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novembre 24, 2014
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Il fattore Gio

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Abbiamo tutti sognato di giocare il jolly come a Giochi senza Frontiere: no more Mazzarri, allenatore nuovo, vincere, inculare il Milan, beh, sarebbe stato bellissimo. Ci siamo autocontagiati di un entusiasmo forse al di sopra delle nostre possibilitá, e adesso siamo qui un po’ barzotti a rimirare, tra le rossastre nubi, un risultato che non sappiamo bene come valutare, se un mezzo successo o una mezza delusione. Il ritorno del Mancio, comunque sia, qualche risultato lo ha prodotto.

1. Considerazione banale ma necessaria: che Mancini potesse stravolgere la squadra in una settinana era una pretesa bella e buona anche per dei tifosotti strapazzati e delusi e vogliosi come noi. Un anno e mezzo di Mazzarri non si cancella con un colpo di ciuffo, forse nell’atteggiamento ancor più che negli schemi.

2. Il ritorno dell’entusiasmo – nella squadra e nel popolo – è un fatto, ed è fondamentale. Faccio sommessamente notare che, se non ci fosse stata la svolta, saremmo arrivati al derby dopo due settimane di Mazzarri sotto ultimatum. Roba che ti pigliava l’ansia anche per una rimessa laterale.

3. La squadra è questa, e i problemi restano tutti. Ma qualcosa si è visto e una strada nuova è stata aperta. Il Mancio ha fatto i suoi esperimenti, non tutti riusciti (Kovacic). Ma se solo recuperasse Guarin e sistemasse la difesa, l’Inter tornerebbe in pista. Seriamente.

4. Gioia e gioco. Chiamiamolo il fattore Gio. Sono due cose che avevamo perduto, noi e la squadra. Sono le prime cose su cui Mancini ha messo mano. Con la Roma sará un test micidiale. Ma in fondo quello che ci vuole per entrare nel vivo di tutto, dei casini e delle potenzialitá represse. O preferivate i seimila passaggi laterali a partita? Il gioco si fa duro e abbiamo la testa più sgombra. Il prossimo step è diventare cinici quando c’è da metterla. Come dar torto al Mancio? Se Wando Naro faceva meno la fighetta, porca troia, forse adesso stavamo qui a masturbarci con l’effetto Mancini.

 

novembre 19, 2014
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Le scuse che non ti ho detto

Le cose sono precipitate e Mazzarri non ha avuto più tempo: una telefonata e puff!, finito. Stava meditando una svolta, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, ma non ha avuto l’opportunità di dimostrarlo. Tra le tante cose che ha pagato, la famosa frase “Poi è anche iniziato a piovere” è sicuramente tra le top five, o forse tra le top three, o forse è la top delle top, più ancora della difesa a tre o della punta unica con lo Stjarnan. Per questo aveva deciso di dimostrare che stava cambiando, che non era l’uomo basico che tutti conoscevamo, che le sue scuse avevano una profondità inapprezzabile a un primo esame e che forse non erano nemmeno scuse, ma briciole di umanità. Prima di tuffarci nell’era Mancio, ecco in un documento esclusivo le scuse che Mazzarri – aiutato da un ghost writer di cui non posso rivelare l’identità – era pronto a sfoderare in conferenza stampa. Chissà, avremmo imparato ad amarlo e un rinnovato clima di fiducia ci avrebbe portato verso traguardi inattesi. Non lo sapremo mai.

- Stavamo giocando bene, poi siamo stati condizionati dalle voci sulle dimissioni di Napolitano.

– Come puoi essere tranquillo quando ci sono degli occidentali che si arruolano nell’Isis?

- Stiamo pagando molto le gang-bang del giovedì.

– Con i ragazzi ci confrontiamo su tutto, anche sui problemi allo stabilizzatore ottico di iPhone 6 plus

– Il mercato dura tutto l’anno, guardate Stefano Folli che è passato a Repubblica.

- Con tanti infortunati è difficile esprimere il nostro potenziale artistico e architettonico.

- Nel primo tempo ho visto del gran calcio, poi ci siamo destrutturati come un piatto di Ferran Adrià.

– L’anno scorso avevamo nove giocatori in rinnovo, con la legge Fornero la situazione si è complicata

– Kovacic ha l’XFactor, ma non voglio soffermarmi sui singoli.

