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giugno 15, 2015
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#fatequellochevoletediMateo

mateo-kovacic

Il mercato dell’Inter per me è quasi chiuso. C’era una questione – mi sbilancio: una sola – che mi stava a cuore e che, in caso negativo, avrebbe ammantato di marrone non solo il mercato ma anche la prossima stagione e il senso stesso di ogni strategia futura: la conferma di Icardi. Icardi resta e io sono contento. In un certo senso potrei dire: ok, per me finisce qui, mandatemi una bella mail il 31 agosto con il riassunto preciso di chi parte e di resta. Non è così, ovvio, perchè sono un tifosotto medio che legge la Gazza al bar e cerca la sezione “Chi prende l’Inter” e legge nomi esotici che ignora al novanta per cento. Ma per me era importante che restasse Maurito, era un segnale preciso, oltre che un mio intimo desiderio (uno giovane, forte e fisicato che mi segna 30 gol a stagione e noi lo diamo via: naaaaa). Sul resto sono pronto a discutere, argomentare, scompormi, ingoiare – as usual – bocconi amari. Anzi, facciamo subito. Discutiamo, argomentiamo, scomponiamoci, ingoiam- as usual – bocconi amari e mettiamoci una bella riga sopra.

Kovacic, relativi hashtag, mal di pancia generali, salviamo Mateo, non vendiamolo, incateniamoci, et cetera. Ecco: se vi incatenate e cercate altra gente che ci incatena, non chiamatemi. E’ inutile. No, intendo: non è inutile chiamarmi, è inutile incatenarsi.

Premessa. Kovacic è un ragazzo del 1994 di tecnica ampiamente superiore alla media. Il suo acquisto è stata una bella operazione, una di quelle che ti fa dire che l’Inter sa muoversi. La sua prima intervista l’ha rilasciata a Pavia, davanti a un lussureggiante sfondo del resto del policlinico (no, per dire che mi sta anche simpatico per ragioni territoriali). Tagliamo corto: Kovacic è fortissimo, stop.

Detto questo, siamo in democrazia e quindi – nei limiti di legge – siamo tutti liberi di fare ciò che vogliamo: anche di inventare hashtag e di incatenarci ai cancelli dello stadio o alla Volvo di Ausilio. A me però scoccia una cosa, e scoccia parecchio: scoccia se ci si incatena facendo finta che le cose vadano in un certo modo, quando invece sappiamo tutti benissimo che no, non vanno così, e non vanno così da un sacco di tempo, e che il nostro incatenarci è una roba di maniera.

In un mondo perfetto l’Inter si terrebbe i suoi giocatori migliori, venderebbe i peggiori, con il ricavato dei peggiori ne prenderebbe altri migliori rispetto a quelli di cui si è liberata. E sì, certo, se tutto funzionasse così l’Inter sarebbe migliore. E con un irresistibile effetto domino le nostre domeniche sarebbero migliori, il mondo stesso sarebbe fottutamente migliore così come sarebbe migliore anche il nostro umore generale, e il Mulino Bianco al confronto sarebbe la Cayenna.

Ma non è così. L’Inter oggi è una squadra che manco si è qualificata per il trilionesimo turno preliminare dell’Europa League da giocare in Lapponia. L’Inter oggi è una squadra con i conti sotto sorveglianza, che fa il mercato con il metodo Findomestic ed è – ci piaccia o no – formalmente ai margini di un sistema calcistico-solare che solo 5 anni fa ci vedeva al posto del Sole e ora ci vede girare al largo tipo Plutone. Oggi l’Inter è una squadra che si sta riformando, secondo un progetto che è tanto affascinante quanto pieno di incognite. Dal punto di vista solo sportivo – erba, pallone, calci, gol, vittorie, quelle robette lì – dobbiamo rimontare posizioni su posizioni. Per rimontare davvero, servono vittorie. E servono soldi. Che ti arrivano con le vittorie. E’ un circolo dannatamente vizioso, bisogna avere soldi e vincere, e non si sa bene da dove poter cominciare.

Kovacic non lo venderebbe nessuno, se non costretto. Ecco, io temo che ci siamo costretti, molto semplicemente. Per cui non vedo l’utilità di incatenarsi per una simile eventualità. Sono mesi che leggo di un’Inter costretta a fine stagione a vendere qualche gioiello per poter andare sul mercato con una liquidità degna di questo nome ecc. ecc., e quando viene il momento di vendere i gioielli noi ci incateniamo come se fosse un fulmine a ciel sereno? Come ci avessero avvertito 5 minuti prima, a tradimento?

