialmente un arbitro – che ci può stare, nessun episodio era “facile”, il Var sta lì per quello – e l’arbitro, al centesimo minuto, ha smentito in diretta l’immagine chiarissima che il Var offriva a lui e all’universo mondo.
Non so cosa l’arbitro abbia voluto dimostrare. Forse, a difesa della categoria, ha riaffermato il primato dell’occhio umano (“non sono un robot”) di fronte alla fredda oggettività della macchina. Forse, sempre a difesa della categoria, ha dato un bizzarro colpo di coda all’ipotesi che ad arbitrare una partita come Fiorentina-Inter, con tanti episodi così al limite della percezione umana, potessero esserci indifferentemente un arbitro di serie A, un bambino dell’asilo o una scimmia.

Non succederà niente? Boh. Sarebbe spaventoso far finta che è stato tutto normale. Perchè tutto questo non può rimanere impunito, o senza conseguenze. Milioni di appassionati di calcio – stasera non c’è bandiera che tenga, la questione è squisitamente e clamorosamente generale – vanno informati adeguatamente sulla genesi delle varie decisioni arbitrali che hanno punteggiato dal primo all’ultimo minuto Fiorentina-Inter. Punteggiato, condizionato, deciso, stravolto Fiorentina-Inter. La storia di questa partita non va lasciata cadere nel solito dimenticatoio: non lo merita il calcio, non lo merita lo sport. Che non lo meritasse l’Inter è solo un piccolo particolare, benchè per noi terribilmente importante.

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Gennaio 9, 2019
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L’autogol dell’Inter

Con la rinuncia – signorile e autolesionista – dell’Inter al ricorso sui provvedimenti post Inter-Napoli, si completa il quadro degli avvenimenti e delle relative conseguenze di quello che potrebbe diventare un clamoroso caso di scuola e che probabilmente non lo diventerà, se – com’è successo praticamente sempre – tra qualche settimana di ‘sta cosa non fregherà più nulla a nessuno.

Eppure, tutto questo percorso andrebbe davvero tenuto a mente, a uso e consumo delle varie categorie di persone interessate, dai tifosotti agli ultrà, dai bempensanti ai “non sono razzista”, dai giuristi situazionisti a quelli che “le curve sono sane”. Ricapitoliamo:

  1. scontri prima delle partita ampiamente premeditati e organizzati non da qualche nazistello assoldato alla bisogna, ma da capi della curva in persona;
  2. il morto (eh beh ragazzi, giocando alla guerra può capitare);
  3. cori razzisti allo stadio (uh-uh-uh al nero è davero poco equivocabile, diciamo così), arrivati da zone ben precise e senza grandi disapprovazioni (praticamente zero);
  4. arresti e denunce in discreta quantità (capi e soldatini, i primi molto omertosi e per nulla pentiti e i secondi più chiacchieroni, parecchi già pregiudicati o daspati, ma che sorpresa);
  5. provvedimenti ad minchiam che colpiscono – anche nelle tasche – una serie di persone che non c’entrano nulla, diciamo nella misura del 99% (ah, la giustizia sportiva);
  6. decisione della società Fc Inter, punita con una durezza e una tempestività rara, di non ricorrere contro la decisione (quella che penalizza allo stesso modo diciamo 100-200 grandissime teste di cazzo e 62.000 innocenti).

Io capisco – e apprezzo – l’Inter, la sua storia, la sua signorilità, la sua multietnicità (anche societaria), la sua enorme disponilibità nell’addossarsi quella responsabilità oggettiva che è sempre più difficile da accettare. Ma questa poteva essere l’occasione di entrare mani e piedi nel piatto e di affrontare la questione in una forma diversa, un po’ meno accomodante e un po’ più utile alla causa. Sì, ok, riempieramo lo stadio di bambini, le tv ci faranno un sacco di servizi, gireranno sui social un sacco di video e di foto, i giornali gronderanno di melassa per una iniziativa che fa tanto oratorio e che non servirà a un emerito cazzo.

La questione è invece una, una sola: quella di separare la parte sana da quella marcia, quella di premiare il tifo genuino e allontanare i facinorosi, quella di stendere un tappeto rosso al pubblico pagante e dare un calcio in culo a quello razzista, squadrista, mafioso. Bisognava fare ricorso e dire: state/stiamo facendo una cazzata. E invece no, li rinchiudiamo tutti nella stessa cella, la sciura con il fascista, il nonno con il picchiatore, il nipotino con il negriero. Massì dai, due o tre giornate e tutto sarà finito.