- Vedo i ragazzi disorientati, questa cosa della doppia spunta azzurra di Whatsapp non ci voleva.

– La difesa a tre è un buco nero, ne ho parlato con i ragazzi dopo aver visto Interstellar

- Poi è anche iniziato a piovere e il problema dell’eccessivo consumo di suolo si è visto tutto.

– L’Indonesia ha 238 milioni di abitanti e ne parlo spesso con il presidente.

– L’anno prossimo? Un bel trench-coat e sei a posto, sopra l’abito come sul denim.

- E’ innegabile, c’è preoccupazione per il patto del Nazareno.

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novembre 15, 2014
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Il Mancio e quel triste 29 maggio di sei anni fa

“F.C. Internazionale ha comunicato al signor Roberto Mancini il suo esonero dall’incarico di allenatore responsabile della prima squadra, in particolare in ragione delle dichiarazioni rese dal tecnico all’esito dell’incontro Inter-Liverpool dello scorso 11 marzo 2008, di quanto ne è seguito, sino ai fatti più recentemente emersi nelle cronache giornalistiche”. (Comunicato F.C. Internazionale, 29 maggio 2008)

Nel giorno della ri-beatificazione e del #bentornatoMancio , secondo me una rinfrescatina alla memoria fa anche bene. A chi, in queste ore, per staccarsi un po’ dal coro ha rievocato un atteggiamento un po’ freddo e distaccato di Roberto Mancini dalle cose interiste nel periodo intercorso dal 25 maggio 2008 (Parma-Inter) al 14 novembre 2014 (ieri), a chi ha storto il naso e a chi gli ha addirittura dato dell’infame, volevo ricordare il più brutto e mafioso comunicato della storia dell’Inter, con il quale si metteva alla porta un allenatore che aveva vinto tre scudetti, l’ultimo dei quali quattro giorni prima. Il Mancio fece una grossa cagata la sera di Inter-Liverpool a prennunciare l’addio a fine stagione: quando un allenatore diventa un dead man walking la vita si  incasina a tutti e l’Inter vinse a Parma, col cuore in gola e a secondo tempo inoltrato, uno scudetto che in altre condizioni poteva vincere con tre o quattro giornate di anticipo.

Tre giorni prima della partita del Tardini, otto o nove quotidiani (che poi Mancini querelò tutti, e non so nel frattempo come sia finita, se si sia comprato un altro yacht o abbondanti scorte di tarallucci e vino) pubblicarono le intercettazioni allegate a un’inchiesta su un traffico di droga che portò a diversi arresti, tra i quali quello di un sarto che all’epoca  frequentava – in quanto sarto – l’Inter. L’Inter si stava per giocare lo scudetto e un bel po’ di giornali si esibirono in titoli del tipo “Mancini e i giocatori al telefono con il boss”. Va da sè che l’argomento delle telefonate erano pantaloni, camicie, orli, patte, bottoni, orologi, fighe, autografi e biglietti per lo stadio, ma sappiamo come funzionano le cose.

Il comunicato del 29 maggio 2008 dell’Inter, la mia Inter, mi fece intorcinare le budella. Perchè con il tuo allenatore avrai anche rotto i ponti, perchè qualche personaggio stava ormai potentemente remando contro, perchè quattro anni potevano anche bastare, perchè l’occasione di portare Mourinho a Milano era irripetibile – ok, va bene tutto, va benissimo – ma attaccarsi alle intercettazioni con il boss, no cazzo, quello no. No. Quel comunicato è una macchia eterna per una società che ha la nostra storia.

A pancia piena, a Mourinho in arrivo, è una storiaccia che abbiamo metabolizzata in fretta, ma che resta scritta. Resta scritta, immagino, soprattutto nel cuore di Roberto Mancini che oggi in conferenza stampa l’ha anche detto: “Mai mi sarei immaginato di tornare all’Inter”. E credo che il riferimento principale sia quello, siano quei tre mesi un po’ così che hanno chiuso una storia bellissima. Non penso che Mancini sarebbe mai tornato in un’Inter che avesse avuto in qualche modo continuità con quella. E infatti non c’è quasi più nessuno. Anche lo steso Moratti (cui Mancini è comunque straordinariamente grato), che quel comunicato in qualche modo avallò, è oggi nella posizione defilata che conosciamo. Oggi il discorsetto del più alto in grado è stato fatto in inglese. Per dire. E’ proprio un’altra Inter.