A proposito: di quanti gioielli disponiamo? Se uno – Icardi – abbiamo deciso di tenerlo, quanti altri ne abbiamo degni di questo appellativo? Uno è Kovacic, non c’è alcun dubbio. E poi? Chi sono quei due o tre che hanno davvero un mercato a otto cifre? Se dobbiamo vendere – e non c’è dubbio che lo dobbiamo fare – su quali nomi possiamo davvero ragionare da pari a pari con i falchi del mercato, in tavoli a cui noi purtroppo ci sediamo senza l’autorevolezza che ti darebbe un’altra dimensione (che dipende dalle vittorie, da cui dipendono i soldi: il circolo merdoso di cui sopra)?

Piange il cuore vendere Kovacic. E io infatti spero che resti. Ma non mi incateno, nè perdero il sonno se Mateo sarà sacrificato e firmerà con il Liverpool o chicchessia. Kovavic è il Coutinho dei Balcani, almeno per ora. Giocatori eccelsi e giovani e che non ti risolvono granchè. Colpi magici e tante partite senza incidere, invenzioni favolose e una marea di 5 in pagella. Cresceranno, diventeranno grandi, io glielo auguro, o magari grandissimi. Non qui, temo. Il Liverpool arriva da uno scintillante ottavo posto, forse Coutinho non basta, così come non sarebbe bastato a noi. Io so già come finirà, che su Facebook vedrò postare i video dei tunnel di Kovacic, gli assist di Kovacic, delle trivele di Kovacic… pazienza, non si può avere tutto dalla vita.

Il nostro problema è che dobbiamo scegliere di vivere di rimpianti per Kovacic o di continuare a vivere con l’attesa di Kovacic, ma con le pezze al culo. Il problema sarebbe vendere Kovacic per riprendere un Thiago Motta, ecco, ma voglio sperare che non si arrivi a tanto. Io non mi incateno e non faccio lo stratega di mercato con l’Iban degli altri. Io tifo Inter e basta, voglio uscire dalla palude costi quel che costi, fosse anche il sacrificio di un giovane croato di cui ricordo 10 cose illuminanti, 3 gol allo Stjarnan e poco altro, purtroppo per lui e purtroppo per me.

giugno 10, 2015
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Lo zen e l’arte di gufare la Juventus

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Tifare contro non è ‘na passeggiata de salute. L’organizzazione di una notte da gufi presuppone capacitá logistiche, etiche, morali e sostanziali che non tutti hanno a disposizione nel proprio bagaglio umano. E una pertinacia pervicace (in subordine, va benissimo anche una pervicacia pertinace) fuori dal comune, che sappia fare tesoro delle esperienze negative e gettare il cuore oltre l’ostacolo nell’occasione giusta, quella definitiva. Tifare contro non è barbarie, se di mezzo c’è la Juve. Non è sedersi in gruppo di fronte a un televisore tra peti, rutti, grugniti e onomatopee: è un rito che vive di precisioni, di ricorrenze, di speranze, di scaramanzie e di valutazioni esoteriche.

Per Juventus-Barcellona i gufi si riuniscono in una lussureggiante localitá dell’Oltrepo pavese in una formazione inedita a otto, schierandosi col 4-1-2-1: quattro gufi fondatori della prima ora (io,  L., A. e M.), un gufo alla seconda presenza (Abc.), due gufi fratelli tra di loro, esordienti  e ospiti provenienti da una federazione forestiera (F&M), un gufo al debutto (D.). Due gufi si presentano con maglietta da riposo della societá occasionalmente avversaria della Juve (io e L.) mentre M. indossa un paio di slip del Barcellona acquistati alcuni anni fa nell’aeroporto della simpatica cittá catalana. Per certificarlo, abbassa i bermuda fino alle ginocchia, evidenziando un discreto pacco. Una scena che, alle ore 19, anticipa il carico di tensione e di imbarbarimento che ci attende al varco.

Dopo una cena frugale consumata sotto il portico (salame, prosciutto, mozzarella, pomodoro, olive, formaggi, uova, birra, pane), i gufi salgono al primo piano in sala tv, dove si dispongono in ordine tutt’altro che casuale su poltrone e divano. E qui, per chi pensa che gufare sia una cosa semplice, vale la pena soffermarsi sul primo rito scaramantico della serata:

la riproposizione filologica e geostazionaria della magica serata di Juve-Benfica.

A me e L. va sostanzialmente bene, perchè ci basta riprendere lo stesso posto, uno in fianco all’altro. A., invece, deve trafiggersi il costato con una pin a forma di forbici (con cui si era gravemente ferito durante Juve-Benfica), mentre M. deve tener stretto tra i premolari uno stuzzicadenti (lo stesso di un anno fa, in quel magico Primo maggio. M. se lo mette in bocca nonostante microbi e batteri siano visibili a occhi nudo). I gufi esordienti o alla seconda presenza sono esentati da questi pericolosi riti.