Peccato. Questo essere signori si rivela un discreto autogol. Invece di insegnare a quei 100-200 delinquentelli che il tifo vero è un’altra cosa, ci ritroviamo a dover spiegare ai 62.000 innocenti perchè a loro viene applicata la stessa pena di chi girava con le roncole o faceva uh-uh. Verrebbe da stare a casa tutti. In futuro, dico. Perchè io non sono quella roba là. Mi dispiace anche per la parte sana del secondo verde (95%?), ma chi è causa del suo mal pianga se stesso: neanche se me lo regalassero farei l’abbonamento al secondo verde, neanche se mi pagassero mi siederei a qualche sedile di distanza da avanzi di galera o prenderei ordini da quattro balùba. Tutti dobbiamo prendere una direzione giusta, a cominciare da lì.

Comunque tranquilli. Tra qualche domenica sarà tutto finito e vaffanculo, come è sempre accaduto dalla notte dei tempi a oggi. Avanzino i bambini, che faranno tanto colore. E ciao a tutti. Anzi: uh-uh-uh (tanto è uguale).

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Dicembre 27, 2018
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Mi fate schifo

Non volevo scrivere niente di questa robaccia  pre-durante-e-post Inter-Napoli – per enorme e insopportabile frustrazione, più che altro -, ma leggo che il presidente federale dice che, dopo lunghe riflessioni, si è deciso di far giocare regolarmente la serie A (davvero c’era qualcuno che aveva pensato di sospendere il campionato per la morte di un pluri-Daspo vittima della sua stessa violenza? No, davvero??), e leggo che il ministro degli Interni ha twittato che “a inizio anno convocherò al Viminale i responsabili di tifoserie e società di serie A e B, affinché gli stadi e i dintorni tornino a essere un luogo di divertimento e non di violenza. Vedremo di fare quello che non sono riusciti a fare altri”. E dimmi, Matteo, di preciso, che cazzo hai fatto di recente, a parte abbracciare e baciare come fosse tuo fratello uno dei peggiori capi ultrà dell’emisfero boreale, vantandotene come un bambino dell’asilo? Ogni volta che le cose ti sembrano minimamente cambiate, in questo assurdo minuetto che è il calcio italiano fai un enorme passo indietro dopo averne fatto qualcuno in avanti, impercettibile ma che ti aveva aperto un pochino il cuore. Pensi che cose come quelle accadute ieri prima di Inter-Napoli non possano più accadere, tanto meno a Milano, e invece accadono, a Milano. Dico la prima delle pessime cose che sto per scrivere (e che è solo una selezione delle pessime cose che mi verrebbero realmente da dire): del “tifoso” morto non me ne frega niente. Non doveva essere lì, non doveva fare quello che ha fatto, insieme ad altri che sperino paghino tutto e fino in fondo. Basta con le mezze misure, le mezze parole, basta con questo ipocrita e schifoso meccanismo autoassolutivo che riguarda le cose da stadio. Basta. IO sono un tifoso, non loro. IO e le migliaia di altri come me  che allo stadio vanno a vedere la partita e a prendere cornetti Algida mezzi sciolti o caffè Borghetti a prezzi da strozzo. A me dei neonazisti che vanno in giro con coltelli e mazze ferrate non me ne frega un cazzo. Morite? Beh, diciamo un’altra pessima cosa: ve la siete andata a cercare. Della delinquenza comune e squadrista fuori dallo stadio non c’è molto