Sei anni? Bah, sembra passato un secolo. Il Mancio torna in un’Inter diversa. Purtroppo per lui, è diversa anche la squadra, che non ha il carico di voglia (una voglia repressa da 15 anni, all’epoca) e – soprattutto – di classe e di talento che trovò nel 2004, da allenatore rampantissimo alla prima grande occasione di una carriera nata d’amblè, con pochissima gavetta e con poche credenziali se non quelle da strepitoso giocatore. Torna a giocare una scommessa difficile e noi siamo con lui. Liberati di un peso.  Con il cuore che batte ancora per quel poco di nerazzurro che resta nelle nostre maglie gessate. Vai Mancio, con i rancori alle spalle portaci fuori dalla palude.

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novembre 14, 2014
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Scusa se richiamo il Mancio

La decisione ha richiesto un certo tempo – mica in assoluto, ma relativamente a questa stessa settimana: d’accordo che c’è la pausa per la Nazionale, ma siamo pur sempre a venerdì, la gente se ne va scravattata in ufficio e pensa al massacro di coglioni che si farà l’indomani con la moglie all’Esselunga  o domenica al pranzo con i parenti – un classico micidiale week end senza campionato – e ti arriva tra capo e collo la notizia che Mazzarri se ne va, quel tipo di epilogo che hanno certe serie un po’ mal scritte, che hai capito come andrà a finire al quarto episodio e te ne restano da vedere diciotto.

Dunque, essendo una decisione che ha richiesto tempo, la possiamo definire più thohiriana (presa con il business plan davanti) o morattiana (presa con la pancia, il cuore e comunque con ogni organo che non sia quello deputato alle decisioni vere)? No, perchè eravamo rimasti a un Thohir thohiriano (progetto con Mazzarri, si vedrà a fine stagione, bla bla bla e comunque col cazzo che ne pago un altro) e a un Moratti morattiano (che Mazzarri l’avrebbe già fatto fuori minimo un po’ di settimane fa, come ai vecchi tempi), e invece qui avanza un ibrido, un Thohir morattiano che chiude il libro mastro alla voce spese e però lo apre alla voce ricavi e nota che sono in ribasso, forse preoccupantemente più in ribasso di quanto non siano in rialzo le spese, e prende una di quelle decisioni che se fossimo quotati in Borsa va-va-vuuuu-maaa, vabbe’, ma non lo siamo e potremmo accontentarci di riportare gente allo stadio e mostrare volti più distesi nei bar, e magari spingerci persino a veder comprare le magliette di M’Vila e Andreolli.

Siccome Thohir mi sembrava thohiriano puro, io  – come tanti – mi ero ormai rassegnato ad arrivare al 31 maggio in questo clima di smobilitazione morale, tra partite un po’ così e scuse post-partita ormai grottesche (che poi, a farci caso, anche le spiegazioni plausibili ormai si ammantavano in automatico di inattendibile, grottesco, ridicolo. No, non era un bell’andare per nessuno). E invece Thohir è forse un po’ più interista di come lo immaginiamo, o – più semplicemente – il paiolo rimediato alla Uefa e la lettura dei libri mastri ricchi di segni meno lo ha indotto a cambiare qualcosa.

La solita, unica, inevitabile, comoda scelta di mandare via l’allenatore non potendo cacciare vie dieci giocatori bla bla bla? Ecco, tra gli ultimi storici esoneri della storia interista questo mi sembra il più complesso. Perchè, se non fosse stato collocato in questo scenario di crisi un po’ tecnica e molto economica, l’esonero di Mazzarri sarebbe avvenuto tempo fa. Quanto non so, ma sarebbe avvenuto. Ma prima di cacciare l’allenatore più pagato della serie A oggi ci devi pensare dieci volte, e a Mazzarri – a parte il contratto-autocapestro – è stato riconosciuta anche l’oggettiva difficoltà di avere operato in una situazione al limite: su tutte, ti assume un presidente e tre mesi dopo te ne ritrovi un altro, pure indonesiano. Per questo io mi ero segnato sul calendario 2015 la data del 31 maggio e bòn, mi ero messo in modalità attesa.