I gufi titolari si scambiano una sguardo atterrito. La fantastica notte di Juve-Benfica (eliminazione con 0-0 a Torino nella semifinale di una competizione la cui finale si sarebbe disputata a Torino) (una specie di doppio filotto, di mega strike, di cinque più uno al Superenalotto) era stata seguita da una serie di altre gufate culminate miseramente: Dortmund, Monaco (una gufata in contumacia, anticipata, con un esorcismo in un ristorante del Cremonese) e soprattutto Madrid, con riunione dei gufi a Milano, la capitale morale, finita malissimo, con l’umore sotto i tacchi e l’ormai ingestibile, quasi travolgente convinzione che quella squadra di culattoni avrebbe fatto il triplete alla faccia nostra, di gufi e di interisti, argh!

“Concentráti, dai!”

Inizia la partita, Mascherano fa un paio di pirlate, ma alla prima azione dall’altra parte è

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaal!

Otto uomini corpulenti saltano come grilli e si abbracciano come koala. È un momento di intensa felicitá che però dura poco. M. ci guarda spaventato:

“Ho perso lo stecchino!”

No! Nel giro di quattro decimi di secondo, otto uomini carponi cercano uno stuzzicadenti mezzo mangiato su un pavimento scuro. Sembra una moschea alle cinque del pomeriggio. Uno dei fratelli guarda fuori dalla finestra e vede uno storno migrare tra le rossastre nubi:

“L’avrá preso lui?”

Lorenzo estrae dall’armadio una spingarda appartenuta a un quadrisnonno, ma non trova le munizioni. La partita è giá al venticinquesimo del primo tempo quando finalmente M. trova lo stecchino:

“Eccolo!”

“Oleeeeee!”, fanno gli altri sette in coro. La scaramanzia è salva, il Barcellona sbaglia un gol ogni due minuti, le cose sembrano mettersi bene, anzi, sempre meglio, e quando tutti vanno a bere un tè caldo si arriva alla seconda, durissima fase della scaramanzia.

“Mantenere le posizioni”.

L. non ammette deroghe.

“Scusa, mi scappa una pisciata atroce”.

“Tienila”.

“Io sto morendo di sete”.

“Cazzi tuoi, bevi dopo”.

“Debbo fare una telefonata”.

“Consegnami il cellulare, lo riavrai dopo le 23″.

“Posso accendere la luce?”.

“Si sta al buio”.

“Posso posare lo stecchino durante l’intervallo?”

“Ma sei fuori? Mastica, ma non deglutire”.

Il secondo tempo è una stillicidio. Mancano 45 minuti, 44, 43… Poi segna Morata e sul Gufodromo cala una cappa di disfattismo che ci ammazza. Per fortuna dura poco.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Sono momenti carichi di stress. La regia inquadra una placida coppia di anziani tifosi bianconeri. A. cede alla tensione: “Muori, troia!”, poi scoppia a piangere. M. si trafigge la lingua da parte a parte con lo stecchino e si esprime farfugliando. Assistiamo in raccoglimento le ultime fasi della partita. Fino alla festa finale, l’apoteosi, il gol a tempo scaduto. La certezza. No, la Certezza.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Si chiude con foto, selfie, abbracci, brindisi, un’esplosione social. Su un terrazzo, al fresco, la luna rossa, spossati ma felici.

“Ma chi prende l’Inter?”

Silenzio. Non è serata per domande difficili. La missione è compiuta, ad Ausilio pensiamo domani. Anzi, dopodomani. Nel calcio – ogni tanto – c’è una giustizia: magari bisogna aspettarla fino al 6 di giugno, ma alla fine arriva.

“Ehi, ora posso pisciare?”

Nonostante quattro gol, cento abbracci, diciassette brindisi e quarantadue telefonate, L. non ha un capello fuori posto.

“In fondo a destra, ma metti le pattine”.

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giugno 7, 2015
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Tifare Juve è roba da juventini

Ho qualche parente della Juve. Ho, soprattutto, alcuni juventini tra i miei più cari amici, amicizia sopravvissuta senza crepe alle peggiori traversie calcistiche. Ho colleghi juventini con cui ho trascorso qualche migliaio di giorni di lavoro in letizia. Ho addirittura un amico juventino che a New York mi ha cucinato la pasta la sera prima della maratona. E che stanotte, dalla Grande Mela, mi ha riempito la bacheca di contumelie perchè ho tifato Barcellona e non Juve. E’ a lui – che ho sempre considerato uno juventino assennato, fino a qualche ora fa – che rivolgo questa semplice domanda: per quale imperscrutabile, imponderabile, fottuto motivo avrei dovuto tifare Juve? Mi spingo un po’ più il lá: a parte Mattarella, Renzi, Tavecchio, Malagò e il cardinale Parolin, per quale motivo un italiano non juventino dovrebbe tifare Juve?