altro da dire. Non mi ha fatto impressione la morte, con quella dinamica, in quello scenario: (dico un’altra pessima cosa) cinicamente, sì, ci può stare. Del resto a me non capiterà mai di morire mentre assalto una carovana di tifosi di opposta fazione. Mi ha fatto solo impressione “via Novara”, perchè quando vado a San Siro parcheggio all’ospedale San Carlo e via Novara l’attraverso due volte. Fine dell’impressione, contento di non essere stato lì. Due giornate a porte chiuse? Un’enorme cazzata, un’immane cazzata concettuale. IO, e con me altre decine di migliaia di tifosi, non ho fatto nulla. NOI non abbiamo fato nulla, e NOI, noi, siamo i veri tifosi. Non quelli che fanno agguati in via Novara, quelli che puncicano, quelli che ululano ai neri e si divertono un casino. NOI, non loro. E NOI dobbiamo stare a casa? L’amico di Blood & Honour fa il fenomeno, qualche centinaio di subumani fa uh-uh-uh e alla fine pagano bambini, pensionati, ragionieri, sciure? IO? Complimenti, bravi, viva il calcio, quello pulito. Si poteva chiudere solo la curva, che sarebbe stato comunque un provvedimento esagerato – la curva è mica solo merda, per carità, ci sono anche zuzzurelloni come me che vanno solo a fare il tifo per l’Inter e io gli sono grato perchè urlano e cantano più di me -. Ma l’avrei accettato di più, da tifosotto. Del resto, per me gli stadi potrebbero essere solo due rettilinei di spalti paralleli: se al posto delle curve ci fossero solo due voragini, non piangerei. E veniamo agli ululati. Dai, sì, ditemelo ancora: volete essere liberi di insultare, certo, ok, “se Koulibaly è nero non lo posso insultare?” Certo, amico mio, certo, ma provo a spiegartelo con parole povere: se urli “Koulibaly, fai schifo, impara a giocare, tua sorella è una donna facile” è un insulto, se invece fai il verso della scimmia a un giocatore nero, amore mio, questo è razzismo, il più puro, tradizionale, atavico, schifoso, putrescente modello elementare di razzismo. Piantiamola, davvero, con questi distinguo da terza media. Il razzismo è sdoganato, tranquilli, i razzisti sono al governo qui come in buona parte del mondo. Sei razzista? E allora dillo, Cristo, dillo e non mi rompere il cazzo. Sii razzista, dichiaralo, nessuno ti dirà nulla, anzi, in certi consessi farai pure bella figura. Sii razzista senza raccontarmi delle storielle penose – una volta, i razzisti veri avevano le palle -. Il problema è che questo razzismo, come dire, è “normato”, e se c’è da sanzionare si sanziona, se c’è da pagare si paga. Tu fai uh-uh-uh, la tua squadra giocherà due giornate a porte chiuse e tre senza curva e per te, amico razzista – che sai che funziona così -, per te è tutto normale, per te va bene, ti senti contento, ti senti la vera vittima di questo sistema che punisce il razzismo e non quel pezzo di merda che ti ha venduto un biglietto a dieci volte il suo prezzo? Chi è il vero tifoso dell’Inter tra noi due, amico uh-uh? Fate pace con il vostro cervello, state a casa qualche domenica, andate al centro commerciale, tagliate le siepi, guardare la D’Urso, giocate alla playstation, fate una passeggiata con i figli, andate all’Ikea con la moglie. Queste sono le vere pene che dovrete patire, nazistelli dell’Illinois.share on facebook share on twitter