La situazione ambientale però era ormai insostenibile. Non mi ricordo di una così corale insofferenza per un nostro allenatore covata in un periodo così lungo. Sostenuto ormai solo dalla curva (“perchè un interista vero non fischia mai”, ok, mi può anche stare bene, ma il diritto di critica cerchiamo di conservarlo: lo stadio successivo è la recisione dello scroto), Mazzarri era mal sopportato dal resto del popolo. Da alcuni odiato (non trovo altra parola). Questo in assoluto non è bello nè mi piace: anche un Mazzarri è parte di noi, del nostro emisfero interista, del nostro giochettino che ci mantiene vitali da decenni. E ultimamamente mi ero sorpreso a provare contemporanemanente una fastidiosa disillusione tecnica e una significativa pietà umana. Quel laser puntato sugli occhi, poveraccio. Un laser simbolico di tutta una situazione: è possibile lavorare così?

A me Mazzarri, stringi stringi, lascia un solo bellissimo ricordo. 14 settembre 2013. Lady Alvarez che va in tackle su Hulk Chiellini, Chiellini che salta via come un birillo, Alvarez che alza la testa e serve Icardi, Icardi che lascia sfilare la palla, tira e la mette. Miracolo, miracolo!, urlavo zompando intorno al divano. Dopo essere stati sei mesi nel frullatore di Stramaccioni, stavo rivedendo la luce: Alvarez che vince un tackle contro un wrestler, il ventenne Icardi che segna un gol da trentenne, un allenatore solido che sa quello che vuole. Epperò è finito tutto lì, il ricordo rimane il solo disponibile nella mia scheda madre. Cinque secondi in 17 mesi, mi spiace doverlo ammettere, è molto poco.

Mazzarri era stato preso per i suoi precedenti di allenatore non vincente, ma efficiente. Se voi leggete il libro di Mazarri, troverete (oltre alla plateali ragioni della sua frustrazione professionale, riassumibile nel concetto “io sono un grandissimo allenatore e il mondo non se n’è ancora accorto”)  la sua filosofia di fondo ripetuta alla noia. Quella di far rendere una squadra al massimo delle sue possibilità e di far aumentare il valore della rosa. Lo ha fatto a Reggio Calabria, a Genova, a Napoli. E lo ha fatto davvero, intendiamoci: ha preso una squadra penalizzata e l’ha salvata, ha riportato la Samp a livelli più che decorosi, ha portato il Napoli in Champions. Però l’Inter è un’altra cosa e lui non ha mai capito. All’Inter e agli interisti non puoi raccontare le stesse cose di Reggio Calabria, non puoi porti rispetto ai tuoi impegni, ai tuoi obiettivi, ai tuoi avversari come fossi alla Reggina. E’ la modestia delle prospettive, il profilo troppo basso anche per un’Inter un po’ fuzzy come quella di oggi che non possiamo non rimproverare a Mazzarri. Un profilo tanto basso che perdi a Parma e riesci a trovare delle ragioni per le quali abbiamo perso, invece di limitarsi a dire “scusate, io ho sbagliato tutto e la squadra ha fatto cagare. Avete altre domande?”.

Un allenatore così può trasmettere qualcosa – con tutto il rispetto – a un giocatore della Reggina che deve recuperare 11 punti di penalizzazione e che non ha niente da perdere quando gioca con squadre superiori alla sua, cioè quasi tutte. A un ambizioso e  strapagato – e comunque su un’altra dimensione, più elevata – giocatore dell’Inter serve dell’altro. Forse il Mancio, me lo auguro per lui e per noi.