Tifare contro non è una bella cosa in assoluto, principalmente perchè non dá la stessa soddisfazione di tifare a favore – non ne dá un quinto, un decimo, un ventesimo. E poi ieri sera tifare contro la Juve significava tifare a favore del Barcellona, una lotta tra titani dell’antipatia e dell’arroganza. Ma, tra Al Capone e Totò Riina, dovrei tifare Riina solo perchè è italiano?

Ma la questione non può esaurirsi solo al caso specifico, cioè il pessimo rapporto tra me e la Juve. Parliamone un pochino più in generale: perchè, spiegatemelo!, perchè un tifoso di calcio italiano dovrebbe tifare – anche solo occasionalmente – la Juve? Cosa ha mai fatto la Juve per meritarsi – anche solo occasionalmente – la simpatia dei tifosi avversari o dei tifosi di calcio in generale, quel popolino neutrale che dice di interessarsi al bel calcio?

Ve lo dico io: niente. Un beato cazzo.

La Juve vi chiede di tifare per lei, e intanto pianta il numero 33 nelle aiuole del suo Stadium. Vi chiede di tifare per lei dopo avervi mandato via tweet gli auguri di buon 5 maggio (non un tifoso imbecille tipo me: no, la societá!). Vi chiede di tifare per lei dopo nove anni vissuti nella patologica ossessione di un anti interismo puerile e scomposto che, nella mia ingenua visione delle cose, dovrebbe far vomitare un qualunque sportivo che abbia a cuore i valori del fair play e della sanitá mentale. Nove anni di revisionismi, negazionismi, insulti, numeri a cazzo, realtá virtuali, arroganze generiche e specifiche, mafiosismi a ogni pie’ sospinto, prevaricazioni… e io dovrei tifare Juve?

Non vado più indietro nella storia, dove di motivi per tifare contro ne troverei a secchiate. Mi fermo solo all’ultimo decennio, durante il quale una societá miracolata dalla giustizia sportiva ha sognato solo e soltanto vendette, cancellazioni di sentenze, riconquiste del bottino confiscato, queste cose qui. Da quattro anni domina in Italia – c’è una vendetta migliore? – e pensa solo agli scudetti tolti, chiede risarcimenti, sbraccia, sgomita, sputa. E io dovrei tifare Juve?

La Juve sarebbe stata la seconda squadra italiana a fare il triplete. L’avrebbe fatto in circostanze enormemente più fortunate della nostra (noi vincemmo lo scudetto all’ultima giornata dopo un paio di mesi drammatici e vincemmo una Champions con un tabellone infinitamente più difficile) ma sarebbe stata indubbiamente un’impresa. La maglietta “Il vero triplete” mi ha spiegato in largo anticipo – se avessi avuto bisogno di un’ulteriore conferma – di come se la sarebbero giocata, tra di loro e di fronte al mondo, quello vero. Standosene nel loro mondo fatato e farlocco, fatto di cifre non vere e circostanze negate, nella convinzione – purtroppo confermata dalla schifosa inerzia generale – che alla centomillesima negazione tutti si convinceranno che nulla è successo, che loro sono le vittime e che il triplete vero (a proposito, cosa ci sarebbe di falso nel nostro?) è il loro.

E perchè mai io avrei dovuto tifare Juve? Perchè bisogna porgere l’altra guancia?

Comunque, ecco, vi vogliamo così, orgogliosi del vostro duoplete e del fresco record (difficilmente battibile, come il nostro triplete) di sconfitte in finale di Champions. Se 60 milioni di italiani – più quelli sparsi per il mondo – non tifano tutti per voi fatevene una ragione. E fatevi anche una domanda: “Perchè stiamo sul cazzo a così tanta gente?”

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maggio 23, 2015
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L’uovo di Cracco

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1 – Palla persa a centrocampo, 2 – Ranocchia e Handanovic che si ostacolano a vicenda, 3 – gol subito. A me questa cosa, il gol del 2-2, è piaciuta un sacco. Cioè, voglio dire, è l’enciclopedia della nostra stagione. E’ come Pavarotti che canta Nessun dorma, è come Keith Richards che fa uno dei suoi riff, è come Benigni che ti recita la Commedia, è come Cracco che viene a casa tua e ti cucina un tuorlo d’uovo marinato con fonduta leggera di parmigiano. E’ la specialità, la nostra specialità. E allora tu vedi perdere un pallone alla cazzo a centrocampo, vedi Ranocchia e Handanovic piombare su quel pallone in netto anticipo ma all’unisono come due bambini dell’asilo di 90 chili spaventandosi a morte l’un con l’altro, vedi la palla dirigersi lemme lemme verso il primo avversario che passa di lì e che ovviamente segna, e tu cosa fai?

Niente, applaudi.

Mi sono alzato in piedi e ho detto: Sublime! Bravi! Bravissimi!