Dicembre 19, 2018
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Godfellas, Steve Jobs e il ragazzo dei cocktail

La cena di Natale nei nostri beniamini è un rito che da sempre il popolo interista segue con un brivido: resta una partita da giocare prima della Notte Santa e questi si strafogano di panettone. Vabbe’, facciamo finta che tutto sia a posto e procediamo con il pagellone. Icardi (famiglia): 8. Qualsiasi cosa facciano (una vacanza, una Bentley per il compleanno, un rinnovo che dura mesi, un cucchiaio dopo una partita drammatica), sono su un’altra dimensione e noi umani non siamo in grado di giudicarli. Skhriniar e Brozovic: 5. La posa “epic” in casa Inter è un must, diventato però un pochino scontato, come posare con i gladiatori fuori dal Colosseo o con Salvini a (segue elenco con 727 situazioni diverse). Nel caso specifico, i nostri due beniamini la usano come pretesto per fare a gara a chi ce l’ha più grosso. L’orologio, dico. Una sfida che poi è proseguita con una scazzottata di mezz’ora nel bagno degli uomini e poi con 96 birre al bar di Maicon. Moratti (famiglia): 7. Come non volergli bene? De Vrij (famiglia): 7. Il buon Stefan è visibilmente il più contento di tutti alla festa, per due ragioni. La prima si può desumere dalla foto. La seconda è che alla Lazio era abituato in un altro modo: rapida bicchierata con Igli Tare davanti al distributore del caffè, cui seguivano una veloce seduta di schiaffo del soldato con Parolo e Caicedo e la distribuzioni dei pandori rubati nell’intervallo di Chievo-Lazio. Naiggolan (famiglia): s.v. Non ci sono parole. Miranda e Joao Mario: 7,5. Eleganti e simpatici, sembrano la versione 2.0 degli Imagination. Secondo un sondaggio Doxa, il 34% degli interisti davanti a questa foto non ha saputo distinguere chi dei due fosse Miranda e chi Joao Mario. Potrebbe essere un escamotage interessante per la lista Uefa. Marotta, Spalletti, Zhang, Antonello: 6. Superato il primo momento di sconcerto (“Ehi, ma chi cazzo hanno invitato? Ah no, scusa”), va osservato come i nostri fantastici quattro si mettano con naturalezza in posa plastica tipo Monumento nazionale del Monte Rushmore, nel South Dakota, con un certo qual risultato scenico. Candreva: 5. Non si capisce perchè si presenti al party di Natale vestito come una comparsa di Guerra e Pace. La verità viene a galla durante la serata: la colpa è di Brozovic, che gli aveva detto che prima della cena bisognava passare al rosario di un suo vecchio zio croato. Lautaro Martinez: 6. Si veste come Michael Madsen nelle Iene, dello sguardo assassino già sapevamo. Non si è fidanzato male. Keita (famiglia): 7. L’insieme è notevole, pare di essere al cenone del Billionaire. Preso singolarmente, Keita va premiato per il tocco di genio stilistico: il cappottino cammello portato a spalla. Senza, poteva assomigliare al vincitore del premio Tony Binarelli al teatro Lirico di Dakar. Gagliardini: 5,5. Il look a metà tra Marcello Mastroianni e Steve Jobs non conferisce in automatico a Gagliardini l’autorevolezza che Spalletti chiede in campo. Ma è un primo passo verso l’autonomia di pensiero: dopo aver visto Politano in smoking, è corso a casa a cambiarsi. Politano: 5. E’ chiaramente fuori ruolo. Se ne accorge quando Marotta, che non lo riconosce, gli dà 10 euro di mancia e gli chiede di portargli il cappotto. Berni, Ranocchia, D’Ambrosio: 8. Sembra una foto del backstage di Godfellas: Scorsese ha appena finito di girare nel ristorante con Ray Liotta e Joe Pesci e la crew posa davanti al fotografo. L’effetto suscià della coppola di Berni, vestito come il campione rionale del torneo di freccette di Bristol, restituisce all’insieme un alone di struggente tenerezza, quel tocco alla Ken Loach che fa tanto figo in un’accolita di miliardari. Ranocchia faccia d’angelo, D’Ambrosio più volte scambiato per il ragazzo dei cocktail. D’Ambrosio (famiglia): 5,5. Per portare la moglie vestita a quel modo (all’esterno la temperatura percepita era 18 sotto zero), D’Ambrosio ha dovuto noleggiare un motorhome climatizzato che gli è costato come i premi partita di mezzo girone d’andata.share on facebook share on twitter