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novembre 10, 2014
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Zavorrati

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Queste tutto sommato sono le partite che possono capitare. Le partite che non dovevano capitare sono altre, e sono quelle che ci zavorrano anima e corpo ormai da settimane. Una partita del genere – sfortunata, sbilanciata, buttata via –  l’avresti potuta vivere a cuore più leggero senza certe zavorre, ma a noi questa leggerezza non è più concesso. Anche lo spettacolo pomeridiano – il Parma che ci ha piallato una settimana fa ne prende 7 dai gobbi – non concilia il buonumore. Così come lo spettacolo serale della nuova classifica – siamo noni, ma con due punti di vantaggio sulla decima, un nono posto saldo insomma, un nono posto tranquillo. Un nono posto che non si sa bene come giudicare, perchè a metá novembre dobbiamo ancora incontrare Juve, Roma, Milan e Lazio e allora ti chiedi dove avrai mai lasciato tutti ‘sti punti per strada, visto che il gioco deve ancora farsi duro davvero, e ti chiedi quanto potrai scendere ancora. Domande retoriche, ovviamente.

La zavorra ti rende anche meno sopportabili le dichiarazioni del miste. Non solo “il Verona dá fastidio a chiunque” (a noi danno fastidio tutte le squadre, quindi perchè fare l’update ogni volta?), ma anche un epico “poi è pure iniziato a piovere” che mi ha fatto sentire piccolo così:  il generatore di risposte di Mazzarri (cioè io) a una cosa del genere manco ci aveva pensato. Ma anche in questo caso è questione di zavorre: ci potresti sorridere, però sei zavorrato e ti incazzi.

Domani ci sará un super vertice con Thohir. E cosa potrá mai succedere? Boh. Siamo tutti zavorrati, come i nostri tre difensori centrali. Ci muoviamo lenti e in direzioni incerte.  E quindi? Recuperemo infortunati e un po’ di forze, troveremo convinzione, magari smetterá anche di piovere. Le squadre avversarie ci daranno sempre un po’ fastidio, ma non si può pretendere l’impossibile.

novembre 7, 2014
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L’orgoglio di Mazzarri e il mistero Aristide

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Questo girone di Europa League – diciamolo – ha rotto le palle e quindi ogni discorso tecnico lascia il tempo che trova. Anzi, non serve nemmeno. A Saint Etienne (luogo evidentemente dove non hanno un cazzo da fare) il Calderone era sold out per assistere a un incontro di calcio tra la squadra B dell’Inter di Mazzarri e i padroni di casa reduci da tre 0-0. No, per dire. Molto più interessanti le interviste post partita, in cui si nota un mazzarrismo trasmesso alla truppa, nel senso che tutti hanno parlato di una partita che sembrano aver visto solo loro. Va bene, un discreto primo tempo, ma nel secondo c’è stato l’assalto di una squadra che non aveva ancora nè vinto nè segnato un gol in Coppa, o l’ho visto solo io? Comunque tutto è bene ciò che finisce bene e basterá un punto per qualificarsi. Mazzarri è orgoglioso della squadra e anche questo va bene. Per forza, più che per amore, giocano anche i giovani. Adesso vediamo cosa succede in campionato, perchè in Coppa è troppo facile, non c’è gusto.

Resta un interrogativo. Voglio dire: se al posto di Milito, di Diego Milito, ci avessero mandato il fratello Gaby, cosa sarebbe successo? Niente gol, niente triplete, fino a che qualcuno si sarebbe accorto dello scambio di persona. No, ecco, perchè adesso bisognerebbe avere il coraggio di controllare se sia davvero Nemanja il Vidic che ci hanno mandato, e non il misconosciuto fratello gemello Aristide, identico ma molto meno forte. Aristide Vidic ha giocato nell’ultima stagione nello Sgfryfiuvujink, serie B delle Isole Faroer, ma era finito della lista degli svincolati e si allenava con la Nazionale disoccupati della Groenlandia. Da luglio si sono perse le sue tracce e la coincidenza delle date è inquietante. Un tizio del tutto simile ai Vidic (quindi il gemello mancante) sarebbe stato visto da un turista di Manchester alle Mauritius in compagnia di quattro fighe galattiche. Alla domanda “Damn, you are Vidic, aren’t you?” avrebbe risposto “Yes” e subito dopo “No!” seguito da un enigmatico “Do your dicks, son of a bitch”.

novembre 3, 2014
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Generatore di risposte di Mazzarri

Giocare con la difesa a tre. E’ un problema, perchè è il modulo che la squadra conosce di più ma i nuovi innesti non hanno ancora i raggiunto i dovuti automatismi.