L’arte va capita, e questa è la nostra arte. E’ stato un momento bellissimo. Del resto cosa dite se Paul McCartney vi canta Let it be davanti al naso? O se Carl Lewis vi salta otto metri e mezzo nel lungo nel vostro giardino? O se Totò vi recita la Livella? O se Houdini si libera da settanta catene? O se la Juve fa un bel comunicato stampa? Niente, fate così, applaudite, sublime!, sublime!, perchè è la summa, il meglio. La specialità.

E poi pali, traverse, gol sfiorati, gol annullati, rigori non dati, cagate in difesa, stronzate a centrocampo. E poi l’inculata finale, altra specialità di un campionato trascorso piegati a novanta.

Sublime. Grazie ragazzi per questa partita-bigino, per questa partita-riassunto, per questa partita-dimostrazione, per questa partita-powerpoint. La prossima volta avvertiteci prima, chè ci evitiamo le precedenti trentasei.

maggio 16, 2015
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E anche il Bramieri sfuma

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MILANO (ANSA) – La Juventus, battendo 2-1 l’Inter a San Siro, si è aggiudicata la prima edizione del trofeo “Gino Bramieri”. Il nuovo e prestigioso appuntamento agostano – risposta nerazzurra al trofeo “Luigi Berlusconi” – è stato anticipato a maggio su richiesta della societá bianconera, a causa dei numerosi appuntamenti che attendono gli uomini di Allegri ad agosto: Supercoppa europea, Supercoppa italiana, Trofeo Tim, Trofeo Birra Moretti, rivincita con il Lucento (Supercoppa Alta Savoia), Giochi del Mediterraneo, Universiadi e Us Open. Con la vittoria del “Bramieri” la Juve celebra così il suo pokerete stagionale.

La Juventus si è presentata al Meazza in una pittoresca formazione in cui spiccava Romulo, reduce dalla dichiarazione di morte presunta depositava alcune settimane fa in procura a Torino. Mancini replicava schierando la formazione migliore, cioè un accrocchio senza arte nè parte. Ciononostante, l’Inter si portava in vantaggio con un gol di Icardi, che deviava casualmente in rete un tiro di Brozovic destinato ai tabelloni pubblicitari, e sbagliava sedici-diciassette volte il raddoppio, colpendo anche una traversa con Shaqiri, alla sua prima partita da titolare dopo quattro mesi di panca.

“Raddoppio mancato, sei certo inculato” recita un popolare detto calcistico. E infatti l’Inter passa dal potenziale 4-0 al pareggio. Medel, stufo di predicare nel deserto con i compagni, prova a vedere se servendo a dovere Morata almeno questo va in porta. L’esperimento riesce, Vidic atterra il centravanti juventino colpendolo con sette parti differenti del corpo ed è rigore, che Marchisio – al rientro dopo otto-nove mesi dopo il grave infortunio in Nazionale – trasforma.

Nella ripresa la Juve ci prende gusto, ma è l’Inter ad avere l’occasione migliore: assist di Kovacic, triplo tolup di D’Ambrosio e palla ovviamente fuori di un millimicron. I bianconeri, che manco avevano più voglia di tirare in porta, passano a sette minuti dalla fine: Morata, che si stava rotolando a terra millantando un pestone mai ricevuto, vede passare un pallone e tira alla sperindio, la palla rimbalza quindici volte  a due all’ora e inganna l’incolpevole Handanovic. C’è ancora tempo per mangiarsi i coglioni e gli avambracci: Sturaro allunga su Sturini, Vittorio Storaro manca l’aggancio ma Storari fa due miracoli su Palacio e Icardi. E tutti a casa.

Per l’Inter, nonostante la delusione cocente, rimangono invariate le speranze di approdare in Europa League: se infatti la Lazio fallirá, se la Fiorentina cederá il titolo sportivo per ripartire dalla Lega Pro e se una voragine inghiotterá l’intera cittá di Genova, i nerazzurri approderanno a pieno titolo alla simpatica manifestazione continentale.

Juve raggiante per il successo in questa prima edizione del neonato trofeo estivo. Andrea Agnelli affida a un tweet la sua gioia: “Bellissimo aver vinto due volte il Bramieri”.

maggio 10, 2015
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La prova del nove

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Mentre alla Juve sospendono la squalifica per un pittoresco lancio di una bomba carta ai tifosi avversari con nove feriti, contro l’Inter c’è un tale livore che la squadra avversaria, visto quello che era successo a Udine, si fa espellere due giocatori pur di giocare in nove sapendo di metterci in grande difficoltá.