Dicembre 12, 2018
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Oltre

Nella mia personalissima tabella-qualificazione, avevo sfrondato tutte le possibilità secondarie e mi ero prefigurato due soli scenari per la sesta e ultima giornata del gironcino di Champions: 1) vinciamo, il Tottenham non vince a Barcellona, e quindi passiamo il turno; 2) vinciamo, ma vince anche il Tottenham e quindi pazienza, bravi, abbiamo fatto il nostro, usciamo alla pari con la seconda per una fottuta questione di gol facendo 10 punti in un girone del genere, sono triste, devastato ma orgoglioso e perciò lo accetto. Non mi ero nemmeno posto il problema che con il Psv si potesse non vincere – il Psv matematicamente quarto, eliminato e senza alcun obiettivo che non fosse quello di fare la sua dignitosa figura. Non me l’ero nemmeno posto dopo un quarto d’ora – palo per noi, gol loro, che sfiga, ma adesso li riprendiamo, che ci vorrà mai?, e poi il Tottenham sta pure perdendo, forza. Dopo mezz’ora invece ero disperato sul divano, perchè era evidente che stavamo facendo una partita di pessimo profilo, in preda all’agitazione, un’agitazione che era anche quella di dar via veloce la palla a un compagno a caso sperando che ce l’avesse lui, un’idea (ma nessuno ne aveva una), e con alcuni uomini che non giustificavano la loro presenza in campo e forse nemmeno nell’Inter in senso lato. Ho stancamente ripreso a smadonnare a secondo tempo inoltrato (quando almeno avevamo ricominciato a tirare, un barlume di lucidità, tirando può anche essere che si segni), sono imploso al gol del Capitano e poi mi sono afflosciato quando, poco dopo, ho visto la squadra fare melina a centrocampo invece di cercare il gol-sicurezza, un tiki-taka funebre che ha coinciso col pareggio del Tottenham – il minimo che potesse capitare – e allora giù, all’assalto, sperando nella garra charrua, nel caso, nel culo. Non va sempre bene. Sipario. E noi, noi tifosotti? Punto primo: non ci si può negare il diritto di esseremolto delusi e incazzati, perchè l’Inter ieri sera ha fatto una partita molto deludente che ci ha fatto, appunto, molto incazzare. E’ una situazione oggettiva, non è pianginismo, severgninismo, bertolismo, disfattismo, non è niente di tutto questo. E’ che butti nel cesso un sogno (magari a breve termine, ma chi se ne frega) insieme a un’opportunità servita su un piatto d’argento, quella di vincere una partita (non contro Barcellona, Real, City, no, in casa contro il Psv già eliminato) e di dare un significato a tutta una stagione. Adesso sei fuori dalla Champions e quel che è peggio fai sbiadire i ricordi epici di Lazio-Inter e Inter-Tottenham, che davano a tutti noi l’immagine nitida di una squadra imperfetta ma pazza e con i controcoglioni. Erano due ricordi Champions. E invece guarda che sfacelo concettuale, che merda. Punto secondo: adesso però facciamo tutti un bello sforzo – noi e la società, la squadra, l’universo Inter – e guardiamo oltre. Abbiamo trascorso una nottata a twittare su quanto è perdente Spalletti, su quanto fa schifo Perisic, su quanto è finito Nainggolan eccetera eccetera. Ecco, va bene tutto, ci siamo sfogati?, prendiamo atto e mettiamoci un punto. Un punto e virgola, almeno. Non è accettabile – dall’ultimo dei tifosotti in su – dire che “come ogni anno la nostra stagione finisce a dicembre”. Non è vero. La nostra stagione – la seconda parte, almeno – inizia tra tre giorni, ore 18, stadio Meazza, Inter-Udinese. Non è finito un cazzo a dicembre, se non la nostra Champions suicida. C’è da arrivare almeno quarti in campionato (e se ce l’abbiamo fatta l’anno scorso, sant’iddio…), c’è da andare avanti il più possibile nei giovedì di Europa League (o preferite Masterchef?), c’è da vincere (da vincere, punto) la Coppa Italia. C’è un sacco di roba da fare, se lo vogliamo almeno un po’. Se ci verrà il magone a sentire la musichetta suonare per gli altri, è solo per colpa nostra. Ma non continuiamo la nostra stagione a piagnucolare come sciampiste davanti a Beautiful. Il famigerato “percorso di crescita” non è solo questione di musichetta. E’ anche dimostrare la dignità, l’orgoglio, la forza di andare oltre ogni inciampo. Sennò cambiamo nome, e confondiamoci nel gruppo.share on facebook share on twitter

Novembre 29, 2018
di settore
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Corsi, ricorsi e Tafazzi