Giocare con la difesa a quattro. E’ un problema, perchè è un modulo che adottiamo soltanto sporadicamente e il reparto stenta a raggiungere i dovuti automatismi.

Giocare ogni tre giorni. E’ un problema, perchè non abbiamo respiro.

Giocare ogni sette giorni. E’ un problema, perchè siamo abituati a giocare ogni tre giorni.

La pausa della Nazionale. E’ un problema, perchè si recuperano gli eventuali infortunati ma si perde il ritmo, e poi ho giocatori in giro per mezzo mondo.

Il periodo senza pause per la Nazionale. E’ un problema, perchè a molti giocatori fa bene uno stimolo diverso e non si recuperano gli eventuali infortunati.

Giocare con una sola punta. E’ un problema, perchè si chiede all’attaccante un grande lavoro e serve essere tempestivi negli inserimenti da dietro.

Giocare con due punte. E’ un problema, perchè rinunciamo a qualcosa a centrocampo.

Giocare con tre punte. E’ un problema, perchè ci si sbilancia troppo.

Giocare con quattro punte. E’ un problema, e non solo perchè non ho quattro punte a disposizione.

Giocare con il rifinitore. E’ un problema, perchè rinunciamo a qualcosa dietro.

Giocare senza rifinitore.  E’ un problema, perchè rinunciamo a qualcosa davanti.

Fare tanti gol. E’ un problema, il 7-0 con il Sassuolo ha finito con il condizionarci.

Fare pochi gol. E’ un problema, perchè gli attaccanti si deprimono. Ah sì, beh, è anche oggettivamente più difficile vincere, ma non ne farei una questione specifica.

Arrivare da due vittorie consecutive. E’ un problema, perchè si rischia di perdere la necessaria tensione.

Arrivare da due sconfitte consecutive. E’ un problema, perchè si rischia di venire travolti dalla tensione.

Arrivare da due pareggi consecutivi. E’ un problema, perchè si rischia di non raggiungere la necessaria tensione.

Arrivare da una vittoria e un pareggio / da un pareggio e una sconfitta / da una vittoria e una sconfitta. E’ un problema, perchè i risultati altalentanti non ci danno certezze.

Avere tanti infortunati. E’ un problema, perchè non c’è ricambio e giocando così spesso siamo costretti a spremere diversi giocatori.

Avere pochi infortunati. E’ un problema, perchè al di là del turn over non è facile tenere gli stimoli alti nell’intera rosa.

Restare in inferiorità numerica. E’ un problema, perchè in dieci contro undici è difficile imporre il gioco.

Restare in superiorità numerica. E’ un problema, perchè si rompono gli equilibri in campo e la squadra avversaria, rimasta in dieci, si libera dagli schematismi e di trova nella condizione di moltiplicare le proprie forze.

Avere un rigore contro. E’ un problema, perché è da anni che va avanti così e la squadra ci soffre.

Avere un rigore a favore. E’ un problema, perché non  eravamo abituati a queste situazioni e la squadra ci soffre.

Giocare in casa. E’ un problema, perchè i nostri tifosi sono molto esigenti e in questo momento la squadra – e io stesso – ci sentiamo molto esposti agli umori dello stadio.

Giocare in trasferta. E’ un problema, perchè il clima ostile aumenta la pressione in un momento già negativo.

Giocare in campo neutro. E’ un problema, perchè destabilizza la squadra che non coglie il calore del proprio stadio nè la tensione dello stadio altrui.

Giocare in Europa. E’ un problema, perchè le trasferte sono lunghe e le squadre avversarie sono molto motivate.

Giocare in Italia. E’ un problema, perchè l’Inter è l’Inter e tutti vogliono fare bella figura.

Giocare in Paesi non riconosciuti dall’Onu. E’ un problema, perchè rischi di trovare identità forti che vogliono mettersi in mostra.

Se ti applaudono. E’ un problema, perché poi arrivi impraparato al momento dei fischi.

Se ti fischiano. E’ un problema, perché dal tuo pubblico ti aspetti applausi.

Se ti fischiano all’americana / Se ti applaudono ironicamente. E’ un problema, perché ti distrai nell’interpretare l’umore del pubblico.

Giocare alle 12,30. E’ un problema, perchè è un orario anomalo e si rischia ancora di imbattersi in giornate calde.