Gemellaggio di ‘sta cippa, cara Lazietta nostra, questo è il clima infame contro l’Inter e chi tocca l’Inter (ogni tanto, quasi mai, ma a volte succede vivaddio) muore. Anche la Juve si sta organizzando per farsene espellere un paio sabato, perchè nessuno ormai vuole più correre il rischio di giocare in undici contro undici contro di noi. Il Genoa ha chiesto di iniziare la partita giá in nove, presentando all’arbitro una distinta di soli nove giocatori adducendo come scusa una intossicazione alimentare da focaccia al formaggio. All’Empoli non gliene frega un cazzo, ma si sta interessando solo per romperci i coglioni: Tavano si è detto disposto a farsi espellere giá al terzo minuto pur di far giocare la sua squadra almeno in dieci, se proprio non fosse possibile – come è nei piani – giocare in nove.

Tra l’altro stasera il complotto è stato addirittura fastidioso: non solo gliene cacciano fuori due agli altri, ma convalidano un gol irregolare a noi pur di farci pareggiare in modo poi da espellere il secondo in paritá di risultato, provocandoci una forte ansia da prestazione. È una vergogna, cazzo, non si può andare avanti così. Anche il comportamento dell’arbitro, cazzo, dai, non si può… lo sai che non siamo abituati a decisioni a nostro favore, lo sai, e ci metti in difficoltá. No, è uno schifo. Non vedo l’ora che questo campionato finisca, è una roba brutta.

Comunque vaffanculo, abbiamo vinto a Roma con la Lazio, è il settimo risultato utile consecutivo, i punti buttati nel cesso sono un peso insostenibile ma ci tenevo a dire Milan infame e Juve merda, perchè non bisogna dimenticare.

maggio 6, 2015
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Tripla mierda

Se ha vinto la prima Champions nel 1985 passeggiando sopra 39 cadaveri e se ha vinto la seconda Champions nel 1996 grazie al culo epocale (Nantes in semifinale e Ajax in finale) e alla chimica per endovena, la  terza Champions della Juve passerà alla storia per la buona sorte (tabellone da operetta fino alla semifinale) e per il cinismo: è bastato finora giocare bene 2 partite su 11, al Bernabeu la sfangheranno e in finale sarà sufficiente un rimpallo, un’autorete, ‘na passeggiata de salute. Faranno il triplete per secondi, perchè saliranno sulla vetta d’Europa e troveranno la nostra bandiera ancora lì, piantata nel 2010. E ci pisceranno sopra, perchè – a parte il culo e il cinismo (che comunque è una dote da grande squadra) -, il marchio di fabbrica di questa squadra e di questa società è il fair play.

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Ecco, nel fare i complimenti agli juventini onesti per il triplete, volevo in questa occasione scusarmi con Ambrosini, perchè il suo “Lo scudetto mettilo nel culo” al confronto di questo tweet è come una palla di profiteroles al confronto di uno stronzo di san bernardo. “Lo scudetto mettilo nel culo” era lo striscione di un tifoso scompostamente felice per avere vinto la Champions e festoso nel prendere per il culo i cuginastri. Certo, esposto sul pullman scoperto da un giocatore della prima squadra assumeva tutt’un altro tono – diciamo così, con un eufemismo, di pessimo gusto -, ma oggi a distanza di 8 anni lo rivaluto se penso che una società di calcio, nota per la sua squisita way of life e per un’arroganza fastiodiosa da generazioni, dal suo profilo Twitter ufficiale festeggia così la vittoria in casa con il Real. Non godendosela tout-court, ma lanciando un pensiero – sempre e comunque – alla loro peggiore ossessione. Cioè noi.

Che poi questo, diciamolo, è in sè una cosa bella. Manco la vittoria in semifinale di Champions si godono, ahahahah. La cosa del 5 maggio ce l’avevano già pronta da giorni, sicuro. E appena la partita è finita in ghiacciaia, è partito il tweet, uh!, invece di ammazzarci di birre prendiamo per il culo l’Inter. Dai, se ci pensiamo è bello. Questi a Berlino durante il giro di campo faranno i tweet sull’Inter. Sì, è bellissimo.

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Così come è bello che Tuttosport, non pago di assecondare il delirio juventino sul numero degli scudetti, adesso non solo li aggiunge alla Juve ma – correttamente, se ci pensiamo bene, relativamente alla loro malattia mentale – ne toglie uno all’Inter, stabilendo così una coerenza numerica in una dimensione tutta loro (credo che abbiano visto Interstellar, che poi è un titolo che inizia con Inter, e questo li ha fatti uscire di cotenna).

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Che poi, sempre a livello di patologia e di responsabilità individuale, uno si può coltivare la aiuole che vuole, e disporre le violette come gli pare. Per dire, se io davanti a casa avessi un prato così, io scriverei I N T E R, oppure disegnerei un grande cazzo per quando passano quelli di Street View, chè magari divento una star mondiale e mi citano in tutte le fotogallery. A loro piace il numero 33. E va bene, scrivete il numero che vi pare.