Breve ripassino di storia. Anche nella gloriosa stagione 2009-2010 l’Inter si giocò l’accesso agli ottavi di finale della Champions all’ultima giornata del gironcino e tutti noi, per l’occasione, indossammo un elegante pannolone. Gironcino tosto anche quello (ma meno di quello attuale). Classifica alla quinta giornata: Barcellona 8, Inter 6, Rubin Kazan 6, Dinamo Kiev 5. Partite dell’ultima giornata: Inter-Rubin, Dinamo Kiev-Barcelona. Scenario: l’Inter doveva vincere per qualificarsi, punto. Differenze: il Rubin era ancora assolutamente in corsa e anche l’altra partita era decisiva (la Dinamo poteva qualificarsi battendo almeno 2-0 il Barcellona) a causa del clamoroso risultato della terza giornata, Barcellona-Rubin 1-2, che aveva mischiato orrendamente le carte di un raggruppamento che sembrava (quasi) scontato.  Noi avevamo pareggiato le prime tre partite (due in casa). Male male male. Vincemmo a Kiev la quarta (all’85’ eravamo ancora sotto 1-0 e virtualmente a casa, pensate a cosa ci saremmo persi), poi lo 0-2 a Barcellona senza vedere palla. E infine il 2-0 (Eto’o, Balotelli) al Rubin all’ultima giornata a San Siro. Il Barcellona vince a Kiev 2-1 (Dinamo in vantaggio dopo 5′, pareggio di Xavi a fine primo tempo, gol di Messi all’86’). Classifica finale: Barcellona 11, Inter 9, Rubin 6, Dinamo Kiev 5. Solo per dire che giocarsi la qualificazione all’ultima giornata di un girone di Champions (tanto più se è equilibrato verso l’alto: vedi quello micidiale del Napoli) è la normalità. Così com’è del tutto normale, nel caso specifico, che alla resa dei conti l’Inter arrivi con 7 punti, l’esatto obiettivo minimo (vincere in Olanda, battere il Tottenham in casa, fare almeno un punto con il Barcellona: fatto). Dobbiamo battere il Psv, punto. E fare zapping con il Camp Nou per vedere cosa succede là: se il Tottenham vince dove nessuno in Champions riesce a farlo da 5 anni e mezzo, beh, complimenti. Non capisco quelli che parlano di biscotto: biscotto per eliminare l’Inter e far passare il Tottenham? Mah. Il Tottenham che vince a Barcellona, ci sta. Il Barcellona che lascia vincere al Camp Nou chicchessia no, non ce lo vedo proprio. Vabbe’, ne parleremo. Il paragrafo precedente possiamo anche intitolarlo “bicchiere mezzo pieno”. Passiamo al resto. Siamo arrivati a 10′ dal filotto, giocando una partita per lo 0-0 e quasi riuscendoci, pagando cara una distrazione collettiva (i colpevoli del gol sono almeno 4 o 5) che ci è costata una rete grottesca (vedere Sissoko scortato dai nostri per 40 metri mi ha fatto venire in mente il gol di Sassuolo-Inter dell’anno scorso). E’ stato un vero peccato, perchè potevamo festeggiare la qualificazione raggiunta con una giornata d’anticipo eliminando la terza del campionato inglese, uno squadrone fatto e finito a cui avremmo concesso solo un punto in due partite. E invece siamo qui come nel complicato tardo autunno del 2009, a cercare il pannolone della nostra misura. Se nelle tre partite “normali” abbiamo fatto il nostro, nelle due “super” è emerso un gap che però non possiamo far finta di vedere solo quando ci fa comodo. E’ un gap che esiste, che esiste anche se diamo tre pere al Frosinone, che dipende anche da sei anni senza Champions e da una mentalità da ricostruire, oltre che da una rosa che è molto buona ma non è al livello delle top, ovvio, lo sanno anche i bambini dell’asilo. A Barcellona e a Londra abbiamo fatto zero punti, ne potevamo al limite fare uno (sarebbe stato decisivo), dando una discreta impressione di noi nella fase “sto coperto, riordino le idee e porto a casa il culo” e un’immagine un po’ più offuscata nella fase “sto coperto, se serve la tiro anche in tribuna ma provo a vincere” che ci è riuscita molto meno, quasi niente. Non c’è bisogno di discutere per giorni e giorni su Nainggolan. Era l’uomo che serviva per partite come queste, ma è completamente fuori condizione per le ragioni che sappiamo e Spalletti lo rischia perchè non ha alternative (il FPF ci ha decimato il centrocampo), salvo poi scoprire che il sostituto diventa il migliore in campo (quindi un’alternativa c’era, mannaggia). Ma non sarebbe cambiato granchè. Eravamo settati per fare lo 0-0 qualificazione e non ce l’abbiamo fatta per un pelo. Sennò adesso saremmo qui a fare onanismo sulla nostra partita attenta, sui nostri centrali impenetrabili e sugli acquisti più azzeccati dall’estate 2009. Dico solo che abbiamo ancora un match point e fare disfattismo per due settimane – avendo nel frattempo anche Roma e Juve da andare a trovare – è un po’ da Tafazzi. Giochiamoci ‘ste partite e poi tiriamo le somme. Tirarle prima, e in negativo, più che altro è da coglioni.share on facebook share on twitter