Giocare alle 15. E’ un problema, perchè non giochiamo quasi mai alle 15 e rischiamo di trovarci impreparati.

Giocare alle 18. E’ un problema, perchè non è nè troppo presto nè troppo tardi, non sai mai cosa e quando mangiare.

Giocare alle 20,45. E’ un problema, perchè ci guarda un sacco di gente e questa squadra non è ancora preparata a certe pressioni.

Giocare alle 21,05. E’ un problema, perchè non è ancora stata ben chiarita questa cosa dei 5 minuti che rischia di togliere concentrazione ai giocatori più precisi.

Giocare con il caldo. E’ un problema, perchè il dispendio fisico rischia di giocare un brutto scherzo a una squadra come la nostra.

Giocare con il freddo. E’ un problema, perchè la temperatura rigida rischia di giocare un brutto scherzo a una squadra come la nostra.

Giocare nelle mezze stagioni. E’ un problema, vabbe’, questo è noto, la classica situazione che ti frega.

Giocare con le squadre deboli. E’ un problema, perchè la partita con l’inter rappresenta sempre una grande motivazioni per le provinciali.

Giocare con le squadre medie. E’ un problema, perchè non sai mai come prenderle.

Giocare con le squadre forti. E’ un problema, perchè è un problema, diciamolo.

Vincere. E’ un problema, perchè poi ti adagi.

Pareggiare. E’ un problema, perchè è frustrante.

Perdere. E’ un problema, perchè entri in una spirale negativa.

Giocare. E’ un problema.

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novembre 2, 2014
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Noi, Fonzie e la striscia di schiuma

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Con lo stesso trasporto con cui lo avevo difeso quatto giorni fa da fischi a prescindere epperciò ingiustificati, stanotte lo mando intimamente affanculo, con il mio animo bonaccione messo spalle al muro dalla cruda evidenza dei fatti. De Ceglie è solo un accidente, come il triplice Ekdal di quell’infausto pomeriggio: come un sacco di gente che abbiamo rivelato, rivitalizzato o rianimato – c’è una Storia che parla per noi – abbiamo fatto pescare il jolly a questo ex gobbo che (sei gol in carriera fino a ieri)  ha segnato una doppietta nell’unico modo a lui possibile, trovandosi cioè  del tutto incidentalmente con un pallone tra i piedi in posizione favorevole. De Ceglie è l’ultimo dei problemi. Il penultimo è: come mai – non essendo Butragueno – si è trovato per due volte libero a tre metri dalla porta? Il terzultimo è: come si fa realmente a tirare avanti se in panca hai mezza Primavera? Il quartultimo è: perchè?

Deve essere un problema lessicale, di comunicazione. Se nemmeno perdendo 2-0 a Parma, contro una squadra che perdeva da sei partite, che ne aveva perse otto su nove, che aveva preso tre gol a partita di media in casa (pausa); se nemmeno la sera in cui perdi una partita che, se vinta, avrebbe tenuto a galla i tuoi sogni più eccessivi in attesa che il gioco si facesse duro (Verona, Milan e Roma le prossime tre), ecco, se nemmeno in una sera così ammetti una colpa, l’esistenza di un problema, la criticitá di una situazione, insomma, quando lo fai? Sei come Fonzie quando doveva dire grazie. Non ce la faceva. E tu non ce la fai. Non ce la fai a dire cose, a dirci cose.

Quando ci darai questa soddisfazione? Boh. Nella sera in cui apprendo che anche “arrivare da due vittorie  consecutive” può averci svantaggiato, alzo le braccia. Non posso farci niente, sei più forte. Io ho visto una partita di merda, tu hai visto una supremazia del 65-70 per cento. Mi arrendo. Io sono rimasto ancorato a vecche visioni di questo sport farlocco. Tipo: ok, manca qualcuno, potremmo stare meglio, ma giochiamo con una depressissima ultima in classifica e con tre punti restiamo in zona Champions. Ergo: bisogna vincere. Ergo: ci proviamo. Seriamente.