E’ idealmente attorno a quel prato, piuttosto, che continua ad esserci un problema. E’ la libertà della Juve di contare gli scudetti (e di fare comunicati, di scrivere tweet) che irrita, non il fatto in sè che è folklore o malattia. Se io in un articolo scrivessi che i presidenti della Repubblica italiana sono dieci perchè non riconosco Gronchi e Saragat,  il mio direttore mi prenderebbe per i coglioni e sentirei nel contempo arrivare il 118 (se non altro per lo choc testicolare, ma forse anche per il Tso). Loro no, niente, scrivono su prati, stadi, hashstg, carta intestata, comunicati ecc. ecc. e nessuno dice niente, niente, mai niente.

Il revisionismo – o il dimentichismo, che non è meno grave visto che parliamo di ricordi freschissimi – contagia tutti. Prendete questa simpatica schermata del Televideo Rai

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dove nel giro di qualche semplice riga si rievoca il Grande Torino di quasi 70 anni fa come ultimo precedente di quattro scudetti consecutivi, quando c’è una squadra/ossessione che ne ha vinti cinque il decennio scorso (l’ultimo 5 anni fa).

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E che dire di questo magico titolo di Repubblica, dell’anno scorso, 2014, alla vigilia della semifinale di Europa League, in cui si magnifica il miglior risultato di una squadra italiana in Europa in sei anni? (ahahahahah, santa madonna, ci sarebbe da ammazzarsi dalle risate se tutto ciò non fosse triste).

E così, tra l’indicibile arroganza della Juve e il paraculismo che c’è attorno, il calcio italiano migliora il suo coefficiente Uefa ma si conferma per quello che è, un baraccone pieno di fenomeni, bravi in ginnastica, pessimi in matematica e ridicoli in storia. Quelli che lasci al rinfresco dopo gli esami e li ritrovi qualche annetto dopo in cronaca nera, e dici “oh, ve l’avevo detto”. Ecco, qui invece non dice un cazzo nessuno.

maggio 3, 2015
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Difficoltà

Diciamo che abbiamo una certa difficoltà con le squadre che si chiudono molto e non ti fanno giocare, e anche con le squadre che si chiudono molto e poi cercano sporadicamente di incularti in contropiede, perchè – ammettiamolo – abbiamo una certa difficoltà nell’attaccare squadre che si chiudono a riccio e poi ripartono e abbiamo comunque una certa difficoltà nel gestire mentalmente un’iniziativa di novanta minuti contro una squadra che si chiude e poi riparte, anche perchè abbiamo – è evidente, diobono – una certa difficoltà a dare la giusta continuità al gioco del centrocampo in raccordo con l’attacco proprio in virtù delle peculiari difficoltà insite in una partita in cui la squadra avversaria pensa soprattutto a difendersi

(e nel frattempo ti distrai e pensi alle difficoltà che hai con le squadre che ti aggrediscono, e anche con squadre che un po’ ti aggrediscono e un po’ si difendono, e questo ti crea dei dubbi esistenziali, sportivi, tecnici, tattici, morali, etici, psicologici, psichiatrici, luddisti e fist fucking)

ma non disegna di attaccare una volta mediamene ogni quarto d’ora, cosa che ti mette in difficoltà soprattutto a livello di attenzione e concentrazione, e se poi va davvero vicino all’inchiappettarti ti mette in difficoltà a livello di autostima, perchè tu sei lì che attacchi un po’ così per novanta minuti – e hai una certa difficoltà, questo va detto – e quelli ne approfittano e ripartono e tirano e prendono pali, mica sempre, vabbe’, una volta ogni quarto d’ora, anche venti minuti, e ora io sfido chiunque a non avere una certa difficoltà a gestire questa situazione psicologicamente ingenerosa rispetto ai tuoi sforzi,

oddio, sforzi,

ecco, ho una certa difficoltà – io, non la squadra – a definirli sforzi, diciamo tentativi, diciamo tensione – ma tensione in quel senso, di tendere, non di tensione nel senso del sistema nervoso – ecco, perchè poi subentra la tensione – quella vera, lo so, questo passaggio è difficile – e manca l’ultimo passaggio – sto avanzando nel ragionamento prendendo l’ultima parola della frase precedente, non so se si nota – e quindi vaffanculo. Adesso subentra anche una certa difficoltà (mia) a valutare con serenità la classifica (nostra), no, per dire, bastava vincere col Chievo e (non lo voglio dire) (e non voglio vedere, non voglio sentire, svegliatemi il primo giugno, no, niente, non voglio sentire, lalalalalalalalalalalalalala).

Diciamo che abbiamo una certa difficoltà. Con le squadre. In generale. E bòn.

aprile 28, 2015
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Rocchi Balboa e Massimo Poldi

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Quando Erykah Badu ha cercato di uccidere a mani nude Rocchi Balboa, una tifoseria normale si sarebbe stiracchiata sul divano e avrebbe aggiornato la classifica aggiungendo tre punti, e magari avrebbe iniziato a fare zapping con Ballarò o con un porno per ingannare l’attesa del novantesimo.