Novembre 3, 2018
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Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle. Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos. D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore. Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile. De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati. Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità. Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so. Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor. Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi. Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona. Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui. Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo. Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio. Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge. Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno. Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.share on facebook share on twitter

Ottobre 31, 2018
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Sì però (stop)

Sì, però la Samp è discontinua. Sì, però la Fiorentina in trasferta vabbe’. Sì, però il Cagliari, dai, madonna. Sì, però la Spal meritava. Sì, però il Milan fa cagare. Sì, però la Lazio… Eh, dimmi, la Lazio? (silenzio) A furia di sì però, aggiungendo le due vinte di Champions ma anche quella persa (anzi, forse soprattutto quella, a Barcellona, trasmessa in chiaro nelle case di tutti gli italiani,  perchè è servita a far capire che eravamo davvero tornati  in Champions dopo sette anni di strane destinazioni o settimane libere da qualsivoglia impegno),  l’Inter ha ottenuto un attimo di attenzione corale. Come se si fosse spento un brusio. Solo un mese e mezzo fa si usciva cornuti e mazziati da Inter-Parma, nessuno parlava del furto epocale che avevamo subito (un fallo di mano sulla linea manco cagato dal Var) ma solo del fatto che avevamo 4 punti in 4 partite, facevamo cagare, Spalletti vattene, Icardi inutile, Brozovic ruspa, cinesi trogloditi, moriremo tutti ma prima del previsto. Passano 45 giorni e plin!, improvvisamente l’Italia si risveglia con l’Inter seconda in classifica alla pari del Napoli champagne, miglior difesa del campionato (la Juve squadra migliore dell’universo ne ha preso uno in più) e sei vittorie consecutive senza un sì però che regga anche per un 3-0 a Roma, in casa della Lazio, la squadra che doveva vendicarsi dello spareggio-Champions e che nonostante tutto è quarta in classifica. Sì, però… Non ti viene, eh? Continuiamo a non essere molto trendy. Per dire, la Gazza di martedì dedicava tre pagine e mezzo a Lazio-Inter e due pagine a “Cristiano Ronaldo primo dei grandi attaccanti della Juventus a segnare 7  gol nelle prime 10 partite dai tempi di John Charles: insaziabile!”. Non è uno scherzo. Pur di scrivere di CR7, la Gazza ha trasformato il suo score di 7 gol in 10 partite (due in più di Pavoletti, per dire. Piatek del Genoa ne ha segnati 9, l’anno scorso Dybala era quota 11) in un’impresa strappamutande per mezzo di una statistica lisergica in cui ha considerato dieci grandi attaccanti della Juve (Dybala non c’è, quindi è una mezzasega) che nelle prime dieci giornate hanno segnato qualche gol, ok, ma non tanti quanti Cristiano a parte Charles. I prossimi capitoli: Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante che inizia con la C, Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante con quattro figli, Cristiano Ronaldo miglior grande attaccante con le basette scolpite. Noi no, diamo poco materiale. Niente casini interni, niente spalti vuoti, niente partite rubate, niente allenatori troppo simpatici, niente attaccanti che non segnano, niente difensori scarsi. In poche parole: noiosi. Segniamo poco, di solito. Vinciamo di misura, di solito. Prendiamo pochi gol (due nelle ultime sei partite, di cui uno su tiro deviato). Skriniar è il difensore su cui si sono infranti più attaccanti, Brozo è il centrocampista che ha giocato più milionate di palloni, Icardi ha il miglior rapporto palloni giocati-gol realizzati da Neanderthal a oggi. Ma queste cose non le calcola nessuno, finchè c’è da stendere il red carpet anche ai peti di CR7, i più profumati dai tempi di John Charles. Hanno provato anche a estorcere qualcosa a Joao Mario, chessò, un po’ di livore alla Mertens, una mezza frasetta, un inclinarsi di labbro. Macchè. L’Italia ha assistito stupefetta alla sua partita e poi alla sua intervista, in un italiano sorprendentemente ricco – l’avevamo lasciato a biasciacare frasi in portoghese un annetto fa – e ancora più sorprendentemente sereno. Capolavoro di Spalletti, se ancora non gliene avessimo ascritti. Sempre più difficile, ora. C’è da mantenere questo mood, che è mica facile. Ma è così bello, porca puttana. Dai ragazzi, il dorato mondo delle statistiche ci ha appena accolto nel suo club: non deludiamolo. Un giorno magari ci ricorderanno come la squadra migliore del girone d’andata tranne le prime quattro giornate: se avete un amico alla Gazza mettetegli la pulce nell’orecchio, please.share on facebook share on twitter