Non è questione di chi c’è e di chi non c’è, e nemmeno che si gioca ogni tre giorni (basta con ‘sta storia, cazzo). E’ questione di essere così o cosá, e noi siamo cosá. Parma-Inter segna la nostra stagione, ci dá una dimensione, un limite. E’ come la schiuma della bomboletta degli arbitri: arrivate fin qui, ma state dietro. Ecco: siamo arrivati fin qui e ci fermiamo.

ottobre 30, 2014
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Sliding door

Fossi stato lá, non avrei fischiato. Nel primo tempo, confesso, mi sarei un po’ rotto i coglioni e con il mio vicino di posto all’intervallo avrei imbastito un discorso del tipo “ma dove vuoi mai che andiamo” eccetera eccetera. Ma poi no, ho visto una partita migliore di molte altre, ma molto migliore (no dico, volete rivedere – non dico Cagliari – Fiorentina, Saint Etienne, Palermo eccetera? No, ditemelo che vi faccio arrivare a casa i dvd). Non giocavamo contro nessuno (seconda partita su 9 con squadre della classifica di sinistra) e abbiamo creato un tot di occasioni. Mazzarri mi ha fatto pena, sinceramente. Anche il laser in faccia, santa madonna. Che colpa gli possiamo dare se Palacio si mangia tre gol, se Kuzmanovic ne divora un altro, se arriviamo in zona tiro e non tiriamo? Purtroppo siamo arrivati a un punto di non ritorno: Mazzarri è scarso e ci sta sul culo, stop. Ma nel secondo tempo mi è venuto più logico prendermela con i piedi a banana che non con il mangiatori di bottigliette. È una deriva fastidiosa, come quel laser. Lasciamole fare ai napoletani ‘ste tamarrate e concentriamoci sulle

(a questo punto, mentre scrivevo il post di Inter-Samp 0-0, l’arbitro ha fischiato il rigore e abbiamo vinto. Poi la Juve inculata nel recupero, poi la lettura di una classifica ridiventata interessante… Beh, allora non butto via il post, ecco)

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ottobre 27, 2014
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Anche i Thohir nel loro piccolo si incazzano

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La cosa ha un suo perchè: uscito Moratti dal cda, ci voleva uno che rilasciasse ogni tanto dichiarazioni alla Moratti, e la vacatio minchiarum è stata coperta da Thohir in persona. A Moratti spianavano i microfoni sul marciapiede, a Thohir – nella notte indonesiana, a caldo dopo Cesena-Inter – basta un portale indonesiano per fare una bella infornata di concetti random e consegnare il tutto alla traduzione italiana.

La dichiarazione, che leggo su Gazza.it, è assai interessante. Thohir dice: ho fiducia in Mazzarri ma bisogna affrontare in maniera equa il problema. Ah, quindi è un problema. Poi dice: ci sono tante voci su un nuovo allenatore, noi per l’Inter vogliamo il migliore: Ah, dunque non Mazzarri. Poi va avanti: vedremo nelle prossime due partite, cambiare in corsa non è sempre la migliore soluzione, gli va data un’altra opportunità. Ah, dunque ci ha pensato, dunque c’è un ultimatum.

Ma è una bomba!

Certo, per un presidente interrogato dopo un Cesena-Inter, come dire, una certa dose di ipersensibilitá la si deve mettere in conto. Viva i tre  punti, ovvio, ma che partitaccia è stata? Rischi l’inenarrabile in 11 contro 10, cose da ricordare ne restano poche (quasi zero) e quindi le perplessitá rimangono tali e quali, figuriamoci quelle di un tycoon indonesiano che non ha ancora preso bene le misure. All’ottava giornata, l’Inter ha affrontato sette squadre che stanno nella parte destra della classifica, e questo per me rimane – al di lá di cifre e tabelle – il miglior indicatore del nostro campionato, il parametro con cui pesare i nostri punti e il nostro cammino. Mazzarri ha ormai imboccato una strada immaginifica e alternativa per le sue dichiarazioni post-partita: il capolavoro odierno – rimanere in 11 contro 10 ci ha creato un problema – me lo fa apprezzare sempre di più. Lui o chi gli scrive i testi. Ha fantasia, ha faccia tosta.

Ma gli avranno detto dell’ultimatum di Thohir? Questa cosa dei fusi orari è un casino: tu vai a dormire tranquillo perchè hai vinto a Cesena e intanto ti sfilano la sedia da sotto il culo. Non è mica bello.