Non noi.

Quando hanno inquadrato il Mancio che stava per metter dentro Podolski, mi è sembrato di vedere il Cordobes che sapeva di aver già portato a casa la corrida, solo questione di tempo e di tempismo, il toro era giá morto benchè temporaneamente vivo, e intanti schiero un altro torero, cazzo del toro. E una qualsiasi tifoseria avrebbe potuto rilassarsi in attesa del gol del 2-1, e poi del 3-1, e poi del 4-1, perchè non c’è niente di scritto ma in undici contro nove, santa madonna, in undici contro nove è una mezza formalità.

Non noi.

Se poi in undici contro nove segna pure Massimo Poldi – un preciso segno del destino – solo il fatto che la partita fosse oggettivamente divertente ha fatto sì che nessuno abbia girato su Ballarò o Dimartedì a informarsi sull’Italicum. Solo che poi, dopo diciassette occasioni di fare il 3-1, abortite di fronte alla pertinacia nel voler entrare in porta col pallone, o nel voler servire un compagno meglio piazzato che a sua volta avrebbe servito un compagno meglio piazzato che a sua volta avrebbe servito un campagno meglio piazzato che a sua volta al mercato mio padre comprò,

ecco,

è in quel momento che mi sono alzato in piedi sul divano, e ho guardato i giocatori come il Cordobes avrebbe guardato gli spettatori nell’arena, anzi no, come gli spettatori dell’arena avrebbero guardato il Cordobes che cazzeggiava col toro barcollante, e ho pronunciato la seguente frase, non urlando, anzi, con estremo aplomb, quasi sottovoce:

“Ragazzi, ma perchè non ve ne andate a fare in culo?”

Perchè i ragazzi non lo sanno, ma io sono a dieta – una fottuta dieta – da 37 fottuti giorni, e non solo non posso mangiare Orociok, ma non compro Orociok da sette giornate e non ho Orociok in casa, cioè, sarebbe come se uno smette di fumare ma sotto il divano ha una stecca di Marlboro, nel qual caso negli ultimi dieci minuti di Udinese-Inter avrebbe messo in bocca 20 paglie e le avrebbe accese all’unisono e le avrebbe fumate in quattro respiri, perchè non si possono veder certe cose, cioè, io mi sarei mangiato un pacco famiglia di Orociok inculandomi 37 giorni di dieta. Orociok, Orociok!

Che però non avevo.

Ma non credo che il proibizionismo mi abbia alterato i parametri del giudizio e la capacitá di intendere e volere. Il mezzoseghismo dell’Inter, il mezzogiocatorismo dell’Inter esce lampante se ti caghi in mano in 11 contro 9, se quelli in 9 stradominano gli ultimi 5 minuti di partita, e non ci sono cazzi. Personalitá zero, capacita di fare una O col bicchiere zero.

Comunque abbiamo vinto, e quindi Milan merda.

(è con frasi come questa che mi rendo conto di essere lucido. Affamato, con una clamorosa carenza di cioccolato, ma lucido)

aprile 25, 2015
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I capelli del Mancio

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Quanto cambia le cose un gol. No, voglio dire, Icardi che segna – finalmente –  e ti ribalta la serata e l’umore, quando ormai ero incazzato con l’Inter tutta e con lui tipo Osvaldo a Torino, perchè palle per il 2-0 prima e per il 2-1 poi le aveva giá avute e le aveva sfruttate male, senza passarla quando doveva, o tirando male quando poteva. E sono cose che a un attaccante capitano, ovvio, ma perseverare era diabolico e non vincerla ‘sta partita era un peccato, un peccato grave. Non vincere dopo due mesi e rotti a San Siro. Non vincere contro una grande, dopo boh, mesi, molti mesi, moltissimi (mai quest’anno).

E allora mi montava la rabbia per quel gol preso in maniera così naturale, due passaggi tiro gol, cose che agli altri riescono bene e a noi quasi mai, forse perchè gli altri non hanno la difesa dell’Inter (e certo, l’abbiamo noi). E ogni volta che inquadravano Mancini guardavo quei capelli, stinti, nè carne nè pesce, sale pepe e cappuccino, e mi veniva naturale il parallelo con l’Inter irrisolta, scolorita, indescrivibile come i capelli del Mancio.

Poi segna Maurito su assist di Podolski, una roba che se esistesse l’accoppiata nel calcio l’avrebbero data a 100. E allora sono contento, il Milan ha fatto ridere Udine e noi abbiamo colto – la sera del 25 aprile, cioè dopo 8 mesi di campionato – la prima vittoria alto di gamma della stagione. E mi sento su di giri e confuso, come il coiffeur di Mancini di fronte a una vittoria insperata e a un’impetuosa ricrescita.