Ottobre 26, 2018
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“A riveder le stelle”, step two

Se Barcellona-Inter fosse stata una partita di basket, con tutte quelle palle perse, avremmo preso minimo 40 punti. Sai, quelle partite in cui la squadra di casa, mentre sugli spalti la gente balla già da un pezzo, a 30 secondi dalla fine completa tutte le rotazioni possibili mettendo il ragazzino sedicenne del vivaio, e tutti applaudono estasiati mentre in campo cercano di far fare al bimbo un tiro da tre prima della sirena. Quelle partite lì. Ma era calcio, non basket, per fortuna. La squadra leggermente impanicata era la nostra – toh, un pallone: cosa faccio?, lo perdo, vabbe’, ora provo riprenderlo – , alla fine non ha perso di 40 ma di 2, avendo anche rischiato di pareggiare in corso d’opera e comunque non sfigurando. Fa parte del “riveder le stelle”. Non eravano a Qarabag, a Saint Etienne, a Beer Sheva, a Southampton… eravamo al Camp Nou pieno come un uovo, avevamo davanti una squadra blaugrana ed erano tutti cazzi nostri. Finalmente, se mi posso permettere. Finalmente. Prenderne due a Barcellona contro una squadra che fa il 64 per cento di possesso palla e dentro un catino che ribolle e nel campo più largo lungo e impietoso che esista, è “riveder le stelle”. Uscirne vivi è “riveder le stelle”. E’ stato un rito di passaggio che abbiamo atteso per sette lunghi anni, trascorsi a sbadigliare sui divani e smoccolare dai posti più improbabili. O c’è forse qualcuno che preferiva passeggiare a Stjarnan e vivere felice? Questo – cioè, quello di ieri sera – è il calcio che abbiamo rinconquistato e che ci compete. Aver capito di essere (ancora) un po’ impreparati di testa e di gamba per certi livelli è un salutare bagno di realismo: vincere a Ferrara e vincere a Barcellona no, non è la stessa cosa, se qualcuno avesse pensato il contrario. Infatti abbiamo perso, e abbiamo perso perchè gli altri sono stati migliori, a tratti di parecchio. Ci manca la personalità e l’abitudine a quel grado di difficoltà: è la ragione per cui eravamo mediamente impanicati e perdevamo palloni e subivamo gli eventi. Ma la cosa bella è che eravamo lì, al Camp Nou, eravamo noi. Ci hanno battuti ma non piallati. Torniamo con zero punti ma avendo respirato un’aria diversa. E’ già qualcosa, avendo finalmente rivisto le stelle. Ora, dopo tre partite tra le stelle della Champions, avendone vinte due e avendo perso la più inavvicinabile, con una classifica che ci sorride e per la quale – chessò, tipo dopo Sassuolo-Inter – avremmo firmato in bianco centomila volte e per qualsiasi cifra, il gioco si fa piuttosto duro. Inizia “A riveder le stelle, step two“, che sarà non meno difficile della partita di Barcellona. Dove, in fondo, non avevamo nulla da perdere. D’ora in poi, invece, di cose da perdere ne avremmo a bizzeffe. Per esempio, oltre alla credibilità riacquistata, un vantaggio di cinque punti quando ce ne sono ancora nove in palio. Dimostrare di aver ripreso legittimamente posto tra le stelle sarebbe proprio una bella cosa. Non perdere col Barça a San Siro, non perdere – che figata – a Londra (e con ciò qualificarsi), non distrarsi col Psv… Usciamo dallo step one in discreto spolvero, con l’entusiasmo di chi dopo sette anni di limbo non ha fatto disastri e ha sistemato le cifre. Continuare a riveder le stelle è il claim dei prossimi due mesi: un piano B no, non esiste.share on facebook share on